Infatti come
il Padre resuscita i morti e comunica la vita, così il Figlio fa vivere chi
vuole …Gv 5 Vs 21
Titolo: Possibilità di
comunione.
Argomenti: Disponibilità per Dio: o migliora o peggiora. La guarigione progressiva. Con Dio non si vive di rendita. La nostra debolezza assume
tante facce. Chiave inglese. Rapporto tra Padre e Figlio.
La
vita è comunione. La vita che il Figlio dà è il
Padre. La volontà del Figlio. Possibilità variabile di
comunione. La volontà è una proiezione del pensiero. Tutto pensiero di Dio.
19/Novembre/1978
Riassunto dell’incontro n.134 del 28
maggio 1978:
Pinuccia: Riassunto: Riflettendo sul versetto 14: “Eccoti guarito”, ci
siamo chiesti: in che cosa consiste la malattia, come si diventa ammalati, che
cosa possiamo fare per guarire e quand’è che siamo veramente guariti. La vera
guarigione avviene solo nel Tempio, quando Dio stesso ci dice: “Eccoti
guarito”. La conferma delle guarigione è una conseguenza dell’essere trovati
nel Tempio, dove ci si scopre pensati, amati, ecc..
Ma si entra nel
Tempio dicendo tanti “no” a ciò che non è Dio e facendo dipendere tutto (mondo
esterno e interno) da Lui. L’essenza della malattia è una paralisi che
impedisce all’uomo di camminare, di cercare la Verità.
Eligio: Finché si
è vivi dobbiamo dire tanti “no”. Quindi quando potremo avere la certezza di
essere entrati definitivamente nel Tempio ad avere la conferma di essere
guariti?
Luigi: Quanti
più sono i “no” che diciamo al mondo, e agli interessi del
nostro io, a tutto quello che ha per centro il nostro io e ci apriamo alla
disponibilità per Dio, tanto più si forma in noi la possibilità di entrare
nella vita. Dio ci ha dato la possibilità di entrare nella vita. Quanto più
invece stentiamo a dire dei “no”, tanto più perdiamo la possibilità di entrare
nel Tempio. Dio ci ha dato la possibilità di dire dei “no”. Ma questa
possibilità è continuamente oscillante, perché tutto dipende dalle opere che
facciamo. Noi siamo molto condizionati dalle cose che diciamo, dai nostri
pensieri e dalle scelte che facciamo, per cui noi o ci rendiamo via via più
difficile l’entrata nel Tempio, oppure la facilitiamo. Tutto è opera di Dio, ma
le opere di Dio nella nostra vita sono sempre delle proposte e le proposte
quotidianamente arrivano a noi e quotidianamente noi rispondiamo in un modo o
in un altro, anche se crediamo di non rispondere. E, a seconda delle risposte
che diamo, ci facilitiamo l’entrata nel Tempio oppure addirittura ce la
rendiamo impossibile. Ecco noi stiamo oscillando tra questo campo di massima
disponibilità verso Dio fino al campo in cui ci rendiamo impossibile l’accesso
alla Verità di Dio, alla conoscenza di Dio. Indubbiamente, quella sicurezza
della prima guarigione uno ce l’ha con l’entrata nella vita eterna.
Eligio: Ma finché
abbiamo vita, siamo in tentazione. Gesù stesso ci dice: “Vegliate e pregate per
non cadere in tentazione”.
Nino: Però
l’esercizio, il ripetere i “no”, ci facilita i “no” successivi: faccio conto su
Dio e subito sono ripagato e mi viene voglia di riprovare la stessa gioia.
Quindi c’è un progresso.
Luigi: Non c’è
mai la stessa situazione: o andiamo in una situazione migliore, o peggioriamo.
Giorno per giorno, anche se noi non ce ne accorgiamo, non siamo mai nella
stessa situazione.
Nino: Siamo
seguiti da Dio: ogni volta che accetti un rischio, tu vedi che Dio ti viene
incontro; e questo ti dà il coraggio di affrontare altri rischi.
Eligio: Pur
avendo questa fiducia in Dio, mi pare però che in questa terra non si possa
arrivare mai alla conferma di Gesù: “Eccoti guarito”.
Nino: Però
senti che Dio ti sta dietro: ogni volta che fai conto su di Lui, che superi
l’io, sei sempre ripagato e provi una tale serenità che ti viene voglia di
averla sempre. E questo è un aiuto, un progresso …
Eligio: Gesù
potrà dirci: “Eccoti meno malato”, ma non: “Eccoti guarito”.
Luigi: Bisogna tener presente che sono molte le malattie da cui abbiamo
bisogno di essere liberati, per cui molte volte noi man mano siamo guariti da
una malattia, il Signore ci dice: “Eccoti guarito”, e ci sentiamo liberi da
quella. Ma ce ne sono tante altre, perché sono tante le nostre malattie
interiori e man mano che si progredisce verso il Signore, il Signore ci libera
da una e poi da un’altra: “Eccoti guarito: sei libero da …”. Ma naturalmente
poi se ne presenta un’altra. Ma giustamente come lui dice: “Quando io butto
dalla finestra l’ultimo ventino, la prima volta è un rischio grosso, perché qui
mi gioco tutto”, ma quando vedo che avendo fatto quell’atto di fede, mi rientra
il cento per uno, la seconda volta mi è più facile buttare dalla finestra il
ventino; la terza volta ancora di più, e a un certo momento uno lo fa proprio
con gioia, perché ormai ha capito, direi, com’è il meccanismo attraverso cui
opera il Signore. Per cui andiamo verso una progressione liberatrice.
Indubbiamente la guarigione completa l’abbiamo con l’entrata nella vita eterna,
cioè con quella morte completa al nostro io, in cui si parla solo più di Dio;
ma a quel punto la creatura non si fa nemmeno più il problema di essere guarita
perché non pensa più a se stessa. È talmente immersa in Dio che tutto per lei è
opera di Dio. Ecco, non avverte più il problema.
Eligio: Allora
qual è l’insegnamento che Gesù vuole darci con questo paralitico che è entrato
nel Tempio dopo aver detto “no” agli altri?
