Il Padre infatti
ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa. Gv 5 Vs 20 Primo tema.
Titolo: Il puro sguardo di Dio: il figlio di Dio.
Argomenti: Mostrare naturale,
spirituale, divino. Il Padre donandosi fa essere il Figlio che è
tutto dono del Padre, tutto sguardo al Padre. Gesù parla a noi (mostra) per
renderci consapevoli di ciò che dobbiamo volere. Noi esistiamo anche se non guardiamo, il Figlio non
esiste se non guarda. Presso Dio il mostrare
è donare, donare è far essere. Dio mostrando
Sé, genera il Pensiero di Sé e quindi dona Se stesso e quindi ama, fa essere. Più costatiamo la nostra miseria più facilitiamo a Dio l’opera di condurci
a Lui. “Il Padre mostra al
Figlio ciò che il Figlio fa”. Il Figlio è
l’azione del Padre. Dono e disponibilità. Mostrare è amare.
15.Ottobre.1978
Pensieri tratti
dalla conversazione:
Luigi: Adesso Pinuccia ci legge i riassunti degli incontri
precedenti.
Pinuccia: Riassunto dell’incontro n. 132 del 14 maggio
1978 Domenica di Pentecoste.
In quel giorno si
commentò il v. 14 del capitolo 5 di San Giovanni: “E Gesù lo trovò nel Tempio”. Questo incontro nel Tempio è un segno
della Pentecoste, quando lo Spirito Santo trovò i discepoli di Gesù con Maria
riuniti nel Tempio. Solo se siamo trovati da Gesù nel Tempio possiamo trovare
la presenza di Dio. Fintanto che noi non siamo trovati da Dio, apparteniamo
ancora al primo mondo (quello che sperimentiamo), in cui Dio si annuncia ma non
si fa trovare. Siamo chiamati a fare il passaggio ad un altro mondo, in cui Dio
rivela la sua Presenza e a cui si riferisce Gesù quando dice: “Mi rivedrete di nuovo e la vostra gioia
sarà piena”. Gesù ce lo promette: “Finora vi ho parlato in parabole (1°
mondo), ma verrà il giorno in cui apertamente vi parlerò del Padre (2° mondo)”,
facendo coincidere questa rivelazione del Padre con la venuta dello Spirito
Santo. Gesù ci prepara a questo passaggio parlandoci in parabole, facendo
nascere in noi la fame, il bisogno di Dio, che culmina nei dieci giorni di
attesa tra l’Ascensione e la Pentecoste, ubbidendo al comando di Gesù: “Restate in Gerusalemme (cioè restate in
questa interiorità), in attesa di essere
investiti dall’alto”. In questa attesa l’anima non deve fare altro che
mantenere il silenzio di tutto il mondo e porre tutta la sua attenzione
all’Alto, al Padre, perché è di là che deve venire lo Spirito Santo: “Ve lo manderò dal Padre”. A Pentecoste
abbiamo la sintesi dei discorsi di Gesù sulla fine del mondo, perché la fine
del mondo, è il silenzio di tutto il nostro mondo vecchio. Si entra nel Tempio
con una ricerca attiva; ma nel Tempio si diventa tutto attesa (ricerca
passiva): si dipende tutto da Dio. La vera conoscenza dell’in Sé di Dio,
l’abbiamo solo nel Tempio, quando lo Spirito Santo scende dall’Alto e il Padre
dice a noi: “Tu sei mio Figlio”. “Dove Io
sono voi non potete venire”, perché siamo nel primo mondo. Si ha il
passaggio al secondo mondo quando il Padre dice: “Tu sei mio”, ed è quanto avviene nella Messa. È la parola di Dio
che trasforma l’offerta che noi facciamo del nostro pensiero nei dieci giorni
di attesa. Ma Lui dice questa parola soltanto quando trova la totale dipendenza
da Lui, il totale silenzio e la totalità di attesa e di pensiero. In questo
punto di incontro c’è la rivelazione della Presenza. Per approfondire ciò
teniamo come pensiero guida quanto dice Gesù: “Chi mi ama (ci propone un amore), osserverà la mia parola (perché con le sue parole osservate, cioè
approfondite, che conducono nel Tempio; fin qui la creatura è attiva: ama e
osserva) e il Padre mio lo amerà
(ecco il salto di qualità, il passaggio: è Dio che trova la creatura; usa il
futuro per far capire che approfondendo le sue parole ci scopriamo amati,
conosciuti dal Padre) e verremo in lui e
faremo in lui la nostra dimora”. Dio c’è già, ma fa noi capaci di
conoscerlo e di restare in Lui. Scoprire la Presenza di Dio è scoprire un
Essere che diventa pensabile, per cui noi possiamo dialogare con Lui quanto
vogliamo. Nella Pentecoste abbiamo la sintesi dell’opera di Dio e anche della
creatura che è morta al suo io, perché di fronte al Cristo morto, ha capito che
l’io è deicida. Superando il nostro io e pensando a Dio, troviamo il Cristo
risorto. Ora lì la creatura si occupa solo più del cielo e non più della terra
al centro della quale c’è l’io, perché ha sperimentato cosa vuol dire essere
senza Dio. La ricerca di Dio va fatta con umiltà, amore e attenzione, nel
silenzio di tutto, sapendo che tutto dipende dal Padre. L’accettare tutto da
Dio (anche l’offesa), ci fa entrare nel Tempio, perché ci fa morie al nostro
io. È ciò che parte dal nostro io che prolunga l’attesa e ci impedisce di
restare in Dio, perché questo non può ricevere la parola di Dio: “Questo è
mio”. Quando il Signore parla di futuro ( “amerà,
verremo, vi manderò, mi rivedrete” ecc.), annuncia solo una situazione di
consapevolezza, di scoperta di una cosa che c’è già; si scopre che tutto è
opera sua per formare noi. E una volta conosciuta la Verità, questa permane in
noi e l’anima tende a raccogliere tutto in essa: “Lo Spirito di Verità vi condurrà a vedere ogni Verità”. Questa
Pentecoste è personale, perché richiede un passaggio di amore. L’amore è sempre
un isolamento con la persona amata in un silenzio di tutto il resto. Dalla
fusione di Dio che si dona per possedere e comprendere e la creatura che si
dona per essere posseduta, nasce una creatura nuova, un mondo nuovo che assorbe
tutto il resto, anche il passato. Ed è lì che si scopre tutto l’amore che Dio
ha avuto per noi prima ancora che lo conoscessimo. A Pentecoste inizia il mondo
che parte da Dio e in cui si ricupera tutto. La creatura se non riesce a
partire da Dio, a recuperare in Dio, piuttosto non si muove; preferisce stare
sola con Dio che scendere al mondo. Non accetta più un processo diverso (cioè
partire dalle creature per arrivare a Dio), perché un processo diverso non le
dice più nulla. La scoperta della Presenza di Dio è fulminea, ma è preceduta da
una lunga preparazione: è una scoperta, una conoscenza che però è progressiva.
Ma questa scoperta dipende dal Padre, per questo bisogna vegliare con grande
pazienza, in attesa, senza stancarsi prima di arrivare alla meta. Gesù ci
raccomanda di restare fino a quando non saremo investiti dall’Alto. Se ci
stanchiamo perché tarda a venire, è perché siamo già fuori dall’amore.
Luigi:
L’argomento di oggi è questo: “Il Padre
ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa”. Innanzitutto
chiediamoci perché Gesù dice a noi questa frase. Teniamo presente che Gesù
parla per condurci a conoscere il Padre, perché soltanto conoscendo il Padre
troviamo la nostra vita eterna e nasciamo dal Padre e quindi troviamo anche la
nostra rinascita.
In questa tema proporrei di
incentrare la nostra attenzione sul verbo “mostra”:
“Il Padre mostra al Figlio tutto quello
che Egli fa”. E
suggerirei di considerarlo a tre livelli:
-
Il livello naturale della creatura
umana: cioè che cosa Gesù proponga all’uomo con questa frase.
Perché ogni frase, ogni parola di Gesù è una proposta e quindi anche una
promessa. Chi vuole si ferma a questo primo livello. Chi ne ha la possibilità,
può andare a considerarla al secondo livello;
-
Il livello spirituale:
cioè considerare questo “mostrare” in
senso spirituale, cioè sul piano spirituale. Perché fintanto che noi ci
limitiamo alla natura umana, è evidente che cosa vuol dire “mostrare”: “mostrare”
presuppone gli occhi, per cui quando una cosa si presenta ai nostri occhi, a
noi viene mostrata: noi vediamo con gli occhi. Ma spiritualmente gli occhi non
ci sono, e allora quand’è che si mostra spiritualmente? E che cosa significa “mostrare” spiritualmente? E poi, se il
Signore dà la possibilità di passare al terzo livello:
-
Il terzo livello è il livello divino,
cioè che cosa significhi che: “Il Padre
“mostra” al Figlio quello che fa”. E qui bisogna tener presente quello che
dice Gesù: “Il Figlio non può fare niente
se non lo vede fare dal Padre”. E ancora: “Egli fa tutto quello che il Padre fa”; e però ancora tener
presente che: “Tutto è fatto per mezzo
del Figlio, per mezzo del Verbo”. Ecco, bisogna cercare di unificare.
Questo al livello del divino.
Pinuccia: Che
differenza c’è tra il secondo e il terzo livello?
Luigi: Nel
livello spirituale siamo ancora nel campo umano, tant’è vero che noi
constatiamo che non basta a noi guardare con i nostri occhi. Ecco, noi, quando
guardiamo con i nostri occhi, non capiamo: vediamo ma non capiamo, per cui c’è
un altro guardare, che è un intendere. E questo è il guardare spirituale e si
riferisce ancora all’uomo. Quindi abbiamo uno sguardo spirituale. È un
mostrare. Ecco, uno può fare vedere una cosa ad un altro e l’altro la vede con
gli occhi, ma non la intende. E non intendendo ha bisogno ancora che lo si
faccia guardare sul piano spirituale
fino a che egli possa intenderlo. Allora abbiamo chi ci fa vedere qualcosa
materialmente ma questo non è intendere. E c’è invece che ci fa guardare spiritualmente,
e questo è intendere. Chi ci fa intendere ci fa guardare spiritualmente. Chi ci
presenta soltanto le cose ci fa guardare, ma non è ancora il guardare
spirituale. Al livello del Figlio di Dio, al livello divino, il Padre mostra al
Figlio tutto quello che fa.
Pinuccia: Figlio
Verbo?
Luigi: Si, il
Verbo.
Pinuccia: Non noi
figli?
Luigi: No.
Siccome noi siamo chiamati a diventare figli, qui abbiamo una promessa di Dio.
È la promessa di Dio per farci intendere che se noi ancora non vediamo il Padre
che mostra tutto quello che fa, non siamo ancora figli; però in quanto ce lo
annuncia, ci propone di diventare figli. Ma ci dice anche che quando si è
figli, si vede il Padre che mostra a noi tutto quello che fa.
Pinuccia: Ma lo
mostra su un piano diverso rispetto al secondo.
Luigi: È il
piano divino; il piano in cui genera il Figlio. Nel piano spirituale in cui si
fa intendere, non si genera ancora il
Figlio di Dio, si genera un atto di intelligenza.
Pinuccia:
Intelligenza di che cosa?
Luigi: Del
significato di ciò che si vede con gli occhi. È chiaro il tema? “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto
quello che fa”. Quindi qui ci invita ad approfondire (è parola di Gesù e in
quanto è parola di Gesù è un invito ad approfondire). Dico che la chiave di
questa frase è il verbo “mostrare”. Cosa vuol dire “mostrare”? Ora, mostrare
sul piano naturale è evidente: “Io ti mostro questo”. Ecco, questo “mostrare” è
sul piano naturale. Ma questo presuppone gli occhi. Sul piano spirituale e sul
piano divino, gli occhi non ci sono. Allora cosa vuol dire “mostrare” al
Figlio? Il Figlio non ha occhi come li abbiamo noi. Però noi quando vediamo con
gli occhi (il vedere con gli occhi non è intendere), capiamo che il vedere con
gli occhi è una privazione, è un vedere meno. Il vedere, il mostrare
spiritualmente è più importante del mostrare agli occhi. Tant’è vero che anche
un cieco che non vede, può però intendere certe cose. Quindi ad un cieco gli si
può mostrare spiritualmente, mentre non si può mostrare spiritualmente ad uno
che ha soltanto gli occhi. Il cieco esiste anche se non ha occhi per vedere.
Divinamente non si esiste se il Padre non mostra. Comunque ci possiamo fermare
anche al primo livello, cioè al livello dell’umano. Il livello dell’umano vuol
dire approfondire quello che Gesù ci propone, ci promette con quella frase. Se
possiamo passare al livello spirituale, allora cerchiamo di capire cosa vuol
dire “mostrare” spiritualmente. Non ci sono più gli occhi. Se poi il Signore ci
concede a passare sul piano divino: cosa vuol dire per il Padre “mostrare” al Figlio.
Siccome ognuno di noi è chiamato a diventare figlio, ecco, che cosa vuol dire
per il Padre “mostrare” al Figlio. Cioè, i tre piani. È chiaro l’argomento?
Nino: No, non è
chiaro, però dobbiamo approfondirlo. Il Padre ama il Figlio, è semplicissimo, la
cosa più semplice di questo mondo, però poi approfondirlo, non so se riuscirò.
Luigi: E gli
mostra tutto quello che Egli fa. È un mostrare non come un maestro che dimostra
all’allievo, no, perché tutto è fatto per mezzo di Lui.
Pinuccia: Nemmeno
va inteso nel senso “che fa intendere”?
Luigi: Neppure
“che fa intendere”, perché non è una cosa esterna, un rapporto, un rapporto uno
all’altro. È un mostrare diverso. Il rapporto tra Padre e Figlio è diverso. Che
è diverso de “mostrare”: io mostro una cosa i l’altro assiste. Non è che il
Padre faccia e il Figlio stia a vedere quello che il Padre fa e poi lo faccia
anche Lui. Non abbiamo l’azione del Padre separata da quella del Figlio,
altrimenti il Padre creerebbe un mondo e “Adesso fateci vedere il mondo che ha
creato il Figlio!”. Non ci sono due mondi: quello del Padre e quello del
Figlio.
Nino: Io
intuisco che è in rapporto alla parola “raccogliere”. E adesso devo vedere che
relazione c’è tra la parola “raccogliere” e la parola “mostrare”.
Pinuccia: Invece io
lo vedo più collegato con la parola “generazione”.
Rina: Il Padre
rivela Se stesso al Figlio, ma il Figlio ormai lo conosce. Il Padre non ha
bisogno di rivelarsi al Figlio.
Luigi: Teniamo
presente che la rivelazione è continua perché è vita eterna. Non è una
rivelazione “una tantum”, per cui il Figlio ha conosciuto. La generazione è
continua. Il Padre continuamente genera il Figlio. Noi siamo continuamente
voluti nella vita eterna da Dio.
Rina: Io lo
capisco per noi creature umane, ma il Figlio non ha bisogno di questa
rivelazione.
Luigi: Il Figlio
è sempre generato dal Padre, eternamente generato. Non è generato una volta,
altrimenti avremmo un tempo prima e un tempo dopo.
Nino: Dovremmo
pensare a un Padre muto, ha finito di parlare.
Luigi: No, no!
Continuamente dice: “Io ti voglio!”, cioè: “Io ti genero”. Così Dio verso la
creatura. La bellezza della vita della creatura è questa: che continuamente Dio
dice alla creatura: “Io ti amo”. Non lo dice una volta: continuamente la
creatura si vede pensata da Dio, generata da Dio, voluta da Dio. È il vero fare
del Padre. Questo è il vero fare. Non è il fare: “Adesso faccio questo e tu figlio sta lì a vedere: adesso hai visto?
Adesso fallo tu!”. Ecco, non è così; questo è sul piano umano. Altrimenti
avremmo il Figlio che dice: “Adesso ho
visto, adesso faccio anch’io”. Allora avremmo l’opera del Padre e l’opera
del Figlio. No!
Rina: Il Figlio
farebbe un’imitazione.
Luigi: No, no,
perché il Padre non fa nulla senza il Figlio. Fa tutto per mezzo del Figlio.
Nino: Insomma noi
siamo destinati a diventare tutto pensiero del Padre. Il problema è come
arrivarci.
Luigi:
Richiamiamo il tema: “Il Padre ama il
Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa”.
Cina: Mi è
parso di capire che il Padre vuole mostrare qualcosa a me. E per mostrarmelo,
devo fermarmi a guardare, altrimenti se sono sempre di corsa come fa a
mostrarmelo? E poi mi ha fatto intravvedere anche che dal fermarsi a vedere
quello che mi vuole mostrare, di lì verrà l’intendere, il capire; il ricevere
la vita. Perché se mi ama avrà qualcosa di bello da darmi.
Luigi: E che
cos’è quel qualcosa di bello da dare?
Cina: La vita.
Luigi: E che
cos’è la vita?
Cina: La vita
vera.
Luigi: E che
cos’è la vita vera?
Cina: Sono le
sue cose.
Luigi: E che
cosa sono le sue cose?
Cina: Quelle
eterne che non passano.
Luigi: E che
cosa sono quelle eterne che non passano?
Cina: Sarà
conoscere il Padre.
Luigi: È Lui! È
Lui! Quindi il Padre cosa mostra?
Nino: Se
stesso.
Luigi: Mostra Se
stesso! Il Padre vuole mostrare Se stesso. Mostrare Se stesso vuol dire
donarsi! Il Padre si dona! Donandosi fa essere il Figlio. Il Figlio è tutto
dono del Padre. È tutto sguardo al Padre. È tutto Pensiero del Padre. È tutto
fatto dal Padre. Il Padre dona Se stesso, quindi mostrando Se stesso fa essere
il Figlio. Quindi possiamo dire che il Figlio è tutto sguardo del Padre. Noi
non siamo figli perché siamo sguardo di tante cose, però siccome siamo chiamati
a diventare del Padre, tutte le cose che guardiamo, non le intendiamo, perché
intendiamo soltanto il Padre! Le altre cose non sono nostro padre quindi non le
intendiamo.
Rina: Gesù dice
a noi questa frase per condurci a conoscere il Padre, perché noi non vediamo il
Padre che opera.
Luigi: Quindi
questo su un piano umano.
Rina: Si, ma
vediamo le creature che operano e questo perché non siamo figli.
Luigi: Si,
perché il Figlio invece vede il Padre operare.
Rina: “E gli mostra tutto quello che Egli fa”.
Questo mostrare a livello umano potrebbe essere interpretato come una promessa di
un dono futuro che ci attende e al quale noi dobbiamo mirare per poterlo
raggiungere. E per aiutarci in questa impresa, il Padre ci manda il Figlio,
perché ci insegni a diventare figli. È ascoltando la sua parola che noi
troviamo la vita per arrivare al Padre. In questo ascolto, in questo
approfondimento, noi impegniamo la nostra vita.
Luigi: Troviamo
la nostra vita.
Rina: Si, e la
rendiamo un terreno fecondo per accogliere la rivelazione del Padre. Difatti se
noi educhiamo la nostra anima all’ascolto, vedremo Dio parlare in tutto,
sentiremo la sua voce e saremo figli. Infatti il Figlio è tutto ascolto del
Padre. Ed è qui che il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa, cioè rivela Se
stesso.
Nino: Il Padre
ama il Figlio Gesù, ma ama anche me, perché io sono chiamato a diventare figlio
per adozione, e vuole mostrarmi, come mostra a Gesù, al Verbo, eternamente,
vuole mostrare anche a me eternamente quello che fa: Se stesso. Tutta l’opera
del Padre ci è mostrata ed è posta sotto il nostro sguardo sempre. Dio non
nasconde niente: tutti lo possono vedere, però non tutti lo vedono. Noi vediamo
il creato, le creature: tutto è opera di Dio. Egli agisce in ogni cosa e in
ogni avvenimento e ogni uomo vede l’opera di Dio; non tutti però la capiscono e
la intendono. Per intenderla, bisogna aver capito la nostra relatività ad
essere trascesi sul piano dello spirito, aver superato il nostro mondo
sperimentale, materiale. Bisogna aver cominciato prima ad accogliere tutto da
Dio e poi riportare tutto a Dio. Però in questa azione noi siamo molto lenti.
Noi passiamo attraverso diversi gradi:
-
Prima abbiamo Gesù che ci fa
conoscere, direi, il carattere del Padre. Gesù ci dà degli esempi come il Padre
opera con il peccatore, con il debitore, con l’adultera, ecc.. Però sono degli esempi.
Se noi stiamo attenti a Gesù e seguitiamo con il nostro desiderio di arrivare a
conoscere, pian pianino incominciamo a scorgere i nostri errori, a ricuperarli
dopo (cioè prima commettiamo l’errore, poi riconosciamo il nostro errore, ma è
un recupero). Pian piano invece dobbiamo arrivare a vedere prima di errare ed è
quando noi siamo arrivati ad essere tutto pensiero del Padre, a pensare
continuamente a Lui, a riportare ogni cosa in Lui. È in quel momento là che noi
incominciamo a vedere prima di agire, e non più commettere gli errori di prima,
cioè comportarci come il Padre ci mostra. In quel modo lì, diventando pensiero
del Padre, noi pian pianino ci troviamo in eterna preghiera, in eterna unione,
e allora il Padre ci mostra Se stesso e noi ci comportiamo realmente,
diventiamo “Verbo di Dio” eternamente generato come lo è Gesù. Lui lo è stato
fin dal principio, noi da quel momento.
Luigi: E
mostrare cosa vuol dire?
Nino: Vuol dire
che noi diventiamo espressione del Pensiero del Padre. Ci comportiamo da
Pensiero del Padre. Cioè non facciamo niente che non abbiamo visto fare dal
Padre, come succede per Gesù. Questo io non lo so ancora esattamente.
Rina:
Riusciremo a vedere …
Luigi: Non
dipenda da noi.
Nino: Comunque
siamo predestinati. I tempi e il momento per questo, dipendono dal Padre. Si
arriva per opera del Padre, quando Lui vuole, non dipende da noi. Noi dobbiamo
essere però continuamente con quest’ansia di arrivare a conoscere.
Luigi: Bisogna
sapere prima di tutto quello che vogliamo. Sapere dove vogliamo arrivare,
perché se non sappiamo la meta, allora camminiamo in modo disordinato e tutto
ci fa deviare.
Rina: C’è una
nostalgia in noi che ci porta …
Luigi: Si, ma
questa nostalgia deve acquistare un Volto, una direzione, un orientamento,
ecco, deve diventare in noi consapevolezza di quello che vogliamo, altrimenti
noi possiamo anche avere nostalgia, ma questa nostalgia poi si proietta su
tutte le creature, su tutte le cose: l’amore al denaro, nel fidarsi nella
creatura, oppure nel far conto su tante cose. Invece deve diventare una meta
ben chiara, ben precisa, per cui noi sappiamo veramente quello che vogliamo.
Gesù, Verbo di Dio, parla a noi per renderci consapevoli di quello che dobbiamo
volere. Per questo ci propone la meta. Qui ci parla del Padre; ma parlandoci
del Padre ci orienta al Padre in modo che noi cominciamo a volere quello.
Quindi Lui parlando mostra (l’azione è del Verbo) a noi, quindi annuncia nel
nostro mondo (campo umano), un qualche cosa che ancora non vediamo, ma lo fa
affinché la desideriamo. Quindi l’Incarnazione del Verbo, il venire tra noi, lo
scendere suo tra noi, è un presentarsi agli occhi nostri. Ma presentandosi agli
occhi nostri, mostra a noi qualcosa di Sé; quel qualcosa di Sé che noi vediamo
cogli occhi ma non Lo comprendiamo. Però attraverso quello che noi vediamo
cogli occhi, Lui ci propone una cosa che ancora non vediamo, ma che dobbiamo
desiderare, perché solo desiderando potremo arrivare a vederla. La condizione
per poter ottenere i doni eterni, cioè per poter ottenere i doni eterni, cioè
per poter ottenere il Padre, la conoscenza del Padre, è il desiderare Lui, è
quindi prendere coscienza di quello che dobbiamo volere. Il Padre già parla, ma
noi non Lo vediamo. La differenza sta lì: che il Figlio vede il Padre, noi
invece vediamo le creature. Però noi sappiamo per fede, che Dio opera in tutte
le creature, opera, mostra a noi qualche cosa: lo mostra! Noi lo vediamo con
gli occhi, per mezzo degli occhi. Ma quello che noi vediamo per mezzo degli
occhi, non lo intendiamo. Allora abbiamo il secondo punto: quello che noi
vediamo con gli occhi, quello che Dio mostra a noi con gli occhi, non ce lo fa
intendere, ma ce lo fa desiderare d’intendere. Per intendere dobbiamo passare
oltre, arrivare a vedere in altro modo da come vedono gli occhi; non più con
gli occhi, perché quello che noi vediamo con gli occhi, non lo intendiamo. Però
questo ci mette il desiderio di intenderlo. Quindi quello che vediamo con gli
occhi è già una promessa, è una parola di Dio: le parole di Dio sono promesse.
Noi possiamo interrompere quest’opera di Dio, in quanto possiamo vedere con gli
occhi e non passare a ciò che ci fa desiderare quello che vediamo con gli
occhi. Perché? Perché abbiamo altro da fare. Allora non abbiamo tempo. Magari
lo desideriamo: “Chissà cosa vuol dire?”,
ma non abbiamo tempo per passare ad intendere quello che vediamo con gli occhi:
ci fermiamo all’apparenza. E allora Gesù, il Verbo, ci ammonisce: “Non fermatevi, non giudicate secondo le
apparenze, ma cercate il retto giudizio”. Ecco, approfondite, passate cioè
al secondo punto, ad intendere quello che vi è annunciato. Per l’intelligenza
di una cosa non si richiede più l’occhio, anzi, il più delle volte, si sente il
bisogno di chiudere gli occhi. In un primo tempo abbiamo gli occhi aperti.
Questa apertura è necessaria per formare in noi il desiderio di intendere
quello che ci viene mostrato; ma per passare ad intenderlo, capiamo che gli non
ci servono più. Per questo guardiamo, non intendiamo, però sentiamo il bisogno
di chiudere gli occhi per percepire qualcosa di diverso. Ma qui non siamo
ancora figli di Dio. Ecco, il Padre mostra al Figlio qualcosa ancora di
diverso, di molto diverso, perché l’abbiamo visto prima, il Padre mostra Se
stesso e mostrando, fa essere il Figlio. Mostrando fa essere il Figlio. Il
Figlio è tutto sguardo, tutto pensiero, quindi tutto sguardo al Padre. Il
Figlio vive guardando, esiste guardando il Padre. Noi non esistiamo guardando.
Cioè, per noi, esistiamo anche se non guardiamo. Un cieco esiste anche se non
vede niente. Noi esistiamo anche se non guardiamo, il Figlio non esiste se non
guarda. Il Figlio esiste soltanto come sguardo.
Rina: Non ha
altri interessi, ha solo quello del Padre.
Luigi: È Figlio
del Padre. Direi è lo sguardo del Padre che lo fa essere. La creatura che ama
tanto, è fatta da colui che ama, vive per colui che ama, è fatta dall’essere
amato. Portato al Figlio, noi abbiamo il Figlio che è fatto tutto dal Padre,
per cui è il Padre che lo fa essere: è tutto sguardo del Padre.
Pinuccia: Non è il
Padre che guarda il Figlio?
Luigi: Il Padre
genera il Figlio, lo fa essere: è logico, perché è il Pensiero del Padre.
Pinuccia: è la
consapevolezza di essere guardati dal Padre, di essere fatti dal Padre, quello
che ci fa figli, no?
Luigi: Certo.
Pinuccia: E questa
consapevolezza ci fa tutto sguardo del Padre?
Luigi: Tutto
sguardo del Padre, si capisce, e solo sguardo del Padre. Si, perché il Figlio è
tutto Pensiero del Padre. e cosa vuol dire “Pensiero del Padre”? Che guarda
solo il Padre; cioè guarda Colui che lo fa essere. Portato alle estreme
conseguenze: se io guardo un albero, se fossimo in senso puro, io sarei tutto
sguardo dell’albero; il che vuol dire che io sarei fatto dall’albero. Però non
posso essere fatto dall’albero. È lì che noi non abbiamo intelligenza di quello
che guardiamo, perché noi non siamo fatti da quello che guardiamo. Invece il
Figlio è fatto da quello che guarda, e allora ha l’intelligenza.
Rina: Questo
Figlio sente di essere protetto dal Padre?
Luigi: Si sente generato
dal Padre! si sente voluto, si sente amato! Ha nel Padre il motivo della sua
esistenza! Cioè il Figlio ha nel Padre il motivo del suo essere. Noi non
abbiamo in quello che guardiamo il motivo del nostro essere. Ho detto prima che
noi esistiamo anche se non guardiamo … Il Figlio non esiste se non guarda.
Rina: Io posso
capire la figliolanza che c’è tra noi e Dio, ma stento a capire la figliolanza
tra il Figlio Cristo e il Padre.
Luigi: Ma
soltanto comprendendo quella noi possiamo capire dove Dio vuole portarci.
Perché Dio vuole portarci ad essere tutto sguardo del Padre, ad essere tutto
pensiero del Padre, perché lì noi entriamo nella vita eterna. E lì abbiamo
l’intelligenza di tutto. Non solo, ma abbiamo una cosa grandissima: perché lì
il Padre diventa motivo di tutto quello che vogliamo! Non so se rendo l’idea.
Diventa motivo di tutto quello che vogliamo, per cui il Padre fa tutto quello
che fa per mezzo noi, perché è il motivo del nostro fare.
Rina: Quindi il
Verbo in noi è il Padre che ce lo mette?
Luigi: Certo.
Pinuccia: Allora
anche la frase: “Tutto è fatto per mezzo
di Lui”, può anche essere riferita a noi?
Luigi: Certo.
Nino: Se in noi
non si sarà affievolita l’ansia di diventare suoi figli, se arriva (quando il Padre
lo vuole) ad essere Pensiero, parola del Padre, a scorgere in noi, nel nostro
intimo, che il Padre ci mostra la sua eterna volontà. Il Padre ci mostrerà
eternamente Se stesso e noi diventeremo Verbo, eternamente generato come da
sempre avviene per la seconda persona della Santissima Trinità. In Lui
recupereremo tutto, capiremo tutto. Saremo l’espressione del Pensiero del
Padre, il mezzo, un mezzo per cui il Pensiero del Padre si manifesta;
preghiere, solo più preghiera in unione eterna nel Padre.
Luigi: Il fatto
meraviglioso sta lì: che presso Dio, nell’Essere, il mostrare è donare. Donare
è far essere. Mentre per noi sul nostro piano, donare non è far essere, in Dio
invece mostrare è far essere, è dare l’essere.
Pinuccia: Quindi
non è far capire.
Luigi: No, è
dare l’essere, per cui il Figlio è tutto dono del Padre. Il Padre mostrando Sé
al Figlio, fa essere il Figlio.
Nino: E si
capisce: il Padre donandosi, dona quello che Lui è: Verità, Vita, eternità …
Luigi: E allora
lì capiamo perché il Padre ama il Figlio. Ecco, meditando su “mostrare”,
arriviamo a capire l’amore. Mostrando, dona Se stesso, quindi fa essere: Dio,
il Padre; è essere, non può altro che donare Se stesso, quindi fa essere. Ma il
donare Se stesso e far essere è amare, no? Perché amare vuol dire donarsi
all’altro. Quindi si capisce come Dio è Carità, è Amore. Dio è tutto dono di
Sé, quindi dal mostrare arriva all’amore: Dio ama! Altrimenti non si poteva
capire donde nasca il concetto che Dio ami. Dio genera: questo lo capiamo. Dio
genera il Verbo, il Pensiero di Sé, si, perché essendo Essere consapevole di
Sé, genera il Pensiero di Sé. Ma da che cosa nasce il suo amore? Dio mostrando
Sé, genera il Pensiero di Sé e quindi dona Se stesso e quindi ama, fa essere.
L’amore non è altro che donare Se stesso, ma donare Se stesso vuol dire
mostrare. Gesù dice che dà la vita: dare la vita vuol dire “mostrare il Padre”.
