Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa. Gv 5 Vs 20 Primo tema.


Titolo: Il puro sguardo di Dio: il figlio di Dio.


Argomenti: Mostrare naturale, spirituale, divino.  Il Padre donandosi fa essere il Figlio che è tutto dono del Padre, tutto sguardo al Padre.  Gesù parla a noi (mostra) per renderci consapevoli di ciò che dobbiamo volere. Noi esistiamo anche se non guardiamo, il Figlio non esiste se non guarda. Presso Dio il mostrare è donare, donare è far essere. Dio mostrando Sé, genera il Pensiero di Sé e quindi dona Se stesso e quindi ama, fa essere. Più costatiamo la nostra miseria più facilitiamo a Dio l’opera di condurci a Lui. “Il Padre mostra al Figlio ciò che il Figlio fa”. Il Figlio è l’azione del Padre. Dono e disponibilità. Mostrare è amare.


 

15.Ottobre.1978


Pensieri tratti dalla conversazione:

Luigi: Adesso Pinuccia ci legge i riassunti degli incontri precedenti.

Pinuccia: Riassunto dell’incontro n. 132 del 14 maggio 1978 Domenica di Pentecoste.

In quel giorno si commentò il v. 14 del capitolo 5 di San Giovanni: “E Gesù lo trovò nel Tempio”. Questo incontro nel Tempio è un segno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo trovò i discepoli di Gesù con Maria riuniti nel Tempio. Solo se siamo trovati da Gesù nel Tempio possiamo trovare la presenza di Dio. Fintanto che noi non siamo trovati da Dio, apparteniamo ancora al primo mondo (quello che sperimentiamo), in cui Dio si annuncia ma non si fa trovare. Siamo chiamati a fare il passaggio ad un altro mondo, in cui Dio rivela la sua Presenza e a cui si riferisce Gesù quando dice: “Mi rivedrete di nuovo e la vostra gioia sarà piena”. Gesù ce lo promette: “Finora vi ho parlato in parabole (1° mondo), ma verrà il giorno in cui apertamente vi parlerò del Padre (2° mondo)”, facendo coincidere questa rivelazione del Padre con la venuta dello Spirito Santo. Gesù ci prepara a questo passaggio parlandoci in parabole, facendo nascere in noi la fame, il bisogno di Dio, che culmina nei dieci giorni di attesa tra l’Ascensione e la Pentecoste, ubbidendo al comando di Gesù: “Restate in Gerusalemme (cioè restate in questa interiorità), in attesa di essere investiti dall’alto”. In questa attesa l’anima non deve fare altro che mantenere il silenzio di tutto il mondo e porre tutta la sua attenzione all’Alto, al Padre, perché è di là che deve venire lo Spirito Santo: “Ve lo manderò dal Padre”. A Pentecoste abbiamo la sintesi dei discorsi di Gesù sulla fine del mondo, perché la fine del mondo, è il silenzio di tutto il nostro mondo vecchio. Si entra nel Tempio con una ricerca attiva; ma nel Tempio si diventa tutto attesa (ricerca passiva): si dipende tutto da Dio. La vera conoscenza dell’in Sé di Dio, l’abbiamo solo nel Tempio, quando lo Spirito Santo scende dall’Alto e il Padre dice a noi: “Tu sei mio Figlio”. “Dove Io sono voi non potete venire”, perché siamo nel primo mondo. Si ha il passaggio al secondo mondo quando il Padre dice: “Tu sei mio”, ed è quanto avviene nella Messa. È la parola di Dio che trasforma l’offerta che noi facciamo del nostro pensiero nei dieci giorni di attesa. Ma Lui dice questa parola soltanto quando trova la totale dipendenza da Lui, il totale silenzio e la totalità di attesa e di pensiero. In questo punto di incontro c’è la rivelazione della Presenza. Per approfondire ciò teniamo come pensiero guida quanto dice Gesù: “Chi mi ama (ci propone un amore), osserverà la mia parola (perché con le sue parole osservate, cioè approfondite, che conducono nel Tempio; fin qui la creatura è attiva: ama e osserva) e il Padre mio lo amerà (ecco il salto di qualità, il passaggio: è Dio che trova la creatura; usa il futuro per far capire che approfondendo le sue parole ci scopriamo amati, conosciuti dal Padre) e verremo in lui e faremo in lui la nostra dimora”. Dio c’è già, ma fa noi capaci di conoscerlo e di restare in Lui. Scoprire la Presenza di Dio è scoprire un Essere che diventa pensabile, per cui noi possiamo dialogare con Lui quanto vogliamo. Nella Pentecoste abbiamo la sintesi dell’opera di Dio e anche della creatura che è morta al suo io, perché di fronte al Cristo morto, ha capito che l’io è deicida. Superando il nostro io e pensando a Dio, troviamo il Cristo risorto. Ora lì la creatura si occupa solo più del cielo e non più della terra al centro della quale c’è l’io, perché ha sperimentato cosa vuol dire essere senza Dio. La ricerca di Dio va fatta con umiltà, amore e attenzione, nel silenzio di tutto, sapendo che tutto dipende dal Padre. L’accettare tutto da Dio (anche l’offesa), ci fa entrare nel Tempio, perché ci fa morie al nostro io. È ciò che parte dal nostro io che prolunga l’attesa e ci impedisce di restare in Dio, perché questo non può ricevere la parola di Dio: “Questo è mio”. Quando il Signore parla di futuro ( “amerà, verremo, vi manderò, mi rivedrete” ecc.), annuncia solo una situazione di consapevolezza, di scoperta di una cosa che c’è già; si scopre che tutto è opera sua per formare noi. E una volta conosciuta la Verità, questa permane in noi e l’anima tende a raccogliere tutto in essa: “Lo Spirito di Verità vi condurrà a vedere ogni Verità”. Questa Pentecoste è personale, perché richiede un passaggio di amore. L’amore è sempre un isolamento con la persona amata in un silenzio di tutto il resto. Dalla fusione di Dio che si dona per possedere e comprendere e la creatura che si dona per essere posseduta, nasce una creatura nuova, un mondo nuovo che assorbe tutto il resto, anche il passato. Ed è lì che si scopre tutto l’amore che Dio ha avuto per noi prima ancora che lo conoscessimo. A Pentecoste inizia il mondo che parte da Dio e in cui si ricupera tutto. La creatura se non riesce a partire da Dio, a recuperare in Dio, piuttosto non si muove; preferisce stare sola con Dio che scendere al mondo. Non accetta più un processo diverso (cioè partire dalle creature per arrivare a Dio), perché un processo diverso non le dice più nulla. La scoperta della Presenza di Dio è fulminea, ma è preceduta da una lunga preparazione: è una scoperta, una conoscenza che però è progressiva. Ma questa scoperta dipende dal Padre, per questo bisogna vegliare con grande pazienza, in attesa, senza stancarsi prima di arrivare alla meta. Gesù ci raccomanda di restare fino a quando non saremo investiti dall’Alto. Se ci stanchiamo perché tarda a venire, è perché siamo già fuori dall’amore.

Luigi: L’argomento di oggi è questo: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa”. Innanzitutto chiediamoci perché Gesù dice a noi questa frase. Teniamo presente che Gesù parla per condurci a conoscere il Padre, perché soltanto conoscendo il Padre troviamo la nostra vita eterna e nasciamo dal Padre e quindi troviamo anche la nostra rinascita.

In questa tema proporrei di incentrare la nostra attenzione sul verbo “mostra”: “Il Padre mostra al Figlio tutto quello che Egli fa”. E suggerirei di considerarlo a tre livelli:

-                     Il livello naturale della creatura umana: cioè che cosa Gesù proponga all’uomo con questa frase. Perché ogni frase, ogni parola di Gesù è una proposta e quindi anche una promessa. Chi vuole si ferma a questo primo livello. Chi ne ha la possibilità, può andare a considerarla al secondo livello;

-                     Il livello spirituale: cioè considerare questo “mostrare” in senso spirituale, cioè sul piano spirituale. Perché fintanto che noi ci limitiamo alla natura umana, è evidente che cosa vuol dire “mostrare”: “mostrare” presuppone gli occhi, per cui quando una cosa si presenta ai nostri occhi, a noi viene mostrata: noi vediamo con gli occhi. Ma spiritualmente gli occhi non ci sono, e allora quand’è che si mostra spiritualmente? E che cosa significa “mostrare” spiritualmente? E poi, se il Signore dà la possibilità di passare al terzo livello:

-                      Il terzo livello è il livello divino, cioè che cosa significhi che: “Il Padre “mostra” al Figlio quello che fa”. E qui bisogna tener presente quello che dice Gesù: “Il Figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre”. E ancora: “Egli fa tutto quello che il Padre fa”; e però ancora tener presente che: “Tutto è fatto per mezzo del Figlio, per mezzo del Verbo”. Ecco, bisogna cercare di unificare. Questo al livello del divino.

Pinuccia: Che differenza c’è tra il secondo e il terzo livello?

Luigi: Nel livello spirituale siamo ancora nel campo umano, tant’è vero che noi constatiamo che non basta a noi guardare con i nostri occhi. Ecco, noi, quando guardiamo con i nostri occhi, non capiamo: vediamo ma non capiamo, per cui c’è un altro guardare, che è un intendere. E questo è il guardare spirituale e si riferisce ancora all’uomo. Quindi abbiamo uno sguardo spirituale. È un mostrare. Ecco, uno può fare vedere una cosa ad un altro e l’altro la vede con gli occhi, ma non la intende. E non intendendo ha bisogno ancora che lo si faccia guardare sul piano  spirituale fino a che egli possa intenderlo. Allora abbiamo chi ci fa vedere qualcosa materialmente ma questo non è intendere. E c’è invece che ci fa guardare spiritualmente, e questo è intendere. Chi ci fa intendere ci fa guardare spiritualmente. Chi ci presenta soltanto le cose ci fa guardare, ma non è ancora il guardare spirituale. Al livello del Figlio di Dio, al livello divino, il Padre mostra al Figlio tutto quello che fa.

Pinuccia: Figlio Verbo?

Luigi: Si, il Verbo.

Pinuccia: Non noi figli?

Luigi: No. Siccome noi siamo chiamati a diventare figli, qui abbiamo una promessa di Dio. È la promessa di Dio per farci intendere che se noi ancora non vediamo il Padre che mostra tutto quello che fa, non siamo ancora figli; però in quanto ce lo annuncia, ci propone di diventare figli. Ma ci dice anche che quando si è figli, si vede il Padre che mostra a noi tutto quello che fa.

Pinuccia: Ma lo mostra su un piano diverso rispetto al secondo.

Luigi: È il piano divino; il piano in cui genera il Figlio. Nel piano spirituale in cui si fa intendere,  non si genera ancora il Figlio di Dio, si genera un atto di intelligenza.

Pinuccia: Intelligenza di che cosa?

Luigi: Del significato di ciò che si vede con gli occhi. È chiaro il tema? “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa”. Quindi qui ci invita ad approfondire (è parola di Gesù e in quanto è parola di Gesù è un invito ad approfondire). Dico che la chiave di questa frase è il verbo “mostrare”. Cosa vuol dire “mostrare”? Ora, mostrare sul piano naturale è evidente: “Io ti mostro questo”. Ecco, questo “mostrare” è sul piano naturale. Ma questo presuppone gli occhi. Sul piano spirituale e sul piano divino, gli occhi non ci sono. Allora cosa vuol dire “mostrare” al Figlio? Il Figlio non ha occhi come li abbiamo noi. Però noi quando vediamo con gli occhi (il vedere con gli occhi non è intendere), capiamo che il vedere con gli occhi è una privazione, è un vedere meno. Il vedere, il mostrare spiritualmente è più importante del mostrare agli occhi. Tant’è vero che anche un cieco che non vede, può però intendere certe cose. Quindi ad un cieco gli si può mostrare spiritualmente, mentre non si può mostrare spiritualmente ad uno che ha soltanto gli occhi. Il cieco esiste anche se non ha occhi per vedere. Divinamente non si esiste se il Padre non mostra. Comunque ci possiamo fermare anche al primo livello, cioè al livello dell’umano. Il livello dell’umano vuol dire approfondire quello che Gesù ci propone, ci promette con quella frase. Se possiamo passare al livello spirituale, allora cerchiamo di capire cosa vuol dire “mostrare” spiritualmente. Non ci sono più gli occhi. Se poi il Signore ci concede a passare sul piano divino: cosa vuol dire per il Padre “mostrare” al Figlio. Siccome ognuno di noi è chiamato a diventare figlio, ecco, che cosa vuol dire per il Padre “mostrare” al Figlio. Cioè, i tre piani. È chiaro l’argomento?

Nino: No, non è chiaro, però dobbiamo approfondirlo. Il Padre ama il Figlio, è semplicissimo, la cosa più semplice di questo mondo, però poi approfondirlo, non so se riuscirò.

Luigi: E gli mostra tutto quello che Egli fa. È un mostrare non come un maestro che dimostra all’allievo, no, perché tutto è fatto per mezzo di Lui.

Pinuccia: Nemmeno va inteso nel senso “che fa intendere”?

Luigi: Neppure “che fa intendere”, perché non è una cosa esterna, un rapporto, un rapporto uno all’altro. È un mostrare diverso. Il rapporto tra Padre e Figlio è diverso. Che è diverso de “mostrare”: io mostro una cosa i l’altro assiste. Non è che il Padre faccia e il Figlio stia a vedere quello che il Padre fa e poi lo faccia anche Lui. Non abbiamo l’azione del Padre separata da quella del Figlio, altrimenti il Padre creerebbe un mondo e “Adesso fateci vedere il mondo che ha creato il Figlio!”. Non ci sono due mondi: quello del Padre e quello del Figlio.

Nino: Io intuisco che è in rapporto alla parola “raccogliere”. E adesso devo vedere che relazione c’è tra la parola “raccogliere” e la parola “mostrare”.

Pinuccia: Invece io lo vedo più collegato con la parola “generazione”.

Rina: Il Padre rivela Se stesso al Figlio, ma il Figlio ormai lo conosce. Il Padre non ha bisogno di rivelarsi al Figlio.

Luigi: Teniamo presente che la rivelazione è continua perché è vita eterna. Non è una rivelazione “una tantum”, per cui il Figlio ha conosciuto. La generazione è continua. Il Padre continuamente genera il Figlio. Noi siamo continuamente voluti nella vita eterna da Dio.

Rina: Io lo capisco per noi creature umane, ma il Figlio non ha bisogno di questa rivelazione.

Luigi: Il Figlio è sempre generato dal Padre, eternamente generato. Non è generato una volta, altrimenti avremmo un tempo prima e un tempo dopo.

Nino: Dovremmo pensare a un Padre muto, ha finito di parlare.

Luigi: No, no! Continuamente dice: “Io ti voglio!”, cioè: “Io ti genero”. Così Dio verso la creatura. La bellezza della vita della creatura è questa: che continuamente Dio dice alla creatura: “Io ti amo”. Non lo dice una volta: continuamente la creatura si vede pensata da Dio, generata da Dio, voluta da Dio. È il vero fare del Padre. Questo è il vero fare. Non è il fare: “Adesso faccio questo e tu figlio sta lì a vedere: adesso hai visto? Adesso fallo tu!”. Ecco, non è così; questo è sul piano umano. Altrimenti avremmo il Figlio che dice: “Adesso ho visto, adesso faccio anch’io”. Allora avremmo l’opera del Padre e l’opera del Figlio. No!

Rina: Il Figlio farebbe un’imitazione.

Luigi: No, no, perché il Padre non fa nulla senza il Figlio. Fa tutto per mezzo del Figlio.

Nino: Insomma noi siamo destinati a diventare tutto pensiero del Padre. Il problema è come arrivarci.

Luigi: Richiamiamo il tema: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa”.

Cina: Mi è parso di capire che il Padre vuole mostrare qualcosa a me. E per mostrarmelo, devo fermarmi a guardare, altrimenti se sono sempre di corsa come fa a mostrarmelo? E poi mi ha fatto intravvedere anche che dal fermarsi a vedere quello che mi vuole mostrare, di lì verrà l’intendere, il capire; il ricevere la vita. Perché se mi ama avrà qualcosa di bello da darmi.

Luigi: E che cos’è quel qualcosa di bello da dare?

Cina: La vita.

Luigi: E che cos’è la vita?

Cina: La vita vera.

Luigi: E che cos’è la vita vera?

Cina: Sono le sue cose.

Luigi: E che cosa sono le sue cose?

Cina: Quelle eterne che non passano.

Luigi: E che cosa sono quelle eterne che non passano?

Cina: Sarà conoscere il Padre.

Luigi: È Lui! È Lui! Quindi il Padre cosa mostra?

Nino: Se stesso.

Luigi: Mostra Se stesso! Il Padre vuole mostrare Se stesso. Mostrare Se stesso vuol dire donarsi! Il Padre si dona! Donandosi fa essere il Figlio. Il Figlio è tutto dono del Padre. È tutto sguardo al Padre. È tutto Pensiero del Padre. È tutto fatto dal Padre. Il Padre dona Se stesso, quindi mostrando Se stesso fa essere il Figlio. Quindi possiamo dire che il Figlio è tutto sguardo del Padre. Noi non siamo figli perché siamo sguardo di tante cose, però siccome siamo chiamati a diventare del Padre, tutte le cose che guardiamo, non le intendiamo, perché intendiamo soltanto il Padre! Le altre cose non sono nostro padre quindi non le intendiamo.

Rina: Gesù dice a noi questa frase per condurci a conoscere il Padre, perché noi non vediamo il Padre che opera.

Luigi: Quindi questo su un piano umano.

Rina: Si, ma vediamo le creature che operano e questo perché non siamo figli.

Luigi: Si, perché il Figlio invece vede il Padre operare.

Rina: “E gli mostra tutto quello che Egli fa”. Questo mostrare a livello umano potrebbe essere interpretato come una promessa di un dono futuro che ci attende e al quale noi dobbiamo mirare per poterlo raggiungere. E per aiutarci in questa impresa, il Padre ci manda il Figlio, perché ci insegni a diventare figli. È ascoltando la sua parola che noi troviamo la vita per arrivare al Padre. In questo ascolto, in questo approfondimento, noi impegniamo la nostra vita.

Luigi: Troviamo la nostra vita.

Rina: Si, e la rendiamo un terreno fecondo per accogliere la rivelazione del Padre. Difatti se noi educhiamo la nostra anima all’ascolto, vedremo Dio parlare in tutto, sentiremo la sua voce e saremo figli. Infatti il Figlio è tutto ascolto del Padre. Ed è qui che il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa, cioè rivela Se stesso.

Nino: Il Padre ama il Figlio Gesù, ma ama anche me, perché io sono chiamato a diventare figlio per adozione, e vuole mostrarmi, come mostra a Gesù, al Verbo, eternamente, vuole mostrare anche a me eternamente quello che fa: Se stesso. Tutta l’opera del Padre ci è mostrata ed è posta sotto il nostro sguardo sempre. Dio non nasconde niente: tutti lo possono vedere, però non tutti lo vedono. Noi vediamo il creato, le creature: tutto è opera di Dio. Egli agisce in ogni cosa e in ogni avvenimento e ogni uomo vede l’opera di Dio; non tutti però la capiscono e la intendono. Per intenderla, bisogna aver capito la nostra relatività ad essere trascesi sul piano dello spirito, aver superato il nostro mondo sperimentale, materiale. Bisogna aver cominciato prima ad accogliere tutto da Dio e poi riportare tutto a Dio. Però in questa azione noi siamo molto lenti. Noi passiamo attraverso diversi gradi:

-                     Prima abbiamo Gesù che ci fa conoscere, direi, il carattere del Padre. Gesù ci dà degli esempi come il Padre opera con il peccatore, con il debitore, con l’adultera, ecc.. Però sono degli esempi. Se noi stiamo attenti a Gesù e seguitiamo con il nostro desiderio di arrivare a conoscere, pian pianino incominciamo a scorgere i nostri errori, a ricuperarli dopo (cioè prima commettiamo l’errore, poi riconosciamo il nostro errore, ma è un recupero). Pian piano invece dobbiamo arrivare a vedere prima di errare ed è quando noi siamo arrivati ad essere tutto pensiero del Padre, a pensare continuamente a Lui, a riportare ogni cosa in Lui. È in quel momento là che noi incominciamo a vedere prima di agire, e non più commettere gli errori di prima, cioè comportarci come il Padre ci mostra. In quel modo lì, diventando pensiero del Padre, noi pian pianino ci troviamo in eterna preghiera, in eterna unione, e allora il Padre ci mostra Se stesso e noi ci comportiamo realmente, diventiamo “Verbo di Dio” eternamente generato come lo è Gesù. Lui lo è stato fin dal principio, noi da quel momento.

Luigi: E mostrare cosa vuol dire?

Nino: Vuol dire che noi diventiamo espressione del Pensiero del Padre. Ci comportiamo da Pensiero del Padre. Cioè non facciamo niente che non abbiamo visto fare dal Padre, come succede per Gesù. Questo io non lo so ancora esattamente.

Rina: Riusciremo a vedere …

Luigi: Non dipenda da noi.

Nino: Comunque siamo predestinati. I tempi e il momento per questo, dipendono dal Padre. Si arriva per opera del Padre, quando Lui vuole, non dipende da noi. Noi dobbiamo essere però continuamente con quest’ansia di arrivare a conoscere.

Luigi: Bisogna sapere prima di tutto quello che vogliamo. Sapere dove vogliamo arrivare, perché se non sappiamo la meta, allora camminiamo in modo disordinato e tutto ci fa deviare.

Rina: C’è una nostalgia in noi che ci porta …

Luigi: Si, ma questa nostalgia deve acquistare un Volto, una direzione, un orientamento, ecco, deve diventare in noi consapevolezza di quello che vogliamo, altrimenti noi possiamo anche avere nostalgia, ma questa nostalgia poi si proietta su tutte le creature, su tutte le cose: l’amore al denaro, nel fidarsi nella creatura, oppure nel far conto su tante cose. Invece deve diventare una meta ben chiara, ben precisa, per cui noi sappiamo veramente quello che vogliamo. Gesù, Verbo di Dio, parla a noi per renderci consapevoli di quello che dobbiamo volere. Per questo ci propone la meta. Qui ci parla del Padre; ma parlandoci del Padre ci orienta al Padre in modo che noi cominciamo a volere quello. Quindi Lui parlando mostra (l’azione è del Verbo) a noi, quindi annuncia nel nostro mondo (campo umano), un qualche cosa che ancora non vediamo, ma lo fa affinché la desideriamo. Quindi l’Incarnazione del Verbo, il venire tra noi, lo scendere suo tra noi, è un presentarsi agli occhi nostri. Ma presentandosi agli occhi nostri, mostra a noi qualcosa di Sé; quel qualcosa di Sé che noi vediamo cogli occhi ma non Lo comprendiamo. Però attraverso quello che noi vediamo cogli occhi, Lui ci propone una cosa che ancora non vediamo, ma che dobbiamo desiderare, perché solo desiderando potremo arrivare a vederla. La condizione per poter ottenere i doni eterni, cioè per poter ottenere i doni eterni, cioè per poter ottenere il Padre, la conoscenza del Padre, è il desiderare Lui, è quindi prendere coscienza di quello che dobbiamo volere. Il Padre già parla, ma noi non Lo vediamo. La differenza sta lì: che il Figlio vede il Padre, noi invece vediamo le creature. Però noi sappiamo per fede, che Dio opera in tutte le creature, opera, mostra a noi qualche cosa: lo mostra! Noi lo vediamo con gli occhi, per mezzo degli occhi. Ma quello che noi vediamo per mezzo degli occhi, non lo intendiamo. Allora abbiamo il secondo punto: quello che noi vediamo con gli occhi, quello che Dio mostra a noi con gli occhi, non ce lo fa intendere, ma ce lo fa desiderare d’intendere. Per intendere dobbiamo passare oltre, arrivare a vedere in altro modo da come vedono gli occhi; non più con gli occhi, perché quello che noi vediamo con gli occhi, non lo intendiamo. Però questo ci mette il desiderio di intenderlo. Quindi quello che vediamo con gli occhi è già una promessa, è una parola di Dio: le parole di Dio sono promesse. Noi possiamo interrompere quest’opera di Dio, in quanto possiamo vedere con gli occhi e non passare a ciò che ci fa desiderare quello che vediamo con gli occhi. Perché? Perché abbiamo altro da fare. Allora non abbiamo tempo. Magari lo desideriamo: “Chissà cosa vuol dire?”, ma non abbiamo tempo per passare ad intendere quello che vediamo con gli occhi: ci fermiamo all’apparenza. E allora Gesù, il Verbo, ci ammonisce: “Non fermatevi, non giudicate secondo le apparenze, ma cercate il retto giudizio”. Ecco, approfondite, passate cioè al secondo punto, ad intendere quello che vi è annunciato. Per l’intelligenza di una cosa non si richiede più l’occhio, anzi, il più delle volte, si sente il bisogno di chiudere gli occhi. In un primo tempo abbiamo gli occhi aperti. Questa apertura è necessaria per formare in noi il desiderio di intendere quello che ci viene mostrato; ma per passare ad intenderlo, capiamo che gli non ci servono più. Per questo guardiamo, non intendiamo, però sentiamo il bisogno di chiudere gli occhi per percepire qualcosa di diverso. Ma qui non siamo ancora figli di Dio. Ecco, il Padre mostra al Figlio qualcosa ancora di diverso, di molto diverso, perché l’abbiamo visto prima, il Padre mostra Se stesso e mostrando, fa essere il Figlio. Mostrando fa essere il Figlio. Il Figlio è tutto sguardo, tutto pensiero, quindi tutto sguardo al Padre. Il Figlio vive guardando, esiste guardando il Padre. Noi non esistiamo guardando. Cioè, per noi, esistiamo anche se non guardiamo. Un cieco esiste anche se non vede niente. Noi esistiamo anche se non guardiamo, il Figlio non esiste se non guarda. Il Figlio esiste soltanto come sguardo.

Rina: Non ha altri interessi, ha solo quello del Padre.

Luigi: È Figlio del Padre. Direi è lo sguardo del Padre che lo fa essere. La creatura che ama tanto, è fatta da colui che ama, vive per colui che ama, è fatta dall’essere amato. Portato al Figlio, noi abbiamo il Figlio che è fatto tutto dal Padre, per cui è il Padre che lo fa essere: è tutto sguardo del Padre.

Pinuccia: Non è il Padre che guarda il Figlio?

Luigi: Il Padre genera il Figlio, lo fa essere: è logico, perché è il Pensiero del Padre.

Pinuccia: è la consapevolezza di essere guardati dal Padre, di essere fatti dal Padre, quello che ci fa figli, no?

Luigi: Certo.

Pinuccia: E questa consapevolezza ci fa tutto sguardo del Padre?

Luigi: Tutto sguardo del Padre, si capisce, e solo sguardo del Padre. Si, perché il Figlio è tutto Pensiero del Padre. e cosa vuol dire “Pensiero del Padre”? Che guarda solo il Padre; cioè guarda Colui che lo fa essere. Portato alle estreme conseguenze: se io guardo un albero, se fossimo in senso puro, io sarei tutto sguardo dell’albero; il che vuol dire che io sarei fatto dall’albero. Però non posso essere fatto dall’albero. È lì che noi non abbiamo intelligenza di quello che guardiamo, perché noi non siamo fatti da quello che guardiamo. Invece il Figlio è fatto da quello che guarda, e allora ha l’intelligenza.

Rina: Questo Figlio sente di essere protetto dal Padre?

Luigi: Si sente generato dal Padre! si sente voluto, si sente amato! Ha nel Padre il motivo della sua esistenza! Cioè il Figlio ha nel Padre il motivo del suo essere. Noi non abbiamo in quello che guardiamo il motivo del nostro essere. Ho detto prima che noi esistiamo anche se non guardiamo … Il Figlio non esiste se non guarda.

Rina: Io posso capire la figliolanza che c’è tra noi e Dio, ma stento a capire la figliolanza tra il Figlio Cristo e il Padre.

Luigi: Ma soltanto comprendendo quella noi possiamo capire dove Dio vuole portarci. Perché Dio vuole portarci ad essere tutto sguardo del Padre, ad essere tutto pensiero del Padre, perché lì noi entriamo nella vita eterna. E lì abbiamo l’intelligenza di tutto. Non solo, ma abbiamo una cosa grandissima: perché lì il Padre diventa motivo di tutto quello che vogliamo! Non so se rendo l’idea. Diventa motivo di tutto quello che vogliamo, per cui il Padre fa tutto quello che fa per mezzo noi, perché è il motivo del nostro fare.

Rina: Quindi il Verbo in noi è il Padre che ce lo mette?

Luigi: Certo.