Luigi: Per dirci
che ad ogni prova che noi superiamo troviamo la conferma da
parte di Dio. Così questo paralitico che ha superato una prova, una certa
prova, e fu confermato da Gesù; ma poi non ha superato la successiva. Ha
superato una prova, cioè quella della sollecitazione dei Farisei che gli
dicevano che non poteva portare il suo lettuccio. Ad essi aveva risposto:
“Colui che mi ha guarito mi ha detto di portarlo”. Quindi ha reso
testimonianza: rivela una certa fedeltà di fronte al mondo, alla pressione del
mondo. In conseguenza di questo fatto, entra nel Tempio; quasi a dire che per
ogni atto di fedeltà a Dio che noi facciamo, otteniamo un’entrata nel Tempio;
ma non è detto che sia un’entrata nel Tempio. In questa entrata nel Tempio
troviamo Dio che ci dice: “Eccoti guarito (per la testimonianza che tu hai
dato)”. Così a Pietro dice: “Beato te, Pietro, perché né la carne, né il
sangue, ma è il Padre che te lo ha rivelato”, il che equivale a: “Eccoti
guarito”. Ma cinque minuti dopo: “Sei un demonio”, gli dice Gesù. Questo per
insegnarci che non dobbiamo mai fare conto su noi stessi o anche su quello che
Dio ha detto di noi, cioè mai dire: “Dio mi ha detto che sono guarito ed ora io
sono tranquillo”. No, la vita con Dio è una vita sempre attuale, non è una vita
di riposo nel senso che “Mi ha detto quello e ora io mi siedo e me ne sto
tranquillo”; no, la vita con Dio è un continuo superamento, perché Dio è una
novità infinita e richiede sempre questa attenzione: è una Sorgente infinita di
vita per cui richiede sempre un’attività. Se invece noi ci voltiamo indietro
per quello che abbiamo conosciuto, per quello che abbiamo sperimentato, per
quello da cui Dio ci ha liberato e ce ne stiamo tranquilli, noi precipitiamo.
Eligio: Quindi
l’insegnamento è questo: da ogni inclinazione contraria a Dio possiamo essere
guariti e averne la conferma da Dio; quindi abbiamo molte possibilità di
entrare nel Tempio.
Luigi: La
lezione è quella: ogni passo che noi facciamo verso lo spirito, verso il Signore,
cioè ogni passo di fedeltà, ci viene confermato da Dio.
Eligio: Ora mi è
più facile comprenderlo. Prima pensavo che “Eccoti guarito”, si riferisse alla
guarigione totale.
Luigi: La
guarigione del paralitico non fu una guarigione definitiva e totale; infatti
non restò nel Tempio. Si sente dire: “Eccoti guarito” e poi diventa infedele.
Sono tutte lezioni per dirci: “Guarda che ogni passo che tu fai verso il
Signore, il Signore te lo conferma”.
Nino: Solamente
il giorno in cui arriveremo all’adozione come figli, saremo in una posizione
irreversibile, ma non prima.
Luigi: Si va
verso quella meta; si va verso una meta eterna.
Teresa: A me pare
che anche nella malattia dalla quale si è guariti, si può ricadere altre volte.
Nino: Ogni
situazione è una nuova proposta e quindi una malattia da cui dobbiamo essere
guariti.
Luigi: C’è
questo, che il Signore magari si ripete, ci mette mille volte davanti alla
stessa difficoltà, fintanto che noi non abbiamo superato il nostro io in
quella, perché magari noi crediamo di averlo superato e non ci siamo superati.
Allora il Signore ce lo ripete mille volte, per dirci: “Guarda che tu credi di
aver vinto, ma non hai vinto”.
Nino: è che in
ogni situazione dobbiamo scoprire il nostro io e superarlo, affrontando un
certo rischio, ritornando a casa, appoggiandoci alla Parola di Gesù, di
trovarci il figlio morto. E noi sulla Parola di Dio dobbiamo far conto su di
Lui e non su noi stessi.
Luigi: Si,
perché la vita eterna è far conto su Dio.
Teresa: Tutti
abbiamo provato che tutte le volte che siamo stati disponibili verso il
Signore, il Signore ha ripagato il cento per uno.
Nino: E Dio ci
conferma sempre di più, ci aiuta, ci sta dietro.
Luigi: Però
dobbiamo avere presente che la nostra debolezza è tanta e assume tante facce. Direi per ogni faccia è necessario superare una certa
prova. E Dio ci mette sempre nell’occasione di superare. Per ogni superamento
c’è una conferma, c’è un’entrata nel Tempio e Dio te la conferma; perché se Dio
non te la confermasse, tu resteresti lì incerto, perché le nostre sicurezze
vengono da Dio, non vengono dal fatto che: “Io ho detto un no e sono a posto”.
No, non basta, perché anche se dessi tutto il tuo corpo alle fiamme non è
sufficiente. La certezza viene sempre da Dio e Dio conferma i passi buoni che
facciamo. Però le nostre debolezze sono tante, le nostre malattie sono tante.
La nostra anima ha mille facce. E naturalmente se invece noi non superiamo e
cadiamo, moltiplichiamo, aumentiamo le nostre facce, le nostre malattie e
corriamo anche il rischio che le nostre malattie diventano mortali. Invece
quanto più noi superiamo, ecco: una malattia è eliminata, un’altra è eliminata
e il Signore ci dice: “In questo sei stato guarito”, e ci propone altro, e più
noi rispondiamo e più Lui ci offre occasioni per superare, per vincere tutte le
nostre malattie, fino alla grande liberazione.
Eligio: Questo mi
pare che non era stato detto quando avevamo commentato questo passo.