Quindi l’amore vuol dire mostrare quello che uno ha. Il vero amore è mostrare,
perché mostrare è donare quello che uno ha.
Pinuccia: Quello
che uno è.
Luigi: Quello
che uno ha, perché quello che uno ha, lo fa essere. Ognuno esiste per quello
che riceve. Dio è. Ognuno di noi riceve l’essere da Dio e amando, dona quello
che riceve da Dio. Il Figlio dona la vita non in quanto dona il suo fisico, con
la morte: quello è un segno. La sua vita è il Padre. Vita del Figlio è il
Padre. Il Figlio dona a noi il Padre. Ed è il massimo dono di Colui che ama.
Anche se dessi la mia vita alle fiamme cosa risolvo? Ma se uno dona quello che
per lui è motivo di vita, all’altro, questo è il massimo dei doni. Se uno vive
tutto per una cosa e dona questo all’altro, dà veramente la vita all’altro,
perché dà la sua vita.
Pinuccia: A livello
umano con questa frase, Gesù ci propone la meta alla quale siamo chiamati.
Siamo chiamati cioè a diventare figli e quindi a sentirci amati dal Padre (“Il Padre ama il Figlio …”) e a
conoscere il Padre (“… e gli mostra ciò
che fa”). Se Gesù ce lo promette ce lo promette, e se ce lo promette ci dà
la possibilità di raggiungere ciò che promette. Proponendoci tale meta, Gesù ci
invita a camminare (“Alzati e cammina!”).
Questa affermazione di Gesù, considerata a livello spirituale, la vedo come un
impegno che Gesù dà all’uomo che aspira a diventare figlio: l’impegno di
raccogliere per poter vedere tutto nel Padre. Raccogliendo ogni cosa con Gesù
nel Padre, il Padre mostra il significato di ciò che fa. Ciò presuppone anche
la partecipazione attiva da parte della creatura ed implica ancora un rapporto
esterno tra Dio e la creatura. È un camminare verso il Tempio. Considerata a
livello divino, Gesù con questa frase ci rivela ciò che avviene nel Tempio,
cioè in che consiste la generazione del Padre: è un scoprirci amati, pensati,
fatti, conosciuti dal Padre. Ma questo avviene quando il Padre dice: “Tu sei mio: oggi ti genero”, cioè
quando fa il dono di Se stesso. Il Padre dicendo: “Tu sei mio”, genera, e generando mostra al Figlio tutto ciò che
fa, perché il Figlio si scopre pensato, voluto, fatto dal Padre. Anzi, la
stessa generazione quindi è una presa di coscienza dell’opera del Padre. A
questo livello non c’è più un rapporto esterno, ma intimo: la creatura è
generata, è diventata tutta pensiero del Padre, per cui non può più far nulla
se non nel Padre, se non lo vede fare dal Padre. È Gesù stesso che ci rivela
questa meta a cui siamo chiamati rivelandoci che Lui stesso, il Verbo, essendo
generato dal Padre, “Non fa nulla se non
lo vede fare dal Padre” e che “Ciò
che il Padre fa Lui pure lo fa”. Infatti: “Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Siamo cioè chiamati all’unità, ad
essere una cosa sola col Padre e col Figlio, nello Spirito Santo.
Luigi: È quel “pure” che forse mi fa capire che non ha
capito. Ma forse verrà a capirlo adesso. Il Vangelo anche, dice quel: “… pure il Figlio lo fa”. “Ciò che il Padre fa, pure il Figlio lo fa”.
Pinuccia: Prima di
riflettere su questo non lo vedevo riferito a noi.
Luigi: Ma siamo
sempre lì: “Quello che il Padre fa …”,
sembra che il Padre faccia, lo faccia vedere al Figlio, il Figlio lo vede e
allora anche il Figlio lo fa. Comprendi che allora noi ci troveremo in una
situazione in cui c’è un tempo in cui il Padre fa e il Figlio non fa per stare
a vedere. Non può essere, perché noi avremmo l’azione del Padre separata dal
Figlio.
Pinuccia: E invece
è contemporaneo …
Luigi: Vedi su
che cosa ci costringe la parola di Dio a meditare? Proprio meditando su questa
parola, ci conduce, ci inserisce nel mistero divino, nella Trinità divina, cioè
ci fa giungere alla vita eterna che è proprio questo partecipare alla vita dell’Essere.
Ora, quel “fare”: forse il concetto resta più chiaro se lo esprimiamo in questo
modo: “Il Padre mostra al Figlio tutto quello che fa”; diciamo: “Il Padre
mostra al Figlio tutto quello che fa fare al Figlio”.
Pinuccia: Ecco,
allora è più chiaro.
Luigi:
Comprendi? Il Padre mostra perché il Padre stesso diventa il motivo agente nel
Figlio. Il Figlio ha in Se stesso, cioè nel Padre, in Sé, la motivazione a ciò
che fa: allora il Padre gli mostra tutto ciò che fa.
Pinuccia: E “Tutto è fatto per mezzo di Lui”.
Luigi: E “Tutto è fatto per mezzo di Lui”; noi
dobbiamo raccogliere tutto quello che il Signore già ci ha fatto meditare su
questo rapporto tra Padre e Figlio. E già fin dall’inizio noi abbiamo visto che
“Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Ma
allora come fa il Padre a far tutto se mostra tutto quello che fa e allora pure
il Figlio lo fa? Non c’è quel “pure”
nel senso che intendiamo noi tra due esseri distinti. Ciò che il Padre fa, il
Figlio lo fa.
Pinuccia: Anche il
Figlio.
Luigi: Non “anche”.
Pinuccia: Però il
Vangelo dice: “anche”
Luigi: Lo so,
però va inteso così: “È il Figlio che fa
ciò che il Padre fa”. Perché quel mostrare non è il nostro mostrare. Il
mostrare del Padre, non è il nostro mostrare. Il nostro mostrare è: “Cina, vedi questa sedia?”. Ecco, questo
è il nostro mostrare. Io mostro così. No, il mostrare del Padre è così: Cina,
guardando dentro di sé, crea la sedia. Rendo l’idea? Guardando dentro di sé,
costruisce, crea la sedia. Ma chi le fa fare la sedia? Quello che ha dentro di
sé. Quindi il Padre è il motivo del fare del Figlio, ma il Figlio vede nel
Padre tutto ciò che fa, cioè ha nel Padre il motivo di tutto quello che fa. È
chiaro?
Nino: Forse
usando un’altra parola: ha nel Padre la ragione di tutto quello che fa.
Luigi: Si, la
ragione. Per cui tutto quello che fa, è il Padre che glielo fa fare.
Pinuccia: E glielo
fa vedere.
Luigi: E glielo
fa vedere. E si capisce: facendoglielo fare, glielo fa vedere. Ma il far vedere
non è il far vedere nostro.
Pinuccia: Cioè lo
fa essere.
Nino: È il
trovare in se stesso la ragione di quello che fa. Però quella ragione che trova
in se stesso è il Padre stesso.
Luigi: È il
Padre stesso.
Pinuccia: Prima hai
spiegato che mostrare è dare l’essere.
Luigi: Si, è
dare l’essere.
Pinuccia: E allora
perché dice: “Mostra quello che fa”.
Cioè non dona Se stesso?
Luigi: Certo, ed
è proprio donando Se stesso che mostra quello che fa. Tu capisci che proprio
donando Se stesso, il Padre dà al Figlio la possibilità (e scusate il termine
perché il termine divino non sarebbe così), di capire la ragione di tutto
quello che fa. Noi non abbiamo in noi la ragione di tutto quello che facciamo:
siamo motivati da tanti motivi esterni. Il Figlio invece ha nel Padre la
ragione di tutto quello che fa, per cui il Padre mostra al Figlio tutto quello
che fa. E noi siamo invitati ad arrivare a questa meta qui, ad avere nel Padre
il motivo, la ragione di tutto quello che facciamo.
Nino: In quel
punto lì la nostra volontà sarà la Volontà del Padre: coincideranno.
Luigi:
Coincideranno, quindi si diventa figli.
Pinuccia: Quindi
prima il Padre fa il dono di Sé.
Luigi: Se non
facesse il dono di Sé, il Figlio non avrebbe in Se stesso, cioè nel Padre, il
motivo di ciò che fa, quindi il Padre non sarebbe per Lui motivo per vedere
tutto quello che fa; come noi non possiamo vedere tutto quello che facciamo,
cioè avere in noi l’occhio per vederlo. Infatti ciò che facciamo non sappiamo
cosa sia, e quello che vediamo non sappiamo cosa sia.
Pinuccia: Cioè non
abbiamo in noi la ragione di quello che facciamo e vediamo.
Luigi: Non
abbiamo in noi la ragione, e anzi la ragione generalmente sono motivi esterni:
bisogni di fare.
Nino: Qualunque
cosa faccia Dio, conosce in anticipo tutto quello che avverrà da quello che ha
fatto. Noi non conosciamo niente. Noi diciamo una parola e non sappiamo le
conseguenze che seguiranno da quella parola. Noi facciamo qualcosa, non
sappiamo … poi le cose ci sorprendono. Ma noi non abbiamo la Sapienza di Dio.
Il giorno in cui avremo la Sapienza del Padre, noi avremo coscienza di tutto,
avremo coscienza di quello che è passato e di quello che avverrà dopo la nostra
azione. Sarà tutto logico, tutto spiegato in noi stessi. Sarà la Sapienza che
chiediamo con la preghiera all’inizio dell’incontro.
Rina:
Arriveremo a quella Sapienza?
Luigi: Ma è Dio
che ci conduce, se ci lasciamo condurre. Non è la nostra povertà, la
nostra non intelligenza che possa creare
un impedimento a noi, perché Dio crea dal nulla, costruisce sulla nostra
miseria, sulla nostra povertà. Quello che impedisce Dio è la nostra superbia,
il nostro orgoglio, il nostro credere di essere. Questo è ciò che impedisce a
Dio. Ma più noi constatiamo la nostra miseria, la nostra povertà, la nostra
impotenza, e più facilitiamo a Dio la possibilità di condurci. Il bambino che si
offre tutto alla mamma, rende facile il compito alla mamma; ma lo rende
difficile quando comincia a fare i capricci, quando comincia a fare di sua
iniziativa. Ecco, Dio non ha difficoltà a portarci al suo Infinito, perché Lui
è il Creatore e quindi non ha difficoltà: l’unica difficoltà è quando crediamo
di essere noi a fare; mettiamo la difficoltà in noi stessi, per cui il Signore
dice: “Io non sono venuto per i giusti, non sono venuto per i sani”, perché
fintanto che l’uomo crede di essere qualcosa, si trova nell’impossibilità di
ricevere il tutto; non può entrare nel Tempio. Dio ci fa entrare nel Tempio, ma
la condizione è quella di riconoscere che tutto è dono Dio. Fintanto che io
credo di poter arrivare a Dio con qualche cosa di mio, mi creo una situazione
di impossibilità. Dio continua a lavorare, ma continua a lavorare in senso
negativo, cioè per condurmi a constatare la mia miseria, la mia povertà. Quindi
ci sono due tempi dell’opera di Dio: nell’essere semplice Dio opera in senso
positivo per portarlo nel su Infinito; nell’essere invece che è superbo, Dio
opera per distruggere, per annullare questa deformazione, per far scendere
l’uomo dal suo piedistallo, in modo da condurlo poi al suo infinito. Cioè Dio
viene per accecare colui che crede di vedere e viene per dare la luce a colui
che è cieco. Ecco i due tempi. Fintanto che noi crediamo di vedere e facciamo
leva sui nostri mezzi, sulle nostre virtù, sulle nostre potenze, sulla nostra
intelligenza, sulla nostra buona volontà, oppure sui nostri mezzi oppure sulle
creature, ecco, Dio, fintanto che noi siamo così, deve operare per farci
scendere dal piedistallo.
Pinuccia: “Il Figlio non fa nulla se non lo vede fare
dal Padre”: mettendo questa frase in relazione con quella meditata oggi,
vorrebbe dire che non fa nessuna cosa se non dipende dal Padre, se non è
generata dal Padre quella stessa cosa che fa?
Luigi: Si
capisce, se non è motivata dal Padre.
Pinuccia: Quella
motivata vuol dire “essere fatta”?
Luigi: Certo.
Nino: Vuol dire
ritrovare in se stesso il Padre che gli dà la ragione di quello che fa.
Luigi: Lui è
mosso dal Padre.
Pinuccia: Ma deve
conoscerlo molto per …
Luigi: Il Figlio
è tutta conoscenza del Padre.
Nino: Quelle
poche volte che noi agiamo secondo Dio, noi abbiamo raccolto nel Padre, ed è
quando abbiamo deciso di non agire più secondo i nostri riflessi, secondo
l’apparenza, ma secondo Dio. Quindi incominciamo ad interrogare Dio prima di
agire: “Tu, Dio come mi dici di fare?”.
Dio mi dice cosa fare e mi dà, in me stesso, la ragione di quello che io debbo
fare, me la trovo dentro di me. Quello è Dio che parla.
Rina: Non
sempre però!
Luigi: Tu
capisci che allora a quel punto lì Dio ti mostra tutto quello che fai?
Nino: Non tutto
perché non sempre sono così.
Luigi: Comunque
quando fai così, Dio ti mostra quello che fa.
Nino: Però
quando io comincio a ragionare, dopo che magari ho risposto di riflesso a
quello che ho ricevuto, riconosco di aver sbagliato e invoco allora la luce di
Dio: “Dio, dammi la luce”, e Dio ti dà
la luce, te la dà, non c’è verso, la senti immediatamente. Io non so, sbaglio
continuamente, ma tutte le volto che ho chiesto così, non mi è stato negato.
Quindi, non posso dire: “Dio non mi ha
mai risposto!”, posso solo dire: “Dio
mi ha risposto sempre!”. Sono io che non sempre ho chiesto a Lui. In quel
momento io sono stato figlio di Dio; sono caduto di nuovo, però in quel momento
lì … Il momento in cui sarò riuscito sempre a chiedere la ragione a Lui delle
mie azioni, e sempre in me stesso io avrò trovato la ragione secondo il suo
Pensiero, io sarò diventato figlio. È una cosa semplice a dirsi, una cosa
difficile a realizzarsi, però è così. Io non la vedo difficile da capire, la
vedo difficile a realizzare perché ho mille catene intorno che devo sciogliere.
Però l’ho sperimentato; anche lei l’ha sperimentato chissà quante volte
chiedendo a Dio quel che deve fare in una certa azione: Dio gliela dà. Non è
che non gliela dia. Lei provi un po’ a dire: “Io farei così”. Dio le dice subito: “Neanche per idea”, e allora … Direi che è una cosa che si sente.
Rina: Lei è già
molto avanti, perché io direi che è il mio buon senso, la mia coscienza che mi
suggerisce di fare questo.
Nino: Non sono
avanti … L’unica cosa è che qualche volta riesco a riflettere. Voler avere
tutto spiegato, invece è una bella cosa ma è anche uno scanso di fatica.
Bisogna aver pazienza e la cosa approfondirla un po’ noi stessi, perché se noi
facciamo la fatica, poi ci rimane. Se noi invece ascoltiamo cose giuste e vere
ma non le approfondiamo, poi ci sfuggono … io mi ritrovo tutti i giorni a
riscoprire delle cose che sapevo già, che ho già sentito; le riscopro. Perché?
Perché non le avevo acquisite … Penso che dobbiamo lavorare un po’.
Pinuccia: Allora: “Il Padre mostra al Figlio ciò che Egli fa”,
coincide con: “Il Padre mostra al Figlio
ciò che il Figlio fa?”.
Luigi: Certo.
Nino: Si, ma
molte volte mostra Se stesso …
Luigi: Però non
è che il Figlio faccia e poi presso il Padre trovi la giustificazione.
Pinuccia:
Contemporaneamente.
Luigi: Si,
contemporaneamente, nel senso che il Figlio fa ciò che il Padre gli fa vedere
che deve fare, perché Lui lo vede nel Padre. Ha nel Padre la ragione di Sé.
Cosa fa il Padre? Il Padre genera il Verbo. Ma in che cosa consiste questo
generare il Verbo? Dona Se stesso, per il Verbo è sguardo, è Pensiero del
Padre. e guardando il Padre scopre Se stesso. Ma come scopre Se stesso? Scopre
Se stesso come Pensiero del Padre. Se noi fossimo capaci di guardare il Padre,
noi scopriremmo noi stessi come Pensiero del Padre. E allora scopriremmo la
figliolanza.
Nino: Non solo
come Pensiero del Padre, ma come azione del Padre.
Luigi: L’azione
è una conseguenza. Il pensiero diventa l’azione del Padre.
Nino: Diventa
azione.
Pinuccia: Il fine
non è l’azione.
Luigi: Il fine è
l’azione del Padre! Quando il Padre dona Se stesso, il Figlio è l’azione del
Padre. Per cui il Figlio conosce Se stesso come generato dal Padre. Guardando
il Padre conosce Se stesso. E anche noi: la vera conoscenza di noi non
l’abbiamo nel: “Conosci te stesso”;
ma l’abbiamo nel conoscere Dio, perché è conoscendo Dio che scopriamo chi siamo
noi.
Nino: Lo
invochiamo nel “Padre nostro”: “Sia fatta la tua volontà”.
Rientrando in me stesso,
riflettendo, mi sembra che le cose non siano così difficili da capire. Non dico
che siano facili da realizzare, che è un’altra cosa.
Cina: A me fa
sempre bene quando mi sento dire: “Qual è
il pensiero che ti porta avanti? Che ti dà il motivo di vita?”. Perché
allora mi rendo conto che magari sto andando dietro a ciò che mi capita,
all’incontro avuto, a cosa devo fare o ad una persona che soffre o che ha
bisogno di questo o di quello, e mi accorgo che devo raccogliermi in una parola
di Dio che mi dia vita per non lasciarmi più portare dalle altre cose. E
stasera mi rimane che Dio è nostro motivo in tutto.
Rina: Quindi il
Pensiero di Dio dovrebbe essere motivante tutta la nostra vita?
Luigi: Si, certo
e bisogna arrivare a questo.
Nino: È quello
che è difficile da realizzare! Non è così difficile da capire!
Luigi: Guarda
che arrivare a capirlo è già un grande dono di Dio. È un grande dono di Dio
perché in quanto arrivi a capirlo, è Dio che te lo ha mostrato.
Nino: Tu mi
dici che è già un dono di Dio: quelli sono i talenti che alla fine non sono
valutati. Sono d’accordo che è un dono, ma non c’è nessun merito in me, c’è poi
bisogno di farlo fruttificare.
Luigi: Si, ma
adesso non dire “merito”, quello non interessa. Io però ti potrei anche dire
che se questo dono ti è stato dato, è perché tu, sotto un certo aspetto (tu non
lo puoi sapere, lo sa il Signore), ti sei reso disponibile, altrimenti il dono
non ti sarebbe arrivato. I doni arrivano nella misura in cui sono desiderati e
noi ci rendiamo disponibili. A cose fatte noi diciamo che intendere è già
tutto, no, no, richiede della disponibilità, richiede interesse, ecc..
Rina: Molto
silenzio con Dio, molto raccoglimento ci vuole.
Nino: Eppure mi
sento tanto mancante …
Luigi: “Avessimo anche fatto tutto quello che
dovevamo fare, il Signore dice: “Riconoscete sempre che siete servi inutili”.
L’importante è questo: servi inutili. Quindi l’importante è questo. Però, dico,
tutti i doni eterni, non quelli terreni, tutti i doni dello Spirito,
presuppongono nella creatura una certa disponibilità per quelli, un’apertura,
un desiderio, altrimenti non vengono dati. Il Signore li promette ma li tiene,
perché la condizione per poterli dare è che la creatura li chiami, li desideri,
li invochi. Quindi, ci vuole questa disponibilità; altrimenti noi non capiamo.
Per questo dico che il capire è già un grande dono. Adesso tu dici: qualcosa lo
capisco. Paragonati a dieci anni fa e vedi quello che c’è stato … Cosa c’è
stato in mezzo? C’è stato che dietro a tante proposte, tu a poco per volta, hai
prestato attenzione, interesse, ecc.. Soltanto il fatto, ad esempio, di venire
qui; tu ti rendi disponibile per una mezza giornata. Per quale motivo? Potevi
lavorare la campagna, potevi dedicarti alla famiglia, potevi andare in giro, e
invece no. Vedi che fai delle scelte? Vuol dire che ritieni questi argomenti
interessanti. In quanto li ritieni interessanti, Dio ti apre l’anima ad
accogliere. Cioè arrivi al dono di capire. Tu dici: ma quando io capisco, sono
infinitamente lontano poi lontano dal fare. Dico che il capire è già un immenso
dono di Dio, perché ci fa diventare sguardo su Dio. Pensiamo alla capacità di
poter guardare Dio, di poter pensare Dio: è un dono immenso! La capacità di
pensare Dio! Portiamoci in punto di morte: il fare è tramontato tutto, in quel
momento cosa interessa? Il poter pensare Dio, il poter guardare Dio nel momento
della nostra morte! Se noi nel momento della nostra morte possiamo pensare Dio,
in quel momento lì siamo tutto sguardo di Dio! E si realizza il puro sguardo di
Dio! Cioè il figlio di Dio!
Pinuccia: Può
realizzarsi solo al momento della morte?
Luigi: Il
Signore dice: “Molti vedranno il Regno di
Dio prima di morire”. No, si realizza alla morte a noi stessi. Questa è la
condizione: morte a noi stessi e morte a tutto quel mondo che ha per centro il
pensiero del nostro io. Venendo qui, per esempio, noi abbiamo lasciato tanto
mondo che si riferiva al nostro io. È già un certo morire. Morire vuol dire
lasciare, trascurare. Mentre prima non trascuravo niente, perché se perdevo
mezzora perdevo un guadagno, un interesse, una figura, ecco, adesso sono
disposto a lasciare, perché al centro di tutto questo mondo c’è il pensiero del
mio io e lo lascio per altro. È proprio con questa capacità di lasciare che si
valorizza di più lo spirito, si valorizza di più Dio. Cioè si incomincia a
diventare dipendenti da Dio, figli di Dio, amanti di Dio. Ed è questo che ci fa
figli. È il tanto amore per Dio che ci fa diventare tutto figli di Dio. Ecco
allora si fa solo ciò che piace a Dio e facendo solo ciò che piace a Dio, si
resta uniti a Dio e restando uniti a Dio, si realizza la vita vera. Per cui non
si fa niente se non ciò che si vede fare dal Padre. Non lo si vuole fare più.
Si diventa tutto sguardo del Padre, tutto Pensiero del Padre.
Nino: Ma il Padre
lo troviamo dentro in noi.
Luigi: Certo.
Pinuccia: Ma
vederlo fare!
Luigi: Non ci
siamo …
Nino: Ma
vederlo fare; il verbo fare non è la parola esatta? Non lo vediamo fare.
Luigi: Perché
noi ce lo immaginiamo in modo antropomorfo: ecco, per cui dico: “Io voglio vedere il Padre fare”. Non è
un vederlo fare ma è avere in Lui il motivo del fare.
Rina: Oppure
vederlo anche operante.
Luigi: Chi ha in
se stesso la ragione, il principio, ha un principio luce, un principio di
conoscenza: è il punto luce! Il Padre è la ragione di quello che operiamo.
Nino: Noi
vediamo la ragione. La ragione è quella che ci giustifica, se no siamo dei
plagi.
Luigi: Il dono
grande di Dio sta lì: che Lui rivela Se stesso in noi e rivelando Se stesso,
Lui che è luce, dà a noi la capacità di fare tutto motivati da Lui, per cui
abbiamo in noi stessi la conoscenza di Lui, la ragione di tutto il nostro fare.
Capisci? È lì la meraviglia! Che abbiamo in noi stessi la ragione di tutto il
nostro fare, di tutto il nostro vivere. Chi ha in se stesso la ragione del suo
vivere, se dovesse dire qualcosa, che cosa direbbe? “Io non faccio niente se non lo vedo fare dal Padre”. Ecco: “Io non faccio niente se non lo vedo fare
dal Padre”. Ecco il figlio!
Nino: Forse
togliendo quel “fare” è più chiaro.
Luigi: Eh già!
“Io non faccio niente se non lo vedo fare dal Padre”, quindi motivato dal
Padre.
Nino: Bisogna
approfondire le parole del Vangelo, perché le parole ci ingannano.
Luigi: Certo,
bisogna approfondirle, perché le parole sono parabole, e quindi vanno
approfondite. Adesso ritorniamo lì: “Il
Padre ama il Figlio e gli mostra tutto ciò che fa”. Ti sembra di capire?
Rina: Diventa
la ragione di tutto quello che fa.
Luigi: Diventa
in Lui ragione di tutto quello che fa, in Lui.
Pinuccia: “Gli mostra tutto quello che fa”; quello
che fa il Figlio?
Luigi: Tutto
quello che fa il Figlio.
Pinuccia: Non
quello che fa il Padre.
Luigi: No, lo
sto dicendo!
Nino: Tutti e
due. Sono due centri di azione.
Cina: A me
dice: “Vieni, ti faccio capire cosa …”..
Luigi: “… cosa voglio!”.
Cina: “… cosa ti voglio mostrare”.
Luigi: “Cosa voglio che tu faccia?”.
Cina: Ha
qualcosa da mostrarmi.
Luigi: Ha da
mostrarmi Se stesso.
Cina: Si, così!
Il Padre
infatti ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa Gv 5 Vs 20 Secondo tema.
Titolo: Il dono della
Presenza.
Argomenti: Il Figlio ha in Se stesso il Padre. Sguardo materiale: superficiale, sguardo intellettuale:
intelligenza, sguardo divino: dono di Presenza che fa essere il Figlio. L’amore di Dio:dono di Sé. La
lontananza da Dio. Il Figlio di Dio vede
per mezzo del Padre. Diventiamo figli in
quanto per mezzo del Figlio impareremo a guardare il Padre. Coscienza e intuizione. Dio non si lascia
strumentalizzare, ma solo contemplare. Il Pensiero di
Dio non è la mia coscienza.
22.Ottobre.1978
Pensieri
tratti dalla conversazione:
Nino: “Gli mostra quello che Egli fa”. Quel
“fare” tutti e due la stessa cosa; come va inteso? Forse come se il Padre col
pensiero gli facesse vedere come in un film quello che Lui intende? Cioè glielo
rappresenta e poi Lui lo compie.
Luigi: Quello
può avvenire in te, nella creatura. In Mosè per esempio, è avvenuto questo; sul
monte Sinai il Signore gli fece vedere come doveva essere il Tabernacolo e poi
gli raccomandò: “Adesso sta attento,
andando giù, di fare fedelmente tutto come Io ti ho fatto vedere quassù”.
Quindi gli fa vedere quasi in un film, come deve essere il Tabernacolo, poi gli
dice: “Adesso vai giù, cioè scendi tra il
tuo popolo nel mondo e sta attento a compiere fedelmente tutte le parti come ti
ho fatto vedere qui sul monte”. Quello che anche Gesù dice ai suoi
discepoli: “Quello che ascoltate nelle
tenebre, predicatelo sui tetti”, cioè fate nel mondo quello che ricevete
nel segreto. Quindi con la creatura questo avviene. Nella divinità, l’abbiamo
visto domenica scorsa, il mostrare del Padre è un dare Se stesso al Figlio. Il
Padre dona Se stesso. Dio è infinito e quindi il donarsi dell’Infinito, il
mostrare dell’Infinito, non è un mostrarsi per parti, è un donare Se stesso.
Nino: È difficile
da capire!
Luigi: Intanto
possiamo chiederci: perché Gesù ci parla di questi argomenti? Teniamo presente
che Gesù ci parla di questi argomenti perché ci educa a diventare figli, quindi
ci insegna qual è la meta alla quale dobbiamo tendere: “Guardate che come figli si vive così”. Ora qual è la
caratteristica di questo? Il Figlio ha in Se stesso il Padre.
Nino: Capisco,
perché l’ho sperimentato, quello che è l’insegnamento esplicito (“questo è
giusto, questo è sbagliato”), ma proprio il compiere una cosa che io non ho in
mente, ma è in mente del Padre e che il Padre ad un certo punto mi comunica
quello, mi riesce più difficile.
Luigi: Lo so,
però non dobbiamo proiettare nel divino, quello che è il nostro “sperimentato”.
Quindi il film tu non lo puoi proiettare nel divino. È un segno, però non
dobbiamo proiettarlo nel divino. Nel divino non avviene il filmato, però nel
divino avviene il dono: il Padre che pensando a Se stesso genera il Verbo, cioè
dona Se stesso al Verbo, per cui il Verbo è tutto Pensiero del Padre, è tutto
sguardo al Padre. Noi esistiamo anche quando non guardiamo. Il Figlio non
esiste se non guarda, perché è solo sguardo al Padre, è tutto sguardo al Padre.
E cosa vuol dire questo? Che il Padre si dona al Figlio, ma donandosi al
Figlio, dona al Figlio il Principio di tutta la creazione, il principio di
tutto …
Nino: La
difficoltà per capire è portata da questo: il Figlio è tutto sguardo del Padre,
però il Padre dona Se stesso. Quindi lo sguardo non c’entra più; lì c’entra
qualcos’altro; c’entra il Figlio trovarsi il Padre in Sé.
Luigi: Si, cioè
il Figlio è Pensiero del Padre. Quindi è sguardo sul Padre, è sguardo al Padre
e noi siamo chiamati a guardare Dio.
Nino: Non si
riesce a dire con parole umane.
Luigi:
D’accordo, però in quanto Gesù parla in questi termini, parla per educarci a
questa vita, per insegnarci quindi a tendere verso questo, cioè ad avere in Dio
il motivo di tutto ciò che facciamo.
Nino: Ma il
fatto di avere Dio a motivo della vita, questo è pacifico, perché se no non si
capisce più niente. Quello cioè è un passaggio obbligato.
Luigi: Ma tu
capisci che in quanto sei motivato, tu hai Dio come Padre.
Nino: Adesso io
ero più terra – terra: cercavo di capire come avviene il meccanismo.
Luigi: Come
avviene la motivazione?
Nino: Il
meccanismo dell’azione; non lo scopro ma lo intuisco.
Luigi: Si, ma
non è un filmato, come non è neppure un ascoltare parole umane da Dio. Devo
mettermi nel silenzio e cerco di ascoltare quello che Dio mi dice, quasi che
uno si aspettasse parole umane, come diciamo così tra noi. No, il Padre non fa
il filmato come visione e non usa il parlato umano come parola.
Pinuccia: Ma questo
neppure con la creatura che diventa figlio di Dio?
Luigi: Neppure,
può usarle: il Verbo di Dio usa parole umane tra noi, però …
Nino: Quando
noi raccogliamo in Dio qualcosa, Dio non ci parla con parole umane!
Luigi: Ci parla,
ma parla il suo Verbo: il suo Verbo non è parola umana.
Nino: Anche
quando eravamo lontani da Dio, capivamo che Dio non parla come noi, che se sue
vie non sono le nostre vie.
Pinuccia: Però
parla …
Luigi: Parla, ma
la Parola di Dio è dono della sua Presenza, e il dono della sua Presenza, in
noi diventa luce; ma è dono di Presenza. Così avviene con il Figlio: il Padre
dona la sua Presenza e la sua Presenza diventa motivo di esistenza del Figlio;
motivo di esistenza. E a questo dobbiamo tendere noi!
Nino: Ma lì c’è
un passaggio che mi sfugge: il fatto che Lui fa essere il Figlio è chiaro, come
è chiaro che Lui ad un certo punto si comunica; però il modo che Lui ha di
comunicarsi, per quel che posso aver sperimentato io è una cosa, per quello
però che può aver sperimentato il Verbo, che è Dio (quindi è anche logico che
io nella mia miseria abbia difficoltà a capire) …
Luigi: Anzi, noi
non lo capiremo mai nel pensiero del nostro io.
Nino: È una
cosa che per adesso mi supera, e può darsi che ad un certo punto mi si
chiarisca. Per adesso lo accetto.