Pinuccia: Allora anche la frase: “Tutto è fatto per mezzo di Lui”, può anche essere riferita a noi?

Luigi: Certo.

Nino: Se in noi non si sarà affievolita l’ansia di diventare suoi figli, se arriva (quando il Padre lo vuole) ad essere Pensiero, parola del Padre, a scorgere in noi, nel nostro intimo, che il Padre ci mostra la sua eterna volontà. Il Padre ci mostrerà eternamente Se stesso e noi diventeremo Verbo, eternamente generato come da sempre avviene per la seconda persona della Santissima Trinità. In Lui recupereremo tutto, capiremo tutto. Saremo l’espressione del Pensiero del Padre, il mezzo, un mezzo per cui il Pensiero del Padre si manifesta; preghiere, solo più preghiera in unione eterna nel Padre.

Luigi: Il fatto meraviglioso sta lì: che presso Dio, nell’Essere, il mostrare è donare. Donare è far essere. Mentre per noi sul nostro piano, donare non è far essere, in Dio invece mostrare è far essere, è dare l’essere.

Pinuccia: Quindi non è far capire.

Luigi: No, è dare l’essere, per cui il Figlio è tutto dono del Padre. Il Padre mostrando Sé al Figlio, fa essere il Figlio.

Nino: E si capisce: il Padre donandosi, dona quello che Lui è: Verità, Vita, eternità …

Luigi: E allora lì capiamo perché il Padre ama il Figlio. Ecco, meditando su “mostrare”, arriviamo a capire l’amore. Mostrando, dona Se stesso, quindi fa essere: Dio, il Padre; è essere, non può altro che donare Se stesso, quindi fa essere. Ma il donare Se stesso e far essere è amare, no? Perché amare vuol dire donarsi all’altro. Quindi si capisce come Dio è Carità, è Amore. Dio è tutto dono di Sé, quindi dal mostrare arriva all’amore: Dio ama! Altrimenti non si poteva capire donde nasca il concetto che Dio ami. Dio genera: questo lo capiamo. Dio genera il Verbo, il Pensiero di Sé, si, perché essendo Essere consapevole di Sé, genera il Pensiero di Sé. Ma da che cosa nasce il suo amore? Dio mostrando Sé, genera il Pensiero di Sé e quindi dona Se stesso e quindi ama, fa essere. L’amore non è altro che donare Se stesso, ma donare Se stesso vuol dire mostrare. Gesù dice che dà la vita: dare la vita vuol dire “mostrare il Padre”. Quindi l’amore vuol dire mostrare quello che uno ha. Il vero amore è mostrare, perché mostrare è donare quello che uno ha.

Pinuccia: Quello che uno è.

Luigi: Quello che uno ha, perché quello che uno ha, lo fa essere. Ognuno esiste per quello che riceve. Dio è. Ognuno di noi riceve l’essere da Dio e amando, dona quello che riceve da Dio. Il Figlio dona la vita non in quanto dona il suo fisico, con la morte: quello è un segno. La sua vita è il Padre. Vita del Figlio è il Padre. Il Figlio dona a noi il Padre. Ed è il massimo dono di Colui che ama. Anche se dessi la mia vita alle fiamme cosa risolvo? Ma se uno dona quello che per lui è motivo di vita, all’altro, questo è il massimo dei doni. Se uno vive tutto per una cosa e dona questo all’altro, dà veramente la vita all’altro, perché dà  la sua vita.

Pinuccia: A livello umano con questa frase, Gesù ci propone la meta alla quale siamo chiamati. Siamo chiamati cioè a diventare figli e quindi a sentirci amati dal Padre (“Il Padre ama il Figlio …”) e a conoscere il Padre (“… e gli mostra ciò che fa”). Se Gesù ce lo promette ce lo promette, e se ce lo promette ci dà la possibilità di raggiungere ciò che promette. Proponendoci tale meta, Gesù ci invita a camminare (“Alzati e cammina!”). Questa affermazione di Gesù, considerata a livello spirituale, la vedo come un impegno che Gesù dà all’uomo che aspira a diventare figlio: l’impegno di raccogliere per poter vedere tutto nel Padre. Raccogliendo ogni cosa con Gesù nel Padre, il Padre mostra il significato di ciò che fa. Ciò presuppone anche la partecipazione attiva da parte della creatura ed implica ancora un rapporto esterno tra Dio e la creatura. È un camminare verso il Tempio. Considerata a livello divino, Gesù con questa frase ci rivela ciò che avviene nel Tempio, cioè in che consiste la generazione del Padre: è un scoprirci amati, pensati, fatti, conosciuti dal Padre. Ma questo avviene quando il Padre dice: “Tu sei mio: oggi ti genero”, cioè quando fa il dono di Se stesso. Il Padre dicendo: “Tu sei mio”, genera, e generando mostra al Figlio tutto ciò che fa, perché il Figlio si scopre pensato, voluto, fatto dal Padre. Anzi, la stessa generazione quindi è una presa di coscienza dell’opera del Padre. A questo livello non c’è più un rapporto esterno, ma intimo: la creatura è generata, è diventata tutta pensiero del Padre, per cui non può più far nulla se non nel Padre, se non lo vede fare dal Padre. È Gesù stesso che ci rivela questa meta a cui siamo chiamati rivelandoci che Lui stesso, il Verbo, essendo generato dal Padre, “Non fa nulla se non lo vede fare dal Padre” e che “Ciò che il Padre fa Lui pure lo fa”. Infatti: “Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Siamo cioè chiamati all’unità, ad essere una cosa sola col Padre e col Figlio, nello Spirito Santo.

Luigi: È quel “pure” che forse mi fa capire che non ha capito. Ma forse verrà a capirlo adesso. Il Vangelo anche, dice quel: “… pure il Figlio lo fa”. “Ciò che il Padre fa, pure il Figlio lo fa”.

Pinuccia: Prima di riflettere su questo non lo vedevo riferito a noi.

Luigi: Ma siamo sempre lì: “Quello che il Padre fa …”, sembra che il Padre faccia, lo faccia vedere al Figlio, il Figlio lo vede e allora anche il Figlio lo fa. Comprendi che allora noi ci troveremo in una situazione in cui c’è un tempo in cui il Padre fa e il Figlio non fa per stare a vedere. Non può essere, perché noi avremmo l’azione del Padre separata dal Figlio.

Pinuccia: E invece è contemporaneo …

Luigi: Vedi su che cosa ci costringe la parola di Dio a meditare? Proprio meditando su questa parola, ci conduce, ci inserisce nel mistero divino, nella Trinità divina, cioè ci fa giungere alla vita eterna che è proprio questo partecipare alla vita dell’Essere. Ora, quel “fare”: forse il concetto resta più chiaro se lo esprimiamo in questo modo: “Il Padre mostra al Figlio tutto quello che fa”; diciamo: “Il Padre mostra al Figlio tutto quello che fa fare al Figlio”.

Pinuccia: Ecco, allora è più chiaro.

Luigi: Comprendi? Il Padre mostra perché il Padre stesso diventa il motivo agente nel Figlio. Il Figlio ha in Se stesso, cioè nel Padre, in Sé, la motivazione a ciò che fa: allora il Padre gli mostra tutto ciò che fa.

Pinuccia: E “Tutto è fatto per mezzo di Lui”.

Luigi: E “Tutto è fatto per mezzo di Lui”; noi dobbiamo raccogliere tutto quello che il Signore già ci ha fatto meditare su questo rapporto tra Padre e Figlio. E già fin dall’inizio noi abbiamo visto che “Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Ma allora come fa il Padre a far tutto se mostra tutto quello che fa e allora pure il Figlio lo fa? Non c’è quel “pure” nel senso che intendiamo noi tra due esseri distinti. Ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa.

Pinuccia: Anche il Figlio.

Luigi: Non “anche”.

Pinuccia: Però il Vangelo dice: “anche”

Luigi: Lo so, però va inteso così: “È il Figlio che fa ciò che il Padre fa”. Perché quel mostrare non è il nostro mostrare. Il mostrare del Padre, non è il nostro mostrare. Il nostro mostrare è: “Cina, vedi questa sedia?”. Ecco, questo è il nostro mostrare. Io mostro così. No, il mostrare del Padre è così: Cina, guardando dentro di sé, crea la sedia. Rendo l’idea? Guardando dentro di sé, costruisce, crea la sedia. Ma chi le fa fare la sedia? Quello che ha dentro di sé. Quindi il Padre è il motivo del fare del Figlio, ma il Figlio vede nel Padre tutto ciò che fa, cioè ha nel Padre il motivo di tutto quello che fa. È chiaro?

Nino: Forse usando un’altra parola: ha nel Padre la ragione di tutto quello che fa.

Luigi: Si, la ragione. Per cui tutto quello che fa, è il Padre che glielo fa fare.

Pinuccia: E glielo fa vedere.

Luigi: E glielo fa vedere. E si capisce: facendoglielo fare, glielo fa vedere. Ma il far vedere non è il far vedere nostro.

Pinuccia: Cioè lo fa essere.

Nino: È il trovare in se stesso la ragione di quello che fa. Però quella ragione che trova in se stesso è il Padre stesso.

Luigi: È il Padre stesso.

Pinuccia: Prima hai spiegato che mostrare è dare l’essere.

Luigi: Si, è dare l’essere.

Pinuccia: E allora perché dice: “Mostra quello che fa”. Cioè non dona Se stesso?

Luigi: Certo, ed è proprio donando Se stesso che mostra quello che fa. Tu capisci che proprio donando Se stesso, il Padre dà al Figlio la possibilità (e scusate il termine perché il termine divino non sarebbe così), di capire la ragione di tutto quello che fa. Noi non abbiamo in noi la ragione di tutto quello che facciamo: siamo motivati da tanti motivi esterni. Il Figlio invece ha nel Padre la ragione di tutto quello che fa, per cui il Padre mostra al Figlio tutto quello che fa. E noi siamo invitati ad arrivare a questa meta qui, ad avere nel Padre il motivo, la ragione di tutto quello che facciamo.

Nino: In quel punto lì la nostra volontà sarà la Volontà del Padre: coincideranno.

Luigi: Coincideranno, quindi si diventa figli.

Pinuccia: Quindi prima il Padre fa il dono di Sé.

Luigi: Se non facesse il dono di Sé, il Figlio non avrebbe in Se stesso, cioè nel Padre, il motivo di ciò che fa, quindi il Padre non sarebbe per Lui motivo per vedere tutto quello che fa; come noi non possiamo vedere tutto quello che facciamo, cioè avere in noi l’occhio per vederlo. Infatti ciò che facciamo non sappiamo cosa sia, e quello che vediamo non sappiamo cosa sia.

Pinuccia: Cioè non abbiamo in noi la ragione di quello che facciamo e vediamo.

Luigi: Non abbiamo in noi la ragione, e anzi la ragione generalmente sono motivi esterni: bisogni di fare.

Nino: Qualunque cosa faccia Dio, conosce in anticipo tutto quello che avverrà da quello che ha fatto. Noi non conosciamo niente. Noi diciamo una parola e non sappiamo le conseguenze che seguiranno da quella parola. Noi facciamo qualcosa, non sappiamo … poi le cose ci sorprendono. Ma noi non abbiamo la Sapienza di Dio. Il giorno in cui avremo la Sapienza del Padre, noi avremo coscienza di tutto, avremo coscienza di quello che è passato e di quello che avverrà dopo la nostra azione. Sarà tutto logico, tutto spiegato in noi stessi. Sarà la Sapienza che chiediamo con la preghiera all’inizio dell’incontro.

Rina: Arriveremo a quella Sapienza?

Luigi: Ma è Dio che ci conduce, se ci lasciamo condurre. Non è la nostra povertà, la nostra  non intelligenza che possa creare un impedimento a noi, perché Dio crea dal nulla, costruisce sulla nostra miseria, sulla nostra povertà. Quello che impedisce Dio è la nostra superbia, il nostro orgoglio, il nostro credere di essere. Questo è ciò che impedisce a Dio. Ma più noi constatiamo la nostra miseria, la nostra povertà, la nostra impotenza, e più facilitiamo a Dio la possibilità di condurci. Il bambino che si offre tutto alla mamma, rende facile il compito alla mamma; ma lo rende difficile quando comincia a fare i capricci, quando comincia a fare di sua iniziativa. Ecco, Dio non ha difficoltà a portarci al suo Infinito, perché Lui è il Creatore e quindi non ha difficoltà: l’unica difficoltà è quando crediamo di essere noi a fare; mettiamo la difficoltà in noi stessi, per cui il Signore dice: “Io non sono venuto per i giusti, non sono venuto per i sani”, perché fintanto che l’uomo crede di essere qualcosa, si trova nell’impossibilità di ricevere il tutto; non può entrare nel Tempio. Dio ci fa entrare nel Tempio, ma la condizione è quella di riconoscere che tutto è dono Dio. Fintanto che io credo di poter arrivare a Dio con qualche cosa di mio, mi creo una situazione di impossibilità. Dio continua a lavorare, ma continua a lavorare in senso negativo, cioè per condurmi a constatare la mia miseria, la mia povertà. Quindi ci sono due tempi dell’opera di Dio: nell’essere semplice Dio opera in senso positivo per portarlo nel su Infinito; nell’essere invece che è superbo, Dio opera per distruggere, per annullare questa deformazione, per far scendere l’uomo dal suo piedistallo, in modo da condurlo poi al suo infinito. Cioè Dio viene per accecare colui che crede di vedere e viene per dare la luce a colui che è cieco. Ecco i due tempi. Fintanto che noi crediamo di vedere e facciamo leva sui nostri mezzi, sulle nostre virtù, sulle nostre potenze, sulla nostra intelligenza, sulla nostra buona volontà, oppure sui nostri mezzi oppure sulle creature, ecco, Dio, fintanto che noi siamo così, deve operare per farci scendere dal piedistallo.

Pinuccia: “Il Figlio non fa nulla se non lo vede fare dal Padre”: mettendo questa frase in relazione con quella meditata oggi, vorrebbe dire che non fa nessuna cosa se non dipende dal Padre, se non è generata dal Padre quella stessa cosa che fa?

Luigi: Si capisce, se non è motivata dal Padre.

Pinuccia: Quella motivata vuol dire “essere fatta”?

Luigi: Certo.

Nino: Vuol dire ritrovare in se stesso il Padre che gli dà la ragione di quello che fa.

Luigi: Lui è mosso dal Padre.

Pinuccia: Ma deve conoscerlo molto per …

Luigi: Il Figlio è tutta conoscenza del Padre.

Nino: Quelle poche volte che noi agiamo secondo Dio, noi abbiamo raccolto nel Padre, ed è quando abbiamo deciso di non agire più secondo i nostri riflessi, secondo l’apparenza, ma secondo Dio. Quindi incominciamo ad interrogare Dio prima di agire: “Tu, Dio come mi dici di fare?”. Dio mi dice cosa fare e mi dà, in me stesso, la ragione di quello che io debbo fare, me la trovo dentro di me. Quello è Dio che parla.

Rina: Non sempre però!

Luigi: Tu capisci che allora a quel punto lì Dio ti mostra tutto quello che fai?

Nino: Non tutto perché non sempre sono così.

Luigi: Comunque quando fai così, Dio ti mostra quello che fa.

Nino: Però quando io comincio a ragionare, dopo che magari ho risposto di riflesso a quello che ho ricevuto, riconosco di aver sbagliato e invoco allora la luce di Dio: “Dio, dammi la luce”, e Dio ti dà la luce, te la dà, non c’è verso, la senti immediatamente. Io non so, sbaglio continuamente, ma tutte le volto che ho chiesto così, non mi è stato negato. Quindi, non posso dire: “Dio non mi ha mai risposto!”, posso solo dire: “Dio mi ha risposto sempre!”. Sono io che non sempre ho chiesto a Lui. In quel momento io sono stato figlio di Dio; sono caduto di nuovo, però in quel momento lì … Il momento in cui sarò riuscito sempre a chiedere la ragione a Lui delle mie azioni, e sempre in me stesso io avrò trovato la ragione secondo il suo Pensiero, io sarò diventato figlio. È una cosa semplice a dirsi, una cosa difficile a realizzarsi, però è così. Io non la vedo difficile da capire, la vedo difficile a realizzare perché ho mille catene intorno che devo sciogliere. Però l’ho sperimentato; anche lei l’ha sperimentato chissà quante volte chiedendo a Dio quel che deve fare in una certa azione: Dio gliela dà. Non è che non gliela dia. Lei provi un po’ a dire: “Io farei così”. Dio le dice subito: “Neanche per idea”, e allora … Direi che è una cosa che si sente.

Rina: Lei è già molto avanti, perché io direi che è il mio buon senso, la mia coscienza che mi suggerisce di fare questo.

Nino: Non sono avanti … L’unica cosa è che qualche volta riesco a riflettere. Voler avere tutto spiegato, invece è una bella cosa ma è anche uno scanso di fatica. Bisogna aver pazienza e la cosa approfondirla un po’ noi stessi, perché se noi facciamo la fatica, poi ci rimane. Se noi invece ascoltiamo cose giuste e vere ma non le approfondiamo, poi ci sfuggono … io mi ritrovo tutti i giorni a riscoprire delle cose che sapevo già, che ho già sentito; le riscopro. Perché? Perché non le avevo acquisite … Penso che dobbiamo lavorare un po’.

Pinuccia: Allora: “Il Padre mostra al Figlio ciò che Egli fa”, coincide con: “Il Padre mostra al Figlio ciò che il Figlio fa?”.

Luigi: Certo.

Nino: Si, ma molte volte mostra Se stesso …

Luigi: Però non è che il Figlio faccia e poi presso il Padre trovi la giustificazione.

Pinuccia: Contemporaneamente.

Luigi: Si, contemporaneamente, nel senso che il Figlio fa ciò che il Padre gli fa vedere che deve fare, perché Lui lo vede nel Padre. Ha nel Padre la ragione di Sé. Cosa fa il Padre? Il Padre genera il Verbo. Ma in che cosa consiste questo generare il Verbo? Dona Se stesso, per il Verbo è sguardo, è Pensiero del Padre. e guardando il Padre scopre Se stesso. Ma come scopre Se stesso? Scopre Se stesso come Pensiero del Padre. Se noi fossimo capaci di guardare il Padre, noi scopriremmo noi stessi come Pensiero del Padre. E allora scopriremmo la figliolanza.

Nino: Non solo come Pensiero del Padre, ma come azione del Padre.

Luigi: L’azione è una conseguenza. Il pensiero diventa l’azione del Padre.

Nino: Diventa azione.

Pinuccia: Il fine non è l’azione.

Luigi: Il fine è l’azione del Padre! Quando il Padre dona Se stesso, il Figlio è l’azione del Padre. Per cui il Figlio conosce Se stesso come generato dal Padre. Guardando il Padre conosce Se stesso. E anche noi: la vera conoscenza di noi non l’abbiamo nel: “Conosci te stesso”; ma l’abbiamo nel conoscere Dio, perché è conoscendo Dio che scopriamo chi siamo noi.

Nino: Lo invochiamo nel “Padre nostro”: “Sia fatta la tua volontà”.

Rientrando in me stesso, riflettendo, mi sembra che le cose non siano così difficili da capire. Non dico che siano facili da realizzare, che è un’altra cosa.

Cina: A me fa sempre bene quando mi sento dire: “Qual è il pensiero che ti porta avanti? Che ti dà il motivo di vita?”. Perché allora mi rendo conto che magari sto andando dietro a ciò che mi capita, all’incontro avuto, a cosa devo fare o ad una persona che soffre o che ha bisogno di questo o di quello, e mi accorgo che devo raccogliermi in una parola di Dio che mi dia vita per non lasciarmi più portare dalle altre cose. E stasera mi rimane che Dio è nostro motivo in tutto.

Rina: Quindi il Pensiero di Dio dovrebbe essere motivante tutta la nostra vita?

Luigi: Si, certo e bisogna arrivare a questo.

Nino: È quello che è difficile da realizzare! Non è così difficile da capire!

Luigi: Guarda che arrivare a capirlo è già un grande dono di Dio. È un grande dono di Dio perché in quanto arrivi a capirlo, è Dio che te lo ha mostrato.

Nino: Tu mi dici che è già un dono di Dio: quelli sono i talenti che alla fine non sono valutati. Sono d’accordo che è un dono, ma non c’è nessun merito in me, c’è poi bisogno di farlo fruttificare.

Luigi: Si, ma adesso non dire “merito”, quello non interessa. Io però ti potrei anche dire che se questo dono ti è stato dato, è perché tu, sotto un certo aspetto (tu non lo puoi sapere, lo sa il Signore), ti sei reso disponibile, altrimenti il dono non ti sarebbe arrivato. I doni arrivano nella misura in cui sono desiderati e noi ci rendiamo disponibili. A cose fatte noi diciamo che intendere è già tutto, no, no, richiede della disponibilità, richiede interesse, ecc..

Rina: Molto silenzio con Dio, molto raccoglimento ci vuole.

Nino: Eppure mi sento tanto mancante …

Luigi: “Avessimo anche fatto tutto quello che dovevamo fare, il Signore dice: “Riconoscete sempre che siete servi inutili”. L’importante è questo: servi inutili. Quindi l’importante è questo. Però, dico, tutti i doni eterni, non quelli terreni, tutti i doni dello Spirito, presuppongono nella creatura una certa disponibilità per quelli, un’apertura, un desiderio, altrimenti non vengono dati. Il Signore li promette ma li tiene, perché la condizione per poterli dare è che la creatura li chiami, li desideri, li invochi. Quindi, ci vuole questa disponibilità; altrimenti noi non capiamo. Per questo dico che il capire è già un grande dono. Adesso tu dici: qualcosa lo capisco. Paragonati a dieci anni fa e vedi quello che c’è stato … Cosa c’è stato in mezzo? C’è stato che dietro a tante proposte, tu a poco per volta, hai prestato attenzione, interesse, ecc.. Soltanto il fatto, ad esempio, di venire qui; tu ti rendi disponibile per una mezza giornata. Per quale motivo? Potevi lavorare la campagna, potevi dedicarti alla famiglia, potevi andare in giro, e invece no. Vedi che fai delle scelte? Vuol dire che ritieni questi argomenti interessanti. In quanto li ritieni interessanti, Dio ti apre l’anima ad accogliere. Cioè arrivi al dono di capire. Tu dici: ma quando io capisco, sono infinitamente lontano poi lontano dal fare. Dico che il capire è già un immenso dono di Dio, perché ci fa diventare sguardo su Dio. Pensiamo alla capacità di poter guardare Dio, di poter pensare Dio: è un dono immenso! La capacità di pensare Dio! Portiamoci in punto di morte: il fare è tramontato tutto, in quel momento cosa interessa? Il poter pensare Dio, il poter guardare Dio nel momento della nostra morte! Se noi nel momento della nostra morte possiamo pensare Dio, in quel momento lì siamo tutto sguardo di Dio! E si realizza il puro sguardo di Dio! Cioè il figlio di Dio!

Pinuccia: Può realizzarsi solo al momento della morte?

Luigi: Il Signore dice: “Molti vedranno il Regno di Dio prima di morire”. No, si realizza alla morte a noi stessi. Questa è la condizione: morte a noi stessi e morte a tutto quel mondo che ha per centro il pensiero del nostro io. Venendo qui, per esempio, noi abbiamo lasciato tanto mondo che si riferiva al nostro io. È già un certo morire. Morire vuol dire lasciare, trascurare. Mentre prima non trascuravo niente, perché se perdevo mezzora perdevo un guadagno, un interesse, una figura, ecco, adesso sono disposto a lasciare, perché al centro di tutto questo mondo c’è il pensiero del mio io e lo lascio per altro. È proprio con questa capacità di lasciare che si valorizza di più lo spirito, si valorizza di più Dio. Cioè si incomincia a diventare dipendenti da Dio, figli di Dio, amanti di Dio. Ed è questo che ci fa figli. È il tanto amore per Dio che ci fa diventare tutto figli di Dio. Ecco allora si fa solo ciò che piace a Dio e facendo solo ciò che piace a Dio, si resta uniti a Dio e restando uniti a Dio, si realizza la vita vera. Per cui non si fa niente se non ciò che si vede fare dal Padre. Non lo si vuole fare più. Si diventa tutto sguardo del Padre, tutto Pensiero del Padre.

Nino: Ma il Padre lo troviamo dentro in noi.

Luigi: Certo.

Pinuccia: Ma vederlo fare!

Luigi: Non ci siamo …

Nino: Ma vederlo fare; il verbo fare non è la parola esatta? Non lo vediamo fare.

Luigi: Perché noi ce lo immaginiamo in modo antropomorfo: ecco, per cui dico: “Io voglio vedere il Padre fare”. Non è un vederlo fare ma è avere in Lui il motivo del fare.

Rina: Oppure vederlo anche operante.

Luigi: Chi ha in se stesso la ragione, il principio, ha un principio luce, un principio di conoscenza: è il punto luce! Il Padre è la ragione di quello che operiamo.

Nino: Noi vediamo la ragione. La ragione è quella che ci giustifica, se no siamo dei plagi.

Luigi: Il dono grande di Dio sta lì: che Lui rivela Se stesso in noi e rivelando Se stesso, Lui che è luce, dà a noi la capacità di fare tutto motivati da Lui, per cui abbiamo in noi stessi la conoscenza di Lui, la ragione di tutto il nostro fare. Capisci? È lì la meraviglia! Che abbiamo in noi stessi la ragione di tutto il nostro fare, di tutto il nostro vivere. Chi ha in se stesso la ragione del suo vivere, se dovesse dire qualcosa, che cosa direbbe? “Io non faccio niente se non lo vedo fare dal Padre”. Ecco: “Io non faccio niente se non lo vedo fare dal Padre”. Ecco il figlio!

Nino: Forse togliendo quel “fare” è più chiaro.

Luigi: Eh già! “Io non faccio niente se non lo vedo fare dal Padre”, quindi motivato dal Padre.

Nino: Bisogna approfondire le parole del Vangelo, perché le parole ci ingannano.

Luigi: Certo, bisogna approfondirle, perché le parole sono parabole, e quindi vanno approfondite. Adesso ritorniamo lì: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto ciò che fa”. Ti sembra di capire?

Rina: Diventa la ragione di tutto quello che fa.

Luigi: Diventa in Lui ragione di tutto quello che fa, in Lui.

Pinuccia: “Gli mostra tutto quello che fa”; quello che fa il Figlio?

Luigi: Tutto quello che fa il Figlio.

Pinuccia: Non quello che fa il Padre.

Luigi: No, lo sto dicendo!

Nino: Tutti e due. Sono due centri di azione.

Cina: A me dice: “Vieni, ti faccio capire cosa …”..

Luigi: “… cosa voglio!”.

Cina: “… cosa ti voglio mostrare”.

Luigi: “Cosa voglio che tu faccia?”.

Cina: Ha qualcosa da mostrarmi.

Luigi: Ha da mostrarmi Se stesso.

Cina: Si, così!



HOME


Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa Gv 5 Vs 20 Secondo tema.


Titolo: Il dono della Presenza.


Argomenti:  Il Figlio ha in Se stesso il Padre. Sguardo materiale: superficiale, sguardo intellettuale: intelligenza, sguardo divino: dono di Presenza che fa essere il Figlio. L’amore di Dio:dono di Sé. La lontananza da Dio. Il Figlio di Dio vede per mezzo del Padre. Diventiamo figli in quanto per mezzo del Figlio impareremo a guardare il Padre. Coscienza e intuizione. Dio non si lascia strumentalizzare, ma solo contemplare. Il Pensiero di Dio non è la mia coscienza.


 

22.Ottobre.1978


Pensieri tratti dalla conversazione:

Nino: “Gli mostra quello che Egli fa”. Quel “fare” tutti e due la stessa cosa; come va inteso? Forse come se il Padre col pensiero gli facesse vedere come in un film quello che Lui intende? Cioè glielo rappresenta e poi Lui lo compie.

Luigi: Quello può avvenire in te, nella creatura. In Mosè per esempio, è avvenuto questo; sul monte Sinai il Signore gli fece vedere come doveva essere il Tabernacolo e poi gli raccomandò: “Adesso sta attento, andando giù, di fare fedelmente tutto come Io ti ho fatto vedere quassù”. Quindi gli fa vedere quasi in un film, come deve essere il Tabernacolo, poi gli dice: “Adesso vai giù, cioè scendi tra il tuo popolo nel mondo e sta attento a compiere fedelmente tutte le parti come ti ho fatto vedere qui sul monte”. Quello che anche Gesù dice ai suoi discepoli: “Quello che ascoltate nelle tenebre, predicatelo sui tetti”, cioè fate nel mondo quello che ricevete nel segreto. Quindi con la creatura questo avviene. Nella divinità, l’abbiamo visto domenica scorsa, il mostrare del Padre è un dare Se stesso al Figlio. Il Padre dona Se stesso. Dio è infinito e quindi il donarsi dell’Infinito, il mostrare dell’Infinito, non è un mostrarsi per parti, è un donare Se stesso.