Luigi: Ma sono
tante le lezioni: già prima la porta delle pecore; se non passiamo attraverso
la porta delle pecore diventiamo ammalati, paralitici; Gesù viene nella nostra
paralisi e ci chiede: “Vuoi essere guarito?”, perché noi possiamo anche dire:
“No, non voglio!”; poi le difficoltà coi farisei, ma Lui supera la prova, entra
nel Tempio; e Gesù dopo avergli detto che è guarito gli dice: “Non peccare
più”; ma lui pecca perché si preoccupa subito di andare a riferire agli altri,
ecc. Ecco, abbiamo tutta una gamma di lezioni progressive per farci capire che
tanto sono le prove, tanti i passaggi, a partire da quella che è la porta
iniziale della Città di Dio, in cui si richiede la morte a noi stessi. E lì
naturalmente si fallisce, si cade nella paralisi, e Cristo viene nella nostra
paralisi, nelle nostre malattie e chiede a noi se vogliamo essere guariti
perché noi possiamo anche amare la nostra malattia, possiamo crogiolarci nel
nostri mali, non desiderare la guarigione. Ecco, sono tutte situazioni
dell’anima.
Eligio: Si, ora
mi è più facile intendere perché Gesù gli abbia detto: “Non peccare più”, dopo
avergli confermato di essere guarito. Non peccare più perché ha ancora altre
malattie. Quindi sono molti gli incontri col Cristo, le entrate e le uscite dal
Tempio, perché sono molte le nostre debolezze e sono molte le guarigioni e le
conferme di cui abbiamo bisogno.
Luigi: Si, sono
molte le malattie.
Pinuccia: Continuazione della lettura del riassunto: la gioia della
creatura è quella di dipendere, come per il figlio. Ciò che forma l’attesa è far
dipendere tutto da, far passare l’iniziativa all’Altro. Analizzando l’essenza
della guarigione, scopriamo l’essenza della nostra malattia: “Quanti lo
toccavano erano guariti”. Si è toccati da Dio quando c’è un punto in comune con
Dio e il punto in comune è tutta dipendenza da, la creatura fatta figlia, una
cosa sola col Figlio. L’uomo è malato perché non può toccare niente di Dio. Si
è toccati da Dio e quindi guariti, se si supera l’io e si entra nel Tempio.
L’uomo per superare il suo io deve incontrare l’Altro; cioè l’uomo deve essere
ricondotto prima ad una situazione di povertà, affinché diventi capace di
accogliere la sua guarigione, perché fintanto che l’uomo fa conto su altro che
da Dio, non può essere guarito. Per questo Gesù dice: “Beati i poveri, perché
di essi è il regno dei cieli”. Ricevendo la possibilità di camminare, non si ha
ancora la guarigione completa. Ma ora il Signore ci ripresenta tutte le prove
che ci hanno fatto diventare malati, per liberarcene. Se in queste prove
testimoniamo di mettere Lui al di sopra di tutto dicendo “no” a ciò o a chi
vuol essere messo prima di tutto da noi, e testimoniamo di voler far conto solo
più su di Lui, allora i legami che ci trattenevano alle nostre colpe sono
spezzati … non volendo più dipendere dalle creature, si diventa tutto
dipendenti da Dio … si entra nel Tempio dove si è toccati da Dio e guariti. Ma
se io non dipendo, se faccio conto su altro, non posso essere toccato da Dio.
Il toccare da parte di Dio consiste nel far sua la creatura: lì si sperimenta
la presenza, ci si sente pensati, conosciuti, e quindi guariti. Nella paralisi
non si camminava perché si vedeva tutto slegato da Dio. Nella dipendenza totale
da Dio si è in silenzio, nella situazione della Vergine, che accoglie in
attesa, il Verbo, non facendo nulla, mettendosi solo a disposizione: è la
massima attività, la massima disponibilità dell’amore. Dio ci invita a non
lasciarci spaurire da ciò che dice l’uomo, ed entrare nella terra promessa, per
non essere costretti a girovagare per quarant’anni nel deserto. Lui è con noi.
Il non dialogare con Lui, ci disperde e ci fa perdere di vista l’Autore dei
segni, Colui che opera i segni (esempio della chiave inglese).
Luigi: Se entra
da noi un meccanico con la chiave inglese, noi non diciamo
che è arrivata la chiave inglese, ma diciamo che è arrivato il meccanico con la
chiave inglese, ma diciamo che è arrivato il meccanico con la chiave inglese.
Così in tutte le creature c’è Dio che arriva a noi con le creature. Noi
dovremmo sempre dire: “È arrivato Dio con le creature, con un suo segno, ecc.”.
Invece noi diciamo: “È arrivata la creatura, il tale, ecc.”, cioè noi facciamo
l’errore di dire: “è arrivata la chiave inglese”. È un errore grosso. Nei
riguardi di Dio noi facciamo sempre quest’errore. Tutte le creature sono
strumenti, mezzi in mano di Dio, attraverso il quali Dio viene a noi. Ecco, noi
dovremmo sempre dire: “è Dio che attraverso questo mezzo vuole qualcosa, mi
comunica qualcosa, mi aiuta in qualche cosa, rimedia qualche cosa, ma dobbiamo
sempre dire: “È Dio, è Dio, è Dio”. Invece noi diciamo: “Sono le creature; è
quella cosa!”.
Teresa: Se
riferiamo tutto a Dio, giudichiamo noi stessi, se invece lo riferiamo alle
persone, giudichiamo le persone.
Luigi: E noi ci
mettiamo da parte.
Eligio: Con le
creature noi parliamo sempre con proprietà; se facessimo invece lo stesso
errore che facciamo con Dio, lei dovrebbe, ora, per esempio, dire: “Sono
arrivate tre macchine, non tre persone”, siamo veramente alienati.
Luigi: Si e nei
riguardi di Dio noi facciamo sempre così. E Lui opera per guarirci. Noi di
fronte ad una creatura che vedesse solo la chiave che abbiamo in mano e non
vedesse noi e dicesse: “È arrivata una chiave”, la tratteremmo anche male. E
invece guarda la pazienza che deve avere Dio con le nostre alienazioni. Quelle
sono veramente alienazioni.