Luigi: Noi
attualmente possiamo sperimentare tre tipi di sguardo: abbiamo lo sguardo con
gli occhi, per cui vediamo; ma quello che vediamo con gli occhi non lo
intendiamo, quindi quello è superficiale. Poi abbiamo lo sguardo intellettuale,
con il quale intendiamo, cioè arriviamo all’intelligenza. E poi abbiamo lo
sguardo divino: nello sguardo divino abbiamo il dono dell’Essere, cioè è Dio
che dona Se stesso. Cioè è dono di Presenza. Ora il dono di Presenza fa essere
il Figlio.
Nino: Che Dio
faccia essere è logico: è il Creatore, non è difficile capire che faccia
essere.
Luigi: Si, il
Figlio però non è creato.
Nino: Come anche
non è difficile capire che dal momento che Lui manca, noi crolliamo. È il modo
…
Luigi: Si, ma
vedi, noi generalmente siamo abituati a giudicare il vedere in base agli occhi:
invece c’è un vedere spirituale che evidentemente non è in base agli occhi.
Nino: No, non
ho difficoltà a capire che i mezzo sono diversi da quelli che banalmente ho
suggerito come esempio, quello del film.
Luigi: Però noi
possiamo dire: il Figlio che non ha occhi, come fa a vedere il Padre?
Nino: Ho usato
l’esempio del film per stimolare una spiegazione …
Luigi: Comunque
io non so dire altro che il Padre dona la Presenza di Sé. Donando la Presenza
di Sé, dona al Figlio la possibilità di agire, perché ha la motivazione in Sé,
mentre per noi i motivi generalmente sono fuori di noi.
Nino: Ma il mio
problema deriva dal fatto che Uno fa e l’Altro fa: quindi non è solo un
suggerire, è un vedere fatto nel Padre. Fanno tutti e due, non è che uno serva
di stimolo all’altro.
Luigi: Avevo già
fatto l’esempio del maestro artigiano e dell’allievo: non è che il Padre sia
come il maestro artigiano che faccia davanti al figlio qualche cosa e poi dica
al Figlio: “Adesso fa anche tu!”,
perché avremo un momento in cui il Padre farebbe senza il Figlio.
Nino: No, lo fa
in modo diverso.
Luigi:
In modo diverso, perché quello che fa il Padre non è un fare come possiamo
intendere noi: mostrare al Figlio quello che Lui fa e il Figlio dopo vedendo
ripete anche Lui quello che il Padre fa, no. Non siamo su quel piano lì.
Altrimenti, tu capisci che il primo tempo sarebbe un agire senza il Figlio:
quando il Padre fa e il Figlio guarda, il Padre fa qualche cosa senza il Figlio
e allora siamo in contraddizione con quello che dice: “Omnia per ipsum facta sunt”, “Tutto
è fatto per mezzo di Lui”. Quindi evidentemente quel fare del Padre è una
cosa diversa da come possiamo intendere noi. E allora avevamo detto che il fare
del Padre è donare Se stesso. Donando Se stesso, dà l’Essere al Figlio: dà Se
stesso al Figlio. Dà quello che Lui è. Per questo è Carità: l’amore è dare
quello che uno è all’altro.
Nino: Cosa che
noi non riusciamo mai a fare.
Luigi: In senso
puro solo Dio lo fa. Noi quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più abbiamo la
possibilità di fare come Dio fa. Ecco, per questo il Figlio parla a noi; parla
a noi per portarci a quel livello, perché in Dio faremo una cosa sola, ameremo
come ama Dio: “Siate perfetti come è
perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, quindi il Figlio parla tra noi
per portarci al suo livello, affinché facciamo una cosa sola con Lui. È Lui che
ci fa diventare figli. “Nessuno può
salire al cielo se non Colui che discende dal cielo”. “Nessuno può venire al
Padre se non per mezzo di Me”: ma arrivare al Padre che cosa vuol dire?
Ecco, arrivare proprio a godere di questa Presenza, di questo dono della
Presenza del Padre in noi: in noi. Ma cosa vuol dire avere questa Presenza del
Padre in noi? Vuol dire avere la possibilità, direi, di creare con Lui, di
operare con Lui; eppure non siamo noi che operiamo, ma è tutto Lui che opera,
perché il motivo di tutto quello che fa è Lui.
Nino: Quando
noi diamo che abbiamo la ragione in noi stessi non è ancora una cosa che
corrisponde a tutta la verità, perché più che una ragione noi abbiamo
addirittura Dio in noi.
Luigi: Una
Presenza. Per questo dico che abbiamo tre livelli: 1) abbiamo il livello dei
nostri mezzi umani (gli occhi); 2) abbiamo il livello intellettuale; 3) e poi
abbiamo il livello divino, abbiamo la Presenza. A livello intellettuale capiamo
i motivi, ma non abbiamo la Presenza dell’Essere. Invece sul piano divino
abbiamo il dono dell’Essere, cioè abbiamo la Presenza: Dio dona Se stesso e
cioè si rende presente, ma non presente con gli occhi, come pensiamo noi.
Nino: Allora
non è assurdo dire: se noi arrivassimo ad avere l’intelligenza di Dio, noi
avremmo la spiegazione di tutto? Questo cessa di essere assurdo nel momento in
cui noi diventiamo figli?
Luigi: Certo.
Nino: Perché
nel momento in cui diventiamo figli, il Padre ci rende chiara ogni cosa. Non è
che dobbiamo insuperbirci, ma è il Padre che ne fa dono, rendendoci ogni cosa
intellegibile.
Luigi: Certo,
si, perché in noi il motivo di tutto ciò che esiste.
Nino: Ma ce lo
rende intellegibile, non solo perché di apre la mente, ma perché addirittura
arriva Lui.
Luigi: Si,
arriva Lui. È il dono di Sé. È la Presenza. Qui siamo sul piano divino.
Nino: È una
cosa enorme.
Rina: Una cosa
eccezionale.
Luigi: No, è
divino. Nel campo del divino noi abbiamo il dono di Sé di Dio. Nel campo umano
o spirituale, intellettuale, noi abbiamo il dono dell’intelligenza, il dono
dello sguardo. Noi possiamo farci vedere l’un l’altro qualche cosa. Ad esempio,
io presento questo tavolo. Tutti lo vediamo, però non capiamo che cosa sia.
Ecco, quello che noi vediamo con gli occhi, non lo intendiamo. Per intenderlo,
dobbiamo fare un passaggio ulteriore ed entrare nel campo dell’intelletto,
dello spirito. Tanto meno poi questo tavolo, ci fa essere. Ecco la diversità,
perché noi con gli occhi nostri, vediamo il tavolo, non intendiamo che cosa sia
il tavolo se non attraverso una certa spiegazione e quindi se non attraverso
chiudere gli occhi per arrivare ad intendere che cos’è il tavolo. Ma tanto meno
poi, dico, noi riceviamo l’essere dal tavolo, la nostra esistenza, la nostra
vita dal tavolo. Direi, e scusate l’esempio, sul piano divino, noi riceviamo la
vita da quel che vediamo, riceviamo l’Essere da ciò che vediamo. Per questo
dico che il Figlio è tutto sguardo del Padre, cioè l’essenza del Figlio è
sguardo del Padre. Noi esistiamo anche quando chiudiamo gli occhi, quando non vediamo
niente: chiudiamo gli occhi ed esistiamo ancora. Il Figlio non esiste se non
vede il Padre, perché il suo Essere è dato dal vedere il Padre.
Nino: Tu dici:
sguardo del Figlio verso il Padre?
Luigi: Si.
Nino: Ma è
anche sguardo del Padre verso il Figlio, no?
Luigi: Ma è lo
sguardo del Padre al Figlio che fa essere il Figlio!
Nino: È una
cosa reciproca.
Luigi: Certo,
formano una cosa sola, ma dico: il Padre genera il Figlio …
Nino: Comunque
è una pazzia d’amore!
Luigi: Si, San
Giovanni definisce Dio come Carità. L’essenza di Dio è proprio questa, che
essendo l’Essere genera il Pensiero di Sé, quindi dona Se stesso.
Nino: Lo
capisci ancora nei confronti del Figlio, ma lo capisci meno nei confronti
nostri che abbiamo demeritato sempre.
Luigi: Beh, qui
abbiamo la pazzia.
Nino: E anche
noi dobbiamo trovare una dilatazione tale della nostra mente, altrimenti non
riesci a capirlo.
Luigi:
D’accordo, nei nostri riguardi si capisce, è tutto gratuito. Dico: ma perché
Dio ci ama? Che cosa siamo noi? “Che cosa è mai l’uomo o Signore, che tu ti
degni di guardarlo?”. È logico. Noi siamo pulviscolo atmosferico, meno ancora;
eppure Dio ci guarda, Dio ci cura, Dio ha tutte queste attenzioni. Addirittura
viene a morire per noi. Viene a morire in noi, viene a morire in noi per farci
essere! Perché Lui dona Se stesso ad una creatura che è incapace di
valorizzarlo e quindi naturalmente lo spreca.
Nino: Non solo,
ma non capisce niente di quello che riceve e deve essere addirittura allattata per
cento anni per arrivare a capire qualcosa, salvo qualche eccezione. Se io penso
che ho cominciato a capire qualcosa dopo i cinquanta anni.
Rina: Però
ringrazia che ce l’ha fatta!
Luigi: No, non è
lui che ce l’ha fatta! È Dio che ce l’ha fatta. Nessuno di noi ce la fa. Tutto
è dono, bisogna sempre tenere presente questo.
Nino: Diventi
una volta più cosciente che tu non hai fatto niente.
Luigi: Si, Dio
dona gratuitamente, proprio perché Lui è libero. Nei suoi doni è un amore
libero. È lì che si fa ancora di più valorizzare, perché non è che noi
meritiamo qualcosa: Dio dona Se stesso liberamente. Quindi: “Signore, Tu mi hai amato senza alcun mio
merito, nonostante tutta la mia miseria, la mia povertà. Tu mi hai amato, tu mi
ami”, cioè Lui ci ama in continuazione. Il suo amore è un amore eterno.
Nino: Direi che
il primo passo verso Dio è proprio questa scoperta: che sei stato guardato per
tanto tempo, senza avere nessuna bellezza.
Luigi: Sei stato
allattato. Infatti: “Può forse una madre dimenticare il suo bambino? Se anche
una madre potesse dimenticare il suo bambino, io non ti dimenticherò”. Dio non
ci può dimenticare. Quindi noi siamo curati istante per istante da Dio, mai
dimenticati; noi non siamo mai soli. Anche se noi, facendo il male, cioè
operando senza tener presente Lui (quando non teniamo presente Lui facciamo
sempre il male), veniamo a trovarci isolati, veniamo a sentirci soli, non siamo
mai soli perché Lui non ci abbandona mai: anche nel peccato Lui non ci
abbandona.
Nino: Siamo noi
che siamo assenti.
Luigi: Si, siamo
assenti, perché noi diventiamo figli delle nostre opere; le nostre opere sono
diverse da Dio e queste creano una frattura tra noi e Dio. “Sono i vostri peccati che hanno creato una distanza tra me e voi, sono
le vostre colpe che hanno messo un muro tra me e voi” dice Dio nei Profeti.
Il che vuol dire che la Verità non è muro. La Verità non è distante. Questa è
una dimensione psicologica nostra in quanto abbiamo fatto qualche cosa non
secondo Lui; facendo qualcosa non secondo Lui ci crea la situazione di
isolamento o di solitudine. Però è una solitudine che può diventare un inferno.
Allora Dio opera per abbattere tutti i muri che noi continuamente costruiamo
per eliminare quelle distanze che noi continuamente parlando, pensando,
operando mettiamo tra noi e Dio. Basta una sola parola non detta secondo Dio.
Per questo il Signore dice: “Di ogni
parola inutile che avremo detto vi sarà chiesto conto”. Vi sarà chiesto
conto non nel senso che qualcuno può dire: “Dio
registra tutto e poi ci fa vedere”, no, sono parole che ricadono su di noi:
le parole che noi diciamo senza tener conto di Lui ricadono su di noi e ci
creano la distanza, per cui noi ci sentiamo soli: “Come mai noi sento più Dio?”.
Nino: Comunque
non è difficile capire che Dio abbia in mente tutto! Abbiamo i computer, ed è
già Dio che ha pensato il computer miliardi di anni fa.
Luigi: Certo,
pensa che computer è il nostro cervello, che sintetizza tutto l’universo;
capisci che l’universo è fatto da miliardi di anni, in lontananza di miliardi
di anni luce, e tutto si sintetizza nel nostro cervello; e siamo creature …
Pensa Colui che ha creato il cervello! Tu sai cosa vuol dire un occhio: per noi
guardare è un atto semplicissimo; ma pensa la complicazione di un occhio o dell’orecchio!
Nino: Quello
che mi impressiona è quello che non so.
Pinuccia: Abbiamo
considerato il versetto 20 a tre livelli: “Il
Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa”. Al secondo livello,
quello spirituale, è giusto intenderlo come un raccogliere?
Luigi: Si, ma
non è un raccogliere in Dio. A livello intellettuale noi cerchiamo la
spiegazione di una cosa che abbiamo visto e magari andiamo a cercare la legge
di natura, il fatto, ecc..
Nino: Lì
abbiamo un segno e uno stimolo.
Pinuccia: Vediamo
questa frase a tre livelli, e riferita a noi, non al Figlio Gesù; allora,
considerata al primo livello (sguardo, con gli occhi), posso intenderla nel
senso che il Padre mostra a me tutto quello che ha creato? Tutto quello che fa,
per cui anche senza vederlo, io credo che tutto è opera di Dio. È giusto?
Luigi: No, noi
non siamo ancora figli. E qui sta parlando del Figlio. Lui ci dice: “Tu vedi il Padre operare? Non lo vedi,
quindi non sei figlio”.
Pinuccia: Allora se
questa frase può essere solo riferita al Figlio, non può essere considerata,
rispetto al Figlio sul piano umano, perché il Figlio vede e intende. Quindi,
per essere considerata sul piano umano, deve essere riferita a noi creature che
non siamo ancora figli.
Luigi: Si,
questa parole, Gesù, le dice per noi, però dicendole per noi, ci presenta com’è
il Figlio e come opera il Figlio.
Pinuccia: Ce lo
presenta cioè al terzo livello.
Luigi: Si, al
livello divino. Lui parla per farci diventare figli.
Pinuccia: Ma allora
se Gesù dicendo questa frase, la dice al livello divino (e vale solo a questo
livello), non capisco perché dobbiamo considerare questa frase a tre livelli,
cioè anche a livello umano e a livello spirituale.
Luigi: Perché
abbiamo detto che Lui parla per farci salire al livello divino.
Pinuccia: Il
mostrare a noi su un piano umano e poi su un piano spirituale, sono gradini che
ci portano ad essere figli?
Luigi: Certo.
Pinuccia: Allora
questa frase può essere riferita anche a noi, a questi livelli, anche se non
siamo ancora figli?
Luigi: Certo.
Pinuccia: Allora
per interpretare bene questa frase: “Il
Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa”, riferita a noi, che non siamo
ancora figli, sul piano umano, come devo intenderla? Cioè che tutto è opera di
Dio? Crederlo, anche se non lo vedo? Cioè mi mostra tutto ciò che crea davanti
agli occhi?
Nino: A livello
umano, vedi, ma non capisci anche che tutto è opera di Dio. Constati e non vai
più in là di quello.
Luigi: Cioè, noi
vediamo con gli occhi umani, cioè vediamo per mezzo di occhi umani. Il Figlio
di Dio vede non con gli occhi, non ha gli occhi per vedere. E allora: il Figlio
di Dio è meno di noi? No! Il Figlio di Dio vede, e sai come vede? Noi vediamo
con gli occhi, quindi vediamo per mezzo degli occhi. Il Figlio di Dio per mezzo
di che cosa vede?
Pinuccia: Per mezzo
del Pensiero.
Luigi: Per mezzo
del Padre! Il Figlio di Dio vede per mezzo del Padre. Noi vediamo per mezzo
degli occhi. A noi che vediamo per mezzo degli occhi Gesù dice: “Molti di voi hanno occhi e non vedono, perché quello che voi vedete con gli occhi
non lo intendete”, ed effettivamente ci accorgiamo che quello che noi
vediamo con gli occhi non lo intendiamo. Ecco perché ho parlato dei tre
livelli. Perché noi quello che vediamo con gli occhi non lo intendiamo.
Pinuccia: Quindi
non è che questa frase si possa intendere a tre livelli. È il verbo “mostrare”
che si può intendere a tre livelli.
Luigi: È il
“mostrare”. Domenica scorsa ci siamo fermati sul verbo “mostrare”, e abbiamo
detto: approfondiamo il concetto del verbo “mostrare”. Ora, questo “mostrare”
noi possiamo considerarlo a tre livelli perché: se uno mi mostra qualcosa
davanti agli occhi e lo vedo con gli occhi, però non lo intendo. Quindi non è
questo il mostrare di Dio. Allora come si fa a mostrare ad uno che non ha gli
occhi? Evidentemente colui che ha creato l’uomo con gli occhi, ha la
possibilità di guardare e far guardare, per cui c’è un guardare e un far
guardare ad un livello superiore a quello delle creature che hanno gli occhi. E
questo noi lo sperimentiamo, perché a noi non bastano gli occhi per intendere
quello che vediamo.
Pinuccia: Invece
anche un cieco può intendere.
Luigi: Ecco, per
cui abbiamo un guardare che è un intendere: ed è il secondo livello. E poi
abbiamo un guardare che è il guardare del Figlio di Dio. Noi come guardiamo?
Noi guardiamo per mezzo degli occhi; ma a noi che guardiamo per mezzo degli
occhi, Dio opera per educarci e farci diventare capaci di non guardare più per
mezzo degli occhi, ma di superare gli occhi ed imparare a guardare per mezzo
del Padre, affinché possiamo che noi diventare figli.
Pinuccia: C’è un
passaggio in mezzo però (il secondo livello).
Luigi:
Per ora lasciamolo stare. Noi diventiamo figli soltanto in quanto per mezzo del
Figlio di Dio impareremo a guardare per mezzo del Padre. Guardare per mezzo del
Padre, dal punto di vista del Padre. Questo presuppone che il Padre faccia a
noi il dono di Sé.
Pinuccia: Come
anche il dono dell’intelligenza.
Luigi: Si;
abbiamo parlato dell’intelligenza, cioè del secondo livello, per presentare il
fatto che c’è la possibilità di guardare senza gli occhi, per cui gli occhi non
bastano per intendere:
-
l’intelligenza
ci fa intendere;
-
e poi abbiamo il piano divino
della Presenza.
Nino: C’è
ancora un piano diverso dall’intelligenza che io sperimento sovente. È
l’intuizione. Come la consideri l’intuizione? È una cosa valida, credo.
Luigi: Si
capisce; è perché Dio parla in noi.
Nino: Ci sono
cose che arrivo a capire prima di averle capite.
Luigi: Non le
sai spiegare, però le senti e poi riflettendo, le possiedi.
Nino: Le senti
vere prima di capirle, però.
Luigi: Ma noi
siamo operati in continuazione; non siamo mai soli. Non siamo noi che
ragioniamo. C’è un Maestro con noi che opera su di noi.
Nino: Si vede
che c’è allora un’altra dimensione oltre quella intellettuale.
Luigi: Tu
capisci che c’è la coscienza, per esempio. La coscienza non appartiene al
ragionamento.
Nino: La
coscienza ad un certo punto la identifichiamo con Dio.
Luigi: Così tu
vedi che c’è un Essere che opera con noi.
Nino: Quindi
l’intuizione, ad un certo punto devo dire che è Dio che parla?
Luigi:
L’intuizione da sola, non è Dio; come la coscienza da sola non è Dio.
Eligio: La
coscienza è un riflesso del pensiero. L’intuizione è una forma di conoscenza
immediata che non si affida alla mediazione del ragionamento.
Luigi: Si, però
c’è Qualcuno che opera su di noi.
Nino: Però tu
dopo hai la possibilità di verificarla, perché se no dobbiamo averne paura
perché possiamo fare come Hitler.
Luigi: Si, Dio
offre la possibilità di verificare; Dio opera su di te, lo sperimenti, poi in
un secondo tempo lo verifichi.
Nino: Appena si
presenta l’intuizione, appare talmente vera che al seguirla subito, temo di
mancare di pregare.
Eligio: Ma i dati
dell’intuizione vanno poi vagliati criticamente.
Luigi: Tu tieni
presente che Dio stesso dandosi a noi, si offre ad essere sperimentato. Non è
che si dà, ed opera su di noi quasi alla cieca, quasi rendendoci ciechi. No,
Dio ci lascia verificare, in modo che noi abbiamo in noi stessi la ragione di
quello che vogliamo. Dio è luce. Ed essendo luce, tu possiedi il motivo del tuo
operare, dal tuo ragionare. Ed è quello che chiami intuizione.
Nino: Quindi ci
sono due modi per arrivare ad una certa cosa; uno è l’intelligenza e un’altra è
l’orientamento che ad un certo punto ti dà la scintilla.
Luigi: Tieni
presente questo: noi non siamo mai soli. Mai! E cosa vuol dire questo? Che c’è
Uno con noi che opera e parla. Noi non ci rendiamo conto, perché per rendercene
conto dovremmo essere nella luce di quell’Uno. Quando dico che un giorno noi
scopriremo (e molte volte a nostra vergogna) Dio che ci farà capire che Lui ha
sempre parlato con noi, che Lui è sempre stato con noi, di fronte a questa
rivelazione confesseremo: “Ah, è vero! Tu hai sempre parlato con me, io non mi
sono mai reso conto!”. Quindi vedi che c’è Uno che parla, che opera con noi,
tra noi e noi non Lo avvertiamo? E come lo chiami questo?
Nino: Comunque
si arriva ad avvertire.
Luigi: Quanto
più ti avvicini a Dio, cioè nella luce di Dio, tuo lo avverti, perché soltanto
vicino a Dio, nella luce di Dio, noi scopriremo chi era Colui che parlava con
noi. Ma prima riceveremo le intuizioni però le scartavamo. Noi avvertiamo il
bene, avvertiamo tante cose, però le scartiamo, perché non fanno comodo, c’è il
mio io, c’è l’interesse, ecc., e scartiamo. Scartiamo e non ci rendiamo conto
che scartiamo Dio! Vedi: “Facciamolo
fuori!”. È la parola di Dio: “Facciamo
fuori, così l’eredità sarà nostra!”. Qui c’è un ragionamento, ma un
ragionamento egoistico. Quindi noi ragioniamo sotto il punto di vista dell’io.
Facciamo fuori quell’intuizione d’amore, di generosità, di superamento di noi
stessi, perché io qui ci rimetto, io qui l’onore, la figura, ecc., ecco l’io
che domina. Uno giorno capiremo che abbiamo ucciso Dio. Era la Parola di Dio
che arrivava a noi e che ci invitava a camminare. E camminare cosa vuol dire?
Vuol dire superare il pensiero di noi stessi, superare la grettezza del nostro
mondo, le nostre visioni personalistiche per ampliare la nostra anima, per
arrivare ad accogliere la Verità di Dio. Ma anche quando noi non abbiamo
accolto la sua Verità, non siamo arrivati alla sua luce, Dio opera tra noi lo
stesso! E siccome noi non siamo al livello suo, Lui opera attraverso intuizioni
(intuizioni di luce, di bene, di orientamento, di finalità) e sono proprio
queste intuizioni che ci rendono scontenti nella vita; per cui ad un certo
momento noi sperimentiamo un vivere senza senso (a che cosa serve la vita?), la
vanità del tutto. Ma perché? Perché c’è l’intuizione di Dio che opera su di
noi.
Nino: Ci sono
intuizioni che rendono scontenti, ma ci sono anche intuizioni che ci fanno
arrivare prima.
Luigi: Ci fanno
arrivare prima, quando aderiamo, perché chi ci fa arrivare non sono le
intuizioni, è Dio!
Nino:
D’accordo! Dietro c’è Qualcosa, perché io non la so spiegare in sé
un’intuizione.
Luigi: Certo,
c’è la Presenza di un Essere spirituale che noi non vediamo con gli occhi ed è
logico che noi non lo vediamo con gli occhi, perché non si lascia
strumentalizzare. Quindi quando vedo con gli occhi, strumentalizziamo le cose,
perché adopero un metro per misurare
altre cose, quindi strumentalizzo. Dio non si lascia strumentalizzare, ma solo
contemplare! Quindi solo colui che diventa tutto pensiero di Dio, tutto sguardo
di Dio, può vedere Dio! Allora se teniamo presente la Presenza di questo Dio
tra noi, che noi non vediamo, che però parla e opera con noi, questo parlare e
questo operare con noi, vuol dire che Lui alla nostra coscienza, al pensiero
del nostro io, fa giungere i suoi richiami, che però noi non riusciamo a
capire, non possiamo individuare, perché per arrivare ad individuarli, perché
per arrivare ad individuarli, dovremmo conoscere la Sorgente. La Sorgente non
la conosciamo, però ne riceviamo gli effetti, quindi riceviamo degli impulsi:
sono le intuizioni. Ma questi impulsi entrano in conflitto con i nostri
interessi, col pensiero del nostro io, con tutto il nostro mondo e allora ci
creano la lotta e quindi, naturalmente, il rifiuto di questi.
Pinuccia: Cioè le
ispirazioni?
Luigi: Quando
noi adoriamo, siccome le opere di Dio sono per farci camminare, ci elevano
sempre di più. Sono le parole di Dio che arrivano fino a noi, sono le opere su
che al livello della nostra ignoranza arrivano a noi come intuizioni, come
movimento verso, come sollecitazioni, che ci fanno salire e man mano che
saliamo, la panoramica si allarga: più noi andiamo in alto e più il panorama si
amplia e diventa luce per noi. Dico, se rifiutiamo, noi proviamo l’inutilità,
la vanità, la paura, l’angoscia, i tormenti: è logico, perché noi abbiamo
rifiutato un dono di vita: noi non ci rendiamo conto che nel parlare che Dio fa
con noi, ci dona la vita, ci sollecita alla vita. Sono proposte di vita. Però
ogni proposta; proprio perché è proposta di Dio, entra in conflitto con il
pensiero del mio io: è lì che noi pecchiamo.
Nino: Ma
qualche volta ti arriva così di sorpresa, che tu sei preso del dubbio se
accettarla o no, non perché sia in conflitto con l’io, ma perché preso dal
dubbio di fare una cosa sbagliata nell’accettarla, pur sentendola vera.
Luigi: Tu ti
accorgi però di un fatto: se tu la rifiuti, quando l’hai rifiutata, scopri di
aver rifiutato una proposta di liberazione. Se tu la segui ti senti più libero.
Nino: Io non la
rifiuto, ma la verifico dopo con calma, perché mi viene il dubbio di aver
accettato una cosa sbagliata: ho accettato una cosa che mi è balzata così, o mi
è venuta da una fonte attendibile?
Luigi: Ma tu
capisci che la puoi verificare sotto due fattori: sotto il fattore Dio o sotto
il fattore io; fattore mondo, fattore ragionamento degli uomini (perché se non
fosse che la puoi verificare col fattore Dio, potresti dire: “Ma io divento matto!”).
Nino: Però Dio
si fa sentire tutto per scintille, non ha bisogno di contarcela lunga.
Luigi: Si,
d’accordo.
Eligio:
L’intuizione va verificata dopo, però non è una fonte di conoscenza certa.
Nino: Subito tu
l’accetti, poi ti viene il dubbio, perché anche Hitler diceva di essere l’uomo
della Provvidenza.
Eligio: Mentre
penso sia diverso per la coscienza, che è un riflesso dell’immagine di Dio in
noi. Nella coscienza abbiamo questa certezza, nell’intuizione invece abbiamo
questa verifica necessaria.
Luigi: Ma anche
la coscienza può essere sbagliata.
Nino: Anche la
coscienza devi verificarla alla luce dell’insegnamento di Cristo.
Luigi: Diciamo
così: Dio è Persona e la Persona non la nostra coscienza. La nostra coscienza
può diventare tempio di Dio, certo. Dio di per sé non è la nostra coscienza.
Cioè il Pensiero di Dio non lo posso identificare con la mia coscienza.
Nino: E no, se
no chi non crede in Dio non avrebbe coscienza. Ad un certo punto Dio viene a
identificarsi con la nostra coscienza quando noi abbiamo seguito tutto un iter
con il Cristo, ecc..
Luigi: Comunque
la nostra coscienza può diventare un Tempio. Quanto più noi cerchiamo Dio,
quanto più Lui ci fa avvicinare a Sé, tanto più la nostra coscienza si affina.
La nostra coscienza è in evoluzione. Più ti avvicini a Dio, più ti accorgi che
per la tua coscienza, quello che prima riteneva virtuosissimo, diventa magari
peccato. Quindi chi è che modifica la coscienza? Chi è che perfeziona la
coscienza? Non è la coscienza, è Dio.
Nino: Ad un
certo punto Dio invade la coscienza e tu arrivi a dire: “Non la coscienza, ma il Padre mi ha detto questo”. La coscienza
l’ho sempre avuta, ma era coscienza, come quello che capitava era caso, ma non
era Dio.
Luigi: Un tale
diceva che essere onesti, in coscienza, voleva dire che il chilogrammo e fatto
di mille grammi; e lui si riteneva a posto in coscienza.
Nino: Ci sono
persone molto oneste nel lavoro, ma si fermano lì, senza arrivare a Dio.
Luigi:
D’altronde anche i farisei nell’ubbidire alla legge o anche nel condannare Gesù,
non possiamo ritenere che fossero in cattiva fede. Loro erano in buona fede,
seguivano la coscienza nel dire: “Noi
crediamo in Mosè, abbiamo la legge”.
Nino: Ma i
farisei amavano il denaro, l’ambizione, ecc., quel mio amico invece è onesto e
aspetta la morte senza fare un passo.
Eligio: Lo farà
Dio.
Luigi: Certo.
Però pensavo adesso sempre sul problema della coscienza, la diversità che c’è,
per esempio, tra una prostituta e un fariseo. Gesù dice ai farisei: “Le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”.
Eppure i farisei in coscienza ritenevano di essere a posto. Quando quel fariseo
prega: “Ti ringrazio Signore perché io
pago le imposte, non rubo, non sono come quell’altro miserabile, ecc.”, in
coscienza lui si riteneva ciò che diceva.
Nino: Questa persona
però non afferma di essere giusta, ma è piena umiltà e fa strano perciò la sua
mancanza di fede e come Dio non gli abbia ancora dato la legnata sulla testa.
Luigi: Anche
questi sono esempi che il Signore ci mette davanti per dirci: “Guarda che la coscienza non è sufficiente.
La coscienza è un elemento da tenere presente, ma non è sufficiente da sola”.
Eligio: Noi ci
caratterizziamo dagli animali per la coscienza, non per l’intuizione.
Luigi: Per il
pensiero che si riflette su se stesso. Ma la differenza non la porrei nemmeno
lì tra noi e gli animali. Teillard de Chardin dice che c’è anche una coscienza
nelle creature inferiori all’uomo e che si sviluppa e cresce. Direi che la
differenza sta qui: che noi sentiamo il problema di Dio. Lui il processo dell’universo
lo vede come processo di presa di coscienza: cioè c’è una coscienza rudimentale
che a poco per volta si sviluppa. Ma la grande differenza è questa: che in noi
c’è il problema dell’Assoluto, c’è in noi il desiderio di Dio, per cui noi ci
fermiamo a pensare, a contemplare, a cercare la Verità, a cercare Dio: siamo
insoddisfatti. Questa insoddisfazione è l’aspetto negativo di quello positivo,
fatto di assoluto.
Nino:
L’insoddisfazione però ci muove.
Luigi: Certo,
però positivo è il desiderio dell’Assoluto. Quando questo desiderio
dell’Assoluto non è soddisfatto, noi proviamo l’insoddisfazione. Se ad esempio
io proietto il mio desiderio dell’Assoluto nel denaro, ad un certo momento
sento l’insoddisfazione; se io proietto il mio desiderio dell’Assoluto nella
creatura, sento l’insoddisfazione perché non risponde al mio desiderio.
Positivo è il desiderio dell’Assoluto. Questo desiderio dell’Assoluto però si
può orientare anziché su Dio, su altro. Orientato su altro, pretende che
l’altro sia come Dio. Se io amo la creatura, pretendo che la creatura sia come
Dio, sia limpida, buona e fedele come Dio.