Nino: È difficile da capire!

Luigi: Intanto possiamo chiederci: perché Gesù ci parla di questi argomenti? Teniamo presente che Gesù ci parla di questi argomenti perché ci educa a diventare figli, quindi ci insegna qual è la meta alla quale dobbiamo tendere: “Guardate che come figli si vive così”. Ora qual è la caratteristica di questo? Il Figlio ha in Se stesso il Padre.

Nino: Capisco, perché l’ho sperimentato, quello che è l’insegnamento esplicito (“questo è giusto, questo è sbagliato”), ma proprio il compiere una cosa che io non ho in mente, ma è in mente del Padre e che il Padre ad un certo punto mi comunica quello, mi riesce più difficile.

Luigi: Lo so, però non dobbiamo proiettare nel divino, quello che è il nostro “sperimentato”. Quindi il film tu non lo puoi proiettare nel divino. È un segno, però non dobbiamo proiettarlo nel divino. Nel divino non avviene il filmato, però nel divino avviene il dono: il Padre che pensando a Se stesso genera il Verbo, cioè dona Se stesso al Verbo, per cui il Verbo è tutto Pensiero del Padre, è tutto sguardo al Padre. Noi esistiamo anche quando non guardiamo. Il Figlio non esiste se non guarda, perché è solo sguardo al Padre, è tutto sguardo al Padre. E cosa vuol dire questo? Che il Padre si dona al Figlio, ma donandosi al Figlio, dona al Figlio il Principio di tutta la creazione, il principio di tutto …

Nino: La difficoltà per capire è portata da questo: il Figlio è tutto sguardo del Padre, però il Padre dona Se stesso. Quindi lo sguardo non c’entra più; lì c’entra qualcos’altro; c’entra il Figlio trovarsi il Padre in Sé.

Luigi: Si, cioè il Figlio è Pensiero del Padre. Quindi è sguardo sul Padre, è sguardo al Padre e noi siamo chiamati a guardare Dio.

Nino: Non si riesce a dire con parole umane.

Luigi: D’accordo, però in quanto Gesù parla in questi termini, parla per educarci a questa vita, per insegnarci quindi a tendere verso questo, cioè ad avere in Dio il motivo di tutto ciò che facciamo.

Nino: Ma il fatto di avere Dio a motivo della vita, questo è pacifico, perché se no non si capisce più niente. Quello cioè è un passaggio obbligato.

Luigi: Ma tu capisci che in quanto sei motivato, tu hai Dio come Padre.

Nino: Adesso io ero più terra – terra: cercavo di capire come avviene il meccanismo.

Luigi: Come avviene la motivazione?

Nino: Il meccanismo dell’azione; non lo scopro ma lo intuisco.

Luigi: Si, ma non è un filmato, come non è neppure un ascoltare parole umane da Dio. Devo mettermi nel silenzio e cerco di ascoltare quello che Dio mi dice, quasi che uno si aspettasse parole umane, come diciamo così tra noi. No, il Padre non fa il filmato come visione e non usa il parlato umano come parola.

Pinuccia: Ma questo neppure con la creatura che diventa figlio di Dio?

Luigi: Neppure, può usarle: il Verbo di Dio usa parole umane tra noi, però …

Nino: Quando noi raccogliamo in Dio qualcosa, Dio non ci parla con parole umane!

Luigi: Ci parla, ma parla il suo Verbo: il suo Verbo non è parola umana.

Nino: Anche quando eravamo lontani da Dio, capivamo che Dio non parla come noi, che se sue vie non sono le nostre vie.

Pinuccia: Però parla …

Luigi: Parla, ma la Parola di Dio è dono della sua Presenza, e il dono della sua Presenza, in noi diventa luce; ma è dono di Presenza. Così avviene con il Figlio: il Padre dona la sua Presenza e la sua Presenza diventa motivo di esistenza del Figlio; motivo di esistenza. E a questo dobbiamo tendere noi!

Nino: Ma lì c’è un passaggio che mi sfugge: il fatto che Lui fa essere il Figlio è chiaro, come è chiaro che Lui ad un certo punto si comunica; però il modo che Lui ha di comunicarsi, per quel che posso aver sperimentato io è una cosa, per quello però che può aver sperimentato il Verbo, che è Dio (quindi è anche logico che io nella mia miseria abbia difficoltà a capire) …

Luigi: Anzi, noi non lo capiremo mai nel pensiero del nostro io.

Nino: È una cosa che per adesso mi supera, e può darsi che ad un certo punto mi si chiarisca. Per adesso lo accetto.

Luigi: Noi attualmente possiamo sperimentare tre tipi di sguardo: abbiamo lo sguardo con gli occhi, per cui vediamo; ma quello che vediamo con gli occhi non lo intendiamo, quindi quello è superficiale. Poi abbiamo lo sguardo intellettuale, con il quale intendiamo, cioè arriviamo all’intelligenza. E poi abbiamo lo sguardo divino: nello sguardo divino abbiamo il dono dell’Essere, cioè è Dio che dona Se stesso. Cioè è dono di Presenza. Ora il dono di Presenza fa essere il Figlio.

Nino: Che Dio faccia essere è logico: è il Creatore, non è difficile capire che faccia essere.

Luigi: Si, il Figlio però non è creato.

Nino: Come anche non è difficile capire che dal momento che Lui manca, noi crolliamo. È il modo …

Luigi: Si, ma vedi, noi generalmente siamo abituati a giudicare il vedere in base agli occhi: invece c’è un vedere spirituale che evidentemente non è in base agli occhi.

Nino: No, non ho difficoltà a capire che i mezzo sono diversi da quelli che banalmente ho suggerito come esempio, quello del film.

Luigi: Però noi possiamo dire: il Figlio che non ha occhi, come fa a vedere il Padre?

Nino: Ho usato l’esempio del film per stimolare una spiegazione …

Luigi: Comunque io non so dire altro che il Padre dona la Presenza di Sé. Donando la Presenza di Sé, dona al Figlio la possibilità di agire, perché ha la motivazione in Sé, mentre per noi i motivi generalmente sono fuori di noi.

Nino: Ma il mio problema deriva dal fatto che Uno fa e l’Altro fa: quindi non è solo un suggerire, è un vedere fatto nel Padre. Fanno tutti e due, non è che uno serva di stimolo all’altro.

Luigi: Avevo già fatto l’esempio del maestro artigiano e dell’allievo: non è che il Padre sia come il maestro artigiano che faccia davanti al figlio qualche cosa e poi dica al Figlio: “Adesso fa anche tu!”, perché avremo un momento in cui il Padre farebbe senza il Figlio.

Nino: No, lo fa in modo diverso.

Luigi: In modo diverso, perché quello che fa il Padre non è un fare come possiamo intendere noi: mostrare al Figlio quello che Lui fa e il Figlio dopo vedendo ripete anche Lui quello che il Padre fa, no. Non siamo su quel piano lì. Altrimenti, tu capisci che il primo tempo sarebbe un agire senza il Figlio: quando il Padre fa e il Figlio guarda, il Padre fa qualche cosa senza il Figlio e allora siamo in contraddizione con quello che dice: “Omnia per ipsum facta sunt”, “Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Quindi evidentemente quel fare del Padre è una cosa diversa da come possiamo intendere noi. E allora avevamo detto che il fare del Padre è donare Se stesso. Donando Se stesso, dà l’Essere al Figlio: dà Se stesso al Figlio. Dà quello che Lui è. Per questo è Carità: l’amore è dare quello che uno è all’altro.

Nino: Cosa che noi non riusciamo mai a fare.

Luigi: In senso puro solo Dio lo fa. Noi quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più abbiamo la possibilità di fare come Dio fa. Ecco, per questo il Figlio parla a noi; parla a noi per portarci a quel livello, perché in Dio faremo una cosa sola, ameremo come ama Dio: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, quindi il Figlio parla tra noi per portarci al suo livello, affinché facciamo una cosa sola con Lui. È Lui che ci fa diventare figli. “Nessuno può salire al cielo se non Colui che discende dal cielo”. “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di Me”: ma arrivare al Padre che cosa vuol dire? Ecco, arrivare proprio a godere di questa Presenza, di questo dono della Presenza del Padre in noi: in noi. Ma cosa vuol dire avere questa Presenza del Padre in noi? Vuol dire avere la possibilità, direi, di creare con Lui, di operare con Lui; eppure non siamo noi che operiamo, ma è tutto Lui che opera, perché il motivo di tutto quello che fa è Lui.

Nino: Quando noi diamo che abbiamo la ragione in noi stessi non è ancora una cosa che corrisponde a tutta la verità, perché più che una ragione noi abbiamo addirittura Dio in noi.

Luigi: Una Presenza. Per questo dico che abbiamo tre livelli: 1) abbiamo il livello dei nostri mezzi umani (gli occhi); 2) abbiamo il livello intellettuale; 3) e poi abbiamo il livello divino, abbiamo la Presenza. A livello intellettuale capiamo i motivi, ma non abbiamo la Presenza dell’Essere. Invece sul piano divino abbiamo il dono dell’Essere, cioè abbiamo la Presenza: Dio dona Se stesso e cioè si rende presente, ma non presente con gli occhi, come pensiamo noi.

Nino: Allora non è assurdo dire: se noi arrivassimo ad avere l’intelligenza di Dio, noi avremmo la spiegazione di tutto? Questo cessa di essere assurdo nel momento in cui noi diventiamo figli?

Luigi: Certo.

Nino: Perché nel momento in cui diventiamo figli, il Padre ci rende chiara ogni cosa. Non è che dobbiamo insuperbirci, ma è il Padre che ne fa dono, rendendoci ogni cosa intellegibile.

Luigi: Certo, si, perché in noi il motivo di tutto ciò che esiste.

Nino: Ma ce lo rende intellegibile, non solo perché di apre la mente, ma perché addirittura arriva Lui.

Luigi: Si, arriva Lui. È il dono di Sé. È la Presenza. Qui siamo sul piano divino.

Nino: È una cosa enorme.

Rina: Una cosa eccezionale.

Luigi: No, è divino. Nel campo del divino noi abbiamo il dono di Sé di Dio. Nel campo umano o spirituale, intellettuale, noi abbiamo il dono dell’intelligenza, il dono dello sguardo. Noi possiamo farci vedere l’un l’altro qualche cosa. Ad esempio, io presento questo tavolo. Tutti lo vediamo, però non capiamo che cosa sia. Ecco, quello che noi vediamo con gli occhi, non lo intendiamo. Per intenderlo, dobbiamo fare un passaggio ulteriore ed entrare nel campo dell’intelletto, dello spirito. Tanto meno poi questo tavolo, ci fa essere. Ecco la diversità, perché noi con gli occhi nostri, vediamo il tavolo, non intendiamo che cosa sia il tavolo se non attraverso una certa spiegazione e quindi se non attraverso chiudere gli occhi per arrivare ad intendere che cos’è il tavolo. Ma tanto meno poi, dico, noi riceviamo l’essere dal tavolo, la nostra esistenza, la nostra vita dal tavolo. Direi, e scusate l’esempio, sul piano divino, noi riceviamo la vita da quel che vediamo, riceviamo l’Essere da ciò che vediamo. Per questo dico che il Figlio è tutto sguardo del Padre, cioè l’essenza del Figlio è sguardo del Padre. Noi esistiamo anche quando chiudiamo gli occhi, quando non vediamo niente: chiudiamo gli occhi ed esistiamo ancora. Il Figlio non esiste se non vede il Padre, perché il suo Essere è dato dal vedere il Padre.

Nino: Tu dici: sguardo del Figlio verso il Padre?

Luigi: Si.

Nino: Ma è anche sguardo del Padre verso il Figlio, no?

Luigi: Ma è lo sguardo del Padre al Figlio che fa essere il Figlio!

Nino: È una cosa reciproca.

Luigi: Certo, formano una cosa sola, ma dico: il Padre genera il Figlio …

Nino: Comunque è una pazzia d’amore!

Luigi: Si, San Giovanni definisce Dio come Carità. L’essenza di Dio è proprio questa, che essendo l’Essere genera il Pensiero di Sé, quindi dona Se stesso.

Nino: Lo capisci ancora nei confronti del Figlio, ma lo capisci meno nei confronti nostri che abbiamo demeritato sempre.

Luigi: Beh, qui abbiamo la pazzia.

Nino: E anche noi dobbiamo trovare una dilatazione tale della nostra mente, altrimenti non riesci a capirlo.

Luigi: D’accordo, nei nostri riguardi si capisce, è tutto gratuito. Dico: ma perché Dio ci ama? Che cosa siamo noi? “Che cosa è mai l’uomo o Signore, che tu ti degni di guardarlo?”. È logico. Noi siamo pulviscolo atmosferico, meno ancora; eppure Dio ci guarda, Dio ci cura, Dio ha tutte queste attenzioni. Addirittura viene a morire per noi. Viene a morire in noi, viene a morire in noi per farci essere! Perché Lui dona Se stesso ad una creatura che è incapace di valorizzarlo e quindi naturalmente lo spreca.

Nino: Non solo, ma non capisce niente di quello che riceve e deve essere addirittura allattata per cento anni per arrivare a capire qualcosa, salvo qualche eccezione. Se io penso che ho cominciato a capire qualcosa dopo i cinquanta anni.

Rina: Però ringrazia che ce l’ha fatta!

Luigi: No, non è lui che ce l’ha fatta! È Dio che ce l’ha fatta. Nessuno di noi ce la fa. Tutto è dono, bisogna sempre tenere presente questo.

Nino: Diventi una volta più cosciente che tu non hai fatto niente.

Luigi: Si, Dio dona gratuitamente, proprio perché Lui è libero. Nei suoi doni è un amore libero. È lì che si fa ancora di più valorizzare, perché non è che noi meritiamo qualcosa: Dio dona Se stesso liberamente. Quindi: “Signore, Tu mi hai amato senza alcun mio merito, nonostante tutta la mia miseria, la mia povertà. Tu mi hai amato, tu mi ami”, cioè Lui ci ama in continuazione. Il suo amore è un amore eterno.

Nino: Direi che il primo passo verso Dio è proprio questa scoperta: che sei stato guardato per tanto tempo, senza avere nessuna bellezza.

Luigi: Sei stato allattato. Infatti: “Può forse una madre dimenticare il suo bambino? Se anche una madre potesse dimenticare il suo bambino, io non ti dimenticherò”. Dio non ci può dimenticare. Quindi noi siamo curati istante per istante da Dio, mai dimenticati; noi non siamo mai soli. Anche se noi, facendo il male, cioè operando senza tener presente Lui (quando non teniamo presente Lui facciamo sempre il male), veniamo a trovarci isolati, veniamo a sentirci soli, non siamo mai soli perché Lui non ci abbandona mai: anche nel peccato Lui non ci abbandona.

Nino: Siamo noi che siamo assenti.

Luigi: Si, siamo assenti, perché noi diventiamo figli delle nostre opere; le nostre opere sono diverse da Dio e queste creano una frattura tra noi e Dio. “Sono i vostri peccati che hanno creato una distanza tra me e voi, sono le vostre colpe che hanno messo un muro tra me e voi” dice Dio nei Profeti. Il che vuol dire che la Verità non è muro. La Verità non è distante. Questa è una dimensione psicologica nostra in quanto abbiamo fatto qualche cosa non secondo Lui; facendo qualcosa non secondo Lui ci crea la situazione di isolamento o di solitudine. Però è una solitudine che può diventare un inferno. Allora Dio opera per abbattere tutti i muri che noi continuamente costruiamo per eliminare quelle distanze che noi continuamente parlando, pensando, operando mettiamo tra noi e Dio. Basta una sola parola non detta secondo Dio. Per questo il Signore dice: “Di ogni parola inutile che avremo detto vi sarà chiesto conto”. Vi sarà chiesto conto non nel senso che qualcuno può dire: “Dio registra tutto e poi ci fa vedere”, no, sono parole che ricadono su di noi: le parole che noi diciamo senza tener conto di Lui ricadono su di noi e ci creano la distanza, per cui noi ci sentiamo soli: “Come mai noi sento più Dio?”.

Nino: Comunque non è difficile capire che Dio abbia in mente tutto! Abbiamo i computer, ed è già Dio che ha pensato il computer miliardi di anni fa.

Luigi: Certo, pensa che computer è il nostro cervello, che sintetizza tutto l’universo; capisci che l’universo è fatto da miliardi di anni, in lontananza di miliardi di anni luce, e tutto si sintetizza nel nostro cervello; e siamo creature … Pensa Colui che ha creato il cervello! Tu sai cosa vuol dire un occhio: per noi guardare è un atto semplicissimo; ma pensa la complicazione di un occhio o dell’orecchio!

Nino: Quello che mi impressiona è quello che non so.

Pinuccia: Abbiamo considerato il versetto 20 a tre livelli: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa”. Al secondo livello, quello spirituale, è giusto intenderlo come un raccogliere?

Luigi: Si, ma non è un raccogliere in Dio. A livello intellettuale noi cerchiamo la spiegazione di una cosa che abbiamo visto e magari andiamo a cercare la legge di natura, il fatto, ecc..

Nino: Lì abbiamo un segno e uno stimolo.

Pinuccia: Vediamo questa frase a tre livelli, e riferita a noi, non al Figlio Gesù; allora, considerata al primo livello (sguardo, con gli occhi), posso intenderla nel senso che il Padre mostra a me tutto quello che ha creato? Tutto quello che fa, per cui anche senza vederlo, io credo che tutto è opera di Dio. È giusto?

Luigi: No, noi non siamo ancora figli. E qui sta parlando del Figlio. Lui ci dice: “Tu vedi il Padre operare? Non lo vedi, quindi non sei figlio”.

Pinuccia: Allora se questa frase può essere solo riferita al Figlio, non può essere considerata, rispetto al Figlio sul piano umano, perché il Figlio vede e intende. Quindi, per essere considerata sul piano umano, deve essere riferita a noi creature che non siamo ancora figli.

Luigi: Si, questa parole, Gesù, le dice per noi, però dicendole per noi, ci presenta com’è il Figlio e come opera il Figlio.

Pinuccia: Ce lo presenta cioè al terzo livello.

Luigi: Si, al livello divino. Lui parla per farci diventare figli.

Pinuccia: Ma allora se Gesù dicendo questa frase, la dice al livello divino (e vale solo a questo livello), non capisco perché dobbiamo considerare questa frase a tre livelli, cioè anche a livello umano e a livello spirituale.

Luigi: Perché abbiamo detto che Lui parla per farci salire al livello divino.

Pinuccia: Il mostrare a noi su un piano umano e poi su un piano spirituale, sono gradini che ci portano ad essere figli?

Luigi: Certo.

Pinuccia: Allora questa frase può essere riferita anche a noi, a questi livelli, anche se non siamo ancora figli?

Luigi: Certo.

Pinuccia: Allora per interpretare bene questa frase: “Il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa”, riferita a noi, che non siamo ancora figli, sul piano umano, come devo intenderla? Cioè che tutto è opera di Dio? Crederlo, anche se non lo vedo? Cioè mi mostra tutto ciò che crea davanti agli occhi?

Nino: A livello umano, vedi, ma non capisci anche che tutto è opera di Dio. Constati e non vai più in là di quello.

Luigi: Cioè, noi vediamo con gli occhi umani, cioè vediamo per mezzo di occhi umani. Il Figlio di Dio vede non con gli occhi, non ha gli occhi per vedere. E allora: il Figlio di Dio è meno di noi? No! Il Figlio di Dio vede, e sai come vede? Noi vediamo con gli occhi, quindi vediamo per mezzo degli occhi. Il Figlio di Dio per mezzo di che cosa vede?

Pinuccia: Per mezzo del Pensiero.

Luigi: Per mezzo del Padre! Il Figlio di Dio vede per mezzo del Padre. Noi vediamo per mezzo degli occhi. A noi che vediamo per mezzo degli occhi Gesù dice: “Molti di voi hanno occhi e non vedono, perché quello che voi vedete con gli occhi non lo intendete”, ed effettivamente ci accorgiamo che quello che noi vediamo con gli occhi non lo intendiamo. Ecco perché ho parlato dei tre livelli. Perché noi quello che vediamo con gli occhi non lo intendiamo.

Pinuccia: Quindi non è che questa frase si possa intendere a tre livelli. È il verbo “mostrare” che si può intendere a tre livelli.

Luigi: È il “mostrare”. Domenica scorsa ci siamo fermati sul verbo “mostrare”, e abbiamo detto: approfondiamo il concetto del verbo “mostrare”. Ora, questo “mostrare” noi possiamo considerarlo a tre livelli perché: se uno mi mostra qualcosa davanti agli occhi e lo vedo con gli occhi, però non lo intendo. Quindi non è questo il mostrare di Dio. Allora come si fa a mostrare ad uno che non ha gli occhi? Evidentemente colui che ha creato l’uomo con gli occhi, ha la possibilità di guardare e far guardare, per cui c’è un guardare e un far guardare ad un livello superiore a quello delle creature che hanno gli occhi. E questo noi lo sperimentiamo, perché a noi non bastano gli occhi per intendere quello che vediamo.

Pinuccia: Invece anche un cieco può intendere.

Luigi: Ecco, per cui abbiamo un guardare che è un intendere: ed è il secondo livello. E poi abbiamo un guardare che è il guardare del Figlio di Dio. Noi come guardiamo? Noi guardiamo per mezzo degli occhi; ma a noi che guardiamo per mezzo degli occhi, Dio opera per educarci e farci diventare capaci di non guardare più per mezzo degli occhi, ma di superare gli occhi ed imparare a guardare per mezzo del Padre, affinché possiamo che noi diventare figli.

Pinuccia: C’è un passaggio in mezzo però (il secondo livello).

Luigi: Per ora lasciamolo stare. Noi diventiamo figli soltanto in quanto per mezzo del Figlio di Dio impareremo a guardare per mezzo del Padre. Guardare per mezzo del Padre, dal punto di vista del Padre. Questo presuppone che il Padre faccia a noi il dono di Sé.

Pinuccia: Come anche il dono dell’intelligenza.

Luigi: Si; abbiamo parlato dell’intelligenza, cioè del secondo livello, per presentare il fatto che c’è la possibilità di guardare senza gli occhi, per cui gli occhi non bastano per intendere:

-                     l’intelligenza ci fa intendere;

-                     e poi abbiamo il piano divino della Presenza.

Nino: C’è ancora un piano diverso dall’intelligenza che io sperimento sovente. È l’intuizione. Come la consideri l’intuizione? È una cosa valida, credo.

Luigi: Si capisce; è perché Dio parla in noi.

Nino: Ci sono cose che arrivo a capire prima di averle capite.

Luigi: Non le sai spiegare, però le senti e poi riflettendo, le possiedi.

Nino: Le senti vere prima di capirle, però.

Luigi: Ma noi siamo operati in continuazione; non siamo mai soli. Non siamo noi che ragioniamo. C’è un Maestro con noi che opera su di noi.

Nino: Si vede che c’è allora un’altra dimensione oltre quella intellettuale.

Luigi: Tu capisci che c’è la coscienza, per esempio. La coscienza non appartiene al ragionamento.

Nino: La coscienza ad un certo punto la identifichiamo con Dio.

Luigi: Così tu vedi che c’è un Essere che opera con noi.

Nino: Quindi l’intuizione, ad un certo punto devo dire che è Dio che parla?

Luigi: L’intuizione da sola, non è Dio; come la coscienza da sola non è Dio.

Eligio: La coscienza è un riflesso del pensiero. L’intuizione è una forma di conoscenza immediata che non si affida alla mediazione del ragionamento.

Luigi: Si, però c’è Qualcuno che opera su di noi.

Nino: Però tu dopo hai la possibilità di verificarla, perché se no dobbiamo averne paura perché possiamo fare come Hitler.

Luigi: Si, Dio offre la possibilità di verificare; Dio opera su di te, lo sperimenti, poi in un secondo tempo lo verifichi.

Nino: Appena si presenta l’intuizione, appare talmente vera che al seguirla subito, temo di mancare di pregare.

Eligio: Ma i dati dell’intuizione vanno poi vagliati criticamente.

Luigi: Tu tieni presente che Dio stesso dandosi a noi, si offre ad essere sperimentato. Non è che si dà, ed opera su di noi quasi alla cieca, quasi rendendoci ciechi. No, Dio ci lascia verificare, in modo che noi abbiamo in noi stessi la ragione di quello che vogliamo. Dio è luce. Ed essendo luce, tu possiedi il motivo del tuo operare, dal tuo ragionare. Ed è quello che chiami intuizione.

Nino: Quindi ci sono due modi per arrivare ad una certa cosa; uno è l’intelligenza e un’altra è l’orientamento che ad un certo punto ti dà la scintilla.

Luigi: Tieni presente questo: noi non siamo mai soli. Mai! E cosa vuol dire questo? Che c’è Uno con noi che opera e parla. Noi non ci rendiamo conto, perché per rendercene conto dovremmo essere nella luce di quell’Uno. Quando dico che un giorno noi scopriremo (e molte volte a nostra vergogna) Dio che ci farà capire che Lui ha sempre parlato con noi, che Lui è sempre stato con noi, di fronte a questa rivelazione confesseremo: “Ah, è vero! Tu hai sempre parlato con me, io non mi sono mai reso conto!”. Quindi vedi che c’è Uno che parla, che opera con noi, tra noi e noi non Lo avvertiamo? E come lo chiami questo?

Nino: Comunque si arriva ad avvertire.

Luigi: Quanto più ti avvicini a Dio, cioè nella luce di Dio, tuo lo avverti, perché soltanto vicino a Dio, nella luce di Dio, noi scopriremo chi era Colui che parlava con noi. Ma prima riceveremo le intuizioni però le scartavamo. Noi avvertiamo il bene, avvertiamo tante cose, però le scartiamo, perché non fanno comodo, c’è il mio io, c’è l’interesse, ecc., e scartiamo. Scartiamo e non ci rendiamo conto che scartiamo Dio! Vedi: “Facciamolo fuori!”. È la parola di Dio: “Facciamo fuori, così l’eredità sarà nostra!”. Qui c’è un ragionamento, ma un ragionamento egoistico. Quindi noi ragioniamo sotto il punto di vista dell’io. Facciamo fuori quell’intuizione d’amore, di generosità, di superamento di noi stessi, perché io qui ci rimetto, io qui l’onore, la figura, ecc., ecco l’io che domina. Uno giorno capiremo che abbiamo ucciso Dio. Era la Parola di Dio che arrivava a noi e che ci invitava a camminare. E camminare cosa vuol dire? Vuol dire superare il pensiero di noi stessi, superare la grettezza del nostro mondo, le nostre visioni personalistiche per ampliare la nostra anima, per arrivare ad accogliere la Verità di Dio. Ma anche quando noi non abbiamo accolto la sua Verità, non siamo arrivati alla sua luce, Dio opera tra noi lo stesso! E siccome noi non siamo al livello suo, Lui opera attraverso intuizioni (intuizioni di luce, di bene, di orientamento, di finalità) e sono proprio queste intuizioni che ci rendono scontenti nella vita; per cui ad un certo momento noi sperimentiamo un vivere senza senso (a che cosa serve la vita?), la vanità del tutto. Ma perché? Perché c’è l’intuizione di Dio che opera su di noi.

Nino: Ci sono intuizioni che rendono scontenti, ma ci sono anche intuizioni che ci fanno arrivare prima.

Luigi: Ci fanno arrivare prima, quando aderiamo, perché chi ci fa arrivare non sono le intuizioni, è Dio!

Nino: D’accordo! Dietro c’è Qualcosa, perché io non la so spiegare in sé un’intuizione.

Luigi: Certo, c’è la Presenza di un Essere spirituale che noi non vediamo con gli occhi ed è logico che noi non lo vediamo con gli occhi, perché non si lascia strumentalizzare. Quindi quando vedo con gli occhi, strumentalizziamo le cose, perché adopero un metro per  misurare altre cose, quindi strumentalizzo. Dio non si lascia strumentalizzare, ma solo contemplare! Quindi solo colui che diventa tutto pensiero di Dio, tutto sguardo di Dio, può vedere Dio! Allora se teniamo presente la Presenza di questo Dio tra noi, che noi non vediamo, che però parla e opera con noi, questo parlare e questo operare con noi, vuol dire che Lui alla nostra coscienza, al pensiero del nostro io, fa giungere i suoi richiami, che però noi non riusciamo a capire, non possiamo individuare, perché per arrivare ad individuarli, perché per arrivare ad individuarli, dovremmo conoscere la Sorgente. La Sorgente non la conosciamo, però ne riceviamo gli effetti, quindi riceviamo degli impulsi: sono le intuizioni. Ma questi impulsi entrano in conflitto con i nostri interessi, col pensiero del nostro io, con tutto il nostro mondo e allora ci creano la lotta e quindi, naturalmente, il rifiuto di questi.