Pinuccia: Continuazione della lettura del riassunto: Senza il Pensiero
di Dio, non possiamo comprendere i segni, per cui questi ci disperdono, perché
li attribuiamo all’io o agli altri io. Più offriamo a Dio il nostro tempo
interiore e più Lui scrive in noi la sua Verità convincendoci, portandoci a
vedere il suo Regno in tutto. Ma bisogna fermarsi molto con Dio e raccogliere
molto in Lui. È per farci fare il passaggio al Tempio che Gesù dice: “È necessario
che io me ne vada, perché fintanto che io sono sottomesso a te, non può venire
a te lo Spirito: Egli verrà solo se ti sottometti totalmente a Dio”.
Luigi: Ci affida
al Padre affinché non guardiamo più a Lui ma al Padre.
Nino: È il
passaggio finale dall’avere all’essere.
Luigi: Si, però
il passaggio all’essere non è più in mano nostra: dipende dal Padre. Noi
possiamo solo metterci in situazione passiva nei riguardi del Padre: Gesù ci
affida. Finché siamo nell’avere, possiamo fallire o no; Lui ci ha dato il
Figlio ci mette alla prova. Lì invece noi siamo passivi, perché la nascita è
opera del Padre, non opera nostra. Però avendoci dato suo Figlio, il Figlio ci
porta nella posizione di essere nella sua stessa situazione di Figlio, cioè
nella situazione di essere tutto pensiero del Padre, per cui ci offre al Padre.
Ci porta alla purezza indispensabile per poter conoscere Dio come Padre nostro.
Nino: Ma anche
questo è grazia di Dio, grazia che non è obbligato a fare.
Pinuccia: Continuazione della lettura del riassunto: Quando Dio ci
dice: “Sei guarito”, tutte le creature ce lo confermano, per cui si vede il
Regno di Dio in tutto come Realtà. Con Dio non bastano le regole, il “fare”,
perché Dio è la Verità e richiede un’adesione tutta interiore: è qui la porta stretta.
Si trova la Verità conoscendola, non facendo qualche atto. La conoscenza è
difficile e richiede pazienza, disponibilità interiore, quel sostare con Dio in
attesa che si riveli.
Versetto 21: “Come
il Padre risuscita i morti e comunica la vita, così il Figlio fa vivere chi
vuole”.
Luigi: Siamo
nell’argomento delle “cose maggiori”. E qui
teniamo sempre presente che Gesù parlandoci dei rapporti tra Padre e Figlio ci
introduce in quello che è la vita vera del Padre e del Figlio, affinché noi
diventiamo figli. Parlandoci dei rapporti tra Padre e Figlio a poco per volta
ci fa entrare nella vita che c’è tra Padre e Figlio. Quindi lo scopo è questo.
Lui parla a noi di questi rapporti, per questo. Perché (potremmo chiederci) non
potrebbe essere sufficiente credere in Dio? Perché a un certo momento bisogna
arrivare a quelle “complicazioni” di Padre e Figlio, mentre Dio è uno solo?
Perché questo? Perché evidentemente Dio parlando a noi tende a portare noi ad
essere figli, e allora ecco che ci parla del rapporto tra Padre e Figlio.
Parlando a noi di questo rapporto il Figlio opera la nostra spiritualizzazione,
fino a farci diventare figli, affinché noi siamo una cosa sola con Lui. Questa
“una cosa sola con Lui” presuppone in noi la conoscenza del Padre. Ecco c’è una
differenza tra la conoscenza di Dio, come vero Dio, e la conoscenza del Padre.
Noi possiamo anche credere in Dio e tutti i servi credono in Dio; anzi la
scrittura dice che anche il demonio crede in Dio anche se non lo può conoscere.
Crede e trema, ma non lo può comprendere. Il Figlio invece lo comprende. Allora
il servo crede in Dio, però non sempre può restare nella Casa. La
caratteristica del Figlio invece è questa: conosce il Padre, conosce l’animo
del Padre, partecipa alle cose del Padre. Si passa da quella che è la fede in
Dio alla conoscenza di Dio, dalla posizione di servo alla posizione di amico,
di Figlio. E come si passa? Attraverso l’ascolto del Figlio.
Nino: Potresti
chiarire qual è la vita che ci viene dal Padre e la vita che ci viene dal
Figlio?
Luigi: Dice: “Il
Padre comunica la vita … come il Padre comunica la vita, così il Figlio fa
vivere chi vuole”. Intanto dobbiamo cercare subito di evitare un errore, ed è
questo: di ritenere che il Padre dia la vita a taluni e il Figlio dia la vita
ad altri, per cui ci siano quelli che nascono dal Figlio e quelli che nascono
dal Padre. No, ovviamente no; questo è da scartare. La vita è una sola. Però
per approfondire questo, dobbiamo risalire un po’ a quello che avevamo meditato
l’anno scorso, quando si è parlato della vita, del concetto di vita. Allora si
era parlato della vita come “possibilità di comunione”: il
Padre dà la vita alle creature. Dare la vita alle creature vuol dire dare la
possibilità di comunione, perché la vita è comunione.
Ecco allora qui ci sono i
due tempi:
-
c’è il tempo della possibilità di comunione
-
e la comunione.
Diciamo:
-
la comunione con Dio è la vera
vita, è la vita eterna;
-
la possibilità di comunione con
Dio è quella che abbiamo noi, attualmente.
Dio creandoci dà a noi la
possibilità di comunione con Lui. Dà la possibilità, ma non è comunione, è
possibilità. E questa è la vita che abbiamo. Come possiamo avere questa
possibilità? In quanto ci dà suo Figlio. Allora abbiamo il problema dell’avere,
dell’essere con, di cui abbiamo parlato la volta scorsa. Dio creandoci dà a noi
il suo Pensiero, il suo Verbo, la sua Parola, suo Figlio. Noi siamo con suo
Figlio, Lo abbiamo con noi. Questo avere, questo essere con (avere è essere
con) dà a noi la possibilità di comunione con Dio.
Nino: Quindi
“il Figlio fa vivere chi vuole” va inteso come: “dà la possibilità di vivere”,
perché la vita vera la riceviamo al momento della rinascita.