Nino: È strano
però che non pretendiamo mai di essere assoluti noi, ma un’altra creatura.
Luigi: Noi ci
proiettiamo sempre su altro. Il nostro io quando pensa a se stesso,
strumentalizza l’altro. Guarda lo scherzo del denaro … Noi dal denaro
pretendiamo la sicurezza, quella sicurezza che solo Dio ci può dare. Per cui
c’è un’insoddisfazione enorme nel cercare il denaro, perché il denaro non ci
potrà mai dare quella sicurezza che ci può dare Dio. E quella è misericordia
Sua. Noi tendiamo a moltiplicare il denaro all’infinito, se fosse possibile,
appunto perché vogliamo avere quella sicurezza che solo Dio ci può dare. E
allora vedi che sbagliamo direzione? E Dio è continuamente lì a riprenderci
dalle nostre strade sbagliate per dirci: “No,
guarda che tu non devi sbattere il naso in quella cosa lì; tu devi cercare Me”.
Ora, Dio non si confonde né con le creature, né con il denaro, né con tutte le
nostre passioni, né con la stessa nostra coscienza. Dio è un Essere a sé, è una
Persona, per cui non si confonde con niente e richiede da noi questa
individuazione di ciò che è Lui, perché è proprio da questa individuazione di
ciò che è Lui che nasce questa scintilla del colloquio e uno parla con Lui; ma
parlare con Lui, ascoltare Lui non è ascoltare la nostra coscienza, non è
ascoltare l’intuizione, è qualcosa di diverso: Lui è una Persona, è un Essere
personale e fa il dono di Sé, Persona, a noi. Non è una facoltà nostra.
Nino: Ma noi
parliamo di coscienza, parliamo di intuizione finché non siamo sicuri che è
Lui.
Luigi:
D’accordo.
Nino: E il
giorno in cui capiremo, non parleremo più di coscienza, né di intuizione.
Luigi: Certo.
Comunque in tutte le cose, in tutto, sia in quello che portiamo dentro, sia in
quello che accade fuori, è sempre Lui. Lui è presente in tutto e Lui opera in
tutto, anche se noi siamo testoni che non capiamo niente, Lui continua a
lavorare in noi.
Nino: Ci vuole
però in noi l’orientamento, perché se no come Hitler e Mussolini, diciamo: “Sono l’uomo della Provvidenza”. E chi
ha affermato che lo erano, ha preso una bella cantonata.
Luigi: No, un
momento. In quanto è avvenuto è stato opera della Provvidenza. Tutto è
Provvidenza di Dio! Colui che ci bastona, è uomo della Provvidenza, perché Dio
prende il bastone e usa per bastonarci e per correggerci. È Provvidenza! Tutto
quello che ci accade, anche le disgrazie, sono Provvidenza. Però c’è questo
fatto, che è più uno si avvicina a Dio e meno dice, ad esempio: “Io sono l’uomo della Provvidenza”,
perché è lì la caratteristica di essere con Dio: più uno si avvicina a Dio e
più dice: “Io sono una povera creatura,
io sono un niente, io sono un nulla, perché Lui è tutto!” Ecco, la creatura
in Dio, dice questo. E allora te ne accorgi subito quando la creatura dice: “Io sono importantissimo”, che il
rapporto è sbagliato, che la parole è sbagliata; se sei presso Dio, aperto a
Dio, questo lo intuisci. Quindi non ci può essere l’illusione della coscienza.
L’illusione avviene quando ti separi da Dio, allora dici: “Io sono il centro dell’universo”. Ecco, ma per poco che tu tieni
presente Dio, “ … e farà cose maggiori affinché ne restiate meravigliati”. E la
meraviglia è proprio il fascino, è l’unione. La conoscenza di noi stessi è
sempre una conseguenza della conoscenza di Dio. Questa ti fa scoprire il tuo
niente. Ma è proprio la scoperta del nostro niente che ci unisce moltissimo,
cioè ci meraviglia. Lo mediteremo la prossima volta: il nostro niente, la
nostra povertà, il nostro nulla, ci unisce terribilmente a Sé: forma il nucleo,
il nucleo del nulla col Tutto.
Eligio: Si, però
vorrei sottolineare il rischio di dare molto credito all’intuizione.
Nino: Però non
siamo noi che diciamo: “Adesso voglio
intuire”.
Luigi: Si, l’intuizione
ti sorprende, ma va verificata. Non bisogna scartarla, perché tutto viene da
Dio. Tutto viene a noi da Dio, esterno ed interno, ma tutto deve essere
verificato in Dio. Cioè bisogna sempre essere orientati a Dio.
Pinuccia:
Ritornando all’argomento dell’inizio: il “raccogliere”,
lo collochiamo sul piano intellettuale o sul piano divino? Perché noi entriamo
nel tempio raccogliendo, no?
Luigi:
Raccogliendo con Dio, con il Verbo di Dio: “Chi
con me non raccoglie, disperde”; ma è quel “con” che è importante. Perché
noi possiamo raccogliere senza di Lui. Per esempio, possiamo raccogliere sul
piano materiale: ad esempio raccolgo denaro. Possiamo raccogliere sul piano
intellettuale: ad esempio posso raccogliere nozioni intellettuali; anche questo
è un raccogliere. E possiamo raccogliere con Dio. Ecco, noi possiamo
raccogliere di per sé. Bisogna raccogliere con il Verbo. Il Verbo è Uno che
viene per raccoglierci nel Padre. Bisogna che noi raccogliamo con Lui. Le
parole che Lui dice, vanno da noi raccolte nel Pensiero del Padre, con Lui. Se
noi raccogliamo senza tener presente Lui, disperdiamo. Quindi bisogna
raccogliere con Lui.
Pinuccia: Si, ma
siamo ancora sempre nel piano spirituale, quindi nel secondo livello?
Luigi: No, se
siamo con Verbo di Dio, siamo nel piano divino: Lui ci raccoglie nel Padre,
scende al livello nostro, ovunque noi fossimo: nella nostra situazione di
peccato, di dispersione, di rovina, di morte (Dio risuscita anche i morti).
Quindi ovunque noi ci troviamo, Lui scende a noi, parla a noi, il che vuol dire
che parla con linguaggio umano; però nel suo parlare c’è il Padre. Lui è sempre
Parola del Padre anche quando parla parole umane. Cosa vuol dire questo? Che
invita noi attraverso queste parole che sono a livello nostro, a salire verso
il Padre, altrimenti le sue parole vengono da noi rifiutate, cioè possono
essere trattenute alla lettera, ma vengono rifiutate come spirito e allora noi
creiamo la dispersione. Non basta ricordare le parole sue, non basta
registrarle su un disco, non basta magari dire da mattina a sera: “Signore, Signore!”, perché queste sono
parole. E allora non raccogliamo. Raccogliere è una cosa diversa. Bisogna
raccogliere con Lui che è il Pensiero del Padre. E quindi bisogna passare da
quello che è la lettera a quello che è il Pensiero del Padre, fino ad arrivare
alla Presenza del Padre, perché il Figlio parla a noi per condurci a toccare
con mano e a scoprire la Presenza del Padre. Noi dobbiamo essere insoddisfatti
fintanto che non vediamo il Volto di questa Presenza del Padre in noi perché la
Parola di Dio arriva a noi per condurci qui. Perché uno parla? Parla per
manifestare il proprio pensiero. E colui che ascolta deve essere insoddisfatto
fintanto che non arriva a vedere il pensiero di colui che gli parla. Il Padre
parla con noi per rivelarci il suo Pensiero. E allora noi dobbiamo ritenerci
insoddisfatti, e lo siamo, fintanto che non arriviamo a vedere il Pensiero del
Padre. Lì si che hai raccolto. Raccogliendo si resta raccolti e quindi
illuminati.
Pinuccia: E allora
vale anche per noi questa frase: “Il
Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa”.
Luigi: Allora
si, quando si ha raccolto.
Pinuccia: In quella
cosa che si ha raccolto.
Luigi: Si
capisce, perché il Padre mostra. Mostrare vuol dire: donare la sua Presenza,
donare il suo Pensiero.
Pinuccia: Quindi la
volta scorsa sbagliavo collocando il raccogliere nel piano spirituale, come
cammino per giungere nel tempio, dove il Padre mostra al Figlio tutto ciò che
fa?
Luigi: Bisogna interrogare
e lasciarci correggere dall’unico Maestro. Il Maestro è Uno solo! Noi siamo
creature.
Teresa: Questa
frase: “Il Padre ama il Figlio e gli
mostra tutto ciò che fa”, mi fa pensare che, proprio in quanto ci ama, il
Padre ci destina a questa conoscenza, a capire che tutto ci viene da Lui.
Luigi: Però noi
fintanto che non vediamo il Padre che opera in tutto, vuol dire che non siamo
ancora figli, perché la caratteristica del Figlio è questa; ed il fine è
quello. Gesù nel suo parlare ci fa delle proposte. La sua Parola è una
vocazione ad una meta, perché Lui parla a noi per invitarci a diventare figli
di Dio, perché in quanto ci presenta come è il Figlio di Dio, ma ce lo presenta
perché noi diamo: “Il Figlio è così e
invece io sono una creatura”. No, ce lo presenta in quanto ci propone di
diventare anche noi così e nello stesso tempo ci fa dire: “Guarda che fintanto tu non vedi così, non sei figlio, però io ti
sollecito a diventare figlio”, cioè ci presenta la meta. Se uno mi dicesse:
“Guarda che sulla vetta del Monte Bianco
si vede questa cosa meravigliosa, così e così, una panoramica stupenda, ecc.”,
mi solleciterebbe a portarmi sulla cima del Monte Bianco per vedere. Così il
Figlio di Dio parla a noi non per darci una cultura, ma per sollecitarci a salire
là dove si vede in quel modo. Ora noi possiamo tener conto e non tenerne conto.
Se teniamo conto ci preoccupiamo di salire lassù, andiamo da Lui per
chiedergli: “Come devo fare? Come devo
fare per arrivare a quello che tu mi dici?”. Lui si fa strada, si fa via
perché Lui non è soltanto Colui che parla a noi la Verità, ma è anche la Via
per i nostri passi. Per questo ci dice: “Se
non sai come fare, io ti dico: comincia così, così, così”; se noi lo
seguiamo, parola per parola, senza accorgercene camminiamo: Lui ci fa la strada
con le sue parole: ma bisogna però assimilare le sue parole ad una ad una, a
poco per volta. Le sue parole sono una strada che ci conduce fino alla cima, se
noi le seguiamo ad una ad una, a poco per volta, perché Lui ha detto: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”.
Ecco, basta restare con Lui. Però cosa molto importante è restare con: avere
presente l’Altro. Noi possiamo dire: “Adesso
ho capito, devo arrivare là e adesso mi do da fare per arrivare là”. E
penso a me stesso, penso a ciò che devo fare, penso a tutta la strada che devo
fare per salire, per arrampicarsi, tutto quello che devo avere, gli attrezzi,
ecc., per salire fin sulla cima. No, è sbagliato: non pensare a te, guarda
sempre a Lui: Lui ti dice passo – passo quello che devi fare per arrivare fin
là. Ad un certo momento la via diventa abbastanza facile con Lui: “Il peso è leggero”, con Lui però. Ecco,
è questa Presenza che bisogna avere. È imparare a ragionare con Lui, non a
ragionare da soli; è imparare in tutte le cose ad interrogare Lui, a consultare
Lui, a lasciarci guidare dalle sue Parole, a restare nelle sue Parole. Dicevamo
ieri sera: “Sarete veri miei discepoli se
resterete nelle mie parole”. Non basta quindi ascoltare; bisogna imparare a
restare e si resta nella misura in cui si approfondisce la Parola. Il terreno
buono è quello che approfondisce la Parola di Dio. Più approfondiamo la Parola
di Gesù e più camminiamo. Non siamo noi che camminiamo. È la Parola stessa che
ci fa camminare per quello che ci propone. Cristo parlandoci del Figlio di Dio,
ci presenta la meta e nello stesso tempo ci fa toccare con mano la nostra
povertà, la nostra miseria. “Tu che cosa
vedi?”, “Ma io vedo tanti uomini, uomini come alberi … Ecco, vedo tante
creature e non vedo Dio!”. “Io ti
dico che il Figlio di Dio vede Dio, allora ti invito a darti da fare, a
camminare, a non restare, a non accontentarti della tua situazione, anche se la
tua coscienza non ti rimprovera di niente, anche se tu ti senti onesto,
virtuoso, non accontentarti di questo: non vedi Dio! Allora cammina, alzati!”
È la guarigione del paralitico. Noi siamo lì immobili da trentotto anni! Arriva
Gesù e gli dice: “Alzati!”.
Teresa: Noi
arriveremo perché Lui ci ama.
Luigi: Se Lui parla,
in quanto parla, non parla per ingannarci, per deluderci o per farci toccare
con mano la nostra miseria; non parla per questo: Lui non parla per giudicare
noi. In quanto parla, parla per darci la possibilità. In quanto ci propone una
meta, vuol dire che ci dà anche la possibilità di arrivare ad essa. Uno che mi
proponesse una cosa impossibile, mi ingannerebbe, mi deluderebbe. Dio non
delude mai. Dio in quello che annuncia è fedele, Lui è giusto, Lui ama. E in
quanto Lui annuncia una cosa, è perché ce la vuole dare. Quindi se a noi oggi,
questa sera, arriva la sua Parola che ci annuncia una cosa profondissima,
bellissima, altissima, è perché già ce la vuole dare.
Teresa: La frase
continua così: “E gli mostrerà cose
maggiori di queste”: quali sono?
Luigi: è un
argomento di cui parleremo la prossima volta. Comunque teniamo presente che la
categoria “maggiore” non si riferisce
al Verbo di Dio, il Figlio di Dio, perché il Figlio di Dio ha il Padre:
maggiore del Padre non c’è altro. Evidentemente parla per noi. Teniamo presente
quello che Gesù dice a Natanaele: “Tu
credi perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico? Vedrai cose maggiori di
queste”.
Nino: “Maggiore” è rapportato agli uomini.
Luigi: Si, Lui
parla all’uomo. Infatti Lui dice: “Cose
maggiori affinché ne restiate meravigliati”. La meraviglia è un fascino che
unisce, che attrae; ci attrae al Padre, ci unisce al Padre; quindi se noi
ascoltiamo il Verbo, andiamo incontro a cose sempre maggiori fino a quella che
ci unisce al Padre. Ecco la grande meraviglia: lo scoprire ad esempio che siamo
amati e amati personalmente, non amati come massa, come umanità, no: amati a tu
per tu, personalmente da Dio, questo è un grande stupore per noi. Ora, questo
ci unisce molto.
Nino: Il
progresso è nostro.
Luigi: Certo, è
la creatura nostra che viene modificata.
Rina: Anche il
futuro “mostrerà” si riferisce a noi.
Luigi: Già, il
termine “mostrerà”, futuro, ci fa capire che è per noi: siamo noi in mutamento,
non il Figlio di Dio.
Rina: Anche il
“mostrare” non è per il Figlio, ma per noi.
Luigi: Tutto Lui
parla e lo parla per noi. Anche quando ci presenta le caratteristiche del
Figlio. Il Figlio vive così, si comporta così, vede così, lo dice per noi.
Tutta l’opera del Figlio è rivolta personalmente a noi per proporci, per farci
camminare; perché se Lui non parla, noi ci sediamo. È la sua Parola che ci
muove, perché è la sua Parola che ci dà vita. Se Lui non parla, noi ci
spegniamo. Però questo: la sua Parola certamente Lui non la lascia mancare; noi
la possiamo trascurare, la possiamo considerare con superficialità; noi
possiamo dire: “Io ho altro da fare”
e lì nasce il peccato; Dio ha parlato e tu hai preferito altro. Ecco il peccato
che ci farà piangere davanti a Dio, perché scopriremo che abbiamo rifiutato la
nostra vita, la nostra luce, il nostro amore, la nostra pace, abbiamo rifiutato
tutto, per cui noi ci troviamo con dei ruderi al termine della vita; ma questi
ruderi non li possiamo nemmeno attribuire a Dio, perché Dio parlava per darci
la sua Città e invece ci troviamo con dei ruderi. E come mai? È perché ho
sempre trascurato la tua Parola che giungeva a me per farmi entrare nella tua
Città, che è Città di vita, Città di pace.
Maria: Io sono colpita da
questo fatto: più Gesù si manifesta come Dio e più cresce nei Giudei la cecità.
Luigi:
L’avversione, l’incomprensione.
Maria: Mi fa capire che
succede questo anche in me: Dio mi si presenta in diverse forme, vuol dirmi
qualcosa ed io magari cerco delle scuse, cerco il buon senso, ecc., per
uccidere Dio e sto chiusa nella mia cecità.
Luigi: Certo, è
impressionante. Più Gesù si dona, (perché lì c’è un dono progressivo: dalla
guarigione del paralitico, al problema del sabato: è tutto un dono, una
concessione continua) e più gli altri si irrigidiscono e lo considerano un peccatore.
La Parola di Dio che giunge a noi è una spada, una pietra d’inciampo, motivo di
salvezza e di rovina nello stesso tempo: “Questi
sarà motivo di salvezza per molti e di rovina per molti”, perché la Parola
di Dio accettata, accolta, diventa motivo di salvezza; la Parola di Dio
respinta diventa motivo di rovina. C’è in noi una cecità che può essere
crescente, come c’è una luce che può essere crescente: i figli di Dio sono
figli che crescono. Abbiamo un divenire nel Figlio di Dio verso cose sempre maggiori;
per cui i figli di Dio sono figli che crescono; ma coloro che rifiutano Dio
sono anche tenebre che crescono: si va di notte in notte; si precipita nella
dispersione fino alla notte. La morte è proprio dispersione totale, per cui noi
siamo solo più scorza, ma senza più anima; soltanto più in balia delle tenebre.
Dice: “Gettatelo nelle tenebre esteriori,
dove sarà pianto e stridore di denti”, qui abbiamo la creatura che è tutta
in balia del mondo esterno. Non ha più nulla nell’anima di sé, non ha più nulla
di vivo: vive soltanto come reazione a tutti gli stimoli esterni. Ecco qui non
c’è più la persona viva, qui abbiamo la situazione di morte spirituale che
deriva dal fatto di non aver raccolto con molta profondità la Parola di Dio che
giungeva a noi. C’è l’indurimento del cuore.
Eligio: La
caratteristica dell’essere figli è quella di fare ciò che il Padre vuole. Qui
dice: “Il Padre gli mostra tutto ciò che fa”. E in questo mi pare di vedere
un’altra caratteristica della figliolanza.
Luigi: Intanto
si precisa questo: noi non possiamo fare quello che il Padre vuole, se non
vediamo quello che il Padre vuole, se non vediamo quello che il Padre vuole,
cioè se non conosciamo. Con Dio non c’è nulla di automatico; c’è una presa di
consapevolezza, quindi piena conoscenza. E allora qui ci precisa che mentre
prima a livello inferiore ci diceva: “Il
Figlio è Colui che fa tutto quello che piace al Padre”; qui ci dice: “Guarda che per fare tutto ciò che piace al
Padre, non basta per esempio che tu segua le tue intuizioni, i tuoi sentimenti,
perché il Figlio conosce ciò che fa perché il Padre glielo fa vedere” e
quindi ha piena consapevolezza di quello che vuole il Padre. Il Padre è luce,
quindi il Figlio vive alla Presenza e ha nel Padre il motivo del suo vivere. Il
Padre è Infinito, ma un Infinito semplicissimo, quindi è un punto di Luce. È la
molteplicità che diventa confusione. Quando noi abbiamo molteplici motivi di
azione, questo ci crea confusione e incertezza. Il Padre invece è un punto
unico di semplicità, è Persona e quindi questa è una Sorgente di luce, di luce
senza alcun dubbio alcuno. Il Figlio vive in questa luce. Non è il Padre che
gli dica con parole esterne: “Adesso fa
questo!”, no; il Figlio vede il Padre e nel Padre trova il motivo di quello
che fa, di quello che deve fare, di quello che deve operare (detto in termini
umani), perché: “Omnia per ipsum facta
sunt”: tutte le cose il Padre le fa per mezzo del Figlio, ma non le fa per
mezzo del Figlio come un mezzo, no: il Figlio è Persona e quindi abbiamo un
fare che è piena consapevolezza di quello che il Figlio vuole.
Pinuccia: Il vero
“fare” per noi creature si è sempre detto che è capire, intendere, no?
Luigi: Certo.
Domenica scorsa, parlando su: “Il Padre
mostra quello che fa”, abbiamo visto cos’è che il Padre fa: il Padre genera
il Figlio, per cui il Figlio conosce Se stesso come fatto dal Padre.
Pinuccia: Ho avuto
l’impressione che invece noi, in qualche nostro intervento, abbiamo inteso
questo “fare”, come un fare sul piano del comportamento, di azioni o decisioni
da prendere.
Luigi: Le
impressioni vanno superate; bisogna approfondire. Il dire: “Il Padre mostra al Figlio ciò che deve fare”, è un termine
improprio, perché non c’è il “deve”, se no avremo come un filmato in cui il
Padre ci presenta ciò che dobbiamo fare e dopo lo facciamo. No, non è così! Il
termine “deve” è improprio, perché il Figlio non vede il “deve”, nel Figlio c’è
la piena libertà. Gesù stesso dice: “Nessuno
mi obbliga: sono Io che lo faccio”. “E
perché Io lo faccio?” Quando noi abbiamo in noi stessi il motivo di quello
che facciamo, ci sentiamo liberi. Quando invece qualcuno dal di fuori mi ordina
di fare qualcosa di cui non sono convinto, mi sento schiavo. Ora, il rapporto
tra il Padre e il Figlio, non è come di un essere superiore che dice: “Fa questo!”. No, il Padre dona Se
stesso al Figlio. Donando Se stesso al Figlio, il Figlio ha in Se stesso il
motivo di quello che fa. C’è un Pensiero Unico che opera.
Pinuccia: In tutte
le azioni, dal mattino alla sera?
Luigi: Ma non ci
sono le azioni. Non c’è “l’azione”. L’azione del Figlio è la contemplazione del
Padre, è contemplare il Padre.
Pinuccia: È questo
il “fare” che il Padre mostra al Figlio per cui: “Gli mostra tutto ciò che fa”?
Luigi: Perché il
Padre “fa” il Figlio (scusate il termine improprio), e il Figlio “fa” Se
stesso, perché lo vede come un pensiero generato dal Padre: il Figlio si vede
“fatto” dal Padre e quindi nel Padre conosce Se stesso. Per il Figlio, il Padre
è “l’occhio” con il quale il Figlio vede. E cosa vede? Vede Se stesso come
opera del Padre. Quindi il Figlio ha il Padre come occhio per conoscere Se
stesso. Se noi fossimo figli di Dio, conosceremmo noi stessi per mezzo
dell’occhio del Padre, per mezzo del Padre. Invece noi conosciamo noi stessi per
altri motivi. Il termine ultimo è questo: un’intimità del Figlio con il Padre,
questa intimità che è tutta vita. La vita eterna è conoscere. Siamo chiamati
alla vita eterna. Come faccio a trasformare la vita eterna in conoscenza?
Eppure Gesù dice: “La vita eterna è
conoscere Te vero Dio e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo”; questa è
vita eterna. La vita eterna è vita vera. Vita vera che si contrappone alla
nostra vita che facciamo qui, che non è vera: infatti la perdiamo. Questa non
rimane, quella invece rimane. Quindi tutto quello che noi conosciamo di Dio,
rimane e diventa vita, vita per noi. La vita che noi facciamo qui, e quindi
tutti i motivi di vita, passano.
Pinuccia: Il vero
“fare” del Figlio è contemplare, quindi diciamo che: “Il Figlio ha in Se stesso la ragione di quello che fa”, equivale
allora a dire: “Il Figlio ha in Se stesso
la ragione di quello che contempla”?
Luigi: La
ragione di quello che il Padre fa (la ragione l’ha nel Padre, e dato che il
Padre si dona, l’ha in Se stesso). Quello che il Padre “fa”: il Padre “fa” il
Figlio. È lì che dobbiamo fermarci a riflettere: il Padre genera il Figlio. E
il Padre mostra al Figlio quello che il Padre fa. Glielo mostra, per cui il
Figlio è cosciente. Il Figlio è anche Persona, perché il Padre mostra.
Teresa: È come
due persone amiche che hanno un pensiero unico, per cui una fa quello che vuole
l’altra.
Luigi: Non
perché le viene detto dall’esterno, ma perché lei stessa vuole quello che
l’altra vuole. Così con Dio. “Il Figlio non
può fare niente se non lo vede fare dal Padre”. Forma una cosa sola.
Teresa: Il nostro
“fare” è vivere, lasciarci fare da Dio (“Facciamo
l’uomo”).
Luigi: Si, il
fare è di Dio.
Nino: Così
quando diciamo: “Fare Dio”, vuol
dire: “Vivere in unione con Dio”.
Luigi: Cioè è
l’unione con Dio che fa Dio, genera Dio in noi, perché noi generiamo il Verbo
in noi. “Chi fa la verità giunge alla
luce”. Abbiamo sempre escluso il “fare” come azione nel mondo. “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel
regno di Dio, ma chi fa la volontà del Padre mio”. Cosa vuol dire: “Fare la sua volontà”? Cosa vuol dire: “Fare la sua parola”, “Cerca prima di tutto il regno di Dio”?
Noi possiamo, per esempio, fermarci alla parola e crediamo di fare la volontà
di Dio perché ricordiamo le sue parole, le diciamo o le leggiamo dalla mattina
alla sera; ripetiamo le sue parole: questo non è fare la sua Parola. Il fare la
sua Parola vuol dire realizzare, vivere quella sua parola, cioè il Signore dice
che anima di tutto è: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore …”. “Fa”!
Cosa vuol dire “fare”? Amare, cercare la Presenza. Cerca la Presenza di Dio e
allora fai la Parola.
Nino: Rimanere
nelle parole, approfondirle, vuol dire vivere secondo quelle parole.
Luigi: Ma per
vivere una parola tu l’approfondisci, non puoi farne a meno; se non
l’approfondisci resti in superficie e tradisci la parola. Gesù stesso nella
parabola del seminatore dice che è sempre la sua stessa parola, il seme, che
cade in diversi terreni: terreni che fanno; il terreno sassoso, fa; il terreno
spinoso, fa e poi subito si spegne. Bisogna arrivare all’anima delle cose per
poterle intendere. Ad esempio: “Fare Dio,
fare la Verità”. Gesù stesso dice: “Chi
fa la Verità”. Lui dice: “Chi ascolta
le mie parole mi è madre”. Come? Noi siamo madre di Lui? È Lui madre
nostra. La Verità quando l’abbiamo fatta nostra la viviamo.
Teresa: Fare la
Verità è eseguire.
Luigi: Eseguire
possiamo intenderlo esternamente. È un fare interiore. Non è un darsi da fare
per cambiare gli altri. Quante volte noi stessi prima di intendere il fare
così, l’abbiamo inteso come un metterci a correre per terra e per mare per fare
apostolato, per cambiare gli altri, e forse non abbiamo avvertito il “prima di
tutto” che Gesù diceva. Noi arriviamo a scoprire il prima di tutto molto tardi:
non lo scopriamo subito all’inizio. Forse noi lo scopriamo dopo aver “fatto”
tanto.
Nino: La stella
polare è sempre: “Ama il Signore Dio tuo”.
Luigi: Si, ma
anche lì bisogna tener presente che noi possiamo deviare: il termine “amore” lo
possiamo far diventare sentimento e ripetere dal mattino alla sera: “Signore, ti amo con tutto il cuore”. E
questo non è amore. Deve essere il primo dei nostri pensieri.
Eligio: Il
movente.
Luigi: Certo:
uno vive nell’Altro.
Nino: è sempre
Lui che opera, perché è Lui che si fa sentire, si fa pensare, ecc., ad esempio
in un incontro, nella lettura di un articolo, ecc.
Luigi: E più il Signore ci avvicina a Sé e più questi momenti
diventano una continuità.
… e gli
mostrerà come maggiori di queste in modo che voi ne restiate
meravigliati. Gv 5 Vs 20 Terzo tema.
Titolo: I doni
maggiori.
Argomenti: Nel peccato, abbiamo necessità di trovare
fuori ciò che siamo in noi, cioè il Cristo. Segno-significato-Presenza. I figli di Dio
nascono da Dio per partecipazione. Il piano della fede. Far conoscere il nome
del Padre parlando in parabole. La vera preghiera. A tu per tu con il Padre. Dal latte della fede al cibo della visione. Il momento della
rivelazione: rapporto intimo tra la nostra anima e il Padre. L’affidarci al Padre. Dal punto in cui
nasciamo dal Padre, noi diventiamo una cosa sola con il Figlio. La nascita
presuppone il silenzio di tutto il resto, anche del tempo.
29.Ottobre.1978
Pensieri tratti dal pre - incontro:
Nino: Una creatura handicappata che lezione è per noi?
Luigi: Sul piano naturale è un invito ad essere umili, poveri (potresti
essere tu così), e sul piano spirituale è un invito a scoprire quelle deformità
che portiamo in noi senza saperlo; perché se il Signore ci mette di fronte ad
un ubriacone, ad un essere deforme, ecc., è per invitarci a scoprire la
deformità dell’anima che portiamo inconsciamente; perché i mali dell’anima noi
non li avvertiamo e abbiamo bisogno di essere ammoniti dall’esterno con qualche
segno, di modo che, riflettendo con Dio, capiamo che siamo idropici,
paralitici, morti, ecc.. Il Signore viene e ci considera morti oppure
addormentati o paralitici, oppure lebbrosi. Non viene per giudicarci (“Tu sei paralitico”), ma ci fa
riconoscere tali per poterci guarire e salvare. Noi non dobbiamo essere superbi
dicendo: “No, io sono sano”.
Rina: Sant’Agostino incontrando un ubriaco prese la lezione su
di sé.
Luigi: Ma al significato noi non arriviamo se non attraverso il
Pensiero di Dio, perché chi mi mette in cammino verso questa ricerca è il
Pensiero di Dio: “Perché Dio mi presenta
questo?”. Se non abbiamo presente Dio, noi non facciamo l’interrogazione;
tutt’al più lo commiseriamo o pensiamo che avremmo potuto nascere anche noi
così, ma non possiamo andare più in là. Invece il Pensiero di Dio mi fa
chiedere subito: “Perché Dio mi presenta
questo?”. Il Pensiero di Dio mi mette in rapporto diretto con Dio, poiché
Dio parla direttamente con me. Ogni cosa è parola e allora: “Perché Dio mi dice questo?”.
Eligio: Se io non vedo questo segno esterno (ad esempio un
ragazzo paralitico), io non riuscirei a scoprire la mia paralisi interiore?
Luigi: Allo stato puro, se fossi Adamo, non ci sarebbe bisogno
di questo segno. Cioè nell’assenza di peccato, non abbiamo bisogno fuori di noi
di questo segno del paralitico, dell’ubriacone, del delinquente. Invece allo
stato di situazione di peccato, quindi situazione di ognuno di noi, abbiamo
necessità di trovare fuori di noi quello che siamo dentro di noi, cioè abbiamo
bisogno del Cristo. Tutto il dolore innocente che c’è attorno a noi, si
riassume in Cristo che muore in croce, di cui noi siamo colpevoli. Ora, Cristo
perché muore? Per farci scoprire il delitto che portiamo dentro di noi. E
allora perché abbiamo il dolore innocente fuori di noi? Per farci scoprire il
male che c’è in noi, altrimenti nella situazione di peccato, non lo scopriamo.
Nino: E il ragazzo colpito, come può raccogliere questo fatto
in Dio?
Luigi: Accettando come voluto da Dio quello che Lui ha. Non è
necessario che comprenda. Non deve maledire. Così come noi dovremo accettare la
morte. Perché ad un certo momento anche noi dovremo accettare la morte. Oggi
lui anticipa per noi quello che noi domani dovremo accettare su di noi. Noi
accetteremo non soltanto la paralisi, ma anche la morte. Prima di arrivare alla
morte, quante disgrazie ci preparano alla morte. Ed è tutto questo che noi
dobbiamo accettare, tutto quello che arriva così, come l’infermità di questo
ragazzo, che ricade su di lui e deve servire per noi; domani anche su di noi
cadranno certe cose che dovranno servire come spettacolo ad altri, ma noi
dovremo accoglierle dalle mani di Dio.