Pinuccia: Cioè le ispirazioni?

Luigi: Quando noi adoriamo, siccome le opere di Dio sono per farci camminare, ci elevano sempre di più. Sono le parole di Dio che arrivano fino a noi, sono le opere su che al livello della nostra ignoranza arrivano a noi come intuizioni, come movimento verso, come sollecitazioni, che ci fanno salire e man mano che saliamo, la panoramica si allarga: più noi andiamo in alto e più il panorama si amplia e diventa luce per noi. Dico, se rifiutiamo, noi proviamo l’inutilità, la vanità, la paura, l’angoscia, i tormenti: è logico, perché noi abbiamo rifiutato un dono di vita: noi non ci rendiamo conto che nel parlare che Dio fa con noi, ci dona la vita, ci sollecita alla vita. Sono proposte di vita. Però ogni proposta; proprio perché è proposta di Dio, entra in conflitto con il pensiero del mio io: è lì che noi pecchiamo.

Nino: Ma qualche volta ti arriva così di sorpresa, che tu sei preso del dubbio se accettarla o no, non perché sia in conflitto con l’io, ma perché preso dal dubbio di fare una cosa sbagliata nell’accettarla, pur sentendola vera.

Luigi: Tu ti accorgi però di un fatto: se tu la rifiuti, quando l’hai rifiutata, scopri di aver rifiutato una proposta di liberazione. Se tu la segui ti senti più libero.

Nino: Io non la rifiuto, ma la verifico dopo con calma, perché mi viene il dubbio di aver accettato una cosa sbagliata: ho accettato una cosa che mi è balzata così, o mi è venuta da una fonte attendibile?

Luigi: Ma tu capisci che la puoi verificare sotto due fattori: sotto il fattore Dio o sotto il fattore io; fattore mondo, fattore ragionamento degli uomini (perché se non fosse che la puoi verificare col fattore Dio, potresti dire: “Ma io divento matto!”).

Nino: Però Dio si fa sentire tutto per scintille, non ha bisogno di contarcela lunga.

Luigi: Si, d’accordo.

Eligio: L’intuizione va verificata dopo, però non è una fonte di conoscenza certa.

Nino: Subito tu l’accetti, poi ti viene il dubbio, perché anche Hitler diceva di essere l’uomo della Provvidenza.

Eligio: Mentre penso sia diverso per la coscienza, che è un riflesso dell’immagine di Dio in noi. Nella coscienza abbiamo questa certezza, nell’intuizione invece abbiamo questa verifica necessaria.

Luigi: Ma anche la coscienza può essere sbagliata.

Nino: Anche la coscienza devi verificarla alla luce dell’insegnamento di Cristo.

Luigi: Diciamo così: Dio è Persona e la Persona non la nostra coscienza. La nostra coscienza può diventare tempio di Dio, certo. Dio di per sé non è la nostra coscienza. Cioè il Pensiero di Dio non lo posso identificare con la mia coscienza.

Nino: E no, se no chi non crede in Dio non avrebbe coscienza. Ad un certo punto Dio viene a identificarsi con la nostra coscienza quando noi abbiamo seguito tutto un iter con il Cristo, ecc..

Luigi: Comunque la nostra coscienza può diventare un Tempio. Quanto più noi cerchiamo Dio, quanto più Lui ci fa avvicinare a Sé, tanto più la nostra coscienza si affina. La nostra coscienza è in evoluzione. Più ti avvicini a Dio, più ti accorgi che per la tua coscienza, quello che prima riteneva virtuosissimo, diventa magari peccato. Quindi chi è che modifica la coscienza? Chi è che perfeziona la coscienza? Non è la coscienza, è Dio.

Nino: Ad un certo punto Dio invade la coscienza e tu arrivi a dire: “Non la coscienza, ma il Padre mi ha detto questo”. La coscienza l’ho sempre avuta, ma era coscienza, come quello che capitava era caso, ma non era Dio.

Luigi: Un tale diceva che essere onesti, in coscienza, voleva dire che il chilogrammo e fatto di mille grammi; e lui si riteneva a posto in coscienza.

Nino: Ci sono persone molto oneste nel lavoro, ma si fermano lì, senza arrivare a Dio.

Luigi: D’altronde anche i farisei nell’ubbidire alla legge o anche nel condannare Gesù, non possiamo ritenere che fossero in cattiva fede. Loro erano in buona fede, seguivano la coscienza nel dire: “Noi crediamo in Mosè, abbiamo la legge”.

Nino: Ma i farisei amavano il denaro, l’ambizione, ecc., quel mio amico invece è onesto e aspetta la morte senza fare un passo.

Eligio: Lo farà Dio.

Luigi: Certo. Però pensavo adesso sempre sul problema della coscienza, la diversità che c’è, per esempio, tra una prostituta e un fariseo. Gesù dice ai farisei: “Le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”. Eppure i farisei in coscienza ritenevano di essere a posto. Quando quel fariseo prega: “Ti ringrazio Signore perché io pago le imposte, non rubo, non sono come quell’altro miserabile, ecc.”, in coscienza lui si riteneva ciò che diceva.

Nino: Questa persona però non afferma di essere giusta, ma è piena umiltà e fa strano perciò la sua mancanza di fede e come Dio non gli abbia ancora dato la legnata sulla testa.

Luigi: Anche questi sono esempi che il Signore ci mette davanti per dirci: “Guarda che la coscienza non è sufficiente. La coscienza è un elemento da tenere presente, ma non è sufficiente da sola”.

Eligio: Noi ci caratterizziamo dagli animali per la coscienza, non per l’intuizione.

Luigi: Per il pensiero che si riflette su se stesso. Ma la differenza non la porrei nemmeno lì tra noi e gli animali. Teillard de Chardin dice che c’è anche una coscienza nelle creature inferiori all’uomo e che si sviluppa e cresce. Direi che la differenza sta qui: che noi sentiamo il problema di Dio. Lui il processo dell’universo lo vede come processo di presa di coscienza: cioè c’è una coscienza rudimentale che a poco per volta si sviluppa. Ma la grande differenza è questa: che in noi c’è il problema dell’Assoluto, c’è in noi il desiderio di Dio, per cui noi ci fermiamo a pensare, a contemplare, a cercare la Verità, a cercare Dio: siamo insoddisfatti. Questa insoddisfazione è l’aspetto negativo di quello positivo, fatto di assoluto.

Nino: L’insoddisfazione però ci muove.

Luigi: Certo, però positivo è il desiderio dell’Assoluto. Quando questo desiderio dell’Assoluto non è soddisfatto, noi proviamo l’insoddisfazione. Se ad esempio io proietto il mio desiderio dell’Assoluto nel denaro, ad un certo momento sento l’insoddisfazione; se io proietto il mio desiderio dell’Assoluto nella creatura, sento l’insoddisfazione perché non risponde al mio desiderio. Positivo è il desiderio dell’Assoluto. Questo desiderio dell’Assoluto però si può orientare anziché su Dio, su altro. Orientato su altro, pretende che l’altro sia come Dio. Se io amo la creatura, pretendo che la creatura sia come Dio, sia limpida, buona e fedele come Dio.

Nino: È strano però che non pretendiamo mai di essere assoluti noi, ma un’altra creatura.

Luigi: Noi ci proiettiamo sempre su altro. Il nostro io quando pensa a se stesso, strumentalizza l’altro. Guarda lo scherzo del denaro … Noi dal denaro pretendiamo la sicurezza, quella sicurezza che solo Dio ci può dare. Per cui c’è un’insoddisfazione enorme nel cercare il denaro, perché il denaro non ci potrà mai dare quella sicurezza che ci può dare Dio. E quella è misericordia Sua. Noi tendiamo a moltiplicare il denaro all’infinito, se fosse possibile, appunto perché vogliamo avere quella sicurezza che solo Dio ci può dare. E allora vedi che sbagliamo direzione? E Dio è continuamente lì a riprenderci dalle nostre strade sbagliate per dirci: “No, guarda che tu non devi sbattere il naso in quella cosa lì; tu devi cercare Me”. Ora, Dio non si confonde né con le creature, né con il denaro, né con tutte le nostre passioni, né con la stessa nostra coscienza. Dio è un Essere a sé, è una Persona, per cui non si confonde con niente e richiede da noi questa individuazione di ciò che è Lui, perché è proprio da questa individuazione di ciò che è Lui che nasce questa scintilla del colloquio e uno parla con Lui; ma parlare con Lui, ascoltare Lui non è ascoltare la nostra coscienza, non è ascoltare l’intuizione, è qualcosa di diverso: Lui è una Persona, è un Essere personale e fa il dono di Sé, Persona, a noi. Non è una facoltà nostra.

Nino: Ma noi parliamo di coscienza, parliamo di intuizione finché non siamo sicuri che è Lui.

Luigi: D’accordo.

Nino: E il giorno in cui capiremo, non parleremo più di coscienza, né di intuizione.

Luigi: Certo. Comunque in tutte le cose, in tutto, sia in quello che portiamo dentro, sia in quello che accade fuori, è sempre Lui. Lui è presente in tutto e Lui opera in tutto, anche se noi siamo testoni che non capiamo niente, Lui continua a lavorare in noi.

Nino: Ci vuole però in noi l’orientamento, perché se no come Hitler e Mussolini, diciamo: “Sono l’uomo della Provvidenza”. E chi ha affermato che lo erano, ha preso una bella cantonata.

Luigi: No, un momento. In quanto è avvenuto è stato opera della Provvidenza. Tutto è Provvidenza di Dio! Colui che ci bastona, è uomo della Provvidenza, perché Dio prende il bastone e usa per bastonarci e per correggerci. È Provvidenza! Tutto quello che ci accade, anche le disgrazie, sono Provvidenza. Però c’è questo fatto, che è più uno si avvicina a Dio e meno dice, ad esempio: “Io sono l’uomo della Provvidenza”, perché è lì la caratteristica di essere con Dio: più uno si avvicina a Dio e più dice: “Io sono una povera creatura, io sono un niente, io sono un nulla, perché Lui è tutto!” Ecco, la creatura in Dio, dice questo. E allora te ne accorgi subito quando la creatura dice: “Io sono importantissimo”, che il rapporto è sbagliato, che la parole è sbagliata; se sei presso Dio, aperto a Dio, questo lo intuisci. Quindi non ci può essere l’illusione della coscienza. L’illusione avviene quando ti separi da Dio, allora dici: “Io sono il centro dell’universo”. Ecco, ma per poco che tu tieni presente Dio, “ … e farà cose maggiori affinché ne restiate meravigliati”. E la meraviglia è proprio il fascino, è l’unione. La conoscenza di noi stessi è sempre una conseguenza della conoscenza di Dio. Questa ti fa scoprire il tuo niente. Ma è proprio la scoperta del nostro niente che ci unisce moltissimo, cioè ci meraviglia. Lo mediteremo la prossima volta: il nostro niente, la nostra povertà, il nostro nulla, ci unisce terribilmente a Sé: forma il nucleo, il nucleo del nulla col Tutto.

Eligio: Si, però vorrei sottolineare il rischio di dare molto credito all’intuizione.

Nino: Però non siamo noi che diciamo: “Adesso voglio intuire”.

Luigi: Si, l’intuizione ti sorprende, ma va verificata. Non bisogna scartarla, perché tutto viene da Dio. Tutto viene a noi da Dio, esterno ed interno, ma tutto deve essere verificato in Dio. Cioè bisogna sempre essere orientati a Dio.

Pinuccia: Ritornando all’argomento dell’inizio: il “raccogliere”, lo collochiamo sul piano intellettuale o sul piano divino? Perché noi entriamo nel tempio raccogliendo, no?

Luigi: Raccogliendo con Dio, con il Verbo di Dio: “Chi con me non raccoglie, disperde”; ma è quel “con” che è importante. Perché noi possiamo raccogliere senza di Lui. Per esempio, possiamo raccogliere sul piano materiale: ad esempio raccolgo denaro. Possiamo raccogliere sul piano intellettuale: ad esempio posso raccogliere nozioni intellettuali; anche questo è un raccogliere. E possiamo raccogliere con Dio. Ecco, noi possiamo raccogliere di per sé. Bisogna raccogliere con il Verbo. Il Verbo è Uno che viene per raccoglierci nel Padre. Bisogna che noi raccogliamo con Lui. Le parole che Lui dice, vanno da noi raccolte nel Pensiero del Padre, con Lui. Se noi raccogliamo senza tener presente Lui, disperdiamo. Quindi bisogna raccogliere con Lui.

Pinuccia: Si, ma siamo ancora sempre nel piano spirituale, quindi nel secondo livello?

Luigi: No, se siamo con Verbo di Dio, siamo nel piano divino: Lui ci raccoglie nel Padre, scende al livello nostro, ovunque noi fossimo: nella nostra situazione di peccato, di dispersione, di rovina, di morte (Dio risuscita anche i morti). Quindi ovunque noi ci troviamo, Lui scende a noi, parla a noi, il che vuol dire che parla con linguaggio umano; però nel suo parlare c’è il Padre. Lui è sempre Parola del Padre anche quando parla parole umane. Cosa vuol dire questo? Che invita noi attraverso queste parole che sono a livello nostro, a salire verso il Padre, altrimenti le sue parole vengono da noi rifiutate, cioè possono essere trattenute alla lettera, ma vengono rifiutate come spirito e allora noi creiamo la dispersione. Non basta ricordare le parole sue, non basta registrarle su un disco, non basta magari dire da mattina a sera: “Signore, Signore!”, perché queste sono parole. E allora non raccogliamo. Raccogliere è una cosa diversa. Bisogna raccogliere con Lui che è il Pensiero del Padre. E quindi bisogna passare da quello che è la lettera a quello che è il Pensiero del Padre, fino ad arrivare alla Presenza del Padre, perché il Figlio parla a noi per condurci a toccare con mano e a scoprire la Presenza del Padre. Noi dobbiamo essere insoddisfatti fintanto che non vediamo il Volto di questa Presenza del Padre in noi perché la Parola di Dio arriva a noi per condurci qui. Perché uno parla? Parla per manifestare il proprio pensiero. E colui che ascolta deve essere insoddisfatto fintanto che non arriva a vedere il pensiero di colui che gli parla. Il Padre parla con noi per rivelarci il suo Pensiero. E allora noi dobbiamo ritenerci insoddisfatti, e lo siamo, fintanto che non arriviamo a vedere il Pensiero del Padre. Lì si che hai raccolto. Raccogliendo si resta raccolti e quindi illuminati.

Pinuccia: E allora vale anche per noi questa frase: “Il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa”.

Luigi: Allora si, quando si ha raccolto.

Pinuccia: In quella cosa che si ha raccolto.

Luigi: Si capisce, perché il Padre mostra. Mostrare vuol dire: donare la sua Presenza, donare il suo Pensiero.

Pinuccia: Quindi la volta scorsa sbagliavo collocando il raccogliere nel piano spirituale, come cammino per giungere nel tempio, dove il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa?

Luigi: Bisogna interrogare e lasciarci correggere dall’unico Maestro. Il Maestro è Uno solo! Noi siamo creature.

Teresa: Questa frase: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto ciò che fa”, mi fa pensare che, proprio in quanto ci ama, il Padre ci destina a questa conoscenza, a capire che tutto ci viene da Lui.

Luigi: Però noi fintanto che non vediamo il Padre che opera in tutto, vuol dire che non siamo ancora figli, perché la caratteristica del Figlio è questa; ed il fine è quello. Gesù nel suo parlare ci fa delle proposte. La sua Parola è una vocazione ad una meta, perché Lui parla a noi per invitarci a diventare figli di Dio, perché in quanto ci presenta come è il Figlio di Dio, ma ce lo presenta perché noi diamo: “Il Figlio è così e invece io sono una creatura”. No, ce lo presenta in quanto ci propone di diventare anche noi così e nello stesso tempo ci fa dire: “Guarda che fintanto tu non vedi così, non sei figlio, però io ti sollecito a diventare figlio”, cioè ci presenta la meta. Se uno mi dicesse: “Guarda che sulla vetta del Monte Bianco si vede questa cosa meravigliosa, così e così, una panoramica stupenda, ecc.”, mi solleciterebbe a portarmi sulla cima del Monte Bianco per vedere. Così il Figlio di Dio parla a noi non per darci una cultura, ma per sollecitarci a salire là dove si vede in quel modo. Ora noi possiamo tener conto e non tenerne conto. Se teniamo conto ci preoccupiamo di salire lassù, andiamo da Lui per chiedergli: “Come devo fare? Come devo fare per arrivare a quello che tu mi dici?”. Lui si fa strada, si fa via perché Lui non è soltanto Colui che parla a noi la Verità, ma è anche la Via per i nostri passi. Per questo ci dice: “Se non sai come fare, io ti dico: comincia così, così, così”; se noi lo seguiamo, parola per parola, senza accorgercene camminiamo: Lui ci fa la strada con le sue parole: ma bisogna però assimilare le sue parole ad una ad una, a poco per volta. Le sue parole sono una strada che ci conduce fino alla cima, se noi le seguiamo ad una ad una, a poco per volta, perché Lui ha detto: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”. Ecco, basta restare con Lui. Però cosa molto importante è restare con: avere presente l’Altro. Noi possiamo dire: “Adesso ho capito, devo arrivare là e adesso mi do da fare per arrivare là”. E penso a me stesso, penso a ciò che devo fare, penso a tutta la strada che devo fare per salire, per arrampicarsi, tutto quello che devo avere, gli attrezzi, ecc., per salire fin sulla cima. No, è sbagliato: non pensare a te, guarda sempre a Lui: Lui ti dice passo – passo quello che devi fare per arrivare fin là. Ad un certo momento la via diventa abbastanza facile con Lui: “Il peso è leggero”, con Lui però. Ecco, è questa Presenza che bisogna avere. È imparare a ragionare con Lui, non a ragionare da soli; è imparare in tutte le cose ad interrogare Lui, a consultare Lui, a lasciarci guidare dalle sue Parole, a restare nelle sue Parole. Dicevamo ieri sera: “Sarete veri miei discepoli se resterete nelle mie parole”. Non basta quindi ascoltare; bisogna imparare a restare e si resta nella misura in cui si approfondisce la Parola. Il terreno buono è quello che approfondisce la Parola di Dio. Più approfondiamo la Parola di Gesù e più camminiamo. Non siamo noi che camminiamo. È la Parola stessa che ci fa camminare per quello che ci propone. Cristo parlandoci del Figlio di Dio, ci presenta la meta e nello stesso tempo ci fa toccare con mano la nostra povertà, la nostra miseria. “Tu che cosa vedi?”, “Ma io vedo tanti uomini, uomini come alberi … Ecco, vedo tante creature e non vedo Dio!”. “Io ti dico che il Figlio di Dio vede Dio, allora ti invito a darti da fare, a camminare, a non restare, a non accontentarti della tua situazione, anche se la tua coscienza non ti rimprovera di niente, anche se tu ti senti onesto, virtuoso, non accontentarti di questo: non vedi Dio! Allora cammina, alzati!” È la guarigione del paralitico. Noi siamo lì immobili da trentotto anni! Arriva Gesù e gli dice: “Alzati!”.

Teresa: Noi arriveremo perché Lui ci ama.

Luigi: Se Lui parla, in quanto parla, non parla per ingannarci, per deluderci o per farci toccare con mano la nostra miseria; non parla per questo: Lui non parla per giudicare noi. In quanto parla, parla per darci la possibilità. In quanto ci propone una meta, vuol dire che ci dà anche la possibilità di arrivare ad essa. Uno che mi proponesse una cosa impossibile, mi ingannerebbe, mi deluderebbe. Dio non delude mai. Dio in quello che annuncia è fedele, Lui è giusto, Lui ama. E in quanto Lui annuncia una cosa, è perché ce la vuole dare. Quindi se a noi oggi, questa sera, arriva la sua Parola che ci annuncia una cosa profondissima, bellissima, altissima, è perché già ce la vuole dare.

Teresa: La frase continua così: “E gli mostrerà cose maggiori di queste”: quali sono?

Luigi: è un argomento di cui parleremo la prossima volta. Comunque teniamo presente che la categoria “maggiore” non si riferisce al Verbo di Dio, il Figlio di Dio, perché il Figlio di Dio ha il Padre: maggiore del Padre non c’è altro. Evidentemente parla per noi. Teniamo presente quello che Gesù dice a Natanaele: “Tu credi perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico? Vedrai cose maggiori di queste”.

Nino: “Maggiore” è rapportato agli uomini.

Luigi: Si, Lui parla all’uomo. Infatti Lui dice: “Cose maggiori affinché ne restiate meravigliati”. La meraviglia è un fascino che unisce, che attrae; ci attrae al Padre, ci unisce al Padre; quindi se noi ascoltiamo il Verbo, andiamo incontro a cose sempre maggiori fino a quella che ci unisce al Padre. Ecco la grande meraviglia: lo scoprire ad esempio che siamo amati e amati personalmente, non amati come massa, come umanità, no: amati a tu per tu, personalmente da Dio, questo è un grande stupore per noi. Ora, questo ci unisce molto.

Nino: Il progresso è nostro.

Luigi: Certo, è la creatura nostra che viene modificata.

Rina: Anche il futuro “mostrerà” si riferisce a noi.

Luigi: Già, il termine “mostrerà”, futuro, ci fa capire che è per noi: siamo noi in mutamento, non il Figlio di Dio.

Rina: Anche il “mostrare” non è per il Figlio, ma per noi.

Luigi: Tutto Lui parla e lo parla per noi. Anche quando ci presenta le caratteristiche del Figlio. Il Figlio vive così, si comporta così, vede così, lo dice per noi. Tutta l’opera del Figlio è rivolta personalmente a noi per proporci, per farci camminare; perché se Lui non parla, noi ci sediamo. È la sua Parola che ci muove, perché è la sua Parola che ci dà vita. Se Lui non parla, noi ci spegniamo. Però questo: la sua Parola certamente Lui non la lascia mancare; noi la possiamo trascurare, la possiamo considerare con superficialità; noi possiamo dire: “Io ho altro da fare” e lì nasce il peccato; Dio ha parlato e tu hai preferito altro. Ecco il peccato che ci farà piangere davanti a Dio, perché scopriremo che abbiamo rifiutato la nostra vita, la nostra luce, il nostro amore, la nostra pace, abbiamo rifiutato tutto, per cui noi ci troviamo con dei ruderi al termine della vita; ma questi ruderi non li possiamo nemmeno attribuire a Dio, perché Dio parlava per darci la sua Città e invece ci troviamo con dei ruderi. E come mai? È perché ho sempre trascurato la tua Parola che giungeva a me per farmi entrare nella tua Città, che è Città di vita, Città di pace.

Maria: Io sono colpita da questo fatto: più Gesù si manifesta come Dio e più cresce nei Giudei la cecità.

Luigi: L’avversione, l’incomprensione.

Maria: Mi fa capire che succede questo anche in me: Dio mi si presenta in diverse forme, vuol dirmi qualcosa ed io magari cerco delle scuse, cerco il buon senso, ecc., per uccidere Dio e sto chiusa nella mia cecità.

Luigi: Certo, è impressionante. Più Gesù si dona, (perché lì c’è un dono progressivo: dalla guarigione del paralitico, al problema del sabato: è tutto un dono, una concessione continua) e più gli altri si irrigidiscono e lo considerano un peccatore. La Parola di Dio che giunge a noi è una spada, una pietra d’inciampo, motivo di salvezza e di rovina nello stesso tempo: “Questi sarà motivo di salvezza per molti e di rovina per molti”, perché la Parola di Dio accettata, accolta, diventa motivo di salvezza; la Parola di Dio respinta diventa motivo di rovina. C’è in noi una cecità che può essere crescente, come c’è una luce che può essere crescente: i figli di Dio sono figli che crescono. Abbiamo un divenire nel Figlio di Dio verso cose sempre maggiori; per cui i figli di Dio sono figli che crescono; ma coloro che rifiutano Dio sono anche tenebre che crescono: si va di notte in notte; si precipita nella dispersione fino alla notte. La morte è proprio dispersione totale, per cui noi siamo solo più scorza, ma senza più anima; soltanto più in balia delle tenebre. Dice: “Gettatelo nelle tenebre esteriori, dove sarà pianto e stridore di denti”, qui abbiamo la creatura che è tutta in balia del mondo esterno. Non ha più nulla nell’anima di sé, non ha più nulla di vivo: vive soltanto come reazione a tutti gli stimoli esterni. Ecco qui non c’è più la persona viva, qui abbiamo la situazione di morte spirituale che deriva dal fatto di non aver raccolto con molta profondità la Parola di Dio che giungeva a noi. C’è l’indurimento del cuore.

Eligio: La caratteristica dell’essere figli è quella di fare ciò che il Padre vuole. Qui dice: “Il Padre gli mostra tutto ciò che fa”. E in questo mi pare di vedere un’altra caratteristica della figliolanza.

Luigi: Intanto si precisa questo: noi non possiamo fare quello che il Padre vuole, se non vediamo quello che il Padre vuole, se non vediamo quello che il Padre vuole, cioè se non conosciamo. Con Dio non c’è nulla di automatico; c’è una presa di consapevolezza, quindi piena conoscenza. E allora qui ci precisa che mentre prima a livello inferiore ci diceva: “Il Figlio è Colui che fa tutto quello che piace al Padre”; qui ci dice: “Guarda che per fare tutto ciò che piace al Padre, non basta per esempio che tu segua le tue intuizioni, i tuoi sentimenti, perché il Figlio conosce ciò che fa perché il Padre glielo fa vedere” e quindi ha piena consapevolezza di quello che vuole il Padre. Il Padre è luce, quindi il Figlio vive alla Presenza e ha nel Padre il motivo del suo vivere. Il Padre è Infinito, ma un Infinito semplicissimo, quindi è un punto di Luce. È la molteplicità che diventa confusione. Quando noi abbiamo molteplici motivi di azione, questo ci crea confusione e incertezza. Il Padre invece è un punto unico di semplicità, è Persona e quindi questa è una Sorgente di luce, di luce senza alcun dubbio alcuno. Il Figlio vive in questa luce. Non è il Padre che gli dica con parole esterne: “Adesso fa questo!”, no; il Figlio vede il Padre e nel Padre trova il motivo di quello che fa, di quello che deve fare, di quello che deve operare (detto in termini umani), perché: “Omnia per ipsum facta sunt”: tutte le cose il Padre le fa per mezzo del Figlio, ma non le fa per mezzo del Figlio come un mezzo, no: il Figlio è Persona e quindi abbiamo un fare che è piena consapevolezza di quello che il Figlio vuole.

Pinuccia: Il vero “fare” per noi creature si è sempre detto che è capire, intendere, no?

Luigi: Certo. Domenica scorsa, parlando su: “Il Padre mostra quello che fa”, abbiamo visto cos’è che il Padre fa: il Padre genera il Figlio, per cui il Figlio conosce Se stesso come fatto dal Padre.

Pinuccia: Ho avuto l’impressione che invece noi, in qualche nostro intervento, abbiamo inteso questo “fare”, come un fare sul piano del comportamento, di azioni o decisioni da prendere.

Luigi: Le impressioni vanno superate; bisogna approfondire. Il dire: “Il Padre mostra al Figlio ciò che deve fare”, è un termine improprio, perché non c’è il “deve”, se no avremo come un filmato in cui il Padre ci presenta ciò che dobbiamo fare e dopo lo facciamo. No, non è così! Il termine “deve” è improprio, perché il Figlio non vede il “deve”, nel Figlio c’è la piena libertà. Gesù stesso dice: “Nessuno mi obbliga: sono Io che lo faccio”. “E perché Io lo faccio?” Quando noi abbiamo in noi stessi il motivo di quello che facciamo, ci sentiamo liberi. Quando invece qualcuno dal di fuori mi ordina di fare qualcosa di cui non sono convinto, mi sento schiavo. Ora, il rapporto tra il Padre e il Figlio, non è come di un essere superiore che dice: “Fa questo!”. No, il Padre dona Se stesso al Figlio. Donando Se stesso al Figlio, il Figlio ha in Se stesso il motivo di quello che fa. C’è un Pensiero Unico che opera.

Pinuccia: In tutte le azioni, dal mattino alla sera?

Luigi: Ma non ci sono le azioni. Non c’è “l’azione”. L’azione del Figlio è la contemplazione del Padre, è contemplare il Padre.

Pinuccia: È questo il “fare” che il Padre mostra al Figlio per cui: “Gli mostra tutto ciò che fa”?