Luigi: Si …
Teresa: “Fa
vivere chi vuole”, secondo me non si riferisce a Gesù, perché Gesù vuole
salvare tutti; ma: “Lui fa vivere chi accetta e vuole questa vita”.
Luigi: Il Regno
di Dio è offerto a coloro che vogliono, quindi può essere inteso anche così. Ma
il concetto vero, originario è: “coloro che Lui vuole” (in italiano può anche
essere inteso al singolare, ma all’origine non è così). È per evidenziare che
se noi viviamo, se noi partecipiamo della vita, la vita ci viene data da-. È
dono suo. Non possiamo dire: “Sono io che ho trovato la vita”. Se la rifiuto,
il rifiuto è mio, ma se trovo la vita, è Dio che voluto darmela. E chi trova la
vita dice: “Signore, è tutto dono tuo, io non merito niente”. lo vede proprio
come dono libero, perché Dio è libero. Il Padre è libero di dare e di non dare,
è libero di creare e di non creare. Il Figlio è libero altrettanto di dare la
vita del Padre, perché la vita che il Figlio dà è il Padre. Quando Gesù dice:
“Io sono venuto per dare la vita”, bisogna intendere che la sua vita è il
Padre. Per questo non è che ci sia una vita che viene data
dal Padre e una vita che viene data dal Figlio e che qualcuno nasca dal Figlio
e che qualcuno nasca dal Padre. Il Figlio dando la vita rivela il Padre, perché
la vita del Figlio è il Padre. Allora: “Nessuno ha maggior amore di Colui che
dà la sua vita”, cioè: “Nessuno ha maggior amore di Colui che dà ciò per cui
vive”. Il Figlio vive per il Padre e comunica il Padre a coloro che Egli vuole.
E qui ricolleghiamoci con quanto ha detto Gesù in un altro passo di San Matteo:
“Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, nessuno conosce il Padre se non il
Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo”. Vedi che abbiamo
la stessa volontà?
-
“Nessuno conosce il Padre”: il
Padre è la vita del Figlio.
-
“Nessuno conosce il Padre se non
il Figlio”, e non basta; anche:
-
“Colui al quale il Figlio avrà
voluto rivelarlo”: ecco il Figlio che ci dà la vita, che dà il Padre.
Ma il Figlio è libero. Ci
dà la conoscenza del Padre che è vita, e che è la vita del Padre; è il Padre
che comunica la vita.
Nino: C’è
ancora una differenza tra il dare la conoscenza del Padre e il Padre che si
dona, vero?
Luigi: Certo. Il
Padre si dona e abbiamo il Figlio. Il Padre si dona solo al Figlio: abbiamo
visto la volta precedente che “farà conoscere cose maggiori” al Figlio, e
abbiamo detto che quel “cose maggiori al Figlio” deve intendersi per noi con
“cose maggiori nel Figlio”. Quel “al” vuol dire “nel”, per noi. In quanto
presenta a noi un dono “in”, dato a uno, è perché noi sappiamo che quel dono si
trova “in”: è nel Figlio. Quindi il Padre dona Se stesso al Figlio e non a noi
creature, però dà a noi la possibilità di accedere al suo dono.
Nino: Può
avvenire che si arrivi solo alla conoscenza del Padre e che il Padre ci adotti
come figli?
Luigi: È
assurdo, perché l’opera del Figlio è l’opera del Padre. Come sarebbe assurdo
pensare ad una creazione interrotta prima della creazione dell’uomo. Ora
evidentemente il Figlio obbedisce al Padre. Quindi se il Figlio mi porta al
Padre è perché il Padre vuole questo.
Nino: Non si
può dire che esista un meccanismo, però quando si arriva ad essere consegnati
da Gesù al Padre e ad essere tutto Pensiero del Padre, il Padre è libero, però
di fatto ti fa diventare figlio.
Luigi: Si, però
la creatura riconosce che è un atto puramente libero del Padre, tant’è vero che
il Figlio stesso dice che solo il Padre sa quell’ora.
Nino: In quel
punto il Figlio stesso ti dà la vita: Lui è il Pensiero del Padre.
Luigi: È la
volontà del Padre. Perché quando qui dice: “Il Figlio fa
vivere chi vuole”, sembra che ci sia proprio il concetto di volontà. Ora, non
c’è una volontà autonoma. Forse Sant’Agostino ha errato facendo consistere il
libero arbitrio in questa volontà! La nostra volontà è un campo di proiezione, di azione, di pensieri e a seconda dei pensieri che
abbiamo la nostra volontà opera. Ora, qui abbiamo il Figlio: la volontà del
Figlio è il campo d’azione del Padre, perché l’oggetto del pensiero del Figlio
è il Padre, quindi tutta la volontà del Figlio è il Padre, per cui è il Padre
che vuole quello che fa il Figlio. Ed il Figlio vuole quello che vuole il
Padre, perché vuole solo il Padre. La difficoltà per noi è che noi consideriamo
Padre e Figlio come se fossimo noi, con corpo, distinti, mentre sono una cosa
sola. Il Signore opera e ci parla in termini che a noi sono molto difficili
proprio per farci entrare in questa dimensione spirituale che ci libera da
quella che è la concezione materiale e corporea delle creature, per farci
entrare nella vita eterna, perché la vita eterna è proprio questo pensiero. Dio
è Spirito che è pensiero. Ed è questa realtà del pensiero che è più forte su di
noi di tutto quello che è il peso materiale. Però tutta la difficoltà per noi
sta nel trasferirci da quella che è la mentalità materiale a quella che è la mentalità
spirituale, divina.
Nino: Se San
Giovanni l’ha capito, potremo capirlo anche noi.
Luigi: Non è che
San Giovanni l’abbia capito! È Dio che opera e Dio non ha difficoltà a
riversare tutto Se stesso, perché Lui ci ha creati dal nulla e questo è pacifico.
Noi cento anni fa, assolutamente non esistevamo, quindi se ha creato noi dal
nulla, a molto maggior ragione può riversare Se stesso.