Nino: Mi pare che sia più difficile per un ragazzo accettare
tale infermità per tutta la vita che per non accettare la morte.
Rina: Ma il Signore dando la malattia dà anche la forza.
Luigi: Si, per ognuno il Signore certamente contribuisce, però
invita pure tutti quanti noi ad aiutare con l’amore a portare quella croce che
Lui deve portare. Ognuno di noi dovrebbe in qualche modo offrire un atto di
amore, in modo che l’altro possa supplire alla debolezza della sua fede, perché
l’amore riesce a far superare. Queste persone spastiche, o cieche o sordomute,
ecc., il più delle volte si formano dei complessi e sono tristi e chiedono
praticamente un certo aiuto al prossimo, ai fratelli; un certo atto di amore
per essere aiutati a portare quella croce. E penso che l’amore quand’è vero
riesca a supplire quello che sono i dolori fisici o quello che può essere
un’infermità, perché quando una persona è amata, anche se porta qualche
infermità, l’amore è più forte dell’infermità e supplisce al danno di questa.
Dall’esposizione di Luigi Bracco:
Luigi: Siamo sempre al capitolo 5 del Vangelo di San Giovanni
al versetto 20: “… e gli mostrerà come
maggiori di queste in modo che voi ne restiate meravigliati”.
Proporrei di fermarci ad approfondire queste “cose
maggiori” di cui Gesù parla. Qui in questa frase ci troviamo con un futuro che
evidentemente non riguarda il Figlio di Dio, perché nel Figlio di Dio non c’è
futuro: tutto è presente. Si parla di “cose maggiori”: ma anche questo non è un
termine che possiamo considerare nella divinità, perché nella divinità non ci
sono “cose maggiori”, quindi deve essere riferito alla creatura. D’altronde il
Verbo di Dio incarnato, Cristo, parla per la creatura e in quanto ci presenta
“cose maggiori” evidentemente è perché ci propone queste “cose maggiori”. Ora,
il termine “maggiori” è un termine di paragone e presuppone sempre un secondo
termine di confronto. E cioè, quali sono le altre “cose minori” rispetto a cui
Gesù presenta “cose maggiori”? Generalmente il commento di queste “cose minori”
è la guarigione del paralitico: Gesù guarisce il paralitico e poi ci parla di
“cose maggiori” promettendoci doni maggiori di quello della guarigione della
paralisi. Penso però che debba essere più approfondito: prima di tutto perché
qui parla di “cose maggiori”, poi perché abbiamo già la stessa frase ripetuta
da Gesù quando si incontra all’inizio con Natanaele, il quale si stupisce che
Gesù lo conosca; si è sentito conosciuto, scoperto, e Gesù gli dice: “Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il
fico tu credi? Vedrai cose maggiori di queste” e però aggiunge: “In verità vi dico, vedrete i cieli aperti”.
Qui abbiamo una precisazione di queste “cose maggiori” che Egli promette. A me
sembra che qui Gesù parlando di “cose maggiori” voglia intendere “cose
maggiori” di quelle che attualmente ascoltate, maggiori di quelle di cui
attualmente vi sto parlando. Ritorniamo a quei tre piani di cui parlammo: piano
naturale, piano intellettuale, piano divino. Qui Gesù parla ad uomini di cose
divine, ma sul piano naturale. Ed essi intendono, ragionano su questo piano
naturale. Quando si parlava di “mostrare”, avevano detto che può essere sul
piano naturale secondo i nostri occhi, può essere un mostrare sul piano divino.
E così lo stesso: le “cose maggiori”, penso si possono riferire a questi tre
piani. Il Verbo di Dio scende a parlare a noi su un piano naturale, in quanto
siamo su un piano naturale; ma le sue parole restano sempre parole divine,
perché il Signore anche quando parla a noi su un piano naturale parla però
sempre unito al Padre, quindi parla sempre di cose divine: per questo le sue
parole vanno sempre intese in senso spirituale. Ecco, il piano naturale direi
che coincide con il piano della fede rispetto alle parole di Dio. Poi passiamo
al piano intellettuale: cioè cercare di intendere il significato di quello che
Lui dice; e poi al piano divino (“cieli aperti”) che è la rivelazione della
Presenza del Padre, perché ciò di cui Cristo ci parla è il Padre. È il Pensiero
del Padre che si rende evidente.
Eligio: E qual è stata la funzione del segno?
Luigi: Portarci ad intendere la presenza del Padre. Il segno ci
sollecita. Sul piano degli occhi, ad esempio, noi abbiamo un guardare che non è
un intendere. Allora il guardare con gli occhi ci sollecita ad intendere. Vedi
che ci fa fare un passaggio? Però noi non possiamo fare i passaggi nel campo
dello spirito senza la Presenza di Dio, anche se siamo nel peccato. Anche nel
peccato noi abbiamo sempre presente Dio: di fronte ad una lezione che il
Signore ci presenta, noi pensiamo Dio anche se non la applichiamo a noi, se non
andiamo alla ricerca del significato per noi. Quindi anche nel peccato noi
possiamo pensare Dio, e pensando Dio ricevere la sollecitazione da parte di Dio
e quindi l’interrogazione a metterci in movimento: è sempre Dio che ci mette in
movimento e ci fa fare i passaggi da un piano all’altro. Così abbiamo bisogno
di Dio per passare dal segno al significato; abbiamo bisogno di Dio per passare
dal significato alla rivelazione della presenza del Padre, alla visione, cioè
al “cielo aperto”, che è poi la scoperta del Padre.
Pinuccia: Questo passare dal segno al significato è un
raccogliere?
Luigi: Si, è raccogliere, perché noi abbiamo sempre bisogno
della Presenza di Dio che ci mette in movimento, però adesso qui abbiamo il
Padre che “mostra”. Ecco, il “Padre che mostra” non è un raccogliere. Qui
abbiamo un donarsi di Dio che è amore, amore che si dona. L’amore che si dona
naturalmente richiede dalla creatura che riceve, un raccogliere; perché il
Padre dona e la creatura può disperdere i doni. Invece siamo sollecitati a
raccogliere. Però qui Gesù ci sta parlando dell’opera del Padre, il quale
Padre, mostra al Figlio tutto ciò che fa. È questo “fare” che ad un certo
livello, diventa la generazione stessa del Figlio, per cui il Figlio nasce
consapevolmente dal Padre. E noi stessi siamo chiamati a nascere
consapevolmente dal Padre. Abbiamo detto tante volte che sul piano naturale dei
segni, noi nasciamo magicamente, senza di noi. Ma come figli di Dio, non
nasciamo magicamente. Noi nasciamo magicamente per essere interrogati se
vogliamo nascere come figli di Dio. Ma come figli di Dio si nasce
consapevolmente, cioè Dio richiede alle sue creature la partecipazione per
nascere come figli di Dio; per cui Dio dà alle sue creature la possibilità di
nascere come figli, ma i figli di Dio nascono da Dio e non si nasce per atto
magico: si nasce per partecipazione. Tutto è dono di Dio, però si richiede la
partecipazione da parte della creatura. Allora noi siamo continuamente
sollecitati dal Figlio di Dio a prendere coscienza di questa nascita che ci è
promessa (“le cose maggiori”), ma anche a prendere coscienza che non nasciamo
come figli di Dio se non lo vogliamo, quindi se non ci uniamo a Dio.
Nino: Da parte nostra c’è il raccogliere con Dio e poi c’è
l’azione di Dio che si dona di continuo.
Luigi: È Dio che mostra a noi, ad esempio, che siamo suoi
figli, ma quando? Quando uniti a Lui nasciamo per opera sua; ma è Dio che
mostra quello che fa. Sul piano della fede Dio mostra a noi tutte le opere
della sua creazione. Se teniamo conto di Dio tutta la creazione è opera sua.
Dio mostra a noi, però non intendiamo. Ecco, siamo nel campo dei segni; però
tutta la creazione ci sollecita, se teniamo presente Dio, a passare al
significato. Se passiamo al significato, ecco, sempre tenendo presente Dio,
siamo sollecitati a passare alla scoperta del Padre, perché è il Verbo di Dio,
il Figlio di Dio che parlando a noi, ci fa salire di piano in piano, di livello
in livello, fino a portarci al Principio: il Principio è il Padre, in modo da
poter in quel Principio, rinascere come uomini nuovi, come figli nuovi, come
figli di Dio.
Eligio: Quale rapporto c’è tra le tante parole e il Verbo?
Luigi: Cioè tra la molteplicità delle creature, dei verbi che
si dicono nel mondo e la semplicità del Verbo, la singolarità del Cristo?
Eligio: E quale rapporto tra l’intendere il significato e
l’intendere “i cieli aperti”, cioè i doni maggiori?
Luigi: Lui attualmente sta parlando di cose altissime, però ne
parla sul piano della fede. È il Figlio di Dio che parla, ma sul piano della
fede. Quelli che attualmente stanno ascoltando queste parole le intendono ad un
certo livello: il livello della fede. Lui però prospetta “cose maggiori”. Se
noi continuiamo a restare in ascolto delle sue parole, Lui ci promette. Cioè: “Se resterete nelle mie parole conoscerete
la Verità”, ecco la promessa, cioè: “Se
continuerete ad ascoltare, io vi prometto”, perché ciò che Lui parla,
propone e in quanto propone, promette; promettere vuol dire “mettere davanti”,
cioè metterlo in modo che noi possiamo accoglierlo, capirlo. Gesù stesso dice: “Voi sarete veri miei discepoli se resterete
nelle mie parole e conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”. Ecco
“i cieli aperti”: “Conoscerete la Verità,
se resterete”. Quindi Lui comincia a parlare (piano dell’ascolto) e se noi
aderiamo come fede, intendiamo le sue parole ma a livello nostro. Infatti gli
chiedono: “Dov’è tuo Padre? Facci vedere
tuo Padre”. Ecco, non possiamo intendere, però capiamo che ci sta parlando
di qualcosa che ci sollecita a cercare, a vedere ciò di cui ci parla, perché ci
parla di cose che noi attualmente con gli occhi non vediamo.
Eligio: La fede in che piano la collochiamo?
Luigi: La fede è sul piano naturale nel senso che ogni parola
di Dio va sempre intesa o raccolta nel Pensiero di Dio, non va mai disgiunta da
Dio. Dio scende sul nostro piano naturale a parlare con noi perché noi non
intendiamo in modo diverso. Se io non intendo altro che strada e alberi, Dio se
vuole colloquiare con me, deve scendere a parlare con me di strada e alberi;
soltanto che mentre mi parla di strada e alberi mi parla di Sé, per cui io
capisco che mentre mi dice “strada” e “alberi”, non risponde soltanto, non mi
acquieta soltanto alla visione che io vedo, ma mi sta parlando con un secondo
senso, con un secondo significato, per cui mi sollecita, perché mi fa capire
che mi vuol dire qualcosa di diverso palandomi di strada e di alberi, però io
capisco solo strada e alberi. Ecco, è il piano della fede, in quanto la cosa
che ascolto e vedo la devo accogliere con il Pensiero di Dio. Ad esempio se
vedo un povero ragazzo handicappato? Lo devo pensare con il Pensiero di Dio, lo
devo tener presente, non lo devo vedere a sé stante. Ecco, quindi che abbiamo
il piano naturale che è il piano della fede. Però questa mi sollecita a passare
al significato.
Eligio: Ma qual è il rapporto tra il significato e i “cieli
aperti”?
Nino: Al esempio la parabola del seminatore, le parole “seme”
e “terra” (piano naturale), sul piano spirituale diventano “Parola di Dio” e
“uomo”. A un certo punto, dopo aver capito questo, devi entrare in rapporto
diretto con Dio, per vedere la relazione che c’è tra te e il terreno di cui Lui
ti parla.
Eligio: Ma qual è il passaggio dall’intelligenza del segno a
quelle “cose maggiori” di cui parla il Cristo e che sono la conoscenza del
Padre in Sé?
Luigi: C’è una frase molto bella di Sant’Agostino il quale
dice: “Cresci, nutriti con il latte della fede in modo da arrivare a cibarti
del cibo della visione di Dio”. Mi pare che sia abbastanza ben delineato questo
fatto. Ecco, cresci, nutriti con il latte della fede. Il latte della fede è il
Verbo di Dio che parla tra noi. Queste parole che Gesù dice sono il latte della
fede; le parla sul nostro piano naturale: segni. Nutriti con questo latte, cioè
nutriti con queste parole e passa al piano intellettuale o al piano spirituale.
Nutriti in modo da arrivare a cibarti del cibo della visione di Dio.
Nino: Gesù ci descrive il carattere, il pensiero del Padre
(dicendoci ad esempio come tratta una donna adultera, cosa pretende da me),
però con questo non abbiamo ancora la conoscenza diretta personale. Ma noi in
ogni cosa dobbiamo chiedere direttamente a Dio: “In questa situazione cosa devo fare?”, “Con questo fatto cosa mi vuoi
dire?” e poi attendere e accogliere la risposta da Dio, senza scappare.
Eligio: Sono queste le “cose maggiori”?
Luigi: No, c’è una cosa maggiore ancora, perché i “cieli
aperti” significano la conoscenza del Padre, Gesù dice: “Finora vi ho parlato in parabole; viene l’ora in cui non vi parlo più
in parabole, ma apertamente vi parlerò del Padre”. Ma quando ci parlava in
parabole, di cosa ci parlava? Ci ha sempre parlato del Padre! Ma ci parlava in
parabole, cioè ci faceva conoscere il “carattere”, il modo di agire, il
comportamento: “Finora vi ho parlato in
parabole del Padre”. Eppure rivolgendosi al Padre in preghiera dice: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”.
Rivolgendosi ai discepoli dice: “Finora
vi ho parlato in parabole”. Quindi quel “far
conoscere il nome del Padre” e “parlare
in parabole” è parlare del Padre ma in parabole. Ma è sempre parlare del
Padre, perché Lui parlando in parabole fa conoscere il nome del Padre a coloro
che Lo ascoltano. E non siamo ancora ai “cieli aperti”. Poi Lui concede la sua
preghiera al Padre consegnandoli al Padre: “Li
affido a Te; prima Tu li hai affidati a me; ho fatto loro conoscere il tuo nome
e lo farò conoscere ancora affinché l’amore con cui mi hai amato sia in essi ed
io in loro”. Qual è questo amore con cui mi hai amato? Cioè l’amore con cui
mi ami? Sia in essi ed io in loro? È quell’amore di cui parla qui: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto
quello che fa”. Cosa gli mostra? Cos’è che fa? Nei cieli aperti Lui “fa” il
Figlio. Lui genera il Verbo. Lo genera consapevolmente. Quindi qui non abbiamo
più la creatura che raccoglie, che interroga il Signore, ma è la creatura che
sotto un certo aspetto è generato (in effetti, generato è Uno solo) dal Padre:
abbiamo la creatura che assiste alla sua nascita dal Padre. “Il cielo aperto” è
lì; perché vede il Padre che opera. Qui l’azione è irreversibile. Prima si
diceva: “Io posso scappare”; no, lì
io non posso più scappare. Posso scappare prima quando raccolgo. Lì nel “cielo
aperto” io non scappo più: non posso più! Cioè quando uno conosce la Verità, la
Verità conosciuta qui, a cielo aperto, non scappa più, non può più, perché la
Verità ti ha conquistato e tu sei diventato figlio della Verità. Qui assisti a ciò che il Padre fa: assisti.
Il tuo essere, il nostro esistere è proprio questo “guardare” il Padre. Ecco,
si diventa pensiero del Padre; si diventa tutto pensiero del Padre. Ma quando
si è pensiero del Padre, non si interroga più il Padre, ma si riceve dal Padre,
perché si è tutto pensiero del Padre. Qui abbiamo lo sguardo: si diventa tutto
“sguardo” verso il Padre. Abbiamo quindi l’occhio che sul piano naturale
guardava ma non intendeva, sul piano divino guarda e intende perché è tutto
soltanto sguardo del Padre. Direi che è fatto dal Padre, scopre di essere
pensiero del Padre, generato dal Padre ed opera del Padre. Per questo gli
mostra quello che fa, gli mostra tutto.
Nino: L’insegnamento del Cristo non è solo dato dalle sue
parole, ma dalla sua stessa vita, dal fare Lui stesso la volontà del Padre fino
alla morte.
Luigi: A questo punto io vorrei richiamare di nuovo il concetto
di preghiera. Siccome preghiera è elevazione dell’anima a Dio, ricordando
questi tre passaggi che avvengono verso queste “cose maggiori” di cui parla il
Signore e che avvengono attraverso la sua Parola, per cui Lui parla sul nostro
piano naturale, dico piano naturale ma sempre unito alla fede, secondo la fede,
perché non possiamo immaginare un piano naturale senza la fede, perché tutto è
opera di Dio, il Padre opera in tutto, quindi tutte le opere di Dio vanno
sempre considerate con Dio, e questo è fede; per cui quando io considero un
filo d’erba lo devo considerare con la fede, cioè tener presente Dio, lo devo
guardare in Dio, non devo considerare il filo d’erba a sé, no, perché se no,
sono deviato, perché lo considero nel pensiero del mio io, per impressione, per
sentimento, per scienza, ecc., ma questo mi devia perché lo considero in assoluto;
no, debbo sempre essere sul piano della fede e considero le cose in rapporto a
Dio; questo mi mette in movimento, il che vuol dire che mi fa approfondire,
ecco qui, la vera preghiera che ci conduce alle cose maggiori, è
approfondimento della parola di Dio fino a arrivare al cielo aperto di cui
parla il Signore. Ecco le cose maggiori sono il cielo aperto. A Natanaele, Gesù
dice: “Vedrete i cieli aperti e gli
angeli del cielo scendere e salire …”.
Eligio: È la rivelazione del Padre?
Luigi: È la rivelazione della
Presenza di Dio. Sant’Agostino ha colto molto bene dicendo: “È il cibo della visione di Dio”; e nota
bene che questo è personale, per cui quando noi facciamo il passaggio nella
parabola del seminatore del seme e del terreno, all’applicazione personale, noi
arriviamo ad intendere il significato, arriviamo a chiederci: “Ma io che specie di terreno sono alla
presenza di Dio?”. Ma questo non basta! Non è che con questo noi siamo
arrivati alla visione. Io qui, quando ho capito che terreno sono, a questo punto
devo entrare ad applicarmi personalmente con Dio, alla presenza di Dio, in
questo rapporto a tu per tu, per cui la preghiera diventa un dare del tu a Dio.
Ma questo dare del tu non è un dirlo a parole (non è dire: “Signore ti amo”), ma è questo rapporto diretto personale, senza
più interposto alcun significato, alcun segno, alcuna creatura, nemmeno i
nostri pensieri, a tu per tu, perché è proprio da questo silenzio di tutto, di
tutta la creazione, di tutti i segni, di tutti i significati, è da questo silenzio
di tutto che nasce l’uomo nuovo in noi, che nasce il figlio di Dio, perché i
figli di Dio nascono dal Padre. Gesù ci presenta il Padre, ci parla del Padre,
e in quanto ci parla del Padre, ci introduce al Padre; ci introduce al Padre
affinché noi abbiamo a nascere dal Padre. Ma questa nascita è una nascita
personale, il nome è personale per ognuno di noi, il che richiede una
solitudine personale di ognuno di noi con il Padre. A questo ci conduce il
Figlio di Dio. E se noi non entriamo in questa solitudine, in questo a tu per
tu con il Padre, noi non nasciamo dal Padre; perché Lui ci convince che i figli
di Dio nascono dal Padre, quindi non nascono dai nostri sforzi, dalla nostra
buona volontà o dalle nostre virtù; non nascono per diritto di sangue, non
nascono perché: “Io faccio parte del
popolo di Dio”, “Io sono figlio di Abramo”; non nascono da queste cose, ma:
“I figli di Dio nascono da Dio, perciò io
ti chiamo a diventare figlio di Dio”. E se Lui mi dice: “Io ti chiamo a diventare figlio di Dio, ti parlo
affinché tu diventi figlio di Dio e ti dico: i figli di Dio nascono da Dio”,
qual è la soluzione? È soltanto quella di andare da Dio perché Lui mi faccia
nascere. Quando mi viene detto: “Si nasce
soltanto se tu vai nel tal luogo”, posso non andare, ma certamente non
posso nascere in modo diverso se non andando in quel luogo. È lì il cielo che
si apre. Il cielo si apre in quanto discende dal Padre, non in quanto si sale
al Padre. Il cielo si apre discendendo. “La
Città di Dio - di cui parla l’Apocalisse - è come una sposa che discende dal cielo di Dio”. Nel processo di
ascesa abbiamo il processo di preghiera che si eleva attraverso la parola di
Dio fino ad arrivare al cielo. Il cielo si apre quando la creatura comincia a
discendere da Dio, a nascere. Ecco, abbiamo la creatura nuova. Quindi abbiamo
l’uomo vecchio che sale, aggrappandosi alla parola di Dio, al Verbo di Dio,
(con: “Chi con me raccoglie, sale dalle
sue bassure, dalla sua volgarità, dalla sua mentalità perversa, sale a poco per
volta verso il cielo fino a questo rapporto intimo, personale con il Padre”.
E questa è tutta opera del Figlio, se lo seguiamo. Poi di qui incomincia dal
Padre, ed è un tempo che lo conosce solo il Padre; Gesù dice: “Nemmeno il Figlio lo conosce, nemmeno gli
angeli, solo il Padre”. È in questo tempo di silenzio dell’anima con Dio, a
tu per tu, che l’anima prende, fa esperienza di questa nascita da Dio, dal
Padre. Qui abbiamo il processo di discesa, non di allontanamento e qui abbiamo
la Città di Dio: qui abbiamo il cielo che si apre. Qui abbiamo la rivelazione.
Qui abbiamo il cibo. Qui abbiamo la creatura nuova che si nutre di quel cibo di
cui parla Sant’Agostino della visione: il cibo della visione. Siamo passati dal
latte della fede al cibo delle visione.
Nino: Da tutti i segni alla visione; però lì ritroviamo anche
il Cristo, no?
Luigi: Lì ritroviamo tutto, si recupera tutto, ma nello Spirito
Santo. E i segni sono testimonianza dell’amore del Padre, prima che noi fossimo
capaci di amare e quanto siamo stati amati. Ed è questo amore che ci commuove,
perché Lui ci ha amati molto prima che fossimo capaci di conoscerlo.
Nino: Non solo, ma questo amore è un aiuto a superare il
momento di freddezza.
Luigi: Certo. Ecco, allora lì possiamo capire: “Perché ne restiate meravigliati”. Non è
che Dio operi per meravigliarci, ma è proprio quella meraviglia del mondo
nuovo, del cielo aperto, che ci sorprende, perché è la nascita da Dio, le cose
maggiori di cui ci parla.
Eligio: Perché il Figlio non deve conoscere il momento della
rivelazione?
Luigi: Perché lo dice a noi. E lo dice a noi perché? Perché noi
abbiamo a guardare il Padre, perché quel tempo dipende dal Padre. Se Lui
dicesse: “Il Figlio lo sa, noi andremo
dal Figlio”. Lui parla per noi. Lui dice: “Né gli angeli, né il Figlio di Dio lo sanno”, e lo dice a noi (Dio
parla per noi) affinché noi andremo da Colui che lo sa.
Eligio: Allora Lui non parla di Sé? Non è Lui che non lo sa?
Luigi: No, non è che Lui non lo sappia. Lui parla a educazione
nostra, per educarci. È un tempo che dipende dal Padre, cioè quasi a dire: “La vostra nascita dipende non dal Figlio,
dipende dal Padre”. E quando mi dice: “La
tua nascita dipende dal Padre” cosa mi fa? Mi consegna al Padre. Mi invita
a consegnarmi al Padre.
Nino: Lui sa tutto, non può contarci una storia solo perché
parla a noi.
Luigi: Lui non conta una storia: ma parla per noi. Quando ad
esempio dice: “Il Padre gli mostrerà cose
maggiori”, non mostra cose maggiori al Figlio: allora mi dice una storia?
Eligio: Questo è facile a capirsi, ma è difficile capire perché
il Figlio dica: “Il tempo non lo so”,
mentre lo sa.
Luigi: Il Figlio dipende in tutto dal Padre, quindi dice: “L’iniziativa è del Padre” e quindi quel
dire: “Non lo so”, non è che Lui non
lo sappia, ma è per dire: “L’iniziativa è
del Padre, io sono Figlio e come Figlio non dipende niente da me”. Se
qualcosa dipendesse da Lui e se dicesse: “Io
lo so”, (in termini spirituale vuol dire: “Dipende da me”), in quel momento non sarebbe più figlio. Guarda
che il Figlio è una meraviglia perché glorifica in tutto il Padre, è tutto
Pensiero del Padre, il che vuol dire che attribuisce tutto al Padre e quando
parla con noi, sotto un certo aspetto, dice: “Io non so niente, perché chi sa tutto è il Padre, guarda al Padre se
vuoi sapere tutto; ogni dono di luce viene dal Padre”.
Eligio: Però tutto quello che il Padre sa, lo comunica al
Figlio, no?
Luigi: Certo, il Figlio nasce dal
Padre. Questo lo dice per noi, affinché capiamo che questo momento è un
rapporto intimo tra la nostra anima e il Padre. Se Gesù a un certo momento ci
affida al Padre, domandiamoci perché ci affida al Padre? Non è necessario
allora? Basta che Lui ci porti con Sé. Perché invece dice: “È necessario che io me ne vada, altrimenti lo Spirito non può venire a
voi”?. E poi fa la preghiera: “Padre,
li affido a Te”. Come li affido a Te? “Erano
tuoi e Tu li hai dati a me ed ora io li affido a Te, custodiscili Tu”. Come
custodiscili Tu? Lui Figlio dice al Padre: “Custodiscili
Tu”? Perché lo dice? Lo dice per noi. E cosa vuol dire? Quando Lui dice: “Padre, custodiscili Tu”, dice a tutti
noi: “Guarda che io ho affidato la
custodia di Te al Padre mio”; ma dicendo questo che cosa mi dice? Mi dice: “Guarda, adesso va con Lui, guarda Lui, aspetta
tutto da Lui, perché è Lui che ha la custodia di te”. Ma perché Lui mi dice
questo? Perché Cristo non mi tiene sempre con Sé mentre io vorrei sempre stare
con Lui e non andare al Padre? Perché mi dice questo? Mi dice questo: “Affinché l’amore con cui mi hai amato sia
in essi ed io in loro”, cioè per formare questa unica cosa. Perché se noi
non nasciamo da Padre, non possiamo essere fratelli suoi, in modo da formare
una cosa sola con Lui. Perché se noi non nasciamo dal Padre, non possiamo
essere fratelli suoi, in modo da formare una cosa sola con Lui. Allora Lui,
affinché noi possiamo essere fratelli suoi e fare una cosa sola con Lui, come “Io e Te siamo”, ci affida al Padre
affinché noi non nasciamo più dal Figlio, ma nasciamo dal Padre. Nascendo dal
Padre sono fratello suo. In questa nascita nuova allora sì divento una cosa
sola con il Figlio, allora si realizza quel “Ut
unum sint” di cui parla Lui. Adesso si vede il motivo per cui ci deve
affidare al Padre; ci deva affidare affinché noi nasciamo come è nato Lui.
Eligio: Come è nato Lui: ma Egli è coeterno, noi non possiamo
nascere come è nato Lui.
Luigi: Prima no; ma dal momento
in cui nasciamo facciamo una cosa sola con Lui. Lui è una retta infinita prima
e dopo; noi siamo una semiretta che diventa infinita dal punto in cui
incomincia semiretta: la semiretta nasce in un punto ma poi diventa infinita. E
da quel punto all’infinito è uguale alla retta. Cioè dal punto in cui nasciamo,
dal Padre, noi diventiamo una cosa sola con il Figlio. Noi siamo adottati, ma
una volta che siamo adottati, non si fa più differenza. Certo noi dovremo
sempre dire: “Io non sono Dio, io sono
una creatura; adottata da Dio”. San Paolo dice: “L’orecchio mai udì, occhio mai vide le meraviglie alle quali Dio ci ha
destinati”. Dio ci ha destinati a diventare figli suoi”. Ma ci rendiamo
conto cosa vuol dire: figli suoi? Noi non ce ne rendiamo conto! È un infinito
che invade tutto di noi; noi siamo chiamati a diventare una cosa sola. Gesù
parla di: “Una cosa sola” e una cosa sola non vuol dire “due”. È una cosa sola:
è parola di Dio e non possiamo dimenticarla. Ascoltando la parola di Cristo, io
divento figlio suo dipendente dalla sua parola. Ma ad un certo momento è
proprio Cristo che si mette da parte affinché io non sia più figlio suo, ma
diventi figlio del Padre e diventando figlio del Padre divento una cosa sola
con Lui. È come il professore che educa l’allievo: lo fa crescere fino a farlo
sedere sulla sua cattedra dicendogli: “Adesso
sei preparato a dare la lezione uguale come la do io”.
Eligio: Ma quando giungeremo a queste cose maggiori?
Luigi: Il “quando” è del Padre. Si richiede proprio il silenzio
di tutto in noi, perché è una nascita. La nascita presuppone il silenzio di
tutto il resto, anche del tempo. Ecco, è proprio in questa solitudine a tu per
tu della nostra anima col Padre, che l’anima scopre di essere pensiero del
Padre e quindi di essere rinata dal Padre, ma rinata non come nasciamo noi. Non
è un atto magico: dal Padre non si nasce con atto magico, c’è compartecipazione,
quindi un atto consapevole. Non si dirà: “Oh,
sono nato figlio di Dio”, no non è un atto magico: si richiede tutta la
nostra consapevolezza. Il Padre te lo fa toccare con mano: “Sei proprio figlio; ecco, io in questo momento ti ho generato”. A
questo punto l’anima non dubita, lo constata. È una constatazione e l’anima non
può far altro che lodare, glorificare e magnificare l’azione del Padre. “L’anima mia magnifica il Signore”, è
verissimo questo fatto dell’anima che constata l’opera di Dio, che è pura opera
di Dio, opera del Creatore. E se lì ci fosse qualche cosa di tempi o altro che
fosse in mano nostra, proprio in quel momento lì non saremo più figli. Perché
la bellezza di essere figli è proprio lì: che uno dipende tutto da-, tutto,
tempo, nascita, decisione, tutto nato da Dio. E Dio lavora per condurci su
questa totalità, perché lì inizia la vita eterna, lì è il cielo aperto, lì è la
vita nuova, la creatura nuova, la Città di Dio di cui parla l’Apocalisse: “Che discende come una sposa preparata per il
suo sposo”.
Rina: Sono realizzabili queste cose?
Luigi: Non sono cose che dico io. Per questo la nostra speranza
è su di Lui, non in quanto ne parliamo tra noi. La nostra speranza è sulle sue parole.
È Lui che ci porta a queste cose. Bisogna mantenere la speranza. Perché? Perché
tutte queste cose che abbiamo detto sono tutte fondate su parole di Gesù, non
sono parole umane: sono tutte fondate su parole di Gesù. Quindi sono tutti
passaggi a cui ci autorizza la parola di Gesù, perché è su di Lui che noi
speriamo: “Io ho sperato sulle tue
parole, o Signore: ho fatto conto sulle tue parole; non ho fatto conto né sulle
mie risorse, né sul mio intelletto,né sulle mie capacità, no, ho fatto conto
sulla tua parola: sei tu che mi hai parlato, che mi hai promesso queste cose e
sulla tua promessa io ho camminato”; ma uno cammina sulla promessa di Dio,
per cui se arriviamo, non siamo noi che arriviamo: è Lui che ci conduce. Ma
come ci conduce? Parlando e parlando ci promette le cose che ci vuole dare.
Rina: Se si diventa figli di Dio consapevolmente, dipende da
noi.