Luigi: Perché il Padre “fa” il Figlio (scusate il termine improprio), e il Figlio “fa” Se stesso, perché lo vede come un pensiero generato dal Padre: il Figlio si vede “fatto” dal Padre e quindi nel Padre conosce Se stesso. Per il Figlio, il Padre è “l’occhio” con il quale il Figlio vede. E cosa vede? Vede Se stesso come opera del Padre. Quindi il Figlio ha il Padre come occhio per conoscere Se stesso. Se noi fossimo figli di Dio, conosceremmo noi stessi per mezzo dell’occhio del Padre, per mezzo del Padre. Invece noi conosciamo noi stessi per altri motivi. Il termine ultimo è questo: un’intimità del Figlio con il Padre, questa intimità che è tutta vita. La vita eterna è conoscere. Siamo chiamati alla vita eterna. Come faccio a trasformare la vita eterna in conoscenza? Eppure Gesù dice: “La vita eterna è conoscere Te vero Dio e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo”; questa è vita eterna. La vita eterna è vita vera. Vita vera che si contrappone alla nostra vita che facciamo qui, che non è vera: infatti la perdiamo. Questa non rimane, quella invece rimane. Quindi tutto quello che noi conosciamo di Dio, rimane e diventa vita, vita per noi. La vita che noi facciamo qui, e quindi tutti i motivi di vita, passano.

Pinuccia: Il vero “fare” del Figlio è contemplare, quindi diciamo che: “Il Figlio ha in Se stesso la ragione di quello che fa”, equivale allora a dire: “Il Figlio ha in Se stesso la ragione di quello che contempla”?

Luigi: La ragione di quello che il Padre fa (la ragione l’ha nel Padre, e dato che il Padre si dona, l’ha in Se stesso). Quello che il Padre “fa”: il Padre “fa” il Figlio. È lì che dobbiamo fermarci a riflettere: il Padre genera il Figlio. E il Padre mostra al Figlio quello che il Padre fa. Glielo mostra, per cui il Figlio è cosciente. Il Figlio è anche Persona, perché il Padre mostra.

Teresa: È come due persone amiche che hanno un pensiero unico, per cui una fa quello che vuole l’altra.

Luigi: Non perché le viene detto dall’esterno, ma perché lei stessa vuole quello che l’altra vuole. Così con Dio. “Il Figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre”. Forma una cosa sola.

Teresa: Il nostro “fare” è vivere, lasciarci fare da Dio (“Facciamo l’uomo”).

Luigi: Si, il fare è di Dio.

Nino: Così quando diciamo: “Fare Dio”, vuol dire: “Vivere in unione con Dio”.

Luigi: Cioè è l’unione con Dio che fa Dio, genera Dio in noi, perché noi generiamo il Verbo in noi. “Chi fa la verità giunge alla luce”. Abbiamo sempre escluso il “fare” come azione nel mondo. “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno di Dio, ma chi fa la volontà del Padre mio”. Cosa vuol dire: “Fare la sua volontà”? Cosa vuol dire: “Fare la sua parola”, “Cerca prima di tutto il regno di Dio”? Noi possiamo, per esempio, fermarci alla parola e crediamo di fare la volontà di Dio perché ricordiamo le sue parole, le diciamo o le leggiamo dalla mattina alla sera; ripetiamo le sue parole: questo non è fare la sua Parola. Il fare la sua Parola vuol dire realizzare, vivere quella sua parola, cioè il Signore dice che anima di tutto è: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore …”. “Fa”! Cosa vuol dire “fare”? Amare, cercare la Presenza. Cerca la Presenza di Dio e allora fai la Parola.

Nino: Rimanere nelle parole, approfondirle, vuol dire vivere secondo quelle parole.

Luigi: Ma per vivere una parola tu l’approfondisci, non puoi farne a meno; se non l’approfondisci resti in superficie e tradisci la parola. Gesù stesso nella parabola del seminatore dice che è sempre la sua stessa parola, il seme, che cade in diversi terreni: terreni che fanno; il terreno sassoso, fa; il terreno spinoso, fa e poi subito si spegne. Bisogna arrivare all’anima delle cose per poterle intendere. Ad esempio: “Fare Dio, fare la Verità”. Gesù stesso dice: “Chi fa la Verità”. Lui dice: “Chi ascolta le mie parole mi è madre”. Come? Noi siamo madre di Lui? È Lui madre nostra. La Verità quando l’abbiamo fatta nostra la viviamo.

Teresa: Fare la Verità è eseguire.

Luigi: Eseguire possiamo intenderlo esternamente. È un fare interiore. Non è un darsi da fare per cambiare gli altri. Quante volte noi stessi prima di intendere il fare così, l’abbiamo inteso come un metterci a correre per terra e per mare per fare apostolato, per cambiare gli altri, e forse non abbiamo avvertito il “prima di tutto” che Gesù diceva. Noi arriviamo a scoprire il prima di tutto molto tardi: non lo scopriamo subito all’inizio. Forse noi lo scopriamo dopo aver “fatto” tanto.

Nino: La stella polare è sempre: “Ama il Signore Dio tuo”.

Luigi: Si, ma anche lì bisogna tener presente che noi possiamo deviare: il termine “amore” lo possiamo far diventare sentimento e ripetere dal mattino alla sera: “Signore, ti amo con tutto il cuore”. E questo non è amore. Deve essere il primo dei nostri pensieri.

Eligio: Il movente.

Luigi: Certo: uno vive nell’Altro.

Nino: è sempre Lui che opera, perché è Lui che si fa sentire, si fa pensare, ecc., ad esempio in un incontro, nella lettura di un articolo, ecc.

Luigi: E più il Signore ci avvicina a Sé e più questi momenti diventano una continuità.



HOME


… e gli mostrerà come maggiori di queste in modo che voi ne restiate meravigliati. Gv 5 Vs 20 Terzo tema.


Titolo: I doni maggiori.


Argomenti: Nel peccato, abbiamo necessità di trovare fuori ciò che siamo in noi, cioè il Cristo. Segno-significato-Presenza. I figli di Dio nascono da Dio per partecipazione. Il piano della fede. Far conoscere il nome del Padre parlando in parabole. La vera preghiera. A tu per tu con il Padre. Dal latte della fede al cibo della visione. Il momento della rivelazione: rapporto intimo tra la nostra anima e il Padre. L’affidarci al Padre. Dal punto in cui nasciamo dal Padre, noi diventiamo una cosa sola con il Figlio. La nascita presuppone il silenzio di tutto il resto, anche del tempo.


 

29.Ottobre.1978


Pensieri tratti dal pre - incontro:

Nino: Una creatura handicappata che lezione è per noi?

Luigi: Sul piano naturale è un invito ad essere umili, poveri (potresti essere tu così), e sul piano spirituale è un invito a scoprire quelle deformità che portiamo in noi senza saperlo; perché se il Signore ci mette di fronte ad un ubriacone, ad un essere deforme, ecc., è per invitarci a scoprire la deformità dell’anima che portiamo inconsciamente; perché i mali dell’anima noi non li avvertiamo e abbiamo bisogno di essere ammoniti dall’esterno con qualche segno, di modo che, riflettendo con Dio, capiamo che siamo idropici, paralitici, morti, ecc.. Il Signore viene e ci considera morti oppure addormentati o paralitici, oppure lebbrosi. Non viene per giudicarci (“Tu sei paralitico”), ma ci fa riconoscere tali per poterci guarire e salvare. Noi non dobbiamo essere superbi dicendo: “No, io sono sano”.

Rina: Sant’Agostino incontrando un ubriaco prese la lezione su di sé.

Luigi: Ma al significato noi non arriviamo se non attraverso il Pensiero di Dio, perché chi mi mette in cammino verso questa ricerca è il Pensiero di Dio: “Perché Dio mi presenta questo?”. Se non abbiamo presente Dio, noi non facciamo l’interrogazione; tutt’al più lo commiseriamo o pensiamo che avremmo potuto nascere anche noi così, ma non possiamo andare più in là. Invece il Pensiero di Dio mi fa chiedere subito: “Perché Dio mi presenta questo?”. Il Pensiero di Dio mi mette in rapporto diretto con Dio, poiché Dio parla direttamente con me. Ogni cosa è parola e allora: “Perché Dio mi dice questo?”.

Eligio: Se io non vedo questo segno esterno (ad esempio un ragazzo paralitico), io non riuscirei a scoprire la mia paralisi interiore?

Luigi: Allo stato puro, se fossi Adamo, non ci sarebbe bisogno di questo segno. Cioè nell’assenza di peccato, non abbiamo bisogno fuori di noi di questo segno del paralitico, dell’ubriacone, del delinquente. Invece allo stato di situazione di peccato, quindi situazione di ognuno di noi, abbiamo necessità di trovare fuori di noi quello che siamo dentro di noi, cioè abbiamo bisogno del Cristo. Tutto il dolore innocente che c’è attorno a noi, si riassume in Cristo che muore in croce, di cui noi siamo colpevoli. Ora, Cristo perché muore? Per farci scoprire il delitto che portiamo dentro di noi. E allora perché abbiamo il dolore innocente fuori di noi? Per farci scoprire il male che c’è in noi, altrimenti nella situazione di peccato, non lo scopriamo.

Nino: E il ragazzo colpito, come può raccogliere questo fatto in Dio?

Luigi: Accettando come voluto da Dio quello che Lui ha. Non è necessario che comprenda. Non deve maledire. Così come noi dovremo accettare la morte. Perché ad un certo momento anche noi dovremo accettare la morte. Oggi lui anticipa per noi quello che noi domani dovremo accettare su di noi. Noi accetteremo non soltanto la paralisi, ma anche la morte. Prima di arrivare alla morte, quante disgrazie ci preparano alla morte. Ed è tutto questo che noi dobbiamo accettare, tutto quello che arriva così, come l’infermità di questo ragazzo, che ricade su di lui e deve servire per noi; domani anche su di noi cadranno certe cose che dovranno servire come spettacolo ad altri, ma noi dovremo accoglierle dalle mani di Dio.

Nino: Mi pare che sia più difficile per un ragazzo accettare tale infermità per tutta la vita che per non accettare la morte.

Rina: Ma il Signore dando la malattia dà anche la forza.

Luigi: Si, per ognuno il Signore certamente contribuisce, però invita pure tutti quanti noi ad aiutare con l’amore a portare quella croce che Lui deve portare. Ognuno di noi dovrebbe in qualche modo offrire un atto di amore, in modo che l’altro possa supplire alla debolezza della sua fede, perché l’amore riesce a far superare. Queste persone spastiche, o cieche o sordomute, ecc., il più delle volte si formano dei complessi e sono tristi e chiedono praticamente un certo aiuto al prossimo, ai fratelli; un certo atto di amore per essere aiutati a portare quella croce. E penso che l’amore quand’è vero riesca a supplire quello che sono i dolori fisici o quello che può essere un’infermità, perché quando una persona è amata, anche se porta qualche infermità, l’amore è più forte dell’infermità e supplisce al danno di questa.

Dall’esposizione di Luigi Bracco:

Luigi: Siamo sempre al capitolo 5 del Vangelo di San Giovanni al versetto 20: “… e gli mostrerà come maggiori di queste in modo che voi ne restiate meravigliati”.

Proporrei di fermarci ad approfondire queste “cose maggiori” di cui Gesù parla. Qui in questa frase ci troviamo con un futuro che evidentemente non riguarda il Figlio di Dio, perché nel Figlio di Dio non c’è futuro: tutto è presente. Si parla di “cose maggiori”: ma anche questo non è un termine che possiamo considerare nella divinità, perché nella divinità non ci sono “cose maggiori”, quindi deve essere riferito alla creatura. D’altronde il Verbo di Dio incarnato, Cristo, parla per la creatura e in quanto ci presenta “cose maggiori” evidentemente è perché ci propone queste “cose maggiori”. Ora, il termine “maggiori” è un termine di paragone e presuppone sempre un secondo termine di confronto. E cioè, quali sono le altre “cose minori” rispetto a cui Gesù presenta “cose maggiori”? Generalmente il commento di queste “cose minori” è la guarigione del paralitico: Gesù guarisce il paralitico e poi ci parla di “cose maggiori” promettendoci doni maggiori di quello della guarigione della paralisi. Penso però che debba essere più approfondito: prima di tutto perché qui parla di “cose maggiori”, poi perché abbiamo già la stessa frase ripetuta da Gesù quando si incontra all’inizio con Natanaele, il quale si stupisce che Gesù lo conosca; si è sentito conosciuto, scoperto, e Gesù gli dice: “Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico tu credi? Vedrai cose maggiori di queste” e però aggiunge: “In verità vi dico, vedrete i cieli aperti”. Qui abbiamo una precisazione di queste “cose maggiori” che Egli promette. A me sembra che qui Gesù parlando di “cose maggiori” voglia intendere “cose maggiori” di quelle che attualmente ascoltate, maggiori di quelle di cui attualmente vi sto parlando. Ritorniamo a quei tre piani di cui parlammo: piano naturale, piano intellettuale, piano divino. Qui Gesù parla ad uomini di cose divine, ma sul piano naturale. Ed essi intendono, ragionano su questo piano naturale. Quando si parlava di “mostrare”, avevano detto che può essere sul piano naturale secondo i nostri occhi, può essere un mostrare sul piano divino. E così lo stesso: le “cose maggiori”, penso si possono riferire a questi tre piani. Il Verbo di Dio scende a parlare a noi su un piano naturale, in quanto siamo su un piano naturale; ma le sue parole restano sempre parole divine, perché il Signore anche quando parla a noi su un piano naturale parla però sempre unito al Padre, quindi parla sempre di cose divine: per questo le sue parole vanno sempre intese in senso spirituale. Ecco, il piano naturale direi che coincide con il piano della fede rispetto alle parole di Dio. Poi passiamo al piano intellettuale: cioè cercare di intendere il significato di quello che Lui dice; e poi al piano divino (“cieli aperti”) che è la rivelazione della Presenza del Padre, perché ciò di cui Cristo ci parla è il Padre. È il Pensiero del Padre che si rende evidente.

Eligio: E qual è stata la funzione del segno?

Luigi: Portarci ad intendere la presenza del Padre. Il segno ci sollecita. Sul piano degli occhi, ad esempio, noi abbiamo un guardare che non è un intendere. Allora il guardare con gli occhi ci sollecita ad intendere. Vedi che ci fa fare un passaggio? Però noi non possiamo fare i passaggi nel campo dello spirito senza la Presenza di Dio, anche se siamo nel peccato. Anche nel peccato noi abbiamo sempre presente Dio: di fronte ad una lezione che il Signore ci presenta, noi pensiamo Dio anche se non la applichiamo a noi, se non andiamo alla ricerca del significato per noi. Quindi anche nel peccato noi possiamo pensare Dio, e pensando Dio ricevere la sollecitazione da parte di Dio e quindi l’interrogazione a metterci in movimento: è sempre Dio che ci mette in movimento e ci fa fare i passaggi da un piano all’altro. Così abbiamo bisogno di Dio per passare dal segno al significato; abbiamo bisogno di Dio per passare dal significato alla rivelazione della presenza del Padre, alla visione, cioè al “cielo aperto”, che è poi la scoperta del Padre.

Pinuccia: Questo passare dal segno al significato è un raccogliere?

Luigi: Si, è raccogliere, perché noi abbiamo sempre bisogno della Presenza di Dio che ci mette in movimento, però adesso qui abbiamo il Padre che “mostra”. Ecco, il “Padre che mostra” non è un raccogliere. Qui abbiamo un donarsi di Dio che è amore, amore che si dona. L’amore che si dona naturalmente richiede dalla creatura che riceve, un raccogliere; perché il Padre dona e la creatura può disperdere i doni. Invece siamo sollecitati a raccogliere. Però qui Gesù ci sta parlando dell’opera del Padre, il quale Padre, mostra al Figlio tutto ciò che fa. È questo “fare” che ad un certo livello, diventa la generazione stessa del Figlio, per cui il Figlio nasce consapevolmente dal Padre. E noi stessi siamo chiamati a nascere consapevolmente dal Padre. Abbiamo detto tante volte che sul piano naturale dei segni, noi nasciamo magicamente, senza di noi. Ma come figli di Dio, non nasciamo magicamente. Noi nasciamo magicamente per essere interrogati se vogliamo nascere come figli di Dio. Ma come figli di Dio si nasce consapevolmente, cioè Dio richiede alle sue creature la partecipazione per nascere come figli di Dio; per cui Dio dà alle sue creature la possibilità di nascere come figli, ma i figli di Dio nascono da Dio e non si nasce per atto magico: si nasce per partecipazione. Tutto è dono di Dio, però si richiede la partecipazione da parte della creatura. Allora noi siamo continuamente sollecitati dal Figlio di Dio a prendere coscienza di questa nascita che ci è promessa (“le cose maggiori”), ma anche a prendere coscienza che non nasciamo come figli di Dio se non lo vogliamo, quindi se non ci uniamo a Dio.

Nino: Da parte nostra c’è il raccogliere con Dio e poi c’è l’azione di Dio che si dona di continuo.

Luigi: È Dio che mostra a noi, ad esempio, che siamo suoi figli, ma quando? Quando uniti a Lui nasciamo per opera sua; ma è Dio che mostra quello che fa. Sul piano della fede Dio mostra a noi tutte le opere della sua creazione. Se teniamo conto di Dio tutta la creazione è opera sua. Dio mostra a noi, però non intendiamo. Ecco, siamo nel campo dei segni; però tutta la creazione ci sollecita, se teniamo presente Dio, a passare al significato. Se passiamo al significato, ecco, sempre tenendo presente Dio, siamo sollecitati a passare alla scoperta del Padre, perché è il Verbo di Dio, il Figlio di Dio che parlando a noi, ci fa salire di piano in piano, di livello in livello, fino a portarci al Principio: il Principio è il Padre, in modo da poter in quel Principio, rinascere come uomini nuovi, come figli nuovi, come figli di Dio.

Eligio: Quale rapporto c’è tra le tante parole e il Verbo?

Luigi: Cioè tra la molteplicità delle creature, dei verbi che si dicono nel mondo e la semplicità del Verbo, la singolarità del Cristo?

Eligio: E quale rapporto tra l’intendere il significato e l’intendere “i cieli aperti”, cioè i doni maggiori?

Luigi: Lui attualmente sta parlando di cose altissime, però ne parla sul piano della fede. È il Figlio di Dio che parla, ma sul piano della fede. Quelli che attualmente stanno ascoltando queste parole le intendono ad un certo livello: il livello della fede. Lui però prospetta “cose maggiori”. Se noi continuiamo a restare in ascolto delle sue parole, Lui ci promette. Cioè: “Se resterete nelle mie parole conoscerete la Verità”, ecco la promessa, cioè: “Se continuerete ad ascoltare, io vi prometto”, perché ciò che Lui parla, propone e in quanto propone, promette; promettere vuol dire “mettere davanti”, cioè metterlo in modo che noi possiamo accoglierlo, capirlo. Gesù stesso dice: “Voi sarete veri miei discepoli se resterete nelle mie parole e conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”. Ecco “i cieli aperti”: “Conoscerete la Verità, se resterete”. Quindi Lui comincia a parlare (piano dell’ascolto) e se noi aderiamo come fede, intendiamo le sue parole ma a livello nostro. Infatti gli chiedono: “Dov’è tuo Padre? Facci vedere tuo Padre”. Ecco, non possiamo intendere, però capiamo che ci sta parlando di qualcosa che ci sollecita a cercare, a vedere ciò di cui ci parla, perché ci parla di cose che noi attualmente con gli occhi non vediamo.

Eligio: La fede in che piano la collochiamo?

Luigi: La fede è sul piano naturale nel senso che ogni parola di Dio va sempre intesa o raccolta nel Pensiero di Dio, non va mai disgiunta da Dio. Dio scende sul nostro piano naturale a parlare con noi perché noi non intendiamo in modo diverso. Se io non intendo altro che strada e alberi, Dio se vuole colloquiare con me, deve scendere a parlare con me di strada e alberi; soltanto che mentre mi parla di strada e alberi mi parla di Sé, per cui io capisco che mentre mi dice “strada” e “alberi”, non risponde soltanto, non mi acquieta soltanto alla visione che io vedo, ma mi sta parlando con un secondo senso, con un secondo significato, per cui mi sollecita, perché mi fa capire che mi vuol dire qualcosa di diverso palandomi di strada e di alberi, però io capisco solo strada e alberi. Ecco, è il piano della fede, in quanto la cosa che ascolto e vedo la devo accogliere con il Pensiero di Dio. Ad esempio se vedo un povero ragazzo handicappato? Lo devo pensare con il Pensiero di Dio, lo devo tener presente, non lo devo vedere a sé stante. Ecco, quindi che abbiamo il piano naturale che è il piano della fede. Però questa mi sollecita a passare al significato.

Eligio: Ma qual è il rapporto tra il significato e i “cieli aperti”?

Nino: Al esempio la parabola del seminatore, le parole “seme” e “terra” (piano naturale), sul piano spirituale diventano “Parola di Dio” e “uomo”. A un certo punto, dopo aver capito questo, devi entrare in rapporto diretto con Dio, per vedere la relazione che c’è tra te e il terreno di cui Lui ti parla.

Eligio: Ma qual è il passaggio dall’intelligenza del segno a quelle “cose maggiori” di cui parla il Cristo e che sono la conoscenza del Padre in Sé?

Luigi: C’è una frase molto bella di Sant’Agostino il quale dice: “Cresci, nutriti con il latte della fede in modo da arrivare a cibarti del cibo della visione di Dio”. Mi pare che sia abbastanza ben delineato questo fatto. Ecco, cresci, nutriti con il latte della fede. Il latte della fede è il Verbo di Dio che parla tra noi. Queste parole che Gesù dice sono il latte della fede; le parla sul nostro piano naturale: segni. Nutriti con questo latte, cioè nutriti con queste parole e passa al piano intellettuale o al piano spirituale. Nutriti in modo da arrivare a cibarti del cibo della visione di Dio.

Nino: Gesù ci descrive il carattere, il pensiero del Padre (dicendoci ad esempio come tratta una donna adultera, cosa pretende da me), però con questo non abbiamo ancora la conoscenza diretta personale. Ma noi in ogni cosa dobbiamo chiedere direttamente a Dio: “In questa situazione cosa devo fare?”, “Con questo fatto cosa mi vuoi dire?” e poi attendere e accogliere la risposta da Dio, senza scappare.

Eligio: Sono queste le “cose maggiori”?

Luigi: No, c’è una cosa maggiore ancora, perché i “cieli aperti” significano la conoscenza del Padre, Gesù dice: “Finora vi ho parlato in parabole; viene l’ora in cui non vi parlo più in parabole, ma apertamente vi parlerò del Padre”. Ma quando ci parlava in parabole, di cosa ci parlava? Ci ha sempre parlato del Padre! Ma ci parlava in parabole, cioè ci faceva conoscere il “carattere”, il modo di agire, il comportamento: “Finora vi ho parlato in parabole del Padre”. Eppure rivolgendosi al Padre in preghiera dice: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”. Rivolgendosi ai discepoli dice: “Finora vi ho parlato in parabole”. Quindi quel “far conoscere il nome del Padre” e “parlare in parabole” è parlare del Padre ma in parabole. Ma è sempre parlare del Padre, perché Lui parlando in parabole fa conoscere il nome del Padre a coloro che Lo ascoltano. E non siamo ancora ai “cieli aperti”. Poi Lui concede la sua preghiera al Padre consegnandoli al Padre: “Li affido a Te; prima Tu li hai affidati a me; ho fatto loro conoscere il tuo nome e lo farò conoscere ancora affinché l’amore con cui mi hai amato sia in essi ed io in loro”. Qual è questo amore con cui mi hai amato? Cioè l’amore con cui mi ami? Sia in essi ed io in loro? È quell’amore di cui parla qui: “Il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa”. Cosa gli mostra? Cos’è che fa? Nei cieli aperti Lui “fa” il Figlio. Lui genera il Verbo. Lo genera consapevolmente. Quindi qui non abbiamo più la creatura che raccoglie, che interroga il Signore, ma è la creatura che sotto un certo aspetto è generato (in effetti, generato è Uno solo) dal Padre: abbiamo la creatura che assiste alla sua nascita dal Padre. “Il cielo aperto” è lì; perché vede il Padre che opera. Qui l’azione è irreversibile. Prima si diceva: “Io posso scappare”; no, lì io non posso più scappare. Posso scappare prima quando raccolgo. Lì nel “cielo aperto” io non scappo più: non posso più! Cioè quando uno conosce la Verità, la Verità conosciuta qui, a cielo aperto, non scappa più, non può più, perché la Verità ti ha conquistato e tu sei diventato figlio della Verità.  Qui assisti a ciò che il Padre fa: assisti. Il tuo essere, il nostro esistere è proprio questo “guardare” il Padre. Ecco, si diventa pensiero del Padre; si diventa tutto pensiero del Padre. Ma quando si è pensiero del Padre, non si interroga più il Padre, ma si riceve dal Padre, perché si è tutto pensiero del Padre. Qui abbiamo lo sguardo: si diventa tutto “sguardo” verso il Padre. Abbiamo quindi l’occhio che sul piano naturale guardava ma non intendeva, sul piano divino guarda e intende perché è tutto soltanto sguardo del Padre. Direi che è fatto dal Padre, scopre di essere pensiero del Padre, generato dal Padre ed opera del Padre. Per questo gli mostra quello che fa, gli mostra tutto.

Nino: L’insegnamento del Cristo non è solo dato dalle sue parole, ma dalla sua stessa vita, dal fare Lui stesso la volontà del Padre fino alla morte.

Luigi: A questo punto io vorrei richiamare di nuovo il concetto di preghiera. Siccome preghiera è elevazione dell’anima a Dio, ricordando questi tre passaggi che avvengono verso queste “cose maggiori” di cui parla il Signore e che avvengono attraverso la sua Parola, per cui Lui parla sul nostro piano naturale, dico piano naturale ma sempre unito alla fede, secondo la fede, perché non possiamo immaginare un piano naturale senza la fede, perché tutto è opera di Dio, il Padre opera in tutto, quindi tutte le opere di Dio vanno sempre considerate con Dio, e questo è fede; per cui quando io considero un filo d’erba lo devo considerare con la fede, cioè tener presente Dio, lo devo guardare in Dio, non devo considerare il filo d’erba a sé, no, perché se no, sono deviato, perché lo considero nel pensiero del mio io, per impressione, per sentimento, per scienza, ecc., ma questo mi devia perché lo considero in assoluto; no, debbo sempre essere sul piano della fede e considero le cose in rapporto a Dio; questo mi mette in movimento, il che vuol dire che mi fa approfondire, ecco qui, la vera preghiera che ci conduce alle cose maggiori, è approfondimento della parola di Dio fino a arrivare al cielo aperto di cui parla il Signore. Ecco le cose maggiori sono il cielo aperto. A Natanaele, Gesù dice: “Vedrete i cieli aperti e gli angeli del cielo scendere e salire …”.

Eligio: È la rivelazione del Padre?