Nino: è molto
bella questa spiegazione, perché noi tendiamo a considerare separate le due
persone, quando invece sono unite da una volontà sola.
Luigi: Certo, ed
è quella che chiama noi ad essere: è questa unità di volontà e quindi di
pensiero, perché la volontà è una proiezione del pensiero. Quindi se noi in
questo momento potessimo essere tutto pensiero di, noi avremmo tutta volontà
di, perché noi siamo tutta volontà di quello che pensiamo. Soltanto che noi
siamo molto incostanti, quindi saltiamo da una cosa all’altra; allora crediamo
di avere una volontà, ma è sensazione. Se noi fossimo capaci di essere tutto
pensiero di una cosa sola, avremmo la sola volontà di questa. Tant’è vero che
quando noi pensiamo una cosa già in noi si affaccia un desiderio di essa.
Andiamo in montagna e vediamo una baita, vorremmo avere la baita. Vediamo
un’altra cosa e la vorremmo avere. A seconda di quello che pensiamo, si forma
in noi la volontà. Se noi fossimo capaci di guardare solo Dio, noi vorremmo
solo Dio; ma poi siamo incostanti, non siamo capaci a restare. Ora, torniamo a
quel concetto di vita come possibilità di comunione. Fintanto che in noi c’è questa possibilità di comunione, in noi c’è questa
volubilità, però siccome siamo figli delle nostre opere, a seconda di quello
che noi diciamo, parliamo, pensiamo, agiamo, noi aumentiamo questa possibilità
o perdiamo questa possibilità. Direi, noi non siamo mai nello stesso grado di
possibilità. La possibilità è continuamente variabile. Noi questa possibilità,
se l’aumentiamo, tendiamo verso la certezza e quindi verso il possesso, oppure
scendiamo verso l’impossibilità. Noi possiamo arrivare al grado di
impossibilità di comunione. Dobbiamo stare molto attenti a questo, perché non è
che possiamo dire: “Dio mi ha dato la possibilità di comunione ed io ce l’ho
come l’avevo ieri o dieci anni fa”; no, no! La nostra possibilità è
continuamente oscillante, condizionata da, a seconda di quello che noi diciamo
o facciamo. Per cui noi o aumentiamo questa possibilità o la diminuiamo. La
comunione poi è una conseguenza di due termini: Dio Padre creandoci, dà a noi
la possibilità di comunione senza di noi e noi abbiamo questa possibilità di
comunione: il Verbo è con noi, anche senza di noi, abita con noi; ma la
comunione non ce la dà senza di noi. Noi non entriamo nella comunione con Dio
senza di noi; infatti la comunione richiede il superamento di noi stessi, si
richiede la partecipazione.
Eligio: E senza
di noi, vuol dire a tutti?
Luigi: A tutti
dà la possibilità.
Eligio: Se la dà
a tutti, perché dice che la dà a chi vuole?
Luigi: Si,
perché la vita viene dalla volontà del Figlio.
Eligio: Allora non
è la creatura “soggetto” che vuole?
Luigi: No, è la
volontà del Figlio che opera, per cui chi riceve non è perché ha voluto: è
sempre dono, ed è dono gratuito di Dio.
Nino: Per cui
noi possiamo solo rifiutare.
Luigi: Si, colui
che ci salva dice: “È stato tutto dono Tuo, Signore”.
Nino: Lui opera
per tutti, ma il momento in cui noi lo rifiutiamo, ci mette fuori.
Luigi: Ed è
opera nostra, è volontà nostra.
Nino: Quando
noi aderiamo, è sempre Lui che vuole.
Luigi: È volontà di Dio. Infatti noi non possiamo avere una
volontà autonoma, perché la nostra volontà è sempre proiezione di pensiero,
quindi se noi abbiamo la volontà di aderire, è Pensiero di Dio e lo attribuiamo
a Dio. Noi da soli possiamo soltanto rifiutare ed allora tutto è opera nostra,
ma se noi vogliamo la volontà di Dio, è per grazia di Dio, perché abbiamo il
Pensiero di Dio: il Pensiero di Dio si è donato; è grazia sua. Nessuno di noi
potrà dire: “Sono io che a un certo momento ho scelto”; no! Perché la nostra
volontà è una proiezione, non è un atto autonomo, non esiste autonomia.
Teresa: Lui però
vuole dare la vita a tutti.
Luigi: Certo,
Lui la vuole donare a tutti, infatti si dona a tutti. Guarda la delicatezza del
Figlio che dice: “Quel tempo della rivelazione del Padre nessuno la conosce, né
gli angeli del cielo e nemmeno il Figlio, solo il Padre”.
Nino: Avessimo
però anche tutti i meriti e Dio per assurdo decidesse di noi, noi non abbiamo
nessun diritto.
Luigi: Ci
troviamo lì con Santa Teresina che dice: “Se Dio volesse mandarmi nell’inferno,
io per fare la sua volontà, sarei felicissima di andare nell’inferno”. È lì la
bellezza della creatura che attribuendo tutto a Dio, riesce a trasformare
l’inferno in paradiso, perché quando uno dice: “Io sono disposto ad andare
all’inferno per fare la volontà di Dio”, l’inferno diventa paradiso, perché il
paradiso è armonia di volontà, mentre l’inferno è conflitto di volontà. E
allora quando c’è armonia, sei felicissimo.
Eligio: Perché
intanto distruggi l’inferno.
Luigi: Ammesso
che Santa Teresina fosse andata all’inferno con quella disponibilità lì,
l’inferno si trasformerà in paradiso: la differenza sta soltanto nel conflitto
interiore tra il pensiero di Dio e il pensiero dell’io.
Nino: È un
conflitto e disagio portato all’infinito.
Eligio: È la mancanza di certezza.
Luigi: Comunque
in questa mancanza di certezza, noi abbiamo questa possibilità perché abbiamo
in noi il Pensiero di Dio. Il più grande tesoro, il vero talento che Dio dà a
tutti, perché vuole salvare tutti, è il Pensiero di Dio: è la possibilità di
pensare a Dio. Qualunque uomo, fosse anche il più grande peccatore di questo
mondo, può nel suo abisso pensare a Dio, perché Dio dà il suo Figlio a noi: suo
Figlio è il Pensiero di Dio; noi lo possiamo pensare. Tutti sono in queste
condizioni.