Luigi: No, consapevolmente in quanto si vuole quello che Lui ci
propone. Da parte nostra ci vuole l’adesione. In quanto Dio mi promette una
cosa, chiede a me una risposta, un’adesione, però il dono è suo. Se una persona
mi dice: “Guarda che domani verrò a casa
tua”, ecco, me lo promette, e in quanto me lo promette richiede da me una
certa attenzione, una certa attesa; ecco, io ho atteso, ma potevo anche
scappare di casa, non essere in casa. Ma quando quella persona viene, il dono è
tutto suo: è la persona che è venuta! Ora, il Verbo di Dio parlando ci promette
questo, però richiede che noi stiamo lì ad aspettarlo. Lui può venire a noi e
noi non essere in casa.
Eligio: Come le vergini stolte.
Teresa: Dio ci sollecita con la creazione a capirne il
significato e capito il significato, ci lancia verso il cibo della visione.
Luigi: Cibo della visione che diventa cibo della nostra vita.
Cina: Per me questo è un invito a restare in questa attesa
delle cose maggiori.
Luigi: Attesa che non deve essere passiva soltanto, perché è
un’attesa che impegna molto nelle cose di cui parla Gesù, perché è
un’ascensione e l’ascensione è un impegno.
Pinuccia: A me è venuta in mente la frase di Gesù: “Se non capite le cose della terra come
capirete le cose del cielo?”. Le cose del cielo sarebbero le cose maggiori
e le cose della terra sarebbero le parabole?
Luigi: Certo, se non capiamo il linguaggio elementare con cui
Dio arriva a noi (cioè se non capiamo il significato delle cose della terra),
come potremo poi passare alle cose maggiori?
Emma: Penso che bisogna sempre meditare queste cose, anche
quando uno ha freddo o sta male.
Luigi: Certo, in qualsiasi situazione in cui uno si trovi:
povero, ricco, sano, malato: una cosa sola è necessaria e una sola cosa va
messa prima di tutto.
Emma: Ma è duro capire certe cose.
Luigi: “Con la pazienza
possederete le anime vostre”. Ci vuole questo amore. Certo, se noi pensiamo
solo a noi è finito. Ci vuole l’amore a Dio, perché l’amore a Dio richiede
sempre un superamento di noi stessi; quindi se anche fossi pieno di mali, devo
superarmi un poco, perché devo pensare Dio; se invece comincio a ripiegarmi su
me stesso, esco dalla dinamica dell’ascensione e mi siedo su un prato, dove
magari c’è solo un mucchio di pietre e uno non può nemmeno stare seduto.
Emma: Può anche darsi che sia Dio che voglia farci sostare per
approfondire.
Luigi: Si però questa sosta non deve mai essere ripiegamento sul
pensiero di noi stessi. La sosta deve sempre essere ubbidienza a Dio, l’ascolto
di Dio, quindi richiede sempre un superamento di noi stessi: “Chi vuole venire dietro di me rinneghi se
stesso”: questa è la base, il fondamento. Chi si ferma al pensiero del suo
io non può camminare, non può proseguire, quindi non può nemmeno approfondire.
Emma: Quando si è stanchi si deve pensare che ciò che si fa,
lo si fa per Dio e per i fratelli.
Luigi: Se lei fa una cosa e poi ci aggiunge un francobollo,
un’etichetta: “Questo lo faccio per Dio”,
no. Deve essere motivata da Dio; motivata vuol dire: essere mossa da. Non deve
prima fare una cosa e poi aggiungere: questo lo faccio per Dio. No, il motivo è
un altro e allora recitiamo. Devo essere motivato da Dio, perché il Figlio di
Dio non fa niente, non può far niente se non lo vede fare, se non è motivato
dal Padre.
Cina: Cosa vuol dire che l’attesa non deve essere passiva?
Luigi: Gesù dice: “Sforzatevi
di entrare”; questo sforzarci non è passività. “La porta è stretta, sforzatevi di entrare”, cioè sforzatevi di
capire. Ci vuole impegno: “Ama il Signore
Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua vita, con tutto te stesso”. Questo non è passività:
l’amore non è passivo, eppure dipende tutto dall’essere amato, ma non è
passivo. Le vergini stolte invece sono passive; vanno avanti come gruppo. Le
altre invece sono intelligenti: la vergine che veramente ama è intelligente,
non è passiva.
Teresa: Pensare che anche le altre gli sono andate incontro.
Luigi: Avevano la fede, avevano la lampada ardente, erano state
in …. Patagonia.
Nino: Possiamo allora dire che ci sono tre piani ascendenti e
uno discendente.
Luigi: Tutto è dono di Dio e come dono è sempre discendente.
Pinuccia: Come mai qui dice: “Affinché
ne restiate meravigliati” e non: “Perché
il figlio resti meravigliato”? È proprio questa la frase che fa capire che
parla per noi?
Luigi: Certo, perché la meraviglia chi la riceve? La riceve
colui che riceve la novità. Se il Padre mostra al figlio cose maggiori, chi
deve essere meravigliato? Il figlio!? Invece no! Dice: “Voi siate meravigliati!”. Lui sta parlando a noi, meglio, sta
parlando per noi. Ma come? Perché non dice: “Vi
mostrerà cose maggiori affinché ne restiate meravigliati”? Invece no, le
“mostrerà” al figlio; perché il Padre non mostra alla creatura. Qui siamo nel
“fare” di cui parlavamo la volta scorsa: il Padre mostra al Figlio; fintanto
che noi non diventiamo figli, non mostra; ci sollecita a salire per vedere, ma
non vediamo.
Eligio: Quindi alla creatura dà i doni e i segni, ma il mostrare
lo dà al Figlio.
Luigi: In quanto al mostrare quello che Lui fa, soltanto quando
l’anima sarà figlia, lo vedrà. Ai discepoli dice: “A voi che siete dentro è dato di conoscere i misteri di Dio, ma a
tutti quelli che sono fuori è detto in parabole”. A voi che siete dentro:
mostrare va inteso su tre piani e sono “mostrare” diversi.
Pinuccia: Allora solo la creatura che diventa figlia rimane meravigliata,
perché solo quando uno vede rimane meravigliato.
Luigi: Si, la creatura figlia di Dio. Cioè i figli di Dio sono
figli che crescono. Invece il Figlio di Dio non è un figlio che cresce, quindi
non è Lui che è meravigliato. I figli di Dio sono figli che crescono, per cui
vanno verso cose maggiori. Il Figlio di Dio, il Verbo no, Lui è Dio.
… e gli mostrerà come maggiori di queste in modo che voi ne restiate
meravigliati. Gv 5 Vs 20 Quarto tema.
Titolo: La
meraviglia dell’amore di Dio.
Argomenti: Agli uomini le cose sono annunciate, al Figlio sono
mostrate. Noi saremo sorpresi
dalle novità che troveremo in Dio. Le cose
maggiori, non sono per il Figlio, ma sono per noi. L’astratto che diventa reale. Il
desiderio positivo e consapevole. Il Padre è
generante, il Figlio è generato.
5.Novembre.1978
Pensieri tratti dall’esposizione di Luigi Bracco:
Proporrei di fermare ancora
la nostra attenzione su queste “cose maggiori” di cui parla Gesù.
Prima di tutto cerchiamo di
precisare che cosa Gesù intenda con queste “cose maggiori”;
poi perché annuncia a noi,
ai discepoli (discepolo è chi ascolta il suo parlare), queste cose maggiori che
il Padre farà vedere al Figlio;
e quale sia la nostra
responsabilità nei riguardi di questo annuncio, di questa informazione;
per concludere sopra questo
argomento che penso sia l’argomento centrale, chiediamoci perché qui si dica
che il Padre farà vedere “le cose maggiori” al Figlio, affinché gli uomini ne
siano meravigliati.
C’è un contrasto illogico
nell’enunciato, perché la meraviglia l’ha colui al quale vengono mostrate le
cose maggiori. Qui invece le cose maggiori sono fatte vedere al Figlio,
affinché la meraviglia sia in altri. Perché? Teniamo sempre presente che Gesù
parla per ognuno di noi. L’argomento può essere difficile però oggi il Signore
ci ha condotto di fronte a questo e poiché tutto è voluto da Dio, se noi oggi
leggendo il Vangelo siamo venuti a trovarci di fronte a questi argomenti che
possono anche essere difficili, teniamo presente che è tutta opera di Dio per
condurre le nostre anime a quella meta per la quale siamo stati creati:
conoscere Dio. Il Verbo di Dio conduce, quanti lo ascoltano e prendono
seriamente le sue parole, le meditano, le approfondiscono, a partecipare della
conoscenza del Padre, perché la meta è questa. Ogni rivelazione, ogni dono che
viene a noi da Dio, è un dono che Dio fa di Se stesso per renderci partecipi di
Sé. Quello che Lui ci mostra, ce lo mostra per creare comunione. Ogni
informazione che viene a noi da Dio, crea comunione con Lui e una comunione
personale nella misura in cui noi accogliamo questa informazione, questa notizia,
questo annuncio, Dio lega noi attraverso le sue parole.
Pensieri tratti dalla conversazione:
Rina: Se
restiamo meravigliati è perché le vediamo anche noi queste cose.
Luigi: Certo, si
meraviglia colui che scopre. Però perché dice che il Padre farà vedere al
Figlio? Queste cose le dice a noi. Ci precisa che queste cose sono solo nel
Figlio ed è quindi solo nel Figlio che tali cose sono mostrare. A tutte le
creature, a tutti gli uomini, le cose sono annunciate, ma non mostrate. Al
Figlio sono mostrate.
Nino: A noi
nono sono mostrate finché non siamo figli.
Luigi: Le cose
che Lui dice a noi sono una promessa di cose che saranno date a noi se saremo
figli.
Pinuccia: Perché
dice: “Affinché voi ne restiate
meravigliati”?
Luigi: La
creatura, diventando figlia di Dio, resta meravigliata delle cose che il Padre
mostra nel Figlio. Questa meraviglia invece non avviene nel Figlio, perché è
Dio. La creatura, diventando figlia, resta meravigliata dell’amore; ad esempio
dell’amore con cui è amata. Ecco, è una meraviglia. Scopre qualcosa che la
meraviglia.
Cina: Per
esempio, quella pagina letta è una meraviglia.
Luigi: È una
meraviglia per noi creature. Non è meraviglia per il Figlio di Dio. La
meraviglia è un fascino, un qualcosa che uno non si aspettava, non supponeva: è
una sorpresa. Noi saremo sorpresi dalle novità che troveremo in Dio. Eppure ne
sentivamo tanto parlare, ma il giorno in cui le scopriremo, ne resteremo
sorpresi. La sorpresa però è della creatura.
Cina: Perché
non è una meraviglia per il Figlio?
Luigi: Il Figlio
non è sorpreso perché è Dio; cioè, le novità sono per le creature, non sono per
Dio che le fa. Il Figlio è Dio, forma una cosa sola con Dio.
Eligio: Infatti
risulta difficile intendere come il Figlio possa vedere le cose maggiori, se
già vede il Padre.
Luigi: Anche lì;
le cose maggiori, non sono per il Figlio, ma sono per noi. Però sono annunciate
a noi attraverso il Figlio. Qui dice che il Padre le fa vedere al Figlio per
noi, ma per il Figlio non sono cose maggiori. Le fa vedere maggiori per noi, e
quindi sotto un certo aspetto le fa vedere al Figlio. Le cose che vengono
dette, sono dette per noi; quando qualcuno mi dice: “Io pongo sulla cima della Bisalta un tesoro”, lo dice a me, perché
se io voglio trovare il tesoro, vada sulla cima della Bisalta. Se si dice a
noi: “Il Padre mostrerà al Figlio cose
maggiori”, lo dice a noi perché se vogliamo vedere le cose maggiori
sappiamo dove andare a cercarle.
Queste
cose maggiori le troviamo nel Figlio ed è “Il
Padre”.
C’è molto da chiarire per
noi perché dobbiamo tendere a vedere a che cosa possa servire questa frase di
Gesù per la nostra vita pratica, perché ogni frase di Gesù è un tratto di
cammino, di avvicinamento alla Verità suprema alla quale siamo destinati: “Conoscerete Dio”; avvicinamento a
conoscere il Padre, a questa vita eterna, alla quale giorno per giorno ci
avviciniamo, ma nella quale giorno per giorno bisogna sforzarsi di entrare.
Quindi chiediamoci che cosa
questa frase di Gesù dica a noi rispetto alla vita eterna alla quale dobbiamo
cercare di avvicinarci, perché più ci avviciniamo ad essa e più diventiamo
anche liberi dalla nostra vita terrena, soprattutto dal pensiero del nostro io
e da tutte le cose che ci rendono schiavi e ci ossessionano e ci impediscono di
essere disponibili per le cose di Dio. Quindi cercare di arrivare al pratico
per noi.
Gina: Sembrano
argomenti tanto astratti e teorici per tradurli poi nella nostra vita pratica.
Luigi: Si, sono
molto teorici quanto più noi siamo pratici in un mondo lontano dalla Verità.
Quanto più la nostra vita pratica è lontana da questo, tanto più la vita di Dio
a noi sembra teorica. Eppure siccome il Regno di Dio viene nonostante noi, le
che attualmente, apparentemente, a noi sembrano astratte, diventano sempre più
reali, anche se noi non ce ne rendiamo conto, ma diventano reali nel senso che
ci svuotano di ogni altra realtà. Noi subiamo solo il danno dello svuotamento
di ogni altra realtà e non ci accorgiamo che tale svuotamento è una conseguenza
della Realtà spirituale di Dio che sta invadendo, come un ladro, la nostra casa
e quindi ci sta spogliando di tutto. Gesù dice che il Regno di Dio verrà a noi,
se non siamo preparati, come un ladro di notte. Cosa fa il ladro di notte?
Porta via tutto dalla nostra casa, tutto di noi e ci lascia con la casa vuota.
Il Regno di Dio giorno per giorno viene man mano che la nostra vita passa. Noi
diciamo che la vita passa, ma è il Regno di Dio che viene. Man mano che il
Regno di Dio viene in noi, questo che noi diciamo astratto, diventa sempre di
più Realtà e quindi ci porta via l’altra realtà, quella che noi diciamo realtà
e ci lascia con la casa vuota, cioè ci svuota di ogni motivo di vita e allora
noi cominciamo a sentire il senso della vanità, dell’inutilità, il senso del
vuoto dell’anima. Noi magari la chiamiamo vecchiaia, frustrazione di vita,
magari accusiamo la società, coloro che ci stanno attorno perché non rispondono
alle nostre esigenze, alle nostre soddisfazioni di vita, invece è Dio che
occupa tutto. È quello che noi diciamo astratto che diventa reale per noi; però
noi non vediamo questa positività: noi vediamo soltanto quello che ci porta
via, se non ci prepariamo per tempo a capire, ad entrare in questa realtà, perché
certamente quello che oggi sembra astratto, domani sarà la Realtà, la vera e
sola Realtà che però noi non potremo percepire se non nella misura in cui
l’avremo amata, con cui l’avremo cercata, desiderata, perché le cose dello
spirito si possono percepire soltanto consapevolmente e quindi in quanto
personalmente le cerchiamo, ci interessiamo di esse. Più le cerchiamo e le
scopriamo e più ci accorgiamo che quelle sono veramente le cose reali, che
riempiono la nostra anima, mentre le altre cose le vediamo solo più come segni,
significazioni e allora comprendiamo anche che lo svuotamento, il passare delle
cose, l’annullamento, sono significazioni di quella grande Realtà che opera
nella realtà dello spirito.
Eligio: Siamo
come dei “nulla” che cercano di capire qualcosa del “Tutto”.
Luigi: Il
“Tutto” ci viene detto nel Verbo, nel Figlio, perché il nulla non può
assolutamente capire. Però al “nulla” viene presentato il luogo dove c’è il
“Tutto”: “Sali lassù, lassù c’è il Tutto. Se vuoi”. Quindi il “Tutto” viene mostrato
lassù.
Eligio: Però c’è
una sproporzione terribile.
Luigi: Resta la
speranza del fatto che è Dio che parla a noi di queste cose, diciamo astratte e
difficili, sproporzionate alla nostra capacità. Se è Dio che ne parla, Dio è
onnipotente, Lui può supplire a tutta la nostra sproporzionalità, può supplire
a tutta la nostra povertà.
Ora, in quanto Lui ne
parla, vuole darcelo, perché parlare è già donare. La Parola è già una caparra
di quello che vuole donarci: è il campione che ci manda della merce che vuole
darci. Però mandandoci il campione con la parola, ci dice anche il prezzo della
merce. Ora il prezzo da parte nostra sta proprio nel fare conto tutto su Dio,
il prezzo da pagare è quel non fidarci di altri, ma di Dio.
Eligio: È più
facile capire questo linguaggio: che dobbiamo far conto su Dio; ci pare più
difficile e astratto quello dei rapporti tra Padre e Figlio. Noi portiamo una
nostalgia del Padre, di questo Assoluto, ma non Lo vediamo.
Luigi: Però c’è
da chiederci se questa nostalgia sia anche una cosa astratta.
Eligio: No, è
l’impronta che Dio dà di Sé ad ogni uomo.
Luigi: Certo,
allora in quanto c’è una nostalgia, un bisogno, e questa non è astrazione, ma è
realtà che subiamo, che patiamo, non è forse questa una testimonianza della
Realtà di quello di cui parliamo?
Nino: Bisogna
faticare per capire questi argomenti, proprio perché li dobbiamo conquistare.
Ci vuole la fatica e l’impegno personale.
Luigi: Quando il
Signore ci dice che dobbiamo far conto su di Lui, ha soltanto iniziato
un’opera; Egli dice: “Guarda che io ho un’opera da fare con te, ma tu fa in
tutto conto su di me”. In che cosa consiste quest’opera? Nel farci capire tutti
i rapporti, cioè come avviene la vita tra Padre e Figlio. Qui sta l’opera.
Quindi prima Lui ci fa l’introduzione dicendoci: “Tu devi far conto in tutto su di me, ma non ne senso che tu te ne devi
stare lì, no, io ho un’opera da fare con te. E che cos’è? Quella di riversare
in te tutta la mia vita. In che cosa consiste la mia vita? Tutto il rapporto
che c’è tra Padre e Figlio, io lo riverso in te”. Quindi l’introduzione sta
in questo: “Fa conto su di me; Io ti
voglio condurre ad un fine, però tu fa conto su di me”. Quando ha detto
questo, ho capito che devo far conto su di Lui ma in quanto Lui vuole fare
un’opera con me. Quest’opera che Lui vuole fare con ognuno di noi è quella di
rivelare Se stesso e quindi la vita, il rapporto di vita che passa tra Lui e
suo Figlio. Ora quando Lui riversa questo che per noi diventa discorso
difficile o astratto, è proprio in base a quello che Lui ci aveva detto prima: “Fa conto su di Me”. Cioè: “Io ti sto riversando una vita che tu non
puoi afferrare, ma fa conto su di Me: lascia che Io la riversi in te e tu fa
sempre conto su Me per accoglierla, perché tu da solo con il tuo nulla, non
puoi approdare a essa”. Ecco è lì che a me sembra che dobbiamo riferirci
per intendere quel “mostrare le cose
maggiori al Figlio affinché gli altri siano meravigliati”. Cioè è quel “far conto su di Me”: per cui le cose
non ce le mostra direttamente, però Lui ci dice che le cose maggiori le farà
vedere al Figlio, affinché noi abbiamo sempre un punto di riferimento: “quel far conto su”.
Pinuccia: Perché
dice: “Perché gli altri siano
meravigliati”? Perché dice “gli
altri”?
Luigi: “Gli altri” rispetto al Figlio, cioè le
creature, coloro che ascoltano la Parola di Dio.
Pinuccia: Ma se non
vedono “le cose maggiori” come fanno
ad esserne meravigliati?
Luigi: Il Figlio
annuncia a noi quelle cose che noi dobbiamo cercare in Lui. Le annuncia a noi
dicendoci: “Queste cose le metto in
questo luogo”. Siccome non ci vengono date magicamente, ma richiedono da
uno una ricerca consapevole, un interesse, perché le cose vengono date solo in
rapporto alla nostra fame, al nostro desiderio, e bisogna desiderarle
espressamente, cioè desidero proprio quella cosa, per cui quella cosa diventa
motivo di scelta e in quanto diventa motivo di scelta, diventa motivo di
silenzio di tutto il resto, cioè deve diventare un desiderio positivamente
orientato verso quella cosa: “Voglio
proprio quello, non voglio quell’altro e quell’altro, voglio proprio quello”.
Qui abbiamo la consapevolezza. Cioè in noi si deve formare quel desiderio
espresso di una particolare cosa, perché in noi si formi la consapevolezza di
quello che vogliamo. Dio parla per formare in noi il desiderio espresso di ciò
che Lui vuole donarci, affinché diventiamo capaci di accoglierlo e allora lì
abbiamo la nascita come figli di Dio. I figli di Dio nascono consapevolmente,
non nascono per atto magico. Quindi Dio opera tutto per portarci a desiderarlo
espressamente, soltanto che il desiderio espresso di Lui, richiede
l’annullamento di ogni desiderio, per cui quando mi si dice: “Vuoi quella
cosa?”, “No!”, “Vuoi quell’altra?”, “No!”. Ecco, si annulla tutto, perché si
vuole solo quello, si pende tutto di lì. Ecco, si forma un desiderio
consapevole e in questa consapevolezza l’anima diventa capace, cioè passa dal
nulla a quel Tutto che diventa un Tutto desiderato, cioè un desiderato come
tutto: per me il Tutto sta lì, non c’è più nient’altro. Ed è lì che l’anima è
fatta capace di riconoscere la Presenza di Dio, perché in caso diverso, anche
ammesso che Dio si donasse, come Dio si dona, l’anima non sarebbe capace di
riconoscerlo e diventerebbe dannata, dannata dalla stessa presenza di Dio. Il
Signore della parabola dice: “Uccideteli
alla mia presenza quelli che non mi vollero come re”. Vengono uccisi alla
presenza di Dio, come mai? La presenza di Dio che è vita, e vita eterna,
diventa motivo di morte: “Uccideteli alla
mia presenza”? Perché l’anima non è capace di accogliere questa presenza.
Ciascuno di noi è capace di accogliere consapevolmente (ecco, siamo sempre lì;
perché alla Verità si arriva con la consapevolezza), soltanto quello che
desidera espressamente. Fintanto che noi abbiamo tanti desideri, in noi non c’è
la consapevolezza della Verità, della Presenza di Dio, e non possiamo quindi
arrivare a conoscere questa Presenza di
Dio, pur sapendo che Lui è presente, ma non possiamo.
Pinuccia: Quando l’anima
diventa figlia di Dio, allora il Padre le mostra queste cose maggiori?
Luigi: Si, ma
queste cose maggiori è Lui stesso, è il Padre stesso. Gesù dice: “Il Padre è maggiore di me”. E ad un
certo momento lo dice apertamente: “Il
Padre è maggiore di me”.
Pinuccia: Però è
l’anima stessa che vede che è meravigliata, non gli altri.
Luigi: Si
capisce! Si dice: “Gli altri” rispetto al Figlio. Noi siamo destinati, vocati,
chiamati; non siamo ancora figli. Lui fa questo discorso affinché noi possiamo
diventare figli. Lui parla per: “fare una
cosa sola con Lui”. Lui ci fa diventare figli attraverso le sue parole,
perché parlando riversa, dona, ama. Abbiamo visto che mostrare è uguale ad
amare. Chi ama mostra. “Non vi chiamo più
servi ma amici perché vi ho mostrato tutto quello che ho ricevuto dal Padre
mio”. Mostrando, fa passare l’anima da situazione di serva a situazione di
amica, quindi a formare una cosa sola con il Figlio: l’amico forma una cosa
sola con il Figlio, partecipa della gioia del Figlio. Come ha fatto a diventare
così? Accogliendo le parole del Figlio. “Sarete
veri miei discepoli se resterete nelle mie parole e conoscerete la Verità”.
Ecco, accogliendo le sue parole, Lui ci conduce a conoscere la Verità.
Pinuccia: Perché
Gesù dice: “Il Padre è maggiore di me”?
Luigi: È logico,
perché il Figlio è generato. Eppure forma una cosa sola con il Padre.
Pinuccia: Ma lo
dice per noi questo, perché in Sé il Padre non è maggiore rispetto al Figlio,
perché sono persone uguali anche se distinte, no?
Luigi: Il Padre
è generante, il Figlio è generato; c’è quindi una differenza tra le persone.
Lei lo capisce che è il Figlio ad essere generato? Il Figlio non genera il
Padre. E allora se è generato è generato, quindi dipendente. Certo, forma una
cosa sola con il Padre, però è generato dal Padre. Le Persone sono distinte, ma
il loro Essere forma una cosa sola. Sono uguali come Essere, non come valore:
c’è una distinzione tra Persona e Persona. Il Padre come Persona genera; il
Figlio come Persona è generato; quindi abbiamo un rapporto diverso. Se fossero
uguali, allora il Figlio genererebbe il Padre e allora avremmo la perfetta
uguaglianza; ma non c’è perfetta uguaglianza in questo senso. Anche a noi dice:
“Sarete una cosa sola con me”, eppure
in quella “cosa sola” ci sarà sempre
la distinzione. Si, Dio ci chiama a formare “una
cosa sola”, però noi avremmo sempre la consapevolezza di essere creature
che sono state rese capaci da Dio stesso, dall’opera di Dio, dall’amore di Dio,
di formare “una cosa sola” con Lui.
Ma non potremo mai dire: “Sono io che
genero Dio” o “Sono io che faccio
Dio”. Lo può dire il demonio, ma la creatura unita a Dio no, perché
l’unione con Dio sta proprio nel riconoscere che tutto ci viene da Dio. Il
Figlio che cos’è? È proprio la glorificazione del Padre: glorifica il Padre!
Dice: “È il Padre che ha donato tutto di
Sé a me”. Ma è il Padre che dona; il Figlio riceve. E proprio in quanto
riceve glorifica il Padre, perché riceve l’essere dal Padre.
Cina: Questo
annuncio di “cose maggiori” è stato un
invito per me a maggior attenzione a Dio. Egli ci parla di queste “cose maggiori”, che sono la conoscenza
del Padre, per una nostra maggior vita. Però non mi è chiaro perché le mostri
al Figlio affinché noi ne restiamo meravigliati. Sono sempre in quel pasticcio:
che il Padre e il Figlio sono una cosa sola …
Luigi: Non è un
pasticcio, perché lo dice Gesù che sono una cosa sola.
Cina: Ha un
grande fascino per me questo annuncio di cose maggiori, cioè mi attira.
Luigi: E ne è
meravigliata. Ma questa promessa è il Figlio che parla a noi che ve la fa e noi
restiamo meravigliati. Ma il Figlio parla in quanto il Padre gli mostra quello
che ha da dire, perché il Figlio non può dire nulla se non lo ascolta dal
Padre. Vede che allora le desta meraviglia? In quanto le desta meraviglia,
attrae; quindi la meraviglia affascina, diviene motivo di attrazione: si resta
attratti da quello che il Padre ci manda a dire attraverso il Figlio; è nel
Figlio che le dà a noi.
Nino: Gesù ci
annuncia questo perché sappiamo che il nostro destino è di diventare figli di
Dio, tutto pensiero del Padre, mettendo a tacere ogni altro padre; sapendo che
il nostro destino è quello, non dobbiamo fermarci prima e soprattutto dobbiamo
far conto su di Lui. La nostra responsabilità di fronte a questo annuncio è
quelle di esserne informati; non potremo dire di non sapere e di non aver
conosciuto l’Onnipotente e l’amore di Dio su cui dovevamo contare.
Luigi: Si, e noi
non potremo nemmeno addurre la difficoltà del cammino, in quanto Lui è
onnipotente e può farci fare tutto il cammino indipendentemente dalle
difficoltà. Per cui non sarà un motivo di giustificazione la difficoltà del
cammino, agli occhi di Dio, perché chi ci fa fare il cammino è Lui. E allora
noi non possiamo dire: “Il cammino è
difficile”, perché c’è Lui che supplisce. Lo possiamo dire, ma non è una
giustificazione valida agli occhi di Dio, come non è una giustificazione valida
il fatto di dire: “Io non avevo tempo,
avevo altro da fare”: ecco, agli occhi di Dio non è una giustificazione
valida, perché il problema tempo è problema di amore e la mancanza di tempo è
mancanza d’amore. Questo ci mette in colpa. La responsabilità nasce da quel
fatto lì. Non avremo giustificazioni valide da sostenere davanti alla Verità di
Dio.
Eligio: Resterà la
sofferenza di non aver risposto all’Amore da cui eravamo circondati.
Nino: Qui ci
dice che: “Mostrerà al Figlio cose
maggiori”, per farci sapere che noi le vedremo nel Figlio.
Rina: Per “cose
maggiori” si intende la conoscenza del Padre; a questo traguardo si giunge solo
attraverso l’ascolto (cfr. “L’ascolto del
Verbo, l’ascolto della Vergine”). Ce le annuncia perché impariamo a
desiderarle, perché solo desiderandole, siamo capaci di riceverle. Gesù in tal
modo ci ammonisce a non avere altri padri, cioè altri motivi di vita.
Luigi: Questo
coincide con l’argomento di ieri sera: Gesù che discute coi farisei sulle
diverse paternità: “Voi avete un altro
padre”. Noi crediamo, ci illudiamo a volte di avere Dio come Padre. Il
concetto nostro di paternità è diverso dal concetto di paternità come è nello
spirito. Il vero padre è il motivo, ciò che ci motiva, spiritualmente. E Gesù
discute per trasferirci dalle nostre paternità perché noi nelle nostre
paternità crediamo di avere Dio come Padre. I Farisei dicevano: “Non siamo mica figli di prostitute noi! Il
nostro padre è Abramo, quindi siamo figli di Dio, siamo popolo eletto di Dio”.
L’uomo può ritenersi figlio di Dio, perché ritiene che sia che sia effetto di
un atto magico: “Dio mi ha voluto suo
figlio, io sono figlio di Dio”. Invece Gesù viene a discutere: “No, guarda che tuo padre è il demonio, tuo
padre è il tuo io, tuo padre è la figura, tuo padre è l’ambizione, tuo padre è
il guadagno, tuo padre è il mondo, tuo padre sono gli altri, quindi al centro
c’è tuo padre, il demonio”. La Parola di Dio discutendo con noi ci porta a
toccare con mano che la vera figliolanza è una figliolanza di motivi, e
soltanto quando noi avremo Dio come motivo della nostra esistenza, del nostro
vivere, delle nostre scelte, del nostro pensare, del nostro amare, del nostro
volere, allora lì abbiamo Dio come Padre. Per cui Dio non è Padre in senso
magico, come possiamo avere i padri nostri terreni: i padri nostri terreni non
hanno chiesto a noi di se volevamo
averli come padri; ce li abbiamo così; siamo nati come figli di padri naturali,
ma questo è un fatto magico, il rapporto è magico, perché senza la
partecipazione nostra. Invece i figli di Dio nascono consapevolmente;
consapevolmente vuol dire elettivamente, in quanto eleggono il motivo della
loro vita. Quindi Dio si offre ad essere eletto come motivo di vita. Ma
fintanto che Dio non è nostro motivo di vita non è nostro Padre anche se noi ci
crediamo e ci vantiamo magari di essere figli di Dio.
Pinuccia: C’è un
periodo imperfetto in cui pur volendo come Padre, premono ancora su di noi gli
altri motivi.
Luigi: Si, ma
questo deriva dal fatto che noi possiamo crederci popolo eletto, popolo di Dio,
figli di Dio, ma lo possiamo credere per ignoranza, perché non ci rendiamo
conto cosa vuol dire la paternità divina.
Nino: Ma è
superato ormai quel punto lì …
Luigi: Come c’è
quel punto, così ci sono anche queste frange: frange di incoscienza; non ci
rendiamo conto ancora della profondità del problema.
Eligio: “Le cose maggiori” coincidono con il Padre.
Perché il Padre le fa vedere al Figlio? Perché noi non possiamo conoscere il
Padre senza la mediazione del Figlio. La nostra responsabilità di fronte a
questo annuncio è grande e c’è anche il rischio della chiusura ad esso.