Luigi: È la rivelazione della Presenza di Dio. Sant’Agostino ha colto molto bene dicendo: “È il cibo della visione di Dio”; e nota bene che questo è personale, per cui quando noi facciamo il passaggio nella parabola del seminatore del seme e del terreno, all’applicazione personale, noi arriviamo ad intendere il significato, arriviamo a chiederci: “Ma io che specie di terreno sono alla presenza di Dio?”. Ma questo non basta! Non è che con questo noi siamo arrivati alla visione. Io qui, quando ho capito che terreno sono, a questo punto devo entrare ad applicarmi personalmente con Dio, alla presenza di Dio, in questo rapporto a tu per tu, per cui la preghiera diventa un dare del tu a Dio. Ma questo dare del tu non è un dirlo a parole (non è dire: “Signore ti amo”), ma è questo rapporto diretto personale, senza più interposto alcun significato, alcun segno, alcuna creatura, nemmeno i nostri pensieri, a tu per tu, perché è proprio da questo silenzio di tutto, di tutta la creazione, di tutti i segni, di tutti i significati, è da questo silenzio di tutto che nasce l’uomo nuovo in noi, che nasce il figlio di Dio, perché i figli di Dio nascono dal Padre. Gesù ci presenta il Padre, ci parla del Padre, e in quanto ci parla del Padre, ci introduce al Padre; ci introduce al Padre affinché noi abbiamo a nascere dal Padre. Ma questa nascita è una nascita personale, il nome è personale per ognuno di noi, il che richiede una solitudine personale di ognuno di noi con il Padre. A questo ci conduce il Figlio di Dio. E se noi non entriamo in questa solitudine, in questo a tu per tu con il Padre, noi non nasciamo dal Padre; perché Lui ci convince che i figli di Dio nascono dal Padre, quindi non nascono dai nostri sforzi, dalla nostra buona volontà o dalle nostre virtù; non nascono per diritto di sangue, non nascono perché: “Io faccio parte del popolo di Dio”, “Io sono figlio di Abramo”; non nascono da queste cose, ma: “I figli di Dio nascono da Dio, perciò io ti chiamo a diventare figlio di Dio”. E se Lui mi dice: “Io ti chiamo a diventare figlio di Dio, ti parlo affinché tu diventi figlio di Dio e ti dico: i figli di Dio nascono da Dio”, qual è la soluzione? È soltanto quella di andare da Dio perché Lui mi faccia nascere. Quando mi viene detto: “Si nasce soltanto se tu vai nel tal luogo”, posso non andare, ma certamente non posso nascere in modo diverso se non andando in quel luogo. È lì il cielo che si apre. Il cielo si apre in quanto discende dal Padre, non in quanto si sale al Padre. Il cielo si apre discendendo. “La Città di Dio - di cui parla l’Apocalisse - è come una sposa che discende dal cielo di Dio”. Nel processo di ascesa abbiamo il processo di preghiera che si eleva attraverso la parola di Dio fino ad arrivare al cielo. Il cielo si apre quando la creatura comincia a discendere da Dio, a nascere. Ecco, abbiamo la creatura nuova. Quindi abbiamo l’uomo vecchio che sale, aggrappandosi alla parola di Dio, al Verbo di Dio, (con: “Chi con me raccoglie, sale dalle sue bassure, dalla sua volgarità, dalla sua mentalità perversa, sale a poco per volta verso il cielo fino a questo rapporto intimo, personale con il Padre”. E questa è tutta opera del Figlio, se lo seguiamo. Poi di qui incomincia dal Padre, ed è un tempo che lo conosce solo il Padre; Gesù dice: “Nemmeno il Figlio lo conosce, nemmeno gli angeli, solo il Padre”. È in questo tempo di silenzio dell’anima con Dio, a tu per tu, che l’anima prende, fa esperienza di questa nascita da Dio, dal Padre. Qui abbiamo il processo di discesa, non di allontanamento e qui abbiamo la Città di Dio: qui abbiamo il cielo che si apre. Qui abbiamo la rivelazione. Qui abbiamo il cibo. Qui abbiamo la creatura nuova che si nutre di quel cibo di cui parla Sant’Agostino della visione: il cibo della visione. Siamo passati dal latte della fede al cibo delle visione.

Nino: Da tutti i segni alla visione; però lì ritroviamo anche il Cristo, no?

Luigi: Lì ritroviamo tutto, si recupera tutto, ma nello Spirito Santo. E i segni sono testimonianza dell’amore del Padre, prima che noi fossimo capaci di amare e quanto siamo stati amati. Ed è questo amore che ci commuove, perché Lui ci ha amati molto prima che fossimo capaci di conoscerlo.

Nino: Non solo, ma questo amore è un aiuto a superare il momento di freddezza.

Luigi: Certo. Ecco, allora lì possiamo capire: “Perché ne restiate meravigliati”. Non è che Dio operi per meravigliarci, ma è proprio quella meraviglia del mondo nuovo, del cielo aperto, che ci sorprende, perché è la nascita da Dio, le cose maggiori di cui ci parla.

Eligio: Perché il Figlio non deve conoscere il momento della rivelazione?

Luigi: Perché lo dice a noi. E lo dice a noi perché? Perché noi abbiamo a guardare il Padre, perché quel tempo dipende dal Padre. Se Lui dicesse: “Il Figlio lo sa, noi andremo dal Figlio”. Lui parla per noi. Lui dice: “Né gli angeli, né il Figlio di Dio lo sanno”, e lo dice a noi (Dio parla per noi) affinché noi andremo da Colui che lo sa.

Eligio: Allora Lui non parla di Sé? Non è Lui che non lo sa?

Luigi: No, non è che Lui non lo sappia. Lui parla a educazione nostra, per educarci. È un tempo che dipende dal Padre, cioè quasi a dire: “La vostra nascita dipende non dal Figlio, dipende dal Padre”. E quando mi dice: “La tua nascita dipende dal Padre” cosa mi fa? Mi consegna al Padre. Mi invita a consegnarmi al Padre.

Nino: Lui sa tutto, non può contarci una storia solo perché parla a noi.

Luigi: Lui non conta una storia: ma parla per noi. Quando ad esempio dice: “Il Padre gli mostrerà cose maggiori”, non mostra cose maggiori al Figlio: allora mi dice una storia?

Eligio: Questo è facile a capirsi, ma è difficile capire perché il Figlio dica: “Il tempo non lo so”, mentre lo sa.

Luigi: Il Figlio dipende in tutto dal Padre, quindi dice: “L’iniziativa è del Padre” e quindi quel dire: “Non lo so”, non è che Lui non lo sappia, ma è per dire: “L’iniziativa è del Padre, io sono Figlio e come Figlio non dipende niente da me”. Se qualcosa dipendesse da Lui e se dicesse: “Io lo so”, (in termini spirituale vuol dire: “Dipende da me”), in quel momento non sarebbe più figlio. Guarda che il Figlio è una meraviglia perché glorifica in tutto il Padre, è tutto Pensiero del Padre, il che vuol dire che attribuisce tutto al Padre e quando parla con noi, sotto un certo aspetto, dice: “Io non so niente, perché chi sa tutto è il Padre, guarda al Padre se vuoi sapere tutto; ogni dono di luce viene dal Padre”.

Eligio: Però tutto quello che il Padre sa, lo comunica al Figlio, no?

Luigi: Certo, il Figlio nasce dal Padre. Questo lo dice per noi, affinché capiamo che questo momento è un rapporto intimo tra la nostra anima e il Padre. Se Gesù a un certo momento ci affida al Padre, domandiamoci perché ci affida al Padre? Non è necessario allora? Basta che Lui ci porti con Sé. Perché invece dice: “È necessario che io me ne vada, altrimenti lo Spirito non può venire a voi”?. E poi fa la preghiera: “Padre, li affido a Te”. Come li affido a Te? “Erano tuoi e Tu li hai dati a me ed ora io li affido a Te, custodiscili Tu”. Come custodiscili Tu? Lui Figlio dice al Padre: “Custodiscili Tu”? Perché lo dice? Lo dice per noi. E cosa vuol dire? Quando Lui dice: “Padre, custodiscili Tu”, dice a tutti noi: “Guarda che io ho affidato la custodia di Te al Padre mio”; ma dicendo questo che cosa mi dice? Mi dice: “Guarda, adesso va con Lui, guarda Lui, aspetta tutto da Lui, perché è Lui che ha la custodia di te”. Ma perché Lui mi dice questo? Perché Cristo non mi tiene sempre con Sé mentre io vorrei sempre stare con Lui e non andare al Padre? Perché mi dice questo? Mi dice questo: “Affinché l’amore con cui mi hai amato sia in essi ed io in loro”, cioè per formare questa unica cosa. Perché se noi non nasciamo da Padre, non possiamo essere fratelli suoi, in modo da formare una cosa sola con Lui. Perché se noi non nasciamo dal Padre, non possiamo essere fratelli suoi, in modo da formare una cosa sola con Lui. Allora Lui, affinché noi possiamo essere fratelli suoi e fare una cosa sola con Lui, come “Io e Te siamo”, ci affida al Padre affinché noi non nasciamo più dal Figlio, ma nasciamo dal Padre. Nascendo dal Padre sono fratello suo. In questa nascita nuova allora sì divento una cosa sola con il Figlio, allora si realizza quel “Ut unum sint” di cui parla Lui. Adesso si vede il motivo per cui ci deve affidare al Padre; ci deva affidare affinché noi nasciamo come è nato Lui.

Eligio: Come è nato Lui: ma Egli è coeterno, noi non possiamo nascere come è nato Lui.

Luigi: Prima no; ma dal momento in cui nasciamo facciamo una cosa sola con Lui. Lui è una retta infinita prima e dopo; noi siamo una semiretta che diventa infinita dal punto in cui incomincia semiretta: la semiretta nasce in un punto ma poi diventa infinita. E da quel punto all’infinito è uguale alla retta. Cioè dal punto in cui nasciamo, dal Padre, noi diventiamo una cosa sola con il Figlio. Noi siamo adottati, ma una volta che siamo adottati, non si fa più differenza. Certo noi dovremo sempre dire: “Io non sono Dio, io sono una creatura; adottata da Dio”. San Paolo dice: “L’orecchio mai udì, occhio mai vide le meraviglie alle quali Dio ci ha destinati”. Dio ci ha destinati a diventare figli suoi”. Ma ci rendiamo conto cosa vuol dire: figli suoi? Noi non ce ne rendiamo conto! È un infinito che invade tutto di noi; noi siamo chiamati a diventare una cosa sola. Gesù parla di: “Una cosa sola” e una cosa sola non vuol dire “due”. È una cosa sola: è parola di Dio e non possiamo dimenticarla. Ascoltando la parola di Cristo, io divento figlio suo dipendente dalla sua parola. Ma ad un certo momento è proprio Cristo che si mette da parte affinché io non sia più figlio suo, ma diventi figlio del Padre e diventando figlio del Padre divento una cosa sola con Lui. È come il professore che educa l’allievo: lo fa crescere fino a farlo sedere sulla sua cattedra dicendogli: “Adesso sei preparato a dare la lezione uguale come la do io”.

Eligio: Ma quando giungeremo a queste cose maggiori?

Luigi: Il “quando” è del Padre. Si richiede proprio il silenzio di tutto in noi, perché è una nascita. La nascita presuppone il silenzio di tutto il resto, anche del tempo. Ecco, è proprio in questa solitudine a tu per tu della nostra anima col Padre, che l’anima scopre di essere pensiero del Padre e quindi di essere rinata dal Padre, ma rinata non come nasciamo noi. Non è un atto magico: dal Padre non si nasce con atto magico, c’è compartecipazione, quindi un atto consapevole. Non si dirà: “Oh, sono nato figlio di Dio”, no non è un atto magico: si richiede tutta la nostra consapevolezza. Il Padre te lo fa toccare con mano: “Sei proprio figlio; ecco, io in questo momento ti ho generato”. A questo punto l’anima non dubita, lo constata. È una constatazione e l’anima non può far altro che lodare, glorificare e magnificare l’azione del Padre. “L’anima mia magnifica il Signore”, è verissimo questo fatto dell’anima che constata l’opera di Dio, che è pura opera di Dio, opera del Creatore. E se lì ci fosse qualche cosa di tempi o altro che fosse in mano nostra, proprio in quel momento lì non saremo più figli. Perché la bellezza di essere figli è proprio lì: che uno dipende tutto da-, tutto, tempo, nascita, decisione, tutto nato da Dio. E Dio lavora per condurci su questa totalità, perché lì inizia la vita eterna, lì è il cielo aperto, lì è la vita nuova, la creatura nuova, la Città di Dio di cui parla l’Apocalisse: “Che discende come una sposa preparata per il suo sposo”.

Rina: Sono realizzabili queste cose?

Luigi: Non sono cose che dico io. Per questo la nostra speranza è su di Lui, non in quanto ne parliamo tra noi. La nostra speranza è sulle sue parole. È Lui che ci porta a queste cose. Bisogna mantenere la speranza. Perché? Perché tutte queste cose che abbiamo detto sono tutte fondate su parole di Gesù, non sono parole umane: sono tutte fondate su parole di Gesù. Quindi sono tutti passaggi a cui ci autorizza la parola di Gesù, perché è su di Lui che noi speriamo: “Io ho sperato sulle tue parole, o Signore: ho fatto conto sulle tue parole; non ho fatto conto né sulle mie risorse, né sul mio intelletto,né sulle mie capacità, no, ho fatto conto sulla tua parola: sei tu che mi hai parlato, che mi hai promesso queste cose e sulla tua promessa io ho camminato”; ma uno cammina sulla promessa di Dio, per cui se arriviamo, non siamo noi che arriviamo: è Lui che ci conduce. Ma come ci conduce? Parlando e parlando ci promette le cose che ci vuole dare.

Rina: Se si diventa figli di Dio consapevolmente, dipende da noi.

Luigi: No, consapevolmente in quanto si vuole quello che Lui ci propone. Da parte nostra ci vuole l’adesione. In quanto Dio mi promette una cosa, chiede a me una risposta, un’adesione, però il dono è suo. Se una persona mi dice: “Guarda che domani verrò a casa tua”, ecco, me lo promette, e in quanto me lo promette richiede da me una certa attenzione, una certa attesa; ecco, io ho atteso, ma potevo anche scappare di casa, non essere in casa. Ma quando quella persona viene, il dono è tutto suo: è la persona che è venuta! Ora, il Verbo di Dio parlando ci promette questo, però richiede che noi stiamo lì ad aspettarlo. Lui può venire a noi e noi non essere in casa.

Eligio: Come le vergini stolte.

Teresa: Dio ci sollecita con la creazione a capirne il significato e capito il significato, ci lancia verso il cibo della visione.

Luigi: Cibo della visione che diventa cibo della nostra vita.

Cina: Per me questo è un invito a restare in questa attesa delle cose maggiori.

Luigi: Attesa che non deve essere passiva soltanto, perché è un’attesa che impegna molto nelle cose di cui parla Gesù, perché è un’ascensione e l’ascensione è un impegno.

Pinuccia: A me è venuta in mente la frase di Gesù: “Se non capite le cose della terra come capirete le cose del cielo?”. Le cose del cielo sarebbero le cose maggiori e le cose della terra sarebbero le parabole?

Luigi: Certo, se non capiamo il linguaggio elementare con cui Dio arriva a noi (cioè se non capiamo il significato delle cose della terra), come potremo poi passare alle cose maggiori?

Emma: Penso che bisogna sempre meditare queste cose, anche quando uno ha freddo o sta male.

Luigi: Certo, in qualsiasi situazione in cui uno si trovi: povero, ricco, sano, malato: una cosa sola è necessaria e una sola cosa va messa prima di tutto.

Emma: Ma è duro capire certe cose.

Luigi: “Con la pazienza possederete le anime vostre”. Ci vuole questo amore. Certo, se noi pensiamo solo a noi è finito. Ci vuole l’amore a Dio, perché l’amore a Dio richiede sempre un superamento di noi stessi; quindi se anche fossi pieno di mali, devo superarmi un poco, perché devo pensare Dio; se invece comincio a ripiegarmi su me stesso, esco dalla dinamica dell’ascensione e mi siedo su un prato, dove magari c’è solo un mucchio di pietre e uno non può nemmeno stare seduto.

Emma: Può anche darsi che sia Dio che voglia farci sostare per approfondire.

Luigi: Si però questa sosta non deve mai essere ripiegamento sul pensiero di noi stessi. La sosta deve sempre essere ubbidienza a Dio, l’ascolto di Dio, quindi richiede sempre un superamento di noi stessi: “Chi vuole venire dietro di me rinneghi se stesso”: questa è la base, il fondamento. Chi si ferma al pensiero del suo io non può camminare, non può proseguire, quindi non può nemmeno approfondire.

Emma: Quando si è stanchi si deve pensare che ciò che si fa, lo si fa per Dio e per i fratelli.

Luigi: Se lei fa una cosa e poi ci aggiunge un francobollo, un’etichetta: “Questo lo faccio per Dio”, no. Deve essere motivata da Dio; motivata vuol dire: essere mossa da. Non deve prima fare una cosa e poi aggiungere: questo lo faccio per Dio. No, il motivo è un altro e allora recitiamo. Devo essere motivato da Dio, perché il Figlio di Dio non fa niente, non può far niente se non lo vede fare, se non è motivato dal Padre.

Cina: Cosa vuol dire che l’attesa non deve essere passiva?

Luigi: Gesù dice: “Sforzatevi di entrare”; questo sforzarci non è passività. “La porta è stretta, sforzatevi di entrare”, cioè sforzatevi di capire. Ci vuole impegno: “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita, con tutto te stesso”. Questo non è passività: l’amore non è passivo, eppure dipende tutto dall’essere amato, ma non è passivo. Le vergini stolte invece sono passive; vanno avanti come gruppo. Le altre invece sono intelligenti: la vergine che veramente ama è intelligente, non è passiva.

Teresa: Pensare che anche le altre gli sono andate incontro.

Luigi: Avevano la fede, avevano la lampada ardente, erano state in …. Patagonia.

Nino: Possiamo allora dire che ci sono tre piani ascendenti e uno discendente.

Luigi: Tutto è dono di Dio e come dono è sempre discendente.

Pinuccia: Come mai qui dice: “Affinché ne restiate meravigliati” e non: “Perché il figlio resti meravigliato”? È proprio questa la frase che fa capire che parla per noi?

Luigi: Certo, perché la meraviglia chi la riceve? La riceve colui che riceve la novità. Se il Padre mostra al figlio cose maggiori, chi deve essere meravigliato? Il figlio!? Invece no! Dice: “Voi siate meravigliati!”. Lui sta parlando a noi, meglio, sta parlando per noi. Ma come? Perché non dice: “Vi mostrerà cose maggiori affinché ne restiate meravigliati”? Invece no, le “mostrerà” al figlio; perché il Padre non mostra alla creatura. Qui siamo nel “fare” di cui parlavamo la volta scorsa: il Padre mostra al Figlio; fintanto che noi non diventiamo figli, non mostra; ci sollecita a salire per vedere, ma non vediamo.

Eligio: Quindi alla creatura dà i doni e i segni, ma il mostrare lo dà al Figlio.

Luigi: In quanto al mostrare quello che Lui fa, soltanto quando l’anima sarà figlia, lo vedrà. Ai discepoli dice: “A voi che siete dentro è dato di conoscere i misteri di Dio, ma a tutti quelli che sono fuori è detto in parabole”. A voi che siete dentro: mostrare va inteso su tre piani e sono “mostrare” diversi.

Pinuccia: Allora solo la creatura che diventa figlia rimane meravigliata, perché solo quando uno vede rimane meravigliato.

Luigi: Si, la creatura figlia di Dio. Cioè i figli di Dio sono figli che crescono. Invece il Figlio di Dio non è un figlio che cresce, quindi non è Lui che è meravigliato. I figli di Dio sono figli che crescono, per cui vanno verso cose maggiori. Il Figlio di Dio, il Verbo no, Lui è Dio.



… e gli mostrerà come maggiori di queste in modo che voi ne restiate meravigliati. Gv 5 Vs 20 Quarto tema.


Titolo: La meraviglia dell’amore di Dio.


Argomenti: Agli uomini le cose sono annunciate, al Figlio sono mostrate. Noi saremo sorpresi dalle novità che troveremo in Dio. Le cose maggiori, non sono per il Figlio, ma sono per noi. L’astratto che diventa reale. Il desiderio positivo e consapevole. Il Padre è generante, il Figlio è generato.

 


 

5.Novembre.1978


Pensieri tratti dall’esposizione di Luigi Bracco:

Proporrei di fermare ancora la nostra attenzione su queste “cose maggiori” di cui parla Gesù.

Prima di tutto cerchiamo di precisare che cosa Gesù intenda con queste “cose maggiori”;

poi perché annuncia a noi, ai discepoli (discepolo è chi ascolta il suo parlare), queste cose maggiori che il Padre farà vedere al Figlio;

e quale sia la nostra responsabilità nei riguardi di questo annuncio, di questa informazione;

per concludere sopra questo argomento che penso sia l’argomento centrale, chiediamoci perché qui si dica che il Padre farà vedere “le cose maggiori” al Figlio, affinché gli uomini ne siano meravigliati.

C’è un contrasto illogico nell’enunciato, perché la meraviglia l’ha colui al quale vengono mostrate le cose maggiori. Qui invece le cose maggiori sono fatte vedere al Figlio, affinché la meraviglia sia in altri. Perché? Teniamo sempre presente che Gesù parla per ognuno di noi. L’argomento può essere difficile però oggi il Signore ci ha condotto di fronte a questo e poiché tutto è voluto da Dio, se noi oggi leggendo il Vangelo siamo venuti a trovarci di fronte a questi argomenti che possono anche essere difficili, teniamo presente che è tutta opera di Dio per condurre le nostre anime a quella meta per la quale siamo stati creati: conoscere Dio. Il Verbo di Dio conduce, quanti lo ascoltano e prendono seriamente le sue parole, le meditano, le approfondiscono, a partecipare della conoscenza del Padre, perché la meta è questa. Ogni rivelazione, ogni dono che viene a noi da Dio, è un dono che Dio fa di Se stesso per renderci partecipi di Sé. Quello che Lui ci mostra, ce lo mostra per creare comunione. Ogni informazione che viene a noi da Dio, crea comunione con Lui e una comunione personale nella misura in cui noi accogliamo questa informazione, questa notizia, questo annuncio, Dio lega noi attraverso le sue parole.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Rina: Se restiamo meravigliati è perché le vediamo anche noi queste cose.

Luigi: Certo, si meraviglia colui che scopre. Però perché dice che il Padre farà vedere al Figlio? Queste cose le dice a noi. Ci precisa che queste cose sono solo nel Figlio ed è quindi solo nel Figlio che tali cose sono mostrare. A tutte le creature, a tutti gli uomini, le cose sono annunciate, ma non mostrate. Al Figlio sono mostrate.

Nino: A noi nono sono mostrate finché non siamo figli.

Luigi: Le cose che Lui dice a noi sono una promessa di cose che saranno date a noi se saremo figli.

Pinuccia: Perché dice: “Affinché voi ne restiate meravigliati”?

Luigi: La creatura, diventando figlia di Dio, resta meravigliata delle cose che il Padre mostra nel Figlio. Questa meraviglia invece non avviene nel Figlio, perché è Dio. La creatura, diventando figlia, resta meravigliata dell’amore; ad esempio dell’amore con cui è amata. Ecco, è una meraviglia. Scopre qualcosa che la meraviglia.

Cina: Per esempio, quella pagina letta è una meraviglia.

Luigi: È una meraviglia per noi creature. Non è meraviglia per il Figlio di Dio. La meraviglia è un fascino, un qualcosa che uno non si aspettava, non supponeva: è una sorpresa. Noi saremo sorpresi dalle novità che troveremo in Dio. Eppure ne sentivamo tanto parlare, ma il giorno in cui le scopriremo, ne resteremo sorpresi. La sorpresa però è della creatura.

Cina: Perché non è una meraviglia per il Figlio?

Luigi: Il Figlio non è sorpreso perché è Dio; cioè, le novità sono per le creature, non sono per Dio che le fa. Il Figlio è Dio, forma una cosa sola con Dio.

Eligio: Infatti risulta difficile intendere come il Figlio possa vedere le cose maggiori, se già vede il Padre.

Luigi: Anche lì; le cose maggiori, non sono per il Figlio, ma sono per noi. Però sono annunciate a noi attraverso il Figlio. Qui dice che il Padre le fa vedere al Figlio per noi, ma per il Figlio non sono cose maggiori. Le fa vedere maggiori per noi, e quindi sotto un certo aspetto le fa vedere al Figlio. Le cose che vengono dette, sono dette per noi; quando qualcuno mi dice: “Io pongo sulla cima della Bisalta un tesoro”, lo dice a me, perché se io voglio trovare il tesoro, vada sulla cima della Bisalta. Se si dice a noi: “Il Padre mostrerà al Figlio cose maggiori”, lo dice a noi perché se vogliamo vedere le cose maggiori sappiamo dove andare a cercarle.

Queste cose maggiori le troviamo nel Figlio ed è “Il Padre”.

C’è molto da chiarire per noi perché dobbiamo tendere a vedere a che cosa possa servire questa frase di Gesù per la nostra vita pratica, perché ogni frase di Gesù è un tratto di cammino, di avvicinamento alla Verità suprema alla quale siamo destinati: “Conoscerete Dio”; avvicinamento a conoscere il Padre, a questa vita eterna, alla quale giorno per giorno ci avviciniamo, ma nella quale giorno per giorno bisogna sforzarsi di entrare.

Quindi chiediamoci che cosa questa frase di Gesù dica a noi rispetto alla vita eterna alla quale dobbiamo cercare di avvicinarci, perché più ci avviciniamo ad essa e più diventiamo anche liberi dalla nostra vita terrena, soprattutto dal pensiero del nostro io e da tutte le cose che ci rendono schiavi e ci ossessionano e ci impediscono di essere disponibili per le cose di Dio. Quindi cercare di arrivare al pratico per noi.

Gina: Sembrano argomenti tanto astratti e teorici per tradurli poi nella nostra vita pratica.

Luigi: Si, sono molto teorici quanto più noi siamo pratici in un mondo lontano dalla Verità. Quanto più la nostra vita pratica è lontana da questo, tanto più la vita di Dio a noi sembra teorica. Eppure siccome il Regno di Dio viene nonostante noi, le che attualmente, apparentemente, a noi sembrano astratte, diventano sempre più reali, anche se noi non ce ne rendiamo conto, ma diventano reali nel senso che ci svuotano di ogni altra realtà. Noi subiamo solo il danno dello svuotamento di ogni altra realtà e non ci accorgiamo che tale svuotamento è una conseguenza della Realtà spirituale di Dio che sta invadendo, come un ladro, la nostra casa e quindi ci sta spogliando di tutto. Gesù dice che il Regno di Dio verrà a noi, se non siamo preparati, come un ladro di notte. Cosa fa il ladro di notte? Porta via tutto dalla nostra casa, tutto di noi e ci lascia con la casa vuota. Il Regno di Dio giorno per giorno viene man mano che la nostra vita passa. Noi diciamo che la vita passa, ma è il Regno di Dio che viene. Man mano che il Regno di Dio viene in noi, questo che noi diciamo astratto, diventa sempre di più Realtà e quindi ci porta via l’altra realtà, quella che noi diciamo realtà e ci lascia con la casa vuota, cioè ci svuota di ogni motivo di vita e allora noi cominciamo a sentire il senso della vanità, dell’inutilità, il senso del vuoto dell’anima. Noi magari la chiamiamo vecchiaia, frustrazione di vita, magari accusiamo la società, coloro che ci stanno attorno perché non rispondono alle nostre esigenze, alle nostre soddisfazioni di vita, invece è Dio che occupa tutto. È quello che noi diciamo astratto che diventa reale per noi; però noi non vediamo questa positività: noi vediamo soltanto quello che ci porta via, se non ci prepariamo per tempo a capire, ad entrare in questa realtà, perché certamente quello che oggi sembra astratto, domani sarà la Realtà, la vera e sola Realtà che però noi non potremo percepire se non nella misura in cui l’avremo amata, con cui l’avremo cercata, desiderata, perché le cose dello spirito si possono percepire soltanto consapevolmente e quindi in quanto personalmente le cerchiamo, ci interessiamo di esse. Più le cerchiamo e le scopriamo e più ci accorgiamo che quelle sono veramente le cose reali, che riempiono la nostra anima, mentre le altre cose le vediamo solo più come segni, significazioni e allora comprendiamo anche che lo svuotamento, il passare delle cose, l’annullamento, sono significazioni di quella grande Realtà che opera nella realtà dello spirito.

Eligio: Siamo come dei “nulla” che cercano di capire qualcosa del “Tutto”.

Luigi: Il “Tutto” ci viene detto nel Verbo, nel Figlio, perché il nulla non può assolutamente capire. Però al “nulla” viene presentato il luogo dove c’è il “Tutto”: “Sali lassù, lassù c’è il Tutto. Se vuoi”. Quindi il “Tutto” viene mostrato lassù.

Eligio: Però c’è una sproporzione terribile.

Luigi: Resta la speranza del fatto che è Dio che parla a noi di queste cose, diciamo astratte e difficili, sproporzionate alla nostra capacità. Se è Dio che ne parla, Dio è onnipotente, Lui può supplire a tutta la nostra sproporzionalità, può supplire a tutta la nostra povertà.

Ora, in quanto Lui ne parla, vuole darcelo, perché parlare è già donare. La Parola è già una caparra di quello che vuole donarci: è il campione che ci manda della merce che vuole darci. Però mandandoci il campione con la parola, ci dice anche il prezzo della merce. Ora il prezzo da parte nostra sta proprio nel fare conto tutto su Dio, il prezzo da pagare è quel non fidarci di altri, ma di Dio.

Eligio: È più facile capire questo linguaggio: che dobbiamo far conto su Dio; ci pare più difficile e astratto quello dei rapporti tra Padre e Figlio. Noi portiamo una nostalgia del Padre, di questo Assoluto, ma non Lo vediamo.

Luigi: Però c’è da chiederci se questa nostalgia sia anche una cosa astratta.

Eligio: No, è l’impronta che Dio dà di Sé ad ogni uomo.