Nino: Fino a
qualche anno fa trovavo difficoltà a pensare a Dio, pensando che dovevo
immaginarmi com’era Dio. Invece quando interrogo penso a Lui.
Luigi: Già,
vorremmo immaginarcelo, perché noi vorremmo trasferire la
nostra mentalità nel divino. Qui si verifica quello che nel campo storico si è
verificato con Cristo, con ognuno di noi: cioè il Padre dà a noi il suo
Pensiero, dà a noi suo Figlio per far diventare noi suoi figli. Ecco, qui
abbiamo il processo di incarnazione. Nell’incarnazione abbiamo la sintesi della
vita umana, della vita di ogni uomo. Ogni uomo si trova con il Figlio di Dio,
perché ogni uomo ha con sé il Pensiero di Dio: Dio dà a noi suo Figlio. Allora
quello che è in ogni uomo, Dio lo esteriorizza a un certo momento fuori di noi,
perché nel campo dei segni a un certo momento si verifica quello che è sostanza
in ognuno di noi. E siccome con noi c’è Dio, a un certo momento, noi ci
troviamo con l’umanità Dio, ed è il
Cristo. Nel Cristo noi abbiamo il mistero della vita umana e il centro della
vita umana è l’avere Dio con sé: il Dio con noi. Infatti il Cristo è “il Dio
con noi”, il Verbo di Dio con noi. Ognuno di noi ha il Dio con sé, ha il
Pensiero di Dio. Non “siamo pensiero”: abbiamo la possibilità di pensare Dio.
Questa possibilità di pensare Dio (ecco perché abbiamo il Figlio che sta
parlando a noi per dare a noi la vita, per portarci al Padre), se noi
accogliamo, se noi aderiamo al parlare del Figlio, a quello che è il pensiero
di Dio in noi, questo ci conduce ad essere tutto pensiero del Padre, cioè a
pensare tutto Dio, perché più noi pensiamo Dio, più diventiamo pensiero di Dio,
fino a punto in cui il Padre ci fa suoi, cioè ci fa suoi figli. Ecco allora che
noi siamo in una situazione di possibilità che può continuamente aumentare o
diminuire. I poli estremi sono: certezza, cioè Figlio di Dio, oppure
impossibilità di comunione. Ecco, noi vivendo aumentiamo e diminuiamo questa
possibilità anche e soprattutto inconsciamente, perché a seconda di tutto
quello che noi diciamo, facciamo, ecc., aumentiamo o diminuiamo in noi questa
possibilità. È logico, perché noi diventiamo figli delle nostre opere. Quindi
naturalmente se io dico qualche cosa non secondo Dio, aumento un peso che mi
trascina verso l’impossibilità, cioè che mi fa diminuire la possibilità di
comunione. Tutto quello invece che faccio secondo Dio, conferma in me il
Pensiero di Dio, questo mi accresce nella possibilità di comunione. In questa
comunione però noi non entriamo fintanto che non c’è il superamento di tutto,
non soltanto di tante cose non secondo Dio, ma addirittura del pensiero del
nostro io, in modo che questo pensiero del nostro io, in modo che questo
pensiero del nostro io vengo assorbito del pensiero divino. Ma questo è tutto
opera del figlio che ci fa vivere. Questa è l’opera del Figlio che ci porta su
questa soglia del “tutto Pensiero di Dio” come Lui è, perché abbiamo detto, il
Figlio è tutto Pensiero di Dio. Ora se in noi c’è il Figlio, abbiamo in noi il
Figlio: il Figlio è tutto Pensiero di Dio. Naturalmente il Figlio operando,
parlando con noi, tende a fare di noi tutto pensiero di Dio, come Egli è.
Quindi quanto più in noi aumenta questo Pensiero di Dio, che può essere un
pensiero minimo tra tutti i nostri grandi pensieri che portiamo in noi, tanto
più trasforma tutto per noi in pensiero di Dio, e allora siamo su quella soglia
in cui Lui ci affida al Padre, affinché il Padre riconosce in noi i suoi figli
e quindi ci faccia suoi e quindi generi noi facendoci passare al campo
dell’essere. Perché diciamo, la vera differenza tra il Padre e il Figlio è
questa: il Padre dà l’essere, e il Figlio ci porta all’essere, perché il Figlio
è tutto pensiero del Padre. Però è solo il Padre che dà l’essere. E allora noi
avendo la possibilità di comunione non arriviamo alla comunione fintanto che
non riceviamo l’essere dal Padre. Per cui, fintanto che noi siamo nella
possibilità di comunione, abbiamo l’essere in quanto abbiamo in noi il Pensiero
del Figlio. Ecco perché c’è possibilità: c’è possibilità perché abbiamo: quando
io ho una cosa, ho sempre la possibilità di perderla; sono “possibilità”, non
“sono” quella cosa. Il giorno in cui “sono” quella cosa, non la perdo più.
Nino: Però
quando noi abbiamo il Figlio con noi, noi siamo in comunione col Figlio.
Luigi: Direi: il
Figlio mantiene la comunione con noi, nonostante noi, perché Dio dà a noi il
suo Pensiero senza di noi.
Nino: Ma quando
per opera del Figlio sono arrivato ad essere tutto pensiero “per” il Padre
(distinguo per maggior chiarezza tra “tutto pensiero del Padre, opera del Padre
e tutto pensiero per il Padre, opera del Figlio), io sono comunione con il
Figlio.
Luigi: Si, ma
non essendo ancora figlio, non c’è ancora quel “ut unum sint”, perché l’ “ut
unum sint” viene dal Padre, è dono del Padre. Siamo nel campo delle
possibilità. In questo campo delle possibilità noi possiamo avvicinarci molto
all’unione o possiamo tornare indietro, perché “abbiamo”.