Comunque per cogliere “le cose maggiori”,
bisogna partire dal concetto delle cose minori, cioè dal “meno di Dio”.
Luigi: “Il meno di Dio” noi lo cogliamo ancora
nel pensiero dell’io. Però il Figlio parla per dare a noi la possibilità di
morire al nostro io, in modo da diventare capaci di ricevere “le cose maggiori”, perché “le cose maggiori” non possono essere
ricevute se non c’è il superamento dell’io, perché soltanto nel superamento
dell’io si diventa capaci di restare con il Figlio. Lì si capisce perché “le cose maggiori”vengono date al
Figlio; non vengono date al nostro io naturale. Non possono essere date al
nostro io naturale; bisogna che il nostro io naturale muoia; muoia a se stesso
per poter accogliere “le cose maggiori”,
altrimenti “le cose maggiori”sono
soltanto annunciate ma non possono essere da noi stessi conosciute.
Eligio: Per
morire a noi stessi abbiamo bisogno dell’insegnamento di Gesù. Per questo non
possiamo attingere direttamente nel Padre “le
cose maggiori”.
Luigi: Certo,
però siamo invitati attraverso il Figlio, e attraverso il Figlio noi siamo
portati ad attingere direttamente dal Padre. Per questo “le cose maggiori” sono date al Figlio, perché noi le attingiamo
solo nel Figlio; nel Figlio però le attingiamo direttamente dal Padre. Per
questo è necessario morire al nostro io. Ora morendo al nostro io, che cosa
succede?
Eligio: Nel
Figlio le attingiamo direttamente dal Padre a Pentecoste?
Luigi: Si. Il
Figlio è il Pensiero del Padre, è lo sguardo al Padre. Noi cogliamo “le cose maggiori” in quanto in noi si
forma questo sguardo sul Padre, questo Pensiero del Padre che è il Figlio. Ma
perché si formi questo in noi, bisogna che il nostro io muoia a tutti i suoi
pensieri, a tutto se stesso; quindi ecco perché il Figlio parla a noi le cose
minori per educarci a morire a noi stessi, in modo da inserirci nel Pensiero
del Padre che “le cose maggiori”, il
Padre stesso, vengono date, vengono mostrate. Ecco, direi, che per noi queste “cose maggiori”che vengono “mostrate a”,
tradotto in termini spirituali, è un annuncio che vengono “mostrate in”. Per
cui mostrare al Figlio “le cose maggiori”,
vuol dire “mostrare nel Figlio”, “le cose maggiori”.
Quindi “mostrare
a” è uguale a “mostrare in”. Ho
fatto l’esempio della Bisalta. Ma se la Bisalta fosse una persona, che cosa direi?
Io ho dato questo tesoro a quella persona, per cui: “Se tu vuoi questo tesoro, va da quella persona”. E allora cosa
vuol dire quel “mostrare a”, quel “dare a”? Per noi è “dare in”, “mettere in”,
cioè “le cose maggiori” sono messe
nel Figlio perché chiunque voglia attingere a queste “cose maggiori”, guardi al Figlio, cerchi il Figlio, perché
attraverso il Figlio (e siamo sempre lì; il Figlio è il Pensiero del Padre),
perché soltanto in questa purezza di Pensiero del Padre, a noi è dato conoscere
il Padre. Ma fintanto che in noi non c’è questa purezza di Pensiero del Padre,
che è il Figlio, noi non possiamo scoprire la presenza del Padre. Ecco, nessuno
può avere il Padre se non per mezzo del Figlio. “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo del Figlio”. Ma cos’è
questo Figlio? È il Pensiero del Padre, è lo sguardo sul Padre. Ora fintanto
che noi non siamo tutto questo sguardo sul Padre, cioè fintanto che non
diventiamo figli, non possiamo conoscere il Padre. Allora “le cose maggiori” (= il Padre) vengono mostrate al Figlio affinché
la meraviglia si formi in noi, affinché il dono si trasferisca in noi.
Eligio: Credevo
che il Padre lo conoscessimo nel Padre, non nel Figlio.
Luigi: Certo, Però
noi forse ragioniamo in termini un po’ umani, nel senso che riteniamo il Figlio
un essere umano, un essere separato. Dobbiamo sempre portarci nel valore dello
Spirito. Il Figlio, è vero, si incarna e viene a parlare a noi in termini
umani, ma sempre per portarci a quel livello … Ma ad un certo momento l’uomo
deve passare. Il Cristo dice: “È
necessario che io me ne vada” ma non se ne va come Figlio. Lui se ne va
proprio come uomo, perché: “Altrimenti lo
Spirito non può venire a voi”. Ma andandosene cosa succede? Che ci consegna
al Padre. E consegnandoci al Padre che cosa succede in noi? Che diventiamo
tutto pensiero del Padre. E diventando tutto pensiero del Padre, ritroviamo
Lui; infatti ci dice: “Mi rivedrete nel
Padre”, appunto perché diventando pensiero del Padre, facciamo una cosa
sola con Lui, diventiamo pensiero del Padre ed è proprio nel pensiero del Padre
che noi scopriamo il Figlio. È per questo che “le cose maggiori”sono date, sono mostrate al Figlio.
Eligio: Per noi,
affinché uniti al Cristo, giungiamo a vederle.
Luigi: L’unione
al Cristo ci porta ad essere tutto pensiero del Padre. Il cammino con il
Figlio, con il Verbo Incarnato, è un cammino crescente di intimità, di
semplificazione nel pensiero del Padre, fino a farci diventare tutto pensiero
del Padre. Questa è l’opera del Figlio, per cui quanto più noi sostiamo con il
Figlio, tanto più il nostro pensiero viene da Lui semplificato fino a diventare
tutto pensiero del Padre e solo più pensiero del Padre, affinché in questo
pensiero e solo in questo pensiero “le
cose maggiori” vengono date; invece fintanto che noi abbiamo tanti
pensieri, noi non possiamo accedere alle “cose
maggiori”. Allora siccome abbiamo tanti pensieri, “le cose maggiori” ci vengono annunciate perché le desideriamo
(responsabilità), perché noi possiamo disprezzare “le cose maggiori” di cui ci parla Dio, non tenerne conto, quindi
uccidiamo il Verbo in noi. Allora “le
cose maggiori” nella nostra dispersione di tanti pensieri, ci vengono annunciate,
affinché noi, desiderandole, volendole, diventiamo capaci di poterle ottenere.
Ma come diventiamo capaci di poterle ottenere? Diventando tutto pensiero e
tutto desiderio di quelle. Per questo dico che “le cose maggiori”vengono mostrate solo al Pensiero del Padre.
Questo ci viene annunciato affinché sappiamo dove lo troveremo. Per questo dico
che il “mostrare a”, diventa “mostrare in”. Per noi viene detto: “Guarda che le cose maggiori sono riposte
lì: soltanto se tu raggiungerai questo, troverai in questo, quello”. Cioè
nessuno può avere il Padre se non ha il Figlio. Ma avere il Figlio vuol dire
essere tutto pensiero del Padre, cioè aver semplificato talmente i nostri
pensieri, da avere soltanto in noi il pensiero del Padre; ed è silenzio di
tutto il resto. Nel silenzio di tutto il resto si scopre il Tutto di Dio, che è
Presenza del Padre. Ma il silenzio di tutto il resto (il silenzio è negativo),
deriva dalla tanta attenzione a Uno solo. Quanto più cresce la nostra
attenzione a Uno solo, tanto più tutti gli altri fanno silenzio, non ci
disturbano più. Ma questo deriva dal fatto che in noi abbiamo acquisito tutta
quella attenzione a Uno solo. Ecco perché l’attenzione diventa amore, ma amore
semplificato in un Essere unico. Ed è lì che i doni maggiori vengono dati.
Prima vengono soltanto annunciati. E vengono annunciati affinché noi li
desideriamo. Desiderandoli, andiamo alla ricerca del “come”; “come fare per”?
La risposta al “come” è: in questo Pensiero Unico del Padre. Questo Pensiero
Unico del Padre ce lo dà la tanta amicizia col Cristo. Quanto più seguiamo il
Cristo, tanto più Lui ci distacca dai tanti interessi mondani, ecc., che hanno
per centro l’io. Poco per volta opera in noi un processo di semplificazione di
desideri, di interessi. E qual è la meta di tutta questa semplificazione?
Portarci al avere il Pensiero del Padre, ad essere “tutto Pensiero del Padre”. Cosa vuol dire essere “tutto Pensiero del Padre”? Significa
avere il Figlio. È in questo Figlio, cioè in questo “Tu” semplice e tutto Pensiero
del Padre, che noi troviamo “le cose
maggiori” che ci erano preannunciate. Ed è lì che scopriamo la meraviglia.
Pinuccia: Dopo aver
visto queste “cose maggiori” …
Luigi: Certo, è
logico, perché noi passiamo da creatura a figlio di Dio e in questo passaggio
scopriamo la meraviglia, la novità dello Spirito.
Pinuccia: Per
vedere appunto queste “cose maggiori”
..
Luigi: Si, ma
queste “cose maggiori” noi le
scopriamo nel Figlio, cioè le scopriamo nell’essere “tutto Pensiero del Padre”. L’essere “tutto Pensiero del Padre” è il Figlio. Il Figlio è Pensiero del
Padre, perché è generato dal Padre e quindi è Pensiero del Padre. Ora più noi
ci fermiamo col Figlio e più il Figlio dice: “Non date a nessuno il nome di Maestro, perché questo è il vostro
Maestro”; dicendoci questo, ci mette con le spalle al muro, perché se io
seguo altri, do ad altri il nome di maestro. Ma se io seguo Lui, Lui comincia a
semplificare la mia vita, perché comincia a togliermi tutti gli altri desideri.
E dove porta questo? Se mi toglie tutti gli altri, dove mi porta? Mi porta a
desiderare e quindi a pensare solo al Padre. Ma il “tutto Pensiero del Padre”, è il Figlio. E a quel punto lì ho il
Figlio.
Pinuccia: E allora
divento figlio?
Luigi: Divento
figlio come generazione dal Padre. I figli di Dio nascono da Dio. Prima di
essere figlio di Dio io ho il Figlio per “dono” del Figlio. Per “dono” del
Figlio io “ho”, prima di diventare, prima di essere. L’essere lo riceverò dal
Padre. Per cui a un certo momento, c’è questo nostro io che ha, e scopre la
meraviglia di avere il Figlio: perché è diventato “tutto Pensiero del Padre”.
Pinuccia: Ma che
cosa vuol dire “avere”?
Luigi: Questo
“avere” è dono del Figlio. Se ad esempio uno di noi sta parlando e un altro sta
ascoltando, cosa succede? Succede che colui che sta parlando all’altro, lo
porta ad “avere” un certo pensiero; ma colui che ha ascoltato, ha quel pensiero
che ha ricevuto ascoltando: non è diventato quel pensiero, ma lo “ha” soltanto;
lo “ha” per grazia dell’altro che parlando, glielo ha dato. Avere non è essere,
e ciò che si ha si può perdere: non permane. In quanto l’altro parla, chi
ascolta riceve e quindi può arrivare ad avere il pensiero; quindi ha, non è il
pensiero.
Pinuccia: E poi c’è
il passaggio.
Luigi: Ecco, se
nasce da quell’essere che gli presenta il pensiero, cioè dal Padre, allora
diventa. Noi possiamo avere senza essere. Abbiamo visto molte volte che il
problema dell’avere non è che ci faccia essere; ci veste. Il Figlio sotto un
certo aspetto ci veste da Figli, quando ancora non siamo figli, affinché
diventiamo figli. Quindi c’è il problema dell’avere che precede il problema
dell’essere, ma noi dobbiamo tendere all’essere, perché l’avere ci viene
portato via, se noi ci accontentiamo dell’avere. L’essere ci viene dato solo
dal Padre.
Pinuccia: Per cui
quando si arriva all’avere, che cosa deve fare la creatura?
Luigi: Deve
nascere da quello che le presenta questo Pensiero qui. È una nascita dal Padre.
È in questo “tutto Pensiero del Padre”
che la creatura nasce nuova. Quando è “tutto
Pensiero del Padre”, che cosa succede? Succede che la creatura pensa solo
al Padre, al Padre che è presente. Ma perché? Perché è il Figlio che glielo ha
annunciato. E lì succedono quei dieci giorni di attesa, in cui Gesù dice: “Restate in silenzio in questa attesa, fino
a quando sarete investiti dall’alto”, ecco: è pensando al Padre, siccome il
Padre genera il Figlio, che si scopre quello che noi abbiamo diventa quello che
noi siamo; che ci fa essere. Ecco, c’è un passaggio dall’avere all’essere.
Eligio: Non
intendo perché “cose maggiori”, cioè
il contatto diretto con Dio, l’abbiamo nel Figlio e non nel Padre.
Luigi: Lo
abbiamo nel Pensiero del Padre. Tieni sempre presente che il Figlio è Pensiero
del Padre. Quindi è il Figlio che ci porta ad attingere direttamente dal Padre.
Ed è nel Padre che noi scopriamo il Figlio. Nel Figlio noi otteniamo “le cose maggiori” perché “le cose maggiori” sono date al Figlio.
E nel Padre trovi il Figlio.
Eligio: La
conoscenza dell’in Sé di Dio l’abbiamo nel Padre?
Luigi: L’abbiamo
nel Figlio. Però tieni presente che il Figlio è Pensiero del Padre. Noi
possiamo arrivare a cogliere l’in Sé di Dio, soltanto in quanto diventiamo “tutto Pensiero di Dio”. Ma il “tutto Pensiero di Dio” è il Figlio. Il
Figlio è Pensiero del Padre. È “tutto
Pensiero del Padre”.
Eligio: Lì posso
scoprire il Figlio ma …
Luigi: No, noi
ci scopriamo figli dopo. Prima abbiamo il Figlio. Abbiamo il Figlio prima di
scoprirci figli.
Eligio: Si, il
Figlio, il Maestro esterno che ci conduce al Padre.
Luigi: Si, ma
anche lo stesso Pensiero del Padre che è il Figlio, noi l’abbiamo prima ancora
di scoprire il Figlio. Scopriamo il Padre prima di essere figli. Gesù stesso
dice: “In quel giorno mi rivedrete” cioè: “In
quel giorno in cui conoscerete il Padre mi rivedrete, mi ritroverete”,
perché scopriamo il Figlio. Ma finora, dice, che eravamo con il Figlio, “non mi avete ancora conosciuto”. Ed è
logico, perché: “Nessuno conosce il
Figlio se non il Padre”, è anche noi non lo conosciamo. Siamo con il
Figlio, abbiamo il Figlio (= avere), ma non lo conosciamo. “Vi è in mezzo a voi uno che voi non conoscete”. La conoscenza del
Figlio è una conseguenza delle “cose
maggiori”, cioè del Padre, dell’essere nel Padre, dell’in Sé del Padre. Ma
all’in Sé del Padre noi non arriviamo, noi non lo attingiamo se non nel Figlio.
Cosa vuol dire se non nel Figlio? Se non attraverso il Pensiero puro del Padre,
semplice del Padre, il che vuol dire aver semplificato tutti gli altri
pensieri, per diventare solo questo pensiero. Ma questo come può avvenire?
Soltanto per opera del Figlio, cioè del solo pensiero del Padre che operando
per noi, dandosi a noi (il Figlio si dà), dandosi a noi ci libera, ci
semplifica, ci porta ad essere come Lui, ed è in quell’essere come Lui, cioè
tutto Pensiero del Padre, che noi conosciamo l’in Sé del Padre, perché “le cose maggiori” vengono date soltanto
al Figlio; il Figlio si offre a noi, ci veste di Sé per aiutarci a diventare
figli; ma il diventare figli è una conseguenza della scoperta del Padre, perché
soltanto il Padre conosce il Figlio. E dà la nascita: in questo passaggio
dall’avere all’essere si diventa figli. Ma il punto centrale di tutto questo è
il Padre.
Eligio: E anche
la conoscenza dell’in Sé del Padre.
Luigi: Si, però
questa conoscenza dell’in Sé del Padre non può venire in noi se non diventiamo
tutto figli. Non scopriamo di essere figli, scopriamo di avere il Figlio in
noi, perché il Figlio parla a noi. Parlando dona a noi Sé; se noi lo
ascoltiamo. Cosa vuol dire dona a noi Sé? Dona a noi il Pensiero del Padre.
Parlando a noi, Lui dà a noi (quindi abbiamo), comunica, ce lo fa avere. Ma
avere non è essere.
Eligio: Non dà a
noi la possibilità di diventare Pensiero del Padre?
Luigi: Noi non
diventiamo, se non abbiamo per “diventare”. Abbiamo per grazia sua, quello che
ci farà diventare figli, cioè ci farà nascere dal Padre. Però siccome il Padre
dona Sé solo al Figlio, questo vuol dire che non dona i doni miglio a chi non è
ancora figlio. Dicendo che il Padre rivela, mostra le cose maggiori al Figlio, dice
che non le mostra a tutti coloro che non sono figli. Ma allora soltanto a
condizione di diventare figli possiamo ricevere le cose maggiori. Ma che cosa
vuol dire diventare figli? Diventare Pensiero del Padre. “Nessuno può salire in
alto …”. E salire in alto che cosa vuol dire? Salire al Padre, alle cose
maggiori, alle cose alte. Allora: “Nessuno può salire in alto se non Colui che
discende dall’alto”; il Figlio vero. Il Figlio vero discende dall’alto, ma
discendendo cosa fa? Dà. Ecco, avere. Dà a noi Se stesso e allora noi abbiamo.
Noi abbiamo, non siamo, abbiamo quel Pensiero attraverso il quale possiamo
nascere come figli addottivi di Dio. Gesù è Pensiero del Padre, noi abbiamo il
Pensiero del Padre.
Pinuccia: Quando
diciamo: “Gesù è il Pensiero del Padre”,
vuol dire che il Figlio pensa al Padre e il Padre pensa al Figlio? Cioè vuol
dire ambedue le cose?
Luigi: Certo. Il
Padre pensa al Figlio. Il Padre genera il Pensiero di Sé, ed è Pensiero del Padre:
il Figlio è Pensiero del Padre. Questo Pensiero è generato dal Padre. Il Padre
è l’Essere.
Pinuccia: Invece
noi siamo pensiero del Padre in quanto il Padre pensa a noi, ma la cosa non è
reciproca, perché noi non siamo pensiero del Padre.
Luigi: Noi siamo
creature, quindi noi nasciamo dal nulla, siamo creati. Il processo di creazione
è diverso dal processo di generazione. Si nasce come figli consapevolmente. Noi
invece nasciamo inconsciamente: noi siamo creature inconsce: non sappiamo chi
siamo e non sapremo chi siamo fintanto che non nasciamo come figli di Dio,
perché noi abbiamo la possibilità di conoscere Dio, ma non di conoscere le
creature: noi non ci conosciamo e se crediamo di conoscerci prendiamo delle
grandi cantonate, perché mentre dico: “Io sono questo”, già sono cambiato. Noi
siamo degli esseri che mutano in continuazione ed essendo mutevoli siamo
inconoscibili. Tu prova a fermare una cosa che continuamente muta, che
continuamente in movimento; mentre tu la fermi qui, l’altra è già mutata. Confronta
la favola di Zenone: la lepre non può raggiungere la tartaruga che è partita
prima. Spiritualmente questo è vero: noi non possiamo raggiungere un essere in
movimento; non possiamo fermarlo, noi arriviamo sempre tardi. Ora noi siamo in
continua mutazione; noi non ci rendiamo conto, ma abbiamo tanti nomi; non
possiamo mai fermarci, non possiamo dire: “Tu
sei questo”. Nemmeno io a me stesso posso dire: “Sono questo”; perché mentre dico a me stesso: “Io sono questo”, scopro già che sono diverso.
Pinuccia: Quando lo
potremo dire?
Luigi: In Dio,
perché solo Dio è la Luce, solo il Padre è il Padre della Luce. Quindi è il
Padre che fa conoscere le creature a se stesse e le fa conoscere anche alle
altre creature. Perché il Padre è l’Essere immutabile, e soltanto trovando
l’Essere immutabile, noi acquistiamo un volto. Allora ci conosciamo, perché
diventiamo fermi; ma più noi siamo lontani dal Padre e più siamo mutevoli.
Anche satana: è l’espressione massima della mutevolezza, per cui non può essere
fermato in nulla, non può sostare. La caratteristica del diavolo, dice la
Bibbia: “Ho girato tutto il mondo e non
ho trovato un luogo di pace”, per sostare non sosta, ma non sosta
soprattutto dentro, perché non ha luogo di conoscenza, è in continua mutazione.
Quindi l’opposto di Dio, siccome Dio è l’Essere immutabile, abbiamo una sintesi
immensa di tutte le sue opere. Nell’essere mutabile noi abbiamo il caos immenso
di tutte le opere di Dio, perché non possiamo fermarci in nulla perché mentre
dico: “È così”, immediatamente sono
già contraddetto. Guarda che questo sta già maturando dentro di noi se non
facciamo attenzione, perché mentre diciamo: “Ho capito, è così!”,
immediatamente sorge la contraddizione che ci annulla quella Verità che
credevamo di aver afferrato un momento. Ecco, che si forma in noi tutta una
sintesi di contraddizioni e quando uno è contraddetto, non può più sostare: c’è
il conflitto interiore; il conflitto si interiorizza. Quindi mentre in Dio
tutto si semplifica, nell’io tutto si complica ed è in contraddizione. Ora
questo è un segno dell’immutabilità della luce che c’è presso il Padre.
Pinuccia: “Le cose
maggiori” sono la Realtà rispetto alle parabole, i segni che sono le cose
minori, e sono costituite dalla Presenza del Padre, Gesù ce le annuncia perché
ce le vuole dare e annunciandocele ce le fa desiderare e quindi ci fa capaci di
riceverle. Questo ci fa figli, perché si dipende da ciò che si desidera. In
quanto udiamo quest’annuncio, siamo responsabili della risposta che diamo.
Perché ci dice che le fa vedere al Figlio? Perché desideriamo anche noi di
diventare figli, per vedere anche noi le cose maggiori e rimanerne meravigliati
per la loro crescente novità.
Luigi: La Parola di Dio ci unisce, ci attrae; vedendo si rimane
meravigliati.
Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa Gv 5 Vs 20 Quinto tema.
RIASSUNTO.
12.Novembre.1978
Introduzione:
Cina: Nella prima lettura di questa mattina, Dio ci promette
la Sapienza. Se ce la promette è perché ce la vuole dare, vero?
Luigi: Certo. Non c’è nulla, dice Sant’Agostino, di cui Dio
parli a noi che non voglia darcelo, perché non vuole tenere nulla di nascosto.
Se Dio parla è perché vuole donarci qualche cosa, vuole che noi capiamo; però
dobbiamo cercare presso di Lui la luce per ricevere quello che Lui ci vuole
dare, perché è ancora Lui che illumina le parole che Lui dice. Lui dice le
parole e ci promette l’intelligenza di esse: non c’è nulla che Lui non voglia
donarci. La difficoltà è da parte nostra nel riceverle perché noi siamo
incostanti. Per ricevere la Sapienza ci vuole molta fedeltà e costanza.
Lettura
dal libro della Sapienza cap. 6,12-16
Luigi: La trova seduta alla porta di casa sua, vuol dire che
non appena noi usciamo dal pensiero del nostro io, subito la troviamo, perché
lei ci aspetta, ma chiede a noi questo superamento dell’io, questo uscire da
casa nostra, perché finché noi siamo
chiusi nel pensiero del nostro io è impossibile per noi ricevere la Sapienza;
cioè la Sapienza si annuncia anche in casa nostra: manda i suoi inviti ad
uscire, non c’è nessuno che ci possa costringere ad uscire, se noi stessi non
lo vogliamo. Fintanto che noi non ci decidiamo ad uscire dalla nostra casa, dal
pensiero del nostro io, dal nostro mondo, non troviamo la Sapienza, anche se ne
sentiamo il richiamo. Ma appena noi usciamo, subito la troviamo, perché è lì
che ci aspetta.
Pensieri tratti dalla conversazione:
Luigi:
Riepiloghiamo i pensieri di domenica scorsa.
1)
Le “cose maggiori” sono mostrate
al Figlio affinché ne rimaniamo meravigliati. Abbiamo visto che questo
“mostrare a” è un “mostrare in”, cioè i doni maggiori sono annunciati a noi che
verranno mostrati al Figlio affinché sappiamo dove li possiamo trovare. Qui la
Sapienza si annuncia e dice: “La
troveremo sulla soglia di casa nostra”, però bisogna uscire sulla soglia.
Questo annuncio della Sapienza (che è poi la Presenza stessa di Dio), sulla
soglia di casa nostra, è per dire a noi il luogo in cui la troveremo. Dio abita
in un suo luogo. Dio si annuncia in tutto, però abita in un suo luogo. Dio si
annuncia in tutto, però abita in un suo luogo. Abbiamo visto, quando abbiamo
parlato del Tempio, della sua Casa: Dio abita in un suo luogo che richiede il
superamento del nostro luogo, del nostro mondo. Così le cose maggiori, che sono
la conoscenza del Padre, la rivelazione del Padre, sono date al Figlio; e
questo viene detto a noi, affinché sappiamo che il Figlio sono le cose
maggiori, affinché sappiamo dove possiamo trovarle e quindi dove dobbiamo
cercarle.
2)
Il secondo pensiero è che il
Figlio è dato a noi, per cui abbiamo il problema dell’avere: siamo con il
Figlio. “Essere con” è avere. Quindi il Figlio, che è il Pensiero di Dio, il
Verbo di Dio, è dato a noi. Ecco, il Figlio di Dio si fa figlio dell’uomo. Si
fa uomo affinché gli uomini diventino figli di Dio. Allora questo Figlio di Dio
a cui sono mostrate le cose maggiori, porta con Sé, ha in Sé la conoscenza del
Padre. Abbiamo visto nella preghiera sacerdotale Gesù che dice: “Io ti ho
conosciuto, il mondo non ti ha conosciuto” (ma il passato prossimo va corretto:
“Io ti conosco”, “Il mondo non ti ha conosciuto ma Io ti conosco”. Ecco, quel “Io
ti conosco”: la conoscenza del Figlio è avere il Padre in Sé. Non è la
conoscenza nostra (conoscenza esterna), è una conoscenza interna, una
conoscenza intima: il Figlio di Dio ha in Se stesso il Padre. Ora, questa
Presenza del Padre nel Figlio arriva a noi attraverso il Figlio. Il Figlio è
con noi, si dà a noi, affinché noi possiamo diventare e quindi ricevere dal
Padre l’essere del Figlio, perché l’essere ci viene dato dal Padre. È qui il
passaggio cui avevamo accennato: il passaggio dall’avere all’essere; per cui il
Padre si annuncia a noi attraverso il figlio, affinché noi diventiamo come il
Figlio, pensando tutto al Padre, possiamo dal Padre ricevere l’essere del
Figlio. Questi
sono i due pensieri centrali di domenica scorsa.
Nino: Prima di
domenica, non avevo colto la differenza che c’è tra l’avere il Pensiero del
Padre e l’essere Pensiero del Padre.
Luigi: Tra
l’avere e l’essere c’è una nascita, ed è la nascita dal Padre.
Nino: Prima
facevo confusione: pensavo che se io ho tutto pensiero del Padre, posso anche
dire che sono tutto Pensiero del Padre. L’avere è una cosa che parte da Dio:
siamo noi che abbiamo questo Pensiero del Padre (siamo noi il soggetto della
frase); invece quando siamo adottati come figli, è il Padre il soggetto del
Pensiero del Padre, e diventiamo Pensiero del Padre come lo è Cristo.
Luigi: Come
nascita dal Padre.
Nino: Nasciamo
dal Padre.
Luigi: Noi prima
pensiamo al Padre, perché il Figlio ne parla a noi: Cristo venendo tra noi,
parla a noi del Padre. Noi pensiamo al Padre perché Cristo ne parla a noi. E
qui siamo nel problema dell’avere: abbiamo con noi Cristo. Noi possiamo anche
non essere con Lui: andare lontano, non curarci delle sue parole, però se
restiamo con Lui, se ascoltiamo Lui, ecco pensiamo a ciò di cui Lui parla a noi.
E allora qui abbiamo con noi il Pensiero del Padre che è il Figlio. Il Figlio è
il Pensiero del Padre. Ma non è che noi, con ciò, siamo nati dal Padre. La
nascita dal Padre è una nascita consapevole, cosciente, e che deriva a noi dal
Padre; è il Padre che fa nascere in noi il suo Pensiero, il suo Verbo.
Nino: Cioè, noi
avendo il Pensiero del Padre, possiamo diventare, essere, tutto pensiero del
Padre, nascere dal Padre.
Luigi: Si, però
non è che noi pensando al Padre, possiamo nascere. La nascita non è opera
nostra. La nascita è quel tempo in cui il soggetto di ciò che siamo, diventa il
Padre. L’iniziativa è del Padre. È quel tempo dei dieci giorni di silenzio che
Gesù ascendendo al Padre raccomanda ai suoi discepoli.
Nino: Non
dobbiamo pretenderlo.
Luigi: Così come
la condizione per trovare la Sapienza che si promette a noi, è quella di uscire
dalla nostra casa. Questa è la condizione per trovare la Sapienza che si
annuncia, che ci invita anzi. Dice: “Mi troverete se uscirete, mi troverete
sulla soglia di casa vostra”. Il che vuol dire: “Aprite l’uscio, uscite dal
vostro mondo, dimenticatevi e mi troverete”. Così è lo stesso. Quindi il Verbo
di Dio viene a noi, parlando a noi del Padre. Parla e quindi ce lo promette,
perché ogni parola di Dio è una promessa, la promessa di un dono. Il dono è
gratuito, ecco, Dio non è obbligato. Ce lo promette, però c’è una condizione. E
la condizione è che tu guardi al Padre come il Figlio, come te lo presenta il
Figlio. E allora guardando il Padre come te lo presenta il Figlio, allora il
Padre genera in te suo Figlio, ti fa essere, ti fa passare. Per cui prima
abbiamo con noi il Figlio, poi facciamo una cosa sola con Lui. Per questo ho
voluto leggere la preghiera sacerdotale “ut unum sint”. Qui vediamo il Figlio
che prega il Padre affinché noi tutti guardiamo il Padre così come Lui. Ci
consegna addirittura al Padre. Ci consegna affinché noi guardiamo solo più al
Padre, perché sappiamo che ormai tutto di noi dipende solo più dal Padre. Il
Figlio ci consegna al Padre, ci affida.
Cina: E la
Sapienza dà luce che illumina.
Luigi: La
Sapienza è il Verbo stesso di Dio, è una Persona. È la Presenza di Dio che in
noi diventa luce. È Lui, la sua Presenza che è Luce. Noi invece nel pensiero
del nostro io siamo tenebra, non siamo luce, perché tutto ci contraddice,
perché noi nel pensiero del nostro io diciamo: “Io sono così”, e siamo già
contraddetti perché non siamo così. Ecco, noi siamo tutto contraddizione,
perché noi siamo mutevoli nel pensiero del nostro io. Invece superando il pensiero
del nostro io, nel Pensiero di Dio riceviamo la luce, perché è lo Spirito di
Verità, lo Spirito che fa luce, perché ci fa vedere l’armonia tra tutte le
cose. La luce è armonia. “La luce eterna dona a loro, Signore”. Chiediamo per i
defunti e questo è pace. Questa luce crea armonia tra tutte le cose:
nell’armonia noi troviamo la pace. La pace infatti è armonia. Invece quando non
vediamo l’armonia tra le cose siamo angosciati, tormentati, inquieti, perché
vediamo disarmonia tra le cose. C’è la guerra in noi, dentro di noi; c’è la
guerra tra le cose, tra tanti pensieri, tra i miei pensieri e il Pensiero di
Dio. E questo è notte. Quando invece c’è l’armonia, nell’armonia noi troviamo
la luce e troviamo la pace. E può diventare una pace eterna. Quella pace eterna
che invochiamo per coloro che sono morti, è proprio questa armonia, questa
fusione di tutte le cose nella volontà di Dio. Allora in questa grande armonia,
perché in Dio c’è l’armonia di tutto, tutto diventa buono, tutto diventa motivo
di riposo. In questa armonia noi troviamo finalmente la pace. Invece più
aumenta il pensiero del nostro io e più questo ci mette in guerra, non soltanto
tra gli uni e gli altri, ma anche con il Pensiero di Dio, con la Volontà di
Dio, con le parole di Dio, per cui non le capiamo, per cui tutto è in
contraddizione e nella nostra vita tutto è un conflitto, e si crea
l’inquietudine in noi che è data dalla notte, perché non vediamo. Nella notte
non si vede e allora tutte le cose fanno paura e noi restiamo dominati dalla
paura, perché non capiamo. Quindi la paura è una conseguenza del non capire.