Luigi: Certo, allora in quanto c’è una nostalgia, un bisogno, e questa non è astrazione, ma è realtà che subiamo, che patiamo, non è forse questa una testimonianza della Realtà di quello di cui parliamo?

Nino: Bisogna faticare per capire questi argomenti, proprio perché li dobbiamo conquistare. Ci vuole la fatica e l’impegno personale.

Luigi: Quando il Signore ci dice che dobbiamo far conto su di Lui, ha soltanto iniziato un’opera; Egli dice: “Guarda che io ho un’opera da fare con te, ma tu fa in tutto conto su di me”. In che cosa consiste quest’opera? Nel farci capire tutti i rapporti, cioè come avviene la vita tra Padre e Figlio. Qui sta l’opera. Quindi prima Lui ci fa l’introduzione dicendoci: “Tu devi far conto in tutto su di me, ma non ne senso che tu te ne devi stare lì, no, io ho un’opera da fare con te. E che cos’è? Quella di riversare in te tutta la mia vita. In che cosa consiste la mia vita? Tutto il rapporto che c’è tra Padre e Figlio, io lo riverso in te”. Quindi l’introduzione sta in questo: “Fa conto su di me; Io ti voglio condurre ad un fine, però tu fa conto su di me”. Quando ha detto questo, ho capito che devo far conto su di Lui ma in quanto Lui vuole fare un’opera con me. Quest’opera che Lui vuole fare con ognuno di noi è quella di rivelare Se stesso e quindi la vita, il rapporto di vita che passa tra Lui e suo Figlio. Ora quando Lui riversa questo che per noi diventa discorso difficile o astratto, è proprio in base a quello che Lui ci aveva detto prima: “Fa conto su di Me”. Cioè: “Io ti sto riversando una vita che tu non puoi afferrare, ma fa conto su di Me: lascia che Io la riversi in te e tu fa sempre conto su Me per accoglierla, perché tu da solo con il tuo nulla, non puoi approdare a essa”. Ecco è lì che a me sembra che dobbiamo riferirci per intendere quel “mostrare le cose maggiori al Figlio affinché gli altri siano meravigliati”. Cioè è quel “far conto su di Me”: per cui le cose non ce le mostra direttamente, però Lui ci dice che le cose maggiori le farà vedere al Figlio, affinché noi abbiamo sempre un punto di riferimento: “quel far conto su”.

Pinuccia: Perché dice: “Perché gli altri siano meravigliati”? Perché dice “gli altri”?

Luigi: “Gli altri” rispetto al Figlio, cioè le creature, coloro che ascoltano la Parola di Dio.

Pinuccia: Ma se non vedono “le cose maggiori” come fanno ad esserne meravigliati?

Luigi: Il Figlio annuncia a noi quelle cose che noi dobbiamo cercare in Lui. Le annuncia a noi dicendoci: “Queste cose le metto in questo luogo”. Siccome non ci vengono date magicamente, ma richiedono da uno una ricerca consapevole, un interesse, perché le cose vengono date solo in rapporto alla nostra fame, al nostro desiderio, e bisogna desiderarle espressamente, cioè desidero proprio quella cosa, per cui quella cosa diventa motivo di scelta e in quanto diventa motivo di scelta, diventa motivo di silenzio di tutto il resto, cioè deve diventare un desiderio positivamente orientato verso quella cosa: “Voglio proprio quello, non voglio quell’altro e quell’altro, voglio proprio quello”. Qui abbiamo la consapevolezza. Cioè in noi si deve formare quel desiderio espresso di una particolare cosa, perché in noi si formi la consapevolezza di quello che vogliamo. Dio parla per formare in noi il desiderio espresso di ciò che Lui vuole donarci, affinché diventiamo capaci di accoglierlo e allora lì abbiamo la nascita come figli di Dio. I figli di Dio nascono consapevolmente, non nascono per atto magico. Quindi Dio opera tutto per portarci a desiderarlo espressamente, soltanto che il desiderio espresso di Lui, richiede l’annullamento di ogni desiderio, per cui quando mi si dice: “Vuoi quella cosa?”, “No!”, “Vuoi quell’altra?”, “No!”. Ecco, si annulla tutto, perché si vuole solo quello, si pende tutto di lì. Ecco, si forma un desiderio consapevole e in questa consapevolezza l’anima diventa capace, cioè passa dal nulla a quel Tutto che diventa un Tutto desiderato, cioè un desiderato come tutto: per me il Tutto sta lì, non c’è più nient’altro. Ed è lì che l’anima è fatta capace di riconoscere la Presenza di Dio, perché in caso diverso, anche ammesso che Dio si donasse, come Dio si dona, l’anima non sarebbe capace di riconoscerlo e diventerebbe dannata, dannata dalla stessa presenza di Dio. Il Signore della parabola dice: “Uccideteli alla mia presenza quelli che non mi vollero come re”. Vengono uccisi alla presenza di Dio, come mai? La presenza di Dio che è vita, e vita eterna, diventa motivo di morte: “Uccideteli alla mia presenza”? Perché l’anima non è capace di accogliere questa presenza. Ciascuno di noi è capace di accogliere consapevolmente (ecco, siamo sempre lì; perché alla Verità si arriva con la consapevolezza), soltanto quello che desidera espressamente. Fintanto che noi abbiamo tanti desideri, in noi non c’è la consapevolezza della Verità, della Presenza di Dio, e non possiamo quindi arrivare a conoscere questa Presenza di  Dio, pur sapendo che Lui è presente, ma non possiamo.

Pinuccia: Quando l’anima diventa figlia di Dio, allora il Padre le mostra queste cose maggiori?

Luigi: Si, ma queste cose maggiori è Lui stesso, è il Padre stesso. Gesù dice: “Il Padre è maggiore di me”. E ad un certo momento lo dice apertamente: “Il Padre è maggiore di me”.

Pinuccia: Però è l’anima stessa che vede che è meravigliata, non gli altri.

Luigi: Si capisce! Si dice: “Gli altri” rispetto al Figlio. Noi siamo destinati, vocati, chiamati; non siamo ancora figli. Lui fa questo discorso affinché noi possiamo diventare figli. Lui parla per: “fare una cosa sola con Lui”. Lui ci fa diventare figli attraverso le sue parole, perché parlando riversa, dona, ama. Abbiamo visto che mostrare è uguale ad amare. Chi ama mostra. “Non vi chiamo più servi ma amici perché vi ho mostrato tutto quello che ho ricevuto dal Padre mio”. Mostrando, fa passare l’anima da situazione di serva a situazione di amica, quindi a formare una cosa sola con il Figlio: l’amico forma una cosa sola con il Figlio, partecipa della gioia del Figlio. Come ha fatto a diventare così? Accogliendo le parole del Figlio. “Sarete veri miei discepoli se resterete nelle mie parole e conoscerete la Verità”. Ecco, accogliendo le sue parole, Lui ci conduce a conoscere la Verità.

Pinuccia: Perché Gesù dice: “Il Padre è maggiore di me”?

Luigi: È logico, perché il Figlio è generato. Eppure forma una cosa sola con il Padre.

Pinuccia: Ma lo dice per noi questo, perché in Sé il Padre non è maggiore rispetto al Figlio, perché sono persone uguali anche se distinte, no?

Luigi: Il Padre è generante, il Figlio è generato; c’è quindi una differenza tra le persone. Lei lo capisce che è il Figlio ad essere generato? Il Figlio non genera il Padre. E allora se è generato è generato, quindi dipendente. Certo, forma una cosa sola con il Padre, però è generato dal Padre. Le Persone sono distinte, ma il loro Essere forma una cosa sola. Sono uguali come Essere, non come valore: c’è una distinzione tra Persona e Persona. Il Padre come Persona genera; il Figlio come Persona è generato; quindi abbiamo un rapporto diverso. Se fossero uguali, allora il Figlio genererebbe il Padre e allora avremmo la perfetta uguaglianza; ma non c’è perfetta uguaglianza in questo senso. Anche a noi dice: “Sarete una cosa sola con me”, eppure in quella “cosa sola” ci sarà sempre la distinzione. Si, Dio ci chiama a formare “una cosa sola”, però noi avremmo sempre la consapevolezza di essere creature che sono state rese capaci da Dio stesso, dall’opera di Dio, dall’amore di Dio, di formare “una cosa sola” con Lui. Ma non potremo mai dire: “Sono io che genero Dio” o “Sono io che faccio Dio”. Lo può dire il demonio, ma la creatura unita a Dio no, perché l’unione con Dio sta proprio nel riconoscere che tutto ci viene da Dio. Il Figlio che cos’è? È proprio la glorificazione del Padre: glorifica il Padre! Dice: “È il Padre che ha donato tutto di Sé a me”. Ma è il Padre che dona; il Figlio riceve. E proprio in quanto riceve glorifica il Padre, perché riceve l’essere dal Padre.

Cina: Questo annuncio di “cose maggiori” è stato un invito per me a maggior attenzione a Dio. Egli ci parla di queste “cose maggiori”, che sono la conoscenza del Padre, per una nostra maggior vita. Però non mi è chiaro perché le mostri al Figlio affinché noi ne restiamo meravigliati. Sono sempre in quel pasticcio: che il Padre e il Figlio sono una cosa sola …

Luigi: Non è un pasticcio, perché lo dice Gesù che sono una cosa sola.

Cina: Ha un grande fascino per me questo annuncio di cose maggiori, cioè mi attira.

Luigi: E ne è meravigliata. Ma questa promessa è il Figlio che parla a noi che ve la fa e noi restiamo meravigliati. Ma il Figlio parla in quanto il Padre gli mostra quello che ha da dire, perché il Figlio non può dire nulla se non lo ascolta dal Padre. Vede che allora le desta meraviglia? In quanto le desta meraviglia, attrae; quindi la meraviglia affascina, diviene motivo di attrazione: si resta attratti da quello che il Padre ci manda a dire attraverso il Figlio; è nel Figlio che le dà a noi.

Nino: Gesù ci annuncia questo perché sappiamo che il nostro destino è di diventare figli di Dio, tutto pensiero del Padre, mettendo a tacere ogni altro padre; sapendo che il nostro destino è quello, non dobbiamo fermarci prima e soprattutto dobbiamo far conto su di Lui. La nostra responsabilità di fronte a questo annuncio è quelle di esserne informati; non potremo dire di non sapere e di non aver conosciuto l’Onnipotente e l’amore di Dio su cui dovevamo contare.

Luigi: Si, e noi non potremo nemmeno addurre la difficoltà del cammino, in quanto Lui è onnipotente e può farci fare tutto il cammino indipendentemente dalle difficoltà. Per cui non sarà un motivo di giustificazione la difficoltà del cammino, agli occhi di Dio, perché chi ci fa fare il cammino è Lui. E allora noi non possiamo dire: “Il cammino è difficile”, perché c’è Lui che supplisce. Lo possiamo dire, ma non è una giustificazione valida agli occhi di Dio, come non è una giustificazione valida il fatto di dire: “Io non avevo tempo, avevo altro da fare”: ecco, agli occhi di Dio non è una giustificazione valida, perché il problema tempo è problema di amore e la mancanza di tempo è mancanza d’amore. Questo ci mette in colpa. La responsabilità nasce da quel fatto lì. Non avremo giustificazioni valide da sostenere davanti alla Verità di Dio.

Eligio: Resterà la sofferenza di non aver risposto all’Amore da cui eravamo circondati.

Nino: Qui ci dice che: “Mostrerà al Figlio cose maggiori”, per farci sapere che noi le vedremo nel Figlio.

Rina: Per “cose maggiori” si intende la conoscenza del Padre; a questo traguardo si giunge solo attraverso l’ascolto (cfr. “L’ascolto del Verbo, l’ascolto della Vergine”). Ce le annuncia perché impariamo a desiderarle, perché solo desiderandole, siamo capaci di riceverle. Gesù in tal modo ci ammonisce a non avere altri padri, cioè altri motivi di vita.

Luigi: Questo coincide con l’argomento di ieri sera: Gesù che discute coi farisei sulle diverse paternità: “Voi avete un altro padre”. Noi crediamo, ci illudiamo a volte di avere Dio come Padre. Il concetto nostro di paternità è diverso dal concetto di paternità come è nello spirito. Il vero padre è il motivo, ciò che ci motiva, spiritualmente. E Gesù discute per trasferirci dalle nostre paternità perché noi nelle nostre paternità crediamo di avere Dio come Padre. I Farisei dicevano: “Non siamo mica figli di prostitute noi! Il nostro padre è Abramo, quindi siamo figli di Dio, siamo popolo eletto di Dio”. L’uomo può ritenersi figlio di Dio, perché ritiene che sia che sia effetto di un atto magico: “Dio mi ha voluto suo figlio, io sono figlio di Dio”. Invece Gesù viene a discutere: “No, guarda che tuo padre è il demonio, tuo padre è il tuo io, tuo padre è la figura, tuo padre è l’ambizione, tuo padre è il guadagno, tuo padre è il mondo, tuo padre sono gli altri, quindi al centro c’è tuo padre, il demonio”. La Parola di Dio discutendo con noi ci porta a toccare con mano che la vera figliolanza è una figliolanza di motivi, e soltanto quando noi avremo Dio come motivo della nostra esistenza, del nostro vivere, delle nostre scelte, del nostro pensare, del nostro amare, del nostro volere, allora lì abbiamo Dio come Padre. Per cui Dio non è Padre in senso magico, come possiamo avere i padri nostri terreni: i padri nostri terreni non hanno chiesto a noi di  se volevamo averli come padri; ce li abbiamo così; siamo nati come figli di padri naturali, ma questo è un fatto magico, il rapporto è magico, perché senza la partecipazione nostra. Invece i figli di Dio nascono consapevolmente; consapevolmente vuol dire elettivamente, in quanto eleggono il motivo della loro vita. Quindi Dio si offre ad essere eletto come motivo di vita. Ma fintanto che Dio non è nostro motivo di vita non è nostro Padre anche se noi ci crediamo e ci vantiamo magari di essere figli di Dio.

Pinuccia: C’è un periodo imperfetto in cui pur volendo come Padre, premono ancora su di noi gli altri motivi.

Luigi: Si, ma questo deriva dal fatto che noi possiamo crederci popolo eletto, popolo di Dio, figli di Dio, ma lo possiamo credere per ignoranza, perché non ci rendiamo conto cosa vuol dire la paternità divina.

Nino: Ma è superato ormai quel punto lì …

Luigi: Come c’è quel punto, così ci sono anche queste frange: frange di incoscienza; non ci rendiamo conto ancora della profondità del problema.

Eligio: “Le cose maggiori” coincidono con il Padre. Perché il Padre le fa vedere al Figlio? Perché noi non possiamo conoscere il Padre senza la mediazione del Figlio. La nostra responsabilità di fronte a questo annuncio è grande e c’è anche il rischio della chiusura ad esso. Comunque per cogliere “le cose maggiori”, bisogna partire dal concetto delle cose minori, cioè dal “meno di Dio”.

Luigi: “Il meno di Dio” noi lo cogliamo ancora nel pensiero dell’io. Però il Figlio parla per dare a noi la possibilità di morire al nostro io, in modo da diventare capaci di ricevere “le cose maggiori”, perché “le cose maggiori” non possono essere ricevute se non c’è il superamento dell’io, perché soltanto nel superamento dell’io si diventa capaci di restare con il Figlio. Lì si capisce perché “le cose maggiori”vengono date al Figlio; non vengono date al nostro io naturale. Non possono essere date al nostro io naturale; bisogna che il nostro io naturale muoia; muoia a se stesso per poter accogliere “le cose maggiori”, altrimenti “le cose maggiori”sono soltanto annunciate ma non possono essere da noi stessi conosciute.

Eligio: Per morire a noi stessi abbiamo bisogno dell’insegnamento di Gesù. Per questo non possiamo attingere direttamente nel Padre “le cose maggiori”.

Luigi: Certo, però siamo invitati attraverso il Figlio, e attraverso il Figlio noi siamo portati ad attingere direttamente dal Padre. Per questo “le cose maggiori” sono date al Figlio, perché noi le attingiamo solo nel Figlio; nel Figlio però le attingiamo direttamente dal Padre. Per questo è necessario morire al nostro io. Ora morendo al nostro io, che cosa succede?

Eligio: Nel Figlio le attingiamo direttamente dal Padre a Pentecoste?

Luigi: Si. Il Figlio è il Pensiero del Padre, è lo sguardo al Padre. Noi cogliamo “le cose maggiori” in quanto in noi si forma questo sguardo sul Padre, questo Pensiero del Padre che è il Figlio. Ma perché si formi questo in noi, bisogna che il nostro io muoia a tutti i suoi pensieri, a tutto se stesso; quindi ecco perché il Figlio parla a noi le cose minori per educarci a morire a noi stessi, in modo da inserirci nel Pensiero del Padre che “le cose maggiori”, il Padre stesso, vengono date, vengono mostrate. Ecco, direi, che per noi queste “cose maggiori”che vengono “mostrate a”, tradotto in termini spirituali, è un annuncio che vengono “mostrate in”. Per cui mostrare al Figlio “le cose maggiori”, vuol dire “mostrare nel Figlio”, “le cose maggiori”.

 Quindi “mostrare a” è uguale a “mostrare in”. Ho fatto l’esempio della Bisalta. Ma se la Bisalta fosse una persona, che cosa direi? Io ho dato questo tesoro a quella persona, per cui: “Se tu vuoi questo tesoro, va da quella persona”. E allora cosa vuol dire quel “mostrare a”, quel “dare a”? Per noi è “dare in”, “mettere in”, cioè “le cose maggiori” sono messe nel Figlio perché chiunque voglia attingere a queste “cose maggiori”, guardi al Figlio, cerchi il Figlio, perché attraverso il Figlio (e siamo sempre lì; il Figlio è il Pensiero del Padre), perché soltanto in questa purezza di Pensiero del Padre, a noi è dato conoscere il Padre. Ma fintanto che in noi non c’è questa purezza di Pensiero del Padre, che è il Figlio, noi non possiamo scoprire la presenza del Padre. Ecco, nessuno può avere il Padre se non per mezzo del Figlio. “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo del Figlio”. Ma cos’è questo Figlio? È il Pensiero del Padre, è lo sguardo sul Padre. Ora fintanto che noi non siamo tutto questo sguardo sul Padre, cioè fintanto che non diventiamo figli, non possiamo conoscere il Padre. Allora “le cose maggiori” (= il Padre) vengono mostrate al Figlio affinché la meraviglia si formi in noi, affinché il dono si trasferisca in noi.

Eligio: Credevo che il Padre lo conoscessimo nel Padre, non nel Figlio.

Luigi: Certo, Però noi forse ragioniamo in termini un po’ umani, nel senso che riteniamo il Figlio un essere umano, un essere separato. Dobbiamo sempre portarci nel valore dello Spirito. Il Figlio, è vero, si incarna e viene a parlare a noi in termini umani, ma sempre per portarci a quel livello … Ma ad un certo momento l’uomo deve passare. Il Cristo dice: “È necessario che io me ne vada” ma non se ne va come Figlio. Lui se ne va proprio come uomo, perché: “Altrimenti lo Spirito non può venire a voi”. Ma andandosene cosa succede? Che ci consegna al Padre. E consegnandoci al Padre che cosa succede in noi? Che diventiamo tutto pensiero del Padre. E diventando tutto pensiero del Padre, ritroviamo Lui; infatti ci dice: “Mi rivedrete nel Padre”, appunto perché diventando pensiero del Padre, facciamo una cosa sola con Lui, diventiamo pensiero del Padre ed è proprio nel pensiero del Padre che noi scopriamo il Figlio. È per questo che “le cose maggiori”sono date, sono mostrate al Figlio.

Eligio: Per noi, affinché uniti al Cristo, giungiamo a vederle.

Luigi: L’unione al Cristo ci porta ad essere tutto pensiero del Padre. Il cammino con il Figlio, con il Verbo Incarnato, è un cammino crescente di intimità, di semplificazione nel pensiero del Padre, fino a farci diventare tutto pensiero del Padre. Questa è l’opera del Figlio, per cui quanto più noi sostiamo con il Figlio, tanto più il nostro pensiero viene da Lui semplificato fino a diventare tutto pensiero del Padre e solo più pensiero del Padre, affinché in questo pensiero e solo in questo pensiero “le cose maggiori” vengono date; invece fintanto che noi abbiamo tanti pensieri, noi non possiamo accedere alle “cose maggiori”. Allora siccome abbiamo tanti pensieri, “le cose maggiori” ci vengono annunciate perché le desideriamo (responsabilità), perché noi possiamo disprezzare “le cose maggiori” di cui ci parla Dio, non tenerne conto, quindi uccidiamo il Verbo in noi. Allora “le cose maggiori” nella nostra dispersione di tanti pensieri, ci vengono annunciate, affinché noi, desiderandole, volendole, diventiamo capaci di poterle ottenere. Ma come diventiamo capaci di poterle ottenere? Diventando tutto pensiero e tutto desiderio di quelle. Per questo dico che “le cose maggiori”vengono mostrate solo al Pensiero del Padre. Questo ci viene annunciato affinché sappiamo dove lo troveremo. Per questo dico che il “mostrare a”, diventa “mostrare in”. Per noi viene detto: “Guarda che le cose maggiori sono riposte lì: soltanto se tu raggiungerai questo, troverai in questo, quello”. Cioè nessuno può avere il Padre se non ha il Figlio. Ma avere il Figlio vuol dire essere tutto pensiero del Padre, cioè aver semplificato talmente i nostri pensieri, da avere soltanto in noi il pensiero del Padre; ed è silenzio di tutto il resto. Nel silenzio di tutto il resto si scopre il Tutto di Dio, che è Presenza del Padre. Ma il silenzio di tutto il resto (il silenzio è negativo), deriva dalla tanta attenzione a Uno solo. Quanto più cresce la nostra attenzione a Uno solo, tanto più tutti gli altri fanno silenzio, non ci disturbano più. Ma questo deriva dal fatto che in noi abbiamo acquisito tutta quella attenzione a Uno solo. Ecco perché l’attenzione diventa amore, ma amore semplificato in un Essere unico. Ed è lì che i doni maggiori vengono dati. Prima vengono soltanto annunciati. E vengono annunciati affinché noi li desideriamo. Desiderandoli, andiamo alla ricerca del “come”; “come fare per”? La risposta al “come” è: in questo Pensiero Unico del Padre. Questo Pensiero Unico del Padre ce lo dà la tanta amicizia col Cristo. Quanto più seguiamo il Cristo, tanto più Lui ci distacca dai tanti interessi mondani, ecc., che hanno per centro l’io. Poco per volta opera in noi un processo di semplificazione di desideri, di interessi. E qual è la meta di tutta questa semplificazione? Portarci al avere il Pensiero del Padre, ad essere “tutto Pensiero del Padre”. Cosa vuol dire essere “tutto Pensiero del Padre”? Significa avere il Figlio. È in questo Figlio, cioè in questo “Tu” semplice e tutto Pensiero del Padre, che noi troviamo “le cose maggiori” che ci erano preannunciate. Ed è lì che scopriamo la meraviglia.

Pinuccia: Dopo aver visto queste “cose maggiori”

Luigi: Certo, è logico, perché noi passiamo da creatura a figlio di Dio e in questo passaggio scopriamo la meraviglia, la novità dello Spirito.

Pinuccia: Per vedere appunto queste “cose maggiori” ..

Luigi: Si, ma queste “cose maggiori” noi le scopriamo nel Figlio, cioè le scopriamo nell’essere “tutto Pensiero del Padre”. L’essere “tutto Pensiero del Padre” è il Figlio. Il Figlio è Pensiero del Padre, perché è generato dal Padre e quindi è Pensiero del Padre. Ora più noi ci fermiamo col Figlio e più il Figlio dice: “Non date a nessuno il nome di Maestro, perché questo è il vostro Maestro”; dicendoci questo, ci mette con le spalle al muro, perché se io seguo altri, do ad altri il nome di maestro. Ma se io seguo Lui, Lui comincia a semplificare la mia vita, perché comincia a togliermi tutti gli altri desideri. E dove porta questo? Se mi toglie tutti gli altri, dove mi porta? Mi porta a desiderare e quindi a pensare solo al Padre. Ma il “tutto Pensiero del Padre”, è il Figlio. E a quel punto lì ho il Figlio.

Pinuccia: E allora divento figlio?

Luigi: Divento figlio come generazione dal Padre. I figli di Dio nascono da Dio. Prima di essere figlio di Dio io ho il Figlio per “dono” del Figlio. Per “dono” del Figlio io “ho”, prima di diventare, prima di essere. L’essere lo riceverò dal Padre. Per cui a un certo momento, c’è questo nostro io che ha, e scopre la meraviglia di avere il Figlio: perché è diventato “tutto Pensiero del Padre”.

Pinuccia: Ma che cosa vuol dire “avere”?

Luigi: Questo “avere” è dono del Figlio. Se ad esempio uno di noi sta parlando e un altro sta ascoltando, cosa succede? Succede che colui che sta parlando all’altro, lo porta ad “avere” un certo pensiero; ma colui che ha ascoltato, ha quel pensiero che ha ricevuto ascoltando: non è diventato quel pensiero, ma lo “ha” soltanto; lo “ha” per grazia dell’altro che parlando, glielo ha dato. Avere non è essere, e ciò che si ha si può perdere: non permane. In quanto l’altro parla, chi ascolta riceve e quindi può arrivare ad avere il pensiero; quindi ha, non è il pensiero.

Pinuccia: E poi c’è il passaggio.

Luigi: Ecco, se nasce da quell’essere che gli presenta il pensiero, cioè dal Padre, allora diventa. Noi possiamo avere senza essere. Abbiamo visto molte volte che il problema dell’avere non è che ci faccia essere; ci veste. Il Figlio sotto un certo aspetto ci veste da Figli, quando ancora non siamo figli, affinché diventiamo figli. Quindi c’è il problema dell’avere che precede il problema dell’essere, ma noi dobbiamo tendere all’essere, perché l’avere ci viene portato via, se noi ci accontentiamo dell’avere. L’essere ci viene dato solo dal Padre.

Pinuccia: Per cui quando si arriva all’avere, che cosa deve fare la creatura?

Luigi: Deve nascere da quello che le presenta questo Pensiero qui. È una nascita dal Padre. È in questo “tutto Pensiero del Padre” che la creatura nasce nuova. Quando è “tutto Pensiero del Padre”, che cosa succede? Succede che la creatura pensa solo al Padre, al Padre che è presente. Ma perché? Perché è il Figlio che glielo ha annunciato. E lì succedono quei dieci giorni di attesa, in cui Gesù dice: “Restate in silenzio in questa attesa, fino a quando sarete investiti dall’alto”, ecco: è pensando al Padre, siccome il Padre genera il Figlio, che si scopre quello che noi abbiamo diventa quello che noi siamo; che ci fa essere. Ecco, c’è un passaggio dall’avere all’essere.

Eligio: Non intendo perché “cose maggiori”, cioè il contatto diretto con Dio, l’abbiamo nel Figlio e non nel Padre.

Luigi: Lo abbiamo nel Pensiero del Padre. Tieni sempre presente che il Figlio è Pensiero del Padre. Quindi è il Figlio che ci porta ad attingere direttamente dal Padre. Ed è nel Padre che noi scopriamo il Figlio. Nel Figlio noi otteniamo “le cose maggiori” perché “le cose maggiori” sono date al Figlio. E nel Padre trovi il Figlio.

Eligio: La conoscenza dell’in Sé di Dio l’abbiamo nel Padre?

Luigi: L’abbiamo nel Figlio. Però tieni presente che il Figlio è Pensiero del Padre. Noi possiamo arrivare a cogliere l’in Sé di Dio, soltanto in quanto diventiamo “tutto Pensiero di Dio”. Ma il “tutto Pensiero di Dio” è il Figlio. Il Figlio è Pensiero del Padre. È “tutto Pensiero del Padre”.

Eligio: Lì posso scoprire il Figlio ma …

Luigi: No, noi ci scopriamo figli dopo. Prima abbiamo il Figlio. Abbiamo il Figlio prima di scoprirci figli.

Eligio: Si, il Figlio, il Maestro esterno che ci conduce al Padre.