Nino: Il punto
irreversibile è quello in cui il Padre si dona …
Luigi: Si, ma
fintanto che noi siamo lì, noi “abbiamo” con noi il pensiero che può diventare
tutto pensiero nostro. L’abbiamo, però. In questo “abbiamo”, possiamo sempre
perderlo perché appunto siamo oscillanti.
Nino: Ma
possiamo sperare sempre di più.
Luigi: Si,
appunto perché è possibilità. Questa possibilità può aumentare all’infinito,
come invece può diminuire all’infinito, fino a diventare impossibilità. Anche
in campo matematico si parla di probabilità. La probabilità oscilla tra la
certezza e l’impossibilità; ma tra la probabilità e la certezza, c’è sempre un
salto qualitativo, e quel salto qualitativo viene dal Padre. In matematica si
fa oscillare il campo della probabilità tra lo zero e l’uno. L’uno è la
certezza, lo zero è impossibilità. La probabilità oscilla tra questi due
termini. Però il passaggio all’uno è un passaggio di qualità, il passaggio alla
certezza.
Nino: Per il
passaggio da 0,99999999 (9 all’infinito), manca quello che è l’uno.
Luigi: Ecco,
manca l’elemento determinante. Se non scocca la scintilla dall’alto, non nasce
in noi l’unità. Ed è un salto di qualità.
Eligio: Alle
volte uno ha l’impressione di essere vicino e poi …
Luigi: “Hai”, ed
è per dono del Figlio; ma questo “avere” puoi perderlo. Guarda Lucifero,
satana, era un angelo ed è precipitato: “L’ho visto precipitare dal cielo”. Per
questo non far mai conto su te, su quello che sei, su quello che credi di
essere, perché l’essere è del Padre. L’essere è del Padre, non è mai nostro.
L’essere è del Padre. Come io dico: “Io sono”, precipito. Noi non possiamo mai
vantarci di essere, perché l’essere è del Padre e viene dal Padre. Il momento
in cui noi diciamo: “Io sono”, precipitiamo. Quindi mai far conto su noi
stessi.
Eligio: Il
Pensiero di Dio mi dà il Figlio di Dio; in quanto all’essere figlio di Dio, è
il Padre che lo determina.
Luigi: Nota che
Dio mi dà già suo Figlio, anche prima, senza di me, perché questa è la
condizione per potermi portare a diventare suo figlio; per questo, tutto è
opera di Dio, tutto opera del Padre, però abbiamo la ripetizione con noi di
quello che fa con suo Figlio. A un certo momento dice: “Io oggi ti ho
generato”. Ecco, arriva a questo.
Nino: Egli ci
dà suo Figlio fin dall’inizio.
Luigi: Fin
dall’inizio, senza di noi, e questa è possibilità.
Nino: Ma non ne
siamo consapevoli del tutto, fino a che non diventiamo tutto pensiero del
Padre.
Luigi:
Senz’altro, è logico, la coscienza di avere il Figlio è soltanto col Padre. È
per questo che la maggior parte degli uomini uccidono Dio e non se ne rendono
conto: rubano a Dio, perché attribuiscono a sé quello che invece è tutto dono
di Dio. Noi operiamo tutto nel pensiero del Padre, per il Pensiero del Padre,
nel pensiero di Dio, e attribuiamo tutto a noi, ci vantiamo noi: “Io sono qui;
io sono là; io ho fatto questo; io ho fatto quello”. Ed è tutto un furto. E chi
si rende conto che è un furto? Non ci rendiamo conto perché siamo lontani da
Dio. Lontano da Dio ci inganniamo.
Pensieri conclusivi:
Cina: Su questa
strada c’è sempre da essere snelli e c’è da camminare, non ci si può fermare.
Luigi: Non ci si
può appesantire.
Cina: O si
migliora o si peggiora.
Luigi: La
possibilità che abbiamo è sempre in aumento o in diminuzione.
Teresa: È proprio
vero che non possiamo mai vantarci di niente.
Luigi: Deo
gratias!! È una meraviglia! È un guaio quando uno si vanta.
Teresa: Dio dà a
tutti la possibilità di volere.
Luigi: Si, ma
bisogna anche capire che cos’è quella possibilità. Quella possibilità è data
dalla presenza del Pensiero di Dio in noi. Se aderiamo è tutta grazia sua, dono
suo, libero.
Emma: Dio vuole
sempre, siamo noi che a volte non sappiamo capire la sua volontà.
Luigi: Si,
l’importante è stare molto attenti, ed è una possibilità che possiamo aumentare
o perdere, dobbiamo stare molto attenti a quello che parte da noi, in modo che
quello che parte da noi sia secondo Dio, perché soltanto se è secondo Dio
aumenta in noi la possibilità di comunione, perché la vita è comunione. Noi
passiamo dalla possibilità di comunione alla comunione e dobbiamo tendere a
questo.
Emma: Ma come
facciamo ad essere certi della volontà di Dio?
Luigi: La
certezza, anche lì: più si va avanti, più aumenta il campo di certezza; invece
se siamo lontani, aumenta il campo d’incertezza e le confusioni. Più uno si
avvicina a Dio e più acquista capacità di discernere. Più uno è lontano invece
scambia il bene per male, la luce per tenebre, scambia tutto, ed è logico,
perché è soltanto nella luce che si vede la luce, è nella sua Verità che si
vede la Verità. Lontano dalla Verità confondiamo tutto.
Eligio: Mi è
servito molto la sintesi nella volontà e la precisazione su “Eccoti guarito”.
Pinuccia: Non
possiamo dire: “Io sono” perché precipitiamo.
Luigi: Certo,
perché Dio è. Se noi riuscissimo a stare sempre in quel “Dio è” e parlare di
quel “Dio è”, noi saremmo tutta Volontà di Dio, perché noi operiamo tutto in
funzione di quello che abbiamo presente.
Emma: A ogni
incontro entra qualcosa di buono in me, ma poi …
Luigi: Non
dobbiamo pensare a noi stessi.
Nino: Sia
lodato il Signore!