Invece con Presenza di Dio, tutto si armonizza, tutto va al suo posto e allora
quello lo chiamiamo luce.
Pinuccia: Riassunto
dell’incontro n. 133 del 21 maggio 1978 a Vigna: “Il paralitico fu guarito”.
La parola di Dio quando
arriva è Presenza e produce un effetto immediato se la si segue. Se si rimanda,
perde la sua efficacia e rimane solo il ricordo. Incomincia la vera vita
soltanto quando nella prova vogliamo testimoniare di volere appartenere a chi
ci ha dato la possibilità di camminare. La prova è dono di Dio, perché in essa
Dio vuole portare a compimento il suo dono.
Pinuccia: Sintesi
di tutto gli argomenti sul Tempio:
1)
Importanza di entrare nel Tempio,
perché solo nel Tempio possiamo essere trovati da Dio, Nel Tempio avviene un
capovolgimento, perché non siamo più noi che troviamo, che amiamo, che
pensiamo, ma è Dio che trova noi, ama noi, pensa noi.
Luigi: Qui si
parla di entrare nel Tempio. Prima parlavamo della necessità di uscire. Si
tratta di uscire dal nostro io, dal nostro mondo, dalla nostra casa; appena
usciamo, troviamo sulla soglia di casa nostra la Sapienza di Dio che ci prende
per mano e ci conduce. Rispetto a Dio si tratta di entrare nel Tempio di Dio.
Quindi rispetto al nostro io si tratta di uscire dal nostro io. Rispetto a Dio
si tratta di entrare nel Tempio di Dio. Ecco, abbiamo un uscire e un entrare.
Cioè, la Sapienza di Dio, la Parola di Dio si fa sentire anche nella nostra
casa. A tutti gli uomini è annunciato che Dio esiste, che Dio viene, che tutte
le cose passano, che l’uomo non è Dio. E questo anche nelle tombe, cioè nel
nostro mondo morto, nel nostro mondo egoistico. Se noi ascoltiamo la parola,
usciamo all’incontro, usciamo dal pensiero del nostro io e ci occupiamo di Lui.
E allora ecco che subito incontriamo sulla soglia la Sapienza che ci prende per
mano e che a poco per volta ci introduce nel Tempio di Dio, nel Regno di Dio,
là dove tutte le cose non sono più in relazione al nostro io, ma dove tutte le
cose sono in relazione a Dio, dipendono da Dio, perché Tempio di Dio è là dove
tutte le cose sono sottomesse a Dio e non sono più sottomesse al pensiero del
nostro io. Quindi noi partiamo da un mondo, da una vita in cui tutte le cose le
vediamo sottomesse al pensiero del nostro io per cui: “Questo mi piace;
quell’altro non mi piace; questo mi conviene; qui ci guadagno”, perché noi
viviamo in un mondo in cui tutto è sottomesso al nostro io e ci lasciamo
portare dai nostri interessi, dal piacere, dall’ambizione e siamo invitati,
siamo sollecitati ogni giorno dalla Parola di Dio, ad entrare in quel mondo in
cui tutto invece è sottomesso a Dio. È lì la luce, la Sapienza. La Sapienza sta
in questo mondo un cui tutto è sottomesso a Dio: è Regno di Dio. Nella Realtà
già tutto è sottomesso a Dio, però se noi vediamo le cose nel pensiero del
nostro io, vediamo la notte, perché non vediamo la Verità di Dio. Ora, la
Verità di Dio è diversa da come immaginiamo noi. Noi immaginiamo le cose in
relazione al nostro io e allora troviamo la notte. Ma come usciamo dal nostro
io e cominciamo a vedere le cose secondo Dio, lì comincia la luce, perché
cominciamo ad entrare nella Verità: la Realtà è questa! E come cominciamo a
vedere la Realtà, ecco che la luce si forma in noi. Naturalmente è una luce che
comincia debolmente, poi a poco per volta si allarga, si espande e raccoglie
tutto, diventa tutto giorno. Anche la nostra stessa notte diventa luminosa
nella Sapienza di Dio, diventa luce, raccoglie addirittura i nostri peccati:
anche i peccati li trasforma in bene, li fa diventare luminosi, perché la
Sapienza di Dio raccoglie tutto, non esclude niente, trasforma tutto in bene.
Il Regno di Dio occupa tutto, non c’è niente di escluso nel Regno di Dio. Ma se
noi invece non usciamo dal pensiero del nostro io, tutto, anche il Pensiero di
Dio, per noi è notte, per cui quello che è luce in Dio, per noi è tenebra.
Cina: Ma perché
siamo diversi da come dovremmo essere?
Luigi: Ieri sera
mi è stato chiesto: “Ma Satana che l’ha fatto?”. L’ha fatto Dio, ma Dio l’ha
fatto angelo, non l’ha fatto demonio. Lui ci ha fatti bene, come Dio ha fatto
bene gli angeli. Ma come mai allora c’è il demonio? È il pensiero del nostro
io; perché noi anziché riferire le cose a Dio, ci fermiamo al nostro io; per
noi è sufficiente, ad esempio, gustare oggi una cotoletta e diciamo: “Com’è
buona la cotoletta! Mi fa bene!” e il giorno dopo, immediatamente, ci fermiamo
al piacere che ci ha procurato la cotoletta e affermiamo: “Ho bisogno della
cotoletta!”. Non si va più a Dio, non si è più aperti a ricevere da Dio. Oggi
la cotoletta l’hai ricevuta da Dio, domani non la ricevi più da Dio, la
pretendi: “Perché quello mi è servito; quello mi ha fatto bene; quello mi è
piaciuto”. A un certo momento si vive soltanto per la cotoletta. Ma com’è
successo questo disordine? È successo che ho gustato una cosa buona, poi ho
cominciato a desiderarla e poi ho cominciato a vivere solo per quella e Dio
l’ho dimenticato, Dio è diventato lontano. Eppure la cotoletta me l’ha mandata
Dio; si, tutto è opera di Dio, ma in tutto noi dobbiamo sempre mantenerci
aperti a Dio. Tutto è buono, però non dobbiamo fossilizzarci, limitarci a quel
dono lì, perché a limitarci a quel dono, perdiamo di vista Dio. Dio oggi ti
manda un dono: tu non cominciare a vivere per questo, anche se ti piace.
Mantieniti aperto sempre a Dio, perché Dio magari ti riserva altri doni
migliori di questo. Qui infatti si parla di cose migliori, però si richiede
l’apertura alle cose migliori. Se noi invece, avendo gustato qualcosa, ci fermiamo
a questo perché ci soddisfa, noi ci rifiutiamo ai doni migliori che Dio ci
vuole dare. Invece tutti i doni che Dio ci manda, sono una scala (è la famosa
scala di Giacobbe); sono scala affinché noi di gradino in gradino, arriviamo ai
doni migliori che sono la conoscenza del Padre, che è la vita eterna. Invece
succede che siccome tutti i doni di Dio sono buoni, belli, piacevoli, noi
facilmente ci fermiamo ad essi.
Nino: Se il
Figlio ci dà la conoscenza del Padre che è vita eterna, che differenza c’è tra
la conoscenza di Dio dataci dal Figlio che ce lo mostra e la conoscenza di Dio
che ci viene dal Padre? Cioè, a me pare che la differenza stia nel fatto che
col Figlio ho il Pensiero del Padre e col Padre divento pensiero del Padre; ma
che differenza c’è tra la vita eterna dataci solo dal Figlio e la vita eterna
completataci dalla nascita dal Padre?
Luigi: La vita
eterna che abbiamo dal Figlio, è una vita eterna che abbiamo, ma non
possediamo, cioè lo “abbiamo con”. In questo momento stiamo parlando tra noi, e
parlando tra noi, comunichiamo e ci raccogliamo in certi argomenti, li
approfondiamo, però non è che li possediamo: è perché siamo condotti,
attraverso il fermarci sopra una certa parola, attraverso l’ammonimento
reciproco, siamo condotti a fermarci su certi pensieri, li approfondiamo, però
abbiamo bisogno di registrarli, perché temiamo di perderli: vuol dire che non
li possediamo. Siamo condotti. Così ascoltando il Verbo di Dio, il Cristo, noi
siamo condotti da Lui a vedere la nostra vita eterna; ma non la possediamo. Il
Figlio in quanto ci parla del Padre, già ci presenta la vita eterna, ma noi,
anche se ascoltiamo, non la possediamo. Per il dono del Figlio abbiamo la vita
eterna, ma non siamo in essa. È un po’ come la Trasfigurazione. Nella
Trasfigurazione sul Tabor hanno visto la Verità del Cristo, però non sono
rimasti, non potevano rimanere, perché era necessario passare attraverso la
morte.
Nino: È bene
distinguere per evitare le confusioni, così come sempre ho fatto confusione tra
l’avere il Pensiero del Padre e diventare Pensiero del Padre.
Luigi: L’avere
il pensiero del Padre è la condizione essenziale. Gesù precisa che noi non
possiamo diventare figli di Dio, quindi, nascere dal Padre, se non per mezzo di
Lui, se non diventando tutto pensiero del Padre.
Nino: Lui è la
strada e poi ci affida al Padre.
Luigi: A questo
punto possiamo capire in che cosa consiste questa strada, questo cammino che
Cristo ci fa fare. Questo cammino è tendere a diventare tutto pensiero del
Padre, ad avere solo questo pensiero e ad eliminare tutti gli altri. Chi
cammina col Cristo, tende a questa unità. Infatti dice: “Che siano consumati
nell’unità”; questa consumazione di tutto il nostro mondo, nell’unico pensiero
del Padre. Quindi il cammino con Cristo, tende a questa meta: fare di noi tutto
pensiero del Padre. Perché soltanto diventando tutto pensiero del Padre, siamo
nella condizione per nascere dal Padre. Invece fintanto che noi siamo dispersi
in tanti pensieri, ci troviamo nell’impossibilità di fermarci al Padre per
nascere dal Padre, cioè ci troviamo nell’impossibilità di ricevere la luce di
Dio, la Verità di Dio, perché siamo dispersi in tanti pensieri. Dispersi in
tanti pensieri, abbiamo tanti amori: qui c’è molteplicità in noi. La
molteplicità crea in noi incostanza, infedeltà, volubilità e naturalmente
questo ci rende impossibile restare. Il demonio, il Signore lo definisce:
“Colui che non seppe restare”. Ecco, non saper restare. Il non restare ci rende
incapaci. Per cui Dio si dona, ma noi siamo incapaci di restare con il suo
dono. Allora diventiamo volubili, instabili, incerti e non tratteniamo niente.
Ecco, tutto quello che viene a noi da Dio (Dio ci inonda tutti i giorni di
grazie, di doni, di luce), tutto noi lo lasciamo perdere.
Emma: Ma se in
noi rimane una parola che abbiamo assimilato, ci dà la possibilità di restare?
Luigi: La
parola, più è approfondita, più ci rende capaci di restare, perché la capacità di
restare, deriva dalla profondità con cui noi scaviamo nella parola; chi è
superficiale non può trattenere niente. La creatura superficiale, l’animo
superficiale è come la strada asfaltata: non lascia penetrare niente. Se tu
butti il seme su una strada asfaltata, gli uccelli la mangiano; certamente non
può penetrare. Ci vuole il terreno morbido, il terreno aperto. La parola di Dio
che arriva a noi, deve trovare in noi amore, cioè desiderio di approfondirla.
Più uno approfondisce e più ha la possibilità di restare. Quindi restare è una
conseguenza della profondità.
Emma: Bisogna
tradurla in vita.
Luigi: Si, ma a
volte riteniamo vita come azione: “Ho sentito la tua parola: ama i poveri” e
allora mi do da fare e credo di restare. Non è quello! Quello sarà poi di
conseguenza. La vita diventa una conseguenza di uno profondità che uno porta,
di quello che uno ha capito, ma la parola deve maturare in noi in profondità
fino a vedere in essa la significazione di Dio. E per maturare in profondità,
deve trovare in noi interesse, perché noi approfondiamo solo ciò di cui abbiamo
molto interesse. Quindi si richiede interesse per approfondire. Se noi abbiamo
interesse per Dio, approfondiamo la parola di Dio, perché: “Questo mi
interessa”. E più l’approfondiamo, più ci fa restare con Dio. Più noi restiamo
e più camminiamo, perché abbiamo detto che il Cristo ci fa camminare verso
quella consumazione della Verità: “Affinché siano consumati nell’unità del
Padre”, cioè ci fa diventare tutto pensiero del Padre e solo pensiero del
Padre, perché il Figlio è tutto Pensiero del Padre, tutto sguardo del Padre. Il
che vuol dire che nel Padre abbiamo la possibilità, guardando il Padre, di
vedere tutta la nostra vita, tutto il nostro mondo, tutto l’universo. Tutto
l’universo si raccoglie nell’unità di Dio. Senza Dio tutto l’universo ci
disperde, ci porta via, perché noi saltiamo da una cosa all’altra, e allora
ogni cosa in noi suscita interesse, suscita amore, ma moltiplica gli amori.
Quindi noi senza Dio moltiplichiamo gli amori. Invece in Dio abbiamo
l’unificazione di tutto l’universo in un amore unico. Allora non saltiamo più
da una cosa all’altra.
Emma: Allora
questo consumarsi vuol dire …
Luigi: Diventare
tutto pensiero del Padre. Noi siamo passati, stiamo passando, per grazia di
Dio, dalla conoscenza di Dio, dal concetto di Dio come Creatore, al concetto di
Dio come Padre, e abbiamo tribolato per anni per metterci bene in testa che Dio
è Colui che fa tutte le cose. Prima credevamo che facesse qualche cosa ma non
tutto, e quanto abbiamo dovuto tribolare per convincerci che Dio è Colui che
opera in tutte le cose. Ma questo è il primo passo della fede: “Io credo in Dio
Padre Creatore”. Credere in Dio Creatore è credere in Colui che fa tutte le
cose e quindi ne consegue che dobbiamo accettare tutte le cose perché sono
opere di Dio, accettare in tutte le cose la sua mano. Questo è il primo passo;
il secondo passo che ci attende, è quello di arrivare al Padre. Dio è Padre,
però, fintanto che noi siamo “con” Dio, siamo ancora nella posizione di servi:
il servo serve in casa, ma è servo. Per diventare figli, bisogna arrivare al
pensiero di Dio come Padre, come Colui che genera in noi il Figlio. È per
questo che Gesù parla a noi. In un primo tempo parlava a noi di Dio per
educarci ad accettare tutto dalle mani di Dio, ad essere aperti tutto a Dio,
perché Dio opera in tutto; poi a poco per volta viene a parlarci dei rapporti
tra Lui e il Padre: che cos’è il Figlio, che cos’è il Padre, i rapporti tra
Figlio e Padre, e parlandoci del Padre e del Figlio, insegna a noi a diventare
figli. Vedi che c’è un’ascensione … sempre però restando nel quadro
fondamentale: Dio Creatore di tutto. Per cui la base su cui bisogna costruire
è: “Dio è Creatore di tutto, Dio è Colui che opera tutto”. Se tu accetti tutto da
Dio, allora Dio comincia a farti camminare verso la sua paternità, cioè ti voca
a diventare figlio.
Pinuccia:
Continuazione della lettura del riassunto:
Quand’è che siamo nel
Tempio? Quand’è che siamo fuori e che cosa possiamo fare per entrare nel
Tempio? E cosa possiamo fare per restare nel Tempio? E cosa possiamo fare per
essere trovati nel Tempio? Si è tenuto presente che l’essere trovati nel Tempio
corrisponde a “grande sarà la tua ricompensa”, “entra nella gioia del tuo
Signore”. Si è riflettuto su questi argomenti tenendo come pensiero guida la
parola di Gesù: “Chi mi ama, osserva la mia parola, e il Padre mio lo amerà e
noi verremo in Lui e faremo in Lui la nostra dimora”. “Chi mi ama osserva”: è
la chiave per entrare nel Tempio. La scoperta di essere amati dal Padre è una
conseguenza dell’osservare la sua Parola. Si osserva la parola di una persona
in quanto siamo nel pensiero di quella persona. Quindi l’osservare la Parola
del Cristo mi unisce al Cristo, mi fa uno col Pensiero del Padre e quindi mi fa
ricevere lo Spirito del Padre che mi dà la possibilità di restare sempre nella
Verità. Si è fuori quando si è sotto l’influenza dell’io, del mondo. Si è
dentro quando tutto dipende dal Padre e il Padre può dire: “Questo è mio”. Per
entrare ci vuole il desiderio di conoscere Dio e il distacco dall’io, bisogna
testimoniare le sue parole e approfondirle fino a vedere il Volto del Signore.
Questo è amore, questa è vera fede; se c’è questo desiderio, se si preferisce
la sua parola al di sopra di tutto, sono le sue parole che ci introducono nel
Tempio, perché: “Senza di me non potete venire”. Se mi amate osservate le mie
parole. La Parola che ci viene detta nel Tempio (e che ci guarisce totalmente),
assolutamente non si può ascoltarla fuori del Tempio, perché è la Parola in cui
Lui rivela Se stesso; è la generazione del Verbo in noi che si scopre nel
Padre. Nella sua Presenza scopriamo Lui che resta sempre con noi; (lo Spirito
Santo); “Entra nella gioia del tuo Signore”: abbiamo la possibilità di stare
sempre con Lui fino ad occuparci a tempo pieno e a farci ritenere sprecato ogni
tempo occupato in altro. San Paolo dice: “Ho considerato tutto come spazzatura
in confronto all’immenso tesoro della conoscenza del Cristo”.
Luigi: Cioè a me
sembra che ora possiamo capire più a fondo questa occupazione a tempo pieno,
perché se il cammino del Cristo tende a farci diventare tutto pensiero del
Padre, ecco noi abbiamo l’occupazione a tempo pieno, perché il diventare tutto
pensiero del Padre, è un’unificazione universale di tutto nel Pensiero del
Padre, di tutta la nostra vita, di tutte le cose, di tutti i fatti, e questo
diventa un’occupazione a tempo pieno.
Rina: Cosa
intendi per tempo pieno?
Luigi: Uno non
si distoglie più da Dio; si è sempre uniti a Lui.
Pinuccia: Si è sempre
uniti a Lui col pensiero?
Luigi: Si
capisce, col pensiero, perché Dio è pensiero, è Spirito.
Nino: Si dà ad
esempio il “Ribelfan” (medicinale) e si pensa a Dio.
Cina: Cioè, si
può essere a tempo pieno, pur facendo questo o quello?
Luigi: Si, ma se
per esempio non si può fare il “Ribelfan” pensando a Dio, si considera il
“Ribelfan” spazzatura, perché San Paolo dice: “Ho considerato tutto come
spazzatura per non perdere Cristo”. Uno è giustificato a considerare tutto come
spazzatura per non perdere l’essenziale. In questo tutto entra, anche il
“Ribelfan”, perché tutto acquista un significato, si vede tutto in un atto
d’amore, l’amore di Dio. Però quando non riusciamo, non possiamo per la nostra
debolezza vedere anche qualcosa nell’essenziale, è meglio perdere quello che
non riusciamo a raccogliere (quindi perdi il tuo braccio, perdi l’occhio, perdi
il piede, ecc.), piuttosto che perdere il pensiero essenziale.
Pinuccia: Ma se
bastasse lasciare queste cose per poterci agganciare al pensiero essenziale! E
quando uno lascia e non si aggancia?
Luigi: Si, si
può essere vergini stolte, cioè si lascia tutto ma non ci si applica con la
mente a Dio.
Pinuccia: Quindi
non è detto che basti lasciare per poterci agganciare all’essenziale.
Luigi: No, non è
automatico.
Nino: Ma il
“Ribelfan”, nel pensiero di Dio, non è spazzatura, è dono di Dio.
Luigi: Tutto è
dono di Dio. Ma se io dico: “Senza il Ribelfan non posso vivere, oppure non
guarisco”, allora devo considerarlo spazzatura, perché sto mettendo un idolo al
posto di Dio. Tutte le cose sono doni di Dio. La cotoletta di cui parlavo
prima, è dono di Dio; però come mi accorgo che una cosa mi fa bene, mi piace,
comincio a rendermi schiavo, se non riporto sempre a Dio. Ecco perché è
necessario questo impegno a tempo pieno con Dio, perché soltanto impegnandomi
con Dio, mi libero da tutte quelle cose che mi piacciono, che mi arrivano e
sono buone, belle. Tutte le cose, in quanto arrivano, sono di Dio e in quando
sono doni di Dio, recano a noi qualcosa di Dio. Dio è Verità somma, Bellezza,
Bontà, ecc. Quindi ogni cosa, ogni suo dono, porta qualcosa di vero, di bello,
di buono e quindi dona gioia. Il difficile è questo: che noi come riceviamo un
dono, poi ci abbarbichiamo al dono, non lo riferiamo più a Dio e allora ci
rendiamo schiavi. Invece bisogna sempre riferire tutto a Dio, per mantenerci
aperti a quei doni maggiori che Lui ci vuole donare, portandoci fino alla sua
presenza. Però soltanto se noi riferiamo continuamente al Padre, ci liberiamo
dal fascino delle cose che abbiamo gustato. In caso diverso noi chiudiamo il
cerchio, perché avendo gustato una cosa, cominciamo a girare attorno ad essa, e
allora: “Oggi ho gustato questo, domani lo rivoglio, dopodomani lo voglio” e
poi vivo per quello e a un certo momento rivoluziono tutto il mondo per avere
quello, faccio la guerra con tutti perché voglio quello. Ecco come ci chiudiamo
in un cerchio. Eppure il dono era buono. E se dico: “Perché Signore, mi hai
dato questo?”, il Signore mi dirà: “Era dono mio e da parte mia era cosa buona
per te, solo che quando tu l’hai ricevuta, ti sei limitato al rapporto: io e la
cosa, e hai escluso Dio; invece in tutte le cose tu devi sempre mettere: Dio,
il dono ed io; ma sempre: Dio, il dono ed io; riportare sempre ogni cosa a Dio.
Dio prima del dono, perché è questo che ci libera dal dono stesso”.
Nino: Non è
facile, perché è molto facile perdersi nel limitato e dimenticare l’Infinito!
Noi dobbiamo sempre cercare di salire, perché altrimenti diventiamo soltanto
questa “cassetta” e la “cassetta” diventa tutto ed è finita. La cassetta invece
è un tramite tra noi e Dio.
Luigi: È anche
un dono, però va al suo posto; è un tramite, un mezzo che aiuta. Però guai a
dire: “Io di questo non posso fare a meno”, perché allora ne faccio un idolo.
Nino: È un mezzo
che ci è stato donato, non l’abbiamo mica inventato noi.
Luigi: Teniamo
presente che il Cristo stesso che è Dio, il Verbo Incarnato, eppure a un certo
momento dice: “È necessario che io me ne vada”. Ecco, il dono è necessario che
ad un certo momento scompaia, altrimenti lo Spirito non può venire in noi. E
diciamo: “Tutti i doni”, perché tutto si sintetizza in Cristo. Tutti i giorni
noi siamo inondati da doni di Dio: al mattino, appena ci svegliamo, è già un
dono di Dio, una promessa di Dio! I primi passi che facciamo, le prime persone
che incontriamo, magari anche le prime preoccupazioni, sono dono di Dio; dono
di Dio per mantenerci in vita, per farci camminare, per farci alzare gli occhi,
tutto è dono di Dio! Ma questi doni di Dio devono passare; devono passare come
Cristo, altrimenti la Verità non può venire. Altrimenti noi ci fermiamo al
rapporto: io – il dono, e a un certo momento vive soltanto per il dono, e mi
giro lì e naturalmente il cerchio si restringe sempre più, perché trascuro Dio,
e trascurando Dio i muri della mia prigione si stringono sempre di più e a un
certo momento uno resta soffocato.
Emma: Non
bisogna legarsi ai doni.
Luigi: Non basta
non legarsi ai doni, bisogna sempre riportare, riferire a Dio e passare al significato,
perché tutti i doni vengono da Dio per farci alzare gli occhi a Lui in modo da
educare noi a ragionare con Lui, ad ascoltare Lui in tutto, perché Lui parlando
a noi ci mantiene uniti a Sé. Bisogna legarsi a Dio. È con la sua parola,
diciamo, con i suoi doni che Lui ci mantiene uniti, quindi ci mantiene nella
vita, cioè ci fa entrare nella vita eterna. E come noi restiamo uniti a Dio?
Non siamo noi che ci uniamo (“Adesso voglio stare unito a Dio”): è Dio che
parlando ci unisce; è la sua parola che unisce. Una persona quando parla con
noi si rende presente e rendendosi presente ci unisce. Ma se tace, già noi
andiamo per conto nostro coi nostri pensieri. È la parola di Dio che parlando a
noi ci mantiene uniti, però ci mantiene uniti nella misura in cui noi non
corriamo dietro alla parola, ma guardiamo a Lui. La parola serve per renderci
attenti a Lui: “Io sto parlando con te”, (parola = dono). Ecco perché le parole
passano. Noi parlando diciamo tante parole. Dio parlando crea, ma tutte le
creature passano e sono parole. Ad esempio in questo momento io sto parlando,
ma mentre parlo, ogni parola passa e cosa resta? Resta il pensiero. È il
pensiero che in ognuno di noi, nella nostra mente, seguendo le parole, arriva.
E Dio opera così: parla a noi e parlando ci conduce a vedere il suo pensiero,
ci conduce a vedere suo Figlio. E cos’è questo suo Pensiero? Il suo Pensiero è
“tutto sguardo” verso di Lui. Ecco, vedi che ci attrae a Sé e ci mantiene
uniti? Per questo dico che Dio ci genera in continuazione e ci unisce in
continuazione. Però la base sta nell’accogliere tutto da Lui e riportare tutto
a Lui: sapendo che tutto viene da Lui, tutto bisogna farlo ritornare a Lui.
Pinuccia:
Continuazione della lettura del riassunto:
Allora si resta sempre nel Tempio … “Nulla più mi separerà,
nulla mi può portare via” dice San Paolo. Osservare le parole di Cristo,
custodirle, approfondirle, col desiderio di arrivare alla presenza: questo è il
vero fare per Dio, anche se agli occhi del mondo è un fare niente. Ma bisogna essere
mossi dall’amore per Dio, dall’interesse per Dio: “Chi mi ama osserva”. Alla
base di tutto c’è la giustizia essenziale, cresce così l’interesse per Dio.
L’anima di tutto è il desiderio di conoscere Dio, cioè il Pensiero di Dio:
infatti il Pensiero di Dio in noi lo verifichiamo come desiderio di conoscere
Dio, di arrivare alla sua Presenza. Se abbiamo altri pensieri, questi ci
portano a desiderare altro da Dio. Nel Tempio il paralitico è trovato, si sente
amato: è il salto di qualità. Non si parte più dalla creazione per arrivare a
Dio, ma si parte in tutto da Dio, perché questa è la grande Realtà che uno ha
scoperto, per discendere verso la creazione e ricuperarla tutta. Si scopre
l’amore grande di Dio verso di noi prima ancora che lo conoscessimo.
Cina: Stasera
mi ha colpito il pensiero della consumazione di tutte le cose nell’unità.
Luigi: Quanto
più in noi c’è questa consumazione, tanto più in noi si forma la Sapienza,
perché la Sapienza è data da questa comprensione nell’unità di Dio, da questo
raccogliere.
Cina: Sapienza
che vuole esserci data.
Luigi: Certo,
che vuole esserci data: siamo stati creati per questo! E Dio fa tutto,
addirittura viene a morire per noi, per darci questa Sapienza! Chi di noi
morirebbe per dare la Sapienza all’altro? Eppure Cristo è venuto a morire per
darci la Sapienza. Non solo ce la promette, ci invita, ma addirittura viene a
morire. Perché questa Sapienza è vita e Dio è la Vita, lo Spirito di Verità, di
Sapienza. Ma siamo veramente convinti che tutto è opera di Dio? Questo è il
primo passo: tutto, proprio tutto è opera di Dio.
Rina: Si,ma
devo ancora convincermi di essere amata da Dio.
Nino: Se tutto
è opera di Dio, abbiamo l’interesse di Dio su di noi, cioè l’amore. Ma bisogna
pensarci molto.
Luigi:
Bisognerebbe avere la possibilità, ad esempio, andando a casa, di rivedere nel
silenzio e nel raccoglimento i pensieri uditi qui, per semplificare, per
chiarirli in noi.
Nino: Il
ritornarci su, mi è servito per chiarire la distinzione ad esempio, tra avere
ed essere Pensiero di Dio.
Luigi:
D’altronde se c’è il verbo essere e il verbo avere …
Emma: Penso al
senso che ha la nostra vita.
Luigi: È una
scala verso questa meta, verso questo diventare tutto pensiero del Padre, che è
poi vita eterna. Noi dovremmo imparare a parlare sempre di Lui. Il giorno in
cui dimenticassimo noi stessi, non avremmo più nessun interesse a parlare di
noi, ma tanto interesse a parlare di Dio.
Emma: È che
quando non si ha forza, che opera possiamo fare?
Luigi: Non ci
siamo! Perché se tu fossi ammalata, in un letto, allora non potresti fare le
opere? E invece proprio restando ammalata in un letto, fai la volontà di Dio.
Quindi le cose vanno approfondite: non è il nostro io che deve fare.
Nino: Non ci
siamo e siamo degli incoerenti quando c’è il nostro io in mezzo, e allora sono
quelle volte che si sente un disagio interiore, un malessere.
Luigi: Quando il
nostro corpo sta bene, è silenzioso, non si sente: serve. Così è lo stesso:
quando in noi c’è armonia con Dio, c’è silenzio. Allora si ascolta. Quando invece
c’è qualcosa che si fa sentire, vuol dire che qualcosa non va bene. Così nel
nostro corpo: quando c’è qualcosa che si fa sentire vuol dire che c’è qualcosa
che non va. Nell’ordine di Dio tutto è silenzio. Guardiamo l’universo …
Rina: Però ci
sono cose che danno gioia e si è contenti pur senza aver pensato a Dio.
Luigi: Si,
perché tutte le cose, in quanto vengono da Dio, sono significazioni di Dio,
però bisogna sempre riportarle a Dio.
Nino: Per me la
disarmonia è un segno e devo fermarmi per interrogare Dio.
Luigi: È un
segno che è entrato un granello di sabbia nel motore. E lì ci vuole il coraggio di fermarsi, mentre
il più delle volte noi non abbiamo il coraggio di fermarci. Eppure se si va in
macchina e si sente un rumore che non va, ci si ferma.
Emma: Quando
non capisco devo lasciar perdere per non creare nuove confusioni.
Luigi: Non è che
devi capire, ma pregare. Se quando ti fermi cominci a pregare, a invocare il
Signore che dia luce, il Signore risponde. C’era Gatry che quando non capiva
qualcosa si inginocchiava e invocava la luce e stava lì in ginocchio fintanto
che il Signore non lo illuminava. Perché non siamo noi che dobbiamo capire, è
il Signore che ci fa capire; però bisogna che la nostra anima si metta in
preghiera, in disposizione di ascolto. Ma siccome noi molte volte siamo
confusi, mettendoci in preghiera, in penitenza, in ascolto, non facciamo altro
che ascoltare la nostra confusione. Dio non ha difficoltà a fare arrivare la
sua luce a noi, soltanto che trova il più delle volte noi talmente pasticciati
che la nostra anima non sa nemmeno quello che vuole. Allora ci fa stare lì
tutto il tempo necessario finché riesce
a trovare un angolo per penetrare con la sua luce nella nostra anima.