Luigi: Si, ma anche lo stesso Pensiero del Padre che è il Figlio, noi l’abbiamo prima ancora di scoprire il Figlio. Scopriamo il Padre prima di essere figli. Gesù stesso dice: “In quel giorno mi rivedrete” cioè: “In quel giorno in cui conoscerete il Padre mi rivedrete, mi ritroverete”, perché scopriamo il Figlio. Ma finora, dice, che eravamo con il Figlio, “non mi avete ancora conosciuto”. Ed è logico, perché: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre”, è anche noi non lo conosciamo. Siamo con il Figlio, abbiamo il Figlio (= avere), ma non lo conosciamo. “Vi è in mezzo a voi uno che voi non conoscete”. La conoscenza del Figlio è una conseguenza delle “cose maggiori”, cioè del Padre, dell’essere nel Padre, dell’in Sé del Padre. Ma all’in Sé del Padre noi non arriviamo, noi non lo attingiamo se non nel Figlio. Cosa vuol dire se non nel Figlio? Se non attraverso il Pensiero puro del Padre, semplice del Padre, il che vuol dire aver semplificato tutti gli altri pensieri, per diventare solo questo pensiero. Ma questo come può avvenire? Soltanto per opera del Figlio, cioè del solo pensiero del Padre che operando per noi, dandosi a noi (il Figlio si dà), dandosi a noi ci libera, ci semplifica, ci porta ad essere come Lui, ed è in quell’essere come Lui, cioè tutto Pensiero del Padre, che noi conosciamo l’in Sé del Padre, perché “le cose maggiori” vengono date soltanto al Figlio; il Figlio si offre a noi, ci veste di Sé per aiutarci a diventare figli; ma il diventare figli è una conseguenza della scoperta del Padre, perché soltanto il Padre conosce il Figlio. E dà la nascita: in questo passaggio dall’avere all’essere si diventa figli. Ma il punto centrale di tutto questo è il Padre.

Eligio: E anche la conoscenza dell’in Sé del Padre.

Luigi: Si, però questa conoscenza dell’in Sé del Padre non può venire in noi se non diventiamo tutto figli. Non scopriamo di essere figli, scopriamo di avere il Figlio in noi, perché il Figlio parla a noi. Parlando dona a noi Sé; se noi lo ascoltiamo. Cosa vuol dire dona a noi Sé? Dona a noi il Pensiero del Padre. Parlando a noi, Lui dà a noi (quindi abbiamo), comunica, ce lo fa avere. Ma avere non è essere.

Eligio: Non dà a noi la possibilità di diventare Pensiero del Padre?

Luigi: Noi non diventiamo, se non abbiamo per “diventare”. Abbiamo per grazia sua, quello che ci farà diventare figli, cioè ci farà nascere dal Padre. Però siccome il Padre dona Sé solo al Figlio, questo vuol dire che non dona i doni miglio a chi non è ancora figlio. Dicendo che il Padre rivela, mostra le cose maggiori al Figlio, dice che non le mostra a tutti coloro che non sono figli. Ma allora soltanto a condizione di diventare figli possiamo ricevere le cose maggiori. Ma che cosa vuol dire diventare figli? Diventare Pensiero del Padre. “Nessuno può salire in alto …”. E salire in alto che cosa vuol dire? Salire al Padre, alle cose maggiori, alle cose alte. Allora: “Nessuno può salire in alto se non Colui che discende dall’alto”; il Figlio vero. Il Figlio vero discende dall’alto, ma discendendo cosa fa? Dà. Ecco, avere. Dà a noi Se stesso e allora noi abbiamo. Noi abbiamo, non siamo, abbiamo quel Pensiero attraverso il quale possiamo nascere come figli addottivi di Dio. Gesù è Pensiero del Padre, noi abbiamo il Pensiero del Padre.

Pinuccia: Quando diciamo: “Gesù è il Pensiero del Padre”, vuol dire che il Figlio pensa al Padre e il Padre pensa al Figlio? Cioè vuol dire ambedue le cose?

Luigi: Certo. Il Padre pensa al Figlio. Il Padre genera il Pensiero di Sé, ed è Pensiero del Padre: il Figlio è Pensiero del Padre. Questo Pensiero è generato dal Padre. Il Padre è l’Essere.

Pinuccia: Invece noi siamo pensiero del Padre in quanto il Padre pensa a noi, ma la cosa non è reciproca, perché noi non siamo pensiero del Padre.

Luigi: Noi siamo creature, quindi noi nasciamo dal nulla, siamo creati. Il processo di creazione è diverso dal processo di generazione. Si nasce come figli consapevolmente. Noi invece nasciamo inconsciamente: noi siamo creature inconsce: non sappiamo chi siamo e non sapremo chi siamo fintanto che non nasciamo come figli di Dio, perché noi abbiamo la possibilità di conoscere Dio, ma non di conoscere le creature: noi non ci conosciamo e se crediamo di conoscerci prendiamo delle grandi cantonate, perché mentre dico: “Io sono questo”, già sono cambiato. Noi siamo degli esseri che mutano in continuazione ed essendo mutevoli siamo inconoscibili. Tu prova a fermare una cosa che continuamente muta, che continuamente in movimento; mentre tu la fermi qui, l’altra è già mutata. Confronta la favola di Zenone: la lepre non può raggiungere la tartaruga che è partita prima. Spiritualmente questo è vero: noi non possiamo raggiungere un essere in movimento; non possiamo fermarlo, noi arriviamo sempre tardi. Ora noi siamo in continua mutazione; noi non ci rendiamo conto, ma abbiamo tanti nomi; non possiamo mai fermarci, non possiamo dire: “Tu sei questo”. Nemmeno io a me stesso posso dire: “Sono questo”; perché mentre dico a me stesso: “Io sono questo”, scopro già che sono diverso.

Pinuccia: Quando lo potremo dire?

Luigi: In Dio, perché solo Dio è la Luce, solo il Padre è il Padre della Luce. Quindi è il Padre che fa conoscere le creature a se stesse e le fa conoscere anche alle altre creature. Perché il Padre è l’Essere immutabile, e soltanto trovando l’Essere immutabile, noi acquistiamo un volto. Allora ci conosciamo, perché diventiamo fermi; ma più noi siamo lontani dal Padre e più siamo mutevoli. Anche satana: è l’espressione massima della mutevolezza, per cui non può essere fermato in nulla, non può sostare. La caratteristica del diavolo, dice la Bibbia: “Ho girato tutto il mondo e non ho trovato un luogo di pace”, per sostare non sosta, ma non sosta soprattutto dentro, perché non ha luogo di conoscenza, è in continua mutazione. Quindi l’opposto di Dio, siccome Dio è l’Essere immutabile, abbiamo una sintesi immensa di tutte le sue opere. Nell’essere mutabile noi abbiamo il caos immenso di tutte le opere di Dio, perché non possiamo fermarci in nulla perché mentre dico: “È così”, immediatamente sono già contraddetto. Guarda che questo sta già maturando dentro di noi se non facciamo attenzione, perché mentre diciamo: “Ho capito, è così!”, immediatamente sorge la contraddizione che ci annulla quella Verità che credevamo di aver afferrato un momento. Ecco, che si forma in noi tutta una sintesi di contraddizioni e quando uno è contraddetto, non può più sostare: c’è il conflitto interiore; il conflitto si interiorizza. Quindi mentre in Dio tutto si semplifica, nell’io tutto si complica ed è in contraddizione. Ora questo è un segno dell’immutabilità della luce che c’è presso il Padre.

Pinuccia: “Le cose maggiori” sono la Realtà rispetto alle parabole, i segni che sono le cose minori, e sono costituite dalla Presenza del Padre, Gesù ce le annuncia perché ce le vuole dare e annunciandocele ce le fa desiderare e quindi ci fa capaci di riceverle. Questo ci fa figli, perché si dipende da ciò che si desidera. In quanto udiamo quest’annuncio, siamo responsabili della risposta che diamo. Perché ci dice che le fa vedere al Figlio? Perché desideriamo anche noi di diventare figli, per vedere anche noi le cose maggiori e rimanerne meravigliati per la loro crescente novità.

Luigi: La Parola di Dio ci unisce, ci attrae; vedendo si rimane meravigliati.



Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutto quello che Egli fa Gv 5 Vs 20 Quinto tema.


RIASSUNTO.


 

12.Novembre.1978


Introduzione:

 

Cina: Nella prima lettura di questa mattina, Dio ci promette la Sapienza. Se ce la promette è perché ce la vuole dare, vero?

Luigi: Certo. Non c’è nulla, dice Sant’Agostino, di cui Dio parli a noi che non voglia darcelo, perché non vuole tenere nulla di nascosto. Se Dio parla è perché vuole donarci qualche cosa, vuole che noi capiamo; però dobbiamo cercare presso di Lui la luce per ricevere quello che Lui ci vuole dare, perché è ancora Lui che illumina le parole che Lui dice. Lui dice le parole e ci promette l’intelligenza di esse: non c’è nulla che Lui non voglia donarci. La difficoltà è da parte nostra nel riceverle perché noi siamo incostanti. Per ricevere la Sapienza ci vuole molta fedeltà e costanza.

Lettura dal libro della Sapienza cap. 6,12-16

Luigi: La trova seduta alla porta di casa sua, vuol dire che non appena noi usciamo dal pensiero del nostro io, subito la troviamo, perché lei ci aspetta, ma chiede a noi questo superamento dell’io, questo uscire da casa nostra, perché finché  noi siamo chiusi nel pensiero del nostro io è impossibile per noi ricevere la Sapienza; cioè la Sapienza si annuncia anche in casa nostra: manda i suoi inviti ad uscire, non c’è nessuno che ci possa costringere ad uscire, se noi stessi non lo vogliamo. Fintanto che noi non ci decidiamo ad uscire dalla nostra casa, dal pensiero del nostro io, dal nostro mondo, non troviamo la Sapienza, anche se ne sentiamo il richiamo. Ma appena noi usciamo, subito la troviamo, perché è lì che ci aspetta.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Luigi: Riepiloghiamo i pensieri di domenica scorsa.

1)                 Le “cose maggiori” sono mostrate al Figlio affinché ne rimaniamo meravigliati. Abbiamo visto che questo “mostrare a” è un “mostrare in”, cioè i doni maggiori sono annunciati a noi che verranno mostrati al Figlio affinché sappiamo dove li possiamo trovare. Qui la Sapienza si annuncia e dice: “La troveremo sulla soglia di casa nostra”, però bisogna uscire sulla soglia. Questo annuncio della Sapienza (che è poi la Presenza stessa di Dio), sulla soglia di casa nostra, è per dire a noi il luogo in cui la troveremo. Dio abita in un suo luogo. Dio si annuncia in tutto, però abita in un suo luogo. Dio si annuncia in tutto, però abita in un suo luogo. Abbiamo visto, quando abbiamo parlato del Tempio, della sua Casa: Dio abita in un suo luogo che richiede il superamento del nostro luogo, del nostro mondo. Così le cose maggiori, che sono la conoscenza del Padre, la rivelazione del Padre, sono date al Figlio; e questo viene detto a noi, affinché sappiamo che il Figlio sono le cose maggiori, affinché sappiamo dove possiamo trovarle e quindi dove dobbiamo cercarle.

2)                Il secondo pensiero è che il Figlio è dato a noi, per cui abbiamo il problema dell’avere: siamo con il Figlio. “Essere con” è avere. Quindi il Figlio, che è il Pensiero di Dio, il Verbo di Dio, è dato a noi. Ecco, il Figlio di Dio si fa figlio dell’uomo. Si fa uomo affinché gli uomini diventino figli di Dio. Allora questo Figlio di Dio a cui sono mostrate le cose maggiori, porta con Sé, ha in Sé la conoscenza del Padre. Abbiamo visto nella preghiera sacerdotale Gesù che dice: “Io ti ho conosciuto, il mondo non ti ha conosciuto” (ma il passato prossimo va corretto: “Io ti conosco”, “Il mondo non ti ha conosciuto ma Io ti conosco”. Ecco, quel “Io ti conosco”: la conoscenza del Figlio è avere il Padre in Sé. Non è la conoscenza nostra (conoscenza esterna), è una conoscenza interna, una conoscenza intima: il Figlio di Dio ha in Se stesso il Padre. Ora, questa Presenza del Padre nel Figlio arriva a noi attraverso il Figlio. Il Figlio è con noi, si dà a noi, affinché noi possiamo diventare e quindi ricevere dal Padre l’essere del Figlio, perché l’essere ci viene dato dal Padre. È qui il passaggio cui avevamo accennato: il passaggio dall’avere all’essere; per cui il Padre si annuncia a noi attraverso il figlio, affinché noi diventiamo come il Figlio, pensando tutto al Padre, possiamo dal Padre ricevere l’essere del Figlio. Questi sono i due pensieri centrali di domenica scorsa.

Nino: Prima di domenica, non avevo colto la differenza che c’è tra l’avere il Pensiero del Padre e l’essere Pensiero del Padre.

Luigi: Tra l’avere e l’essere c’è una nascita, ed è la nascita dal Padre.

Nino: Prima facevo confusione: pensavo che se io ho tutto pensiero del Padre, posso anche dire che sono tutto Pensiero del Padre. L’avere è una cosa che parte da Dio: siamo noi che abbiamo questo Pensiero del Padre (siamo noi il soggetto della frase); invece quando siamo adottati come figli, è il Padre il soggetto del Pensiero del Padre, e diventiamo Pensiero del Padre come lo è Cristo.

Luigi: Come nascita dal Padre.

Nino: Nasciamo dal Padre.

Luigi: Noi prima pensiamo al Padre, perché il Figlio ne parla a noi: Cristo venendo tra noi, parla a noi del Padre. Noi pensiamo al Padre perché Cristo ne parla a noi. E qui siamo nel problema dell’avere: abbiamo con noi Cristo. Noi possiamo anche non essere con Lui: andare lontano, non curarci delle sue parole, però se restiamo con Lui, se ascoltiamo Lui, ecco pensiamo a ciò di cui Lui parla a noi. E allora qui abbiamo con noi il Pensiero del Padre che è il Figlio. Il Figlio è il Pensiero del Padre. Ma non è che noi, con ciò, siamo nati dal Padre. La nascita dal Padre è una nascita consapevole, cosciente, e che deriva a noi dal Padre; è il Padre che fa nascere in noi il suo Pensiero, il suo Verbo.

Nino: Cioè, noi avendo il Pensiero del Padre, possiamo diventare, essere, tutto pensiero del Padre, nascere dal Padre.

Luigi: Si, però non è che noi pensando al Padre, possiamo nascere. La nascita non è opera nostra. La nascita è quel tempo in cui il soggetto di ciò che siamo, diventa il Padre. L’iniziativa è del Padre. È quel tempo dei dieci giorni di silenzio che Gesù ascendendo al Padre raccomanda ai suoi discepoli.

Nino: Non dobbiamo pretenderlo.

Luigi: Così come la condizione per trovare la Sapienza che si promette a noi, è quella di uscire dalla nostra casa. Questa è la condizione per trovare la Sapienza che si annuncia, che ci invita anzi. Dice: “Mi troverete se uscirete, mi troverete sulla soglia di casa vostra”. Il che vuol dire: “Aprite l’uscio, uscite dal vostro mondo, dimenticatevi e mi troverete”. Così è lo stesso. Quindi il Verbo di Dio viene a noi, parlando a noi del Padre. Parla e quindi ce lo promette, perché ogni parola di Dio è una promessa, la promessa di un dono. Il dono è gratuito, ecco, Dio non è obbligato. Ce lo promette, però c’è una condizione. E la condizione è che tu guardi al Padre come il Figlio, come te lo presenta il Figlio. E allora guardando il Padre come te lo presenta il Figlio, allora il Padre genera in te suo Figlio, ti fa essere, ti fa passare. Per cui prima abbiamo con noi il Figlio, poi facciamo una cosa sola con Lui. Per questo ho voluto leggere la preghiera sacerdotale “ut unum sint”. Qui vediamo il Figlio che prega il Padre affinché noi tutti guardiamo il Padre così come Lui. Ci consegna addirittura al Padre. Ci consegna affinché noi guardiamo solo più al Padre, perché sappiamo che ormai tutto di noi dipende solo più dal Padre. Il Figlio ci consegna al Padre, ci affida.

Cina: E la Sapienza dà luce che illumina.

Luigi: La Sapienza è il Verbo stesso di Dio, è una Persona. È la Presenza di Dio che in noi diventa luce. È Lui, la sua Presenza che è Luce. Noi invece nel pensiero del nostro io siamo tenebra, non siamo luce, perché tutto ci contraddice, perché noi nel pensiero del nostro io diciamo: “Io sono così”, e siamo già contraddetti perché non siamo così. Ecco, noi siamo tutto contraddizione, perché noi siamo mutevoli nel pensiero del nostro io. Invece superando il pensiero del nostro io, nel Pensiero di Dio riceviamo la luce, perché è lo Spirito di Verità, lo Spirito che fa luce, perché ci fa vedere l’armonia tra tutte le cose. La luce è armonia. “La luce eterna dona a loro, Signore”. Chiediamo per i defunti e questo è pace. Questa luce crea armonia tra tutte le cose: nell’armonia noi troviamo la pace. La pace infatti è armonia. Invece quando non vediamo l’armonia tra le cose siamo angosciati, tormentati, inquieti, perché vediamo disarmonia tra le cose. C’è la guerra in noi, dentro di noi; c’è la guerra tra le cose, tra tanti pensieri, tra i miei pensieri e il Pensiero di Dio. E questo è notte. Quando invece c’è l’armonia, nell’armonia noi troviamo la luce e troviamo la pace. E può diventare una pace eterna. Quella pace eterna che invochiamo per coloro che sono morti, è proprio questa armonia, questa fusione di tutte le cose nella volontà di Dio. Allora in questa grande armonia, perché in Dio c’è l’armonia di tutto, tutto diventa buono, tutto diventa motivo di riposo. In questa armonia noi troviamo finalmente la pace. Invece più aumenta il pensiero del nostro io e più questo ci mette in guerra, non soltanto tra gli uni e gli altri, ma anche con il Pensiero di Dio, con la Volontà di Dio, con le parole di Dio, per cui non le capiamo, per cui tutto è in contraddizione e nella nostra vita tutto è un conflitto, e si crea l’inquietudine in noi che è data dalla notte, perché non vediamo. Nella notte non si vede e allora tutte le cose fanno paura e noi restiamo dominati dalla paura, perché non capiamo. Quindi la paura è una conseguenza del non capire. Invece con Presenza di Dio, tutto si armonizza, tutto va al suo posto e allora quello lo chiamiamo luce.

Pinuccia: Riassunto dell’incontro n. 133 del 21 maggio 1978 a Vigna: “Il paralitico fu guarito”.

La parola di Dio quando arriva è Presenza e produce un effetto immediato se la si segue. Se si rimanda, perde la sua efficacia e rimane solo il ricordo. Incomincia la vera vita soltanto quando nella prova vogliamo testimoniare di volere appartenere a chi ci ha dato la possibilità di camminare. La prova è dono di Dio, perché in essa Dio vuole portare a compimento il suo dono.

Pinuccia: Sintesi di tutto gli argomenti sul Tempio:

1)                 Importanza di entrare nel Tempio, perché solo nel Tempio possiamo essere trovati da Dio, Nel Tempio avviene un capovolgimento, perché non siamo più noi che troviamo, che amiamo, che pensiamo, ma è Dio che trova noi, ama noi, pensa noi.

Luigi: Qui si parla di entrare nel Tempio. Prima parlavamo della necessità di uscire. Si tratta di uscire dal nostro io, dal nostro mondo, dalla nostra casa; appena usciamo, troviamo sulla soglia di casa nostra la Sapienza di Dio che ci prende per mano e ci conduce. Rispetto a Dio si tratta di entrare nel Tempio di Dio. Quindi rispetto al nostro io si tratta di uscire dal nostro io. Rispetto a Dio si tratta di entrare nel Tempio di Dio. Ecco, abbiamo un uscire e un entrare. Cioè, la Sapienza di Dio, la Parola di Dio si fa sentire anche nella nostra casa. A tutti gli uomini è annunciato che Dio esiste, che Dio viene, che tutte le cose passano, che l’uomo non è Dio. E questo anche nelle tombe, cioè nel nostro mondo morto, nel nostro mondo egoistico. Se noi ascoltiamo la parola, usciamo all’incontro, usciamo dal pensiero del nostro io e ci occupiamo di Lui. E allora ecco che subito incontriamo sulla soglia la Sapienza che ci prende per mano e che a poco per volta ci introduce nel Tempio di Dio, nel Regno di Dio, là dove tutte le cose non sono più in relazione al nostro io, ma dove tutte le cose sono in relazione a Dio, dipendono da Dio, perché Tempio di Dio è là dove tutte le cose sono sottomesse a Dio e non sono più sottomesse al pensiero del nostro io. Quindi noi partiamo da un mondo, da una vita in cui tutte le cose le vediamo sottomesse al pensiero del nostro io per cui: “Questo mi piace; quell’altro non mi piace; questo mi conviene; qui ci guadagno”, perché noi viviamo in un mondo in cui tutto è sottomesso al nostro io e ci lasciamo portare dai nostri interessi, dal piacere, dall’ambizione e siamo invitati, siamo sollecitati ogni giorno dalla Parola di Dio, ad entrare in quel mondo in cui tutto invece è sottomesso a Dio. È lì la luce, la Sapienza. La Sapienza sta in questo mondo un cui tutto è sottomesso a Dio: è Regno di Dio. Nella Realtà già tutto è sottomesso a Dio, però se noi vediamo le cose nel pensiero del nostro io, vediamo la notte, perché non vediamo la Verità di Dio. Ora, la Verità di Dio è diversa da come immaginiamo noi. Noi immaginiamo le cose in relazione al nostro io e allora troviamo la notte. Ma come usciamo dal nostro io e cominciamo a vedere le cose secondo Dio, lì comincia la luce, perché cominciamo ad entrare nella Verità: la Realtà è questa! E come cominciamo a vedere la Realtà, ecco che la luce si forma in noi. Naturalmente è una luce che comincia debolmente, poi a poco per volta si allarga, si espande e raccoglie tutto, diventa tutto giorno. Anche la nostra stessa notte diventa luminosa nella Sapienza di Dio, diventa luce, raccoglie addirittura i nostri peccati: anche i peccati li trasforma in bene, li fa diventare luminosi, perché la Sapienza di Dio raccoglie tutto, non esclude niente, trasforma tutto in bene. Il Regno di Dio occupa tutto, non c’è niente di escluso nel Regno di Dio. Ma se noi invece non usciamo dal pensiero del nostro io, tutto, anche il Pensiero di Dio, per noi è notte, per cui quello che è luce in Dio, per noi è tenebra.

Cina: Ma perché siamo diversi da come dovremmo essere?

Luigi: Ieri sera mi è stato chiesto: “Ma Satana che l’ha fatto?”. L’ha fatto Dio, ma Dio l’ha fatto angelo, non l’ha fatto demonio. Lui ci ha fatti bene, come Dio ha fatto bene gli angeli. Ma come mai allora c’è il demonio? È il pensiero del nostro io; perché noi anziché riferire le cose a Dio, ci fermiamo al nostro io; per noi è sufficiente, ad esempio, gustare oggi una cotoletta e diciamo: “Com’è buona la cotoletta! Mi fa bene!” e il giorno dopo, immediatamente, ci fermiamo al piacere che ci ha procurato la cotoletta e affermiamo: “Ho bisogno della cotoletta!”. Non si va più a Dio, non si è più aperti a ricevere da Dio. Oggi la cotoletta l’hai ricevuta da Dio, domani non la ricevi più da Dio, la pretendi: “Perché quello mi è servito; quello mi ha fatto bene; quello mi è piaciuto”. A un certo momento si vive soltanto per la cotoletta. Ma com’è successo questo disordine? È successo che ho gustato una cosa buona, poi ho cominciato a desiderarla e poi ho cominciato a vivere solo per quella e Dio l’ho dimenticato, Dio è diventato lontano. Eppure la cotoletta me l’ha mandata Dio; si, tutto è opera di Dio, ma in tutto noi dobbiamo sempre mantenerci aperti a Dio. Tutto è buono, però non dobbiamo fossilizzarci, limitarci a quel dono lì, perché a limitarci a quel dono, perdiamo di vista Dio. Dio oggi ti manda un dono: tu non cominciare a vivere per questo, anche se ti piace. Mantieniti aperto sempre a Dio, perché Dio magari ti riserva altri doni migliori di questo. Qui infatti si parla di cose migliori, però si richiede l’apertura alle cose migliori. Se noi invece, avendo gustato qualcosa, ci fermiamo a questo perché ci soddisfa, noi ci rifiutiamo ai doni migliori che Dio ci vuole dare. Invece tutti i doni che Dio ci manda, sono una scala (è la famosa scala di Giacobbe); sono scala affinché noi di gradino in gradino, arriviamo ai doni migliori che sono la conoscenza del Padre, che è la vita eterna. Invece succede che siccome tutti i doni di Dio sono buoni, belli, piacevoli, noi facilmente ci fermiamo ad essi.

Nino: Se il Figlio ci dà la conoscenza del Padre che è vita eterna, che differenza c’è tra la conoscenza di Dio dataci dal Figlio che ce lo mostra e la conoscenza di Dio che ci viene dal Padre? Cioè, a me pare che la differenza stia nel fatto che col Figlio ho il Pensiero del Padre e col Padre divento pensiero del Padre; ma che differenza c’è tra la vita eterna dataci solo dal Figlio e la vita eterna completataci dalla nascita dal Padre?

Luigi: La vita eterna che abbiamo dal Figlio, è una vita eterna che abbiamo, ma non possediamo, cioè lo “abbiamo con”. In questo momento stiamo parlando tra noi, e parlando tra noi, comunichiamo e ci raccogliamo in certi argomenti, li approfondiamo, però non è che li possediamo: è perché siamo condotti, attraverso il fermarci sopra una certa parola, attraverso l’ammonimento reciproco, siamo condotti a fermarci su certi pensieri, li approfondiamo, però abbiamo bisogno di registrarli, perché temiamo di perderli: vuol dire che non li possediamo. Siamo condotti. Così ascoltando il Verbo di Dio, il Cristo, noi siamo condotti da Lui a vedere la nostra vita eterna; ma non la possediamo. Il Figlio in quanto ci parla del Padre, già ci presenta la vita eterna, ma noi, anche se ascoltiamo, non la possediamo. Per il dono del Figlio abbiamo la vita eterna, ma non siamo in essa. È un po’ come la Trasfigurazione. Nella Trasfigurazione sul Tabor hanno visto la Verità del Cristo, però non sono rimasti, non potevano rimanere, perché era necessario passare attraverso la morte.

Nino: È bene distinguere per evitare le confusioni, così come sempre ho fatto confusione tra l’avere il Pensiero del Padre e diventare Pensiero del Padre.

Luigi: L’avere il pensiero del Padre è la condizione essenziale. Gesù precisa che noi non possiamo diventare figli di Dio, quindi, nascere dal Padre, se non per mezzo di Lui, se non diventando tutto pensiero del Padre.

Nino: Lui è la strada e poi ci affida al Padre.

Luigi: A questo punto possiamo capire in che cosa consiste questa strada, questo cammino che Cristo ci fa fare. Questo cammino è tendere a diventare tutto pensiero del Padre, ad avere solo questo pensiero e ad eliminare tutti gli altri. Chi cammina col Cristo, tende a questa unità. Infatti dice: “Che siano consumati nell’unità”; questa consumazione di tutto il nostro mondo, nell’unico pensiero del Padre. Quindi il cammino con Cristo, tende a questa meta: fare di noi tutto pensiero del Padre. Perché soltanto diventando tutto pensiero del Padre, siamo nella condizione per nascere dal Padre. Invece fintanto che noi siamo dispersi in tanti pensieri, ci troviamo nell’impossibilità di fermarci al Padre per nascere dal Padre, cioè ci troviamo nell’impossibilità di ricevere la luce di Dio, la Verità di Dio, perché siamo dispersi in tanti pensieri. Dispersi in tanti pensieri, abbiamo tanti amori: qui c’è molteplicità in noi. La molteplicità crea in noi incostanza, infedeltà, volubilità e naturalmente questo ci rende impossibile restare. Il demonio, il Signore lo definisce: “Colui che non seppe restare”. Ecco, non saper restare. Il non restare ci rende incapaci. Per cui Dio si dona, ma noi siamo incapaci di restare con il suo dono. Allora diventiamo volubili, instabili, incerti e non tratteniamo niente. Ecco, tutto quello che viene a noi da Dio (Dio ci inonda tutti i giorni di grazie, di doni, di luce), tutto noi lo lasciamo perdere.

Emma: Ma se in noi rimane una parola che abbiamo assimilato, ci dà la possibilità di restare?

Luigi: La parola, più è approfondita, più ci rende capaci di restare, perché la capacità di restare, deriva dalla profondità con cui noi scaviamo nella parola; chi è superficiale non può trattenere niente. La creatura superficiale, l’animo superficiale è come la strada asfaltata: non lascia penetrare niente. Se tu butti il seme su una strada asfaltata, gli uccelli la mangiano; certamente non può penetrare. Ci vuole il terreno morbido, il terreno aperto. La parola di Dio che arriva a noi, deve trovare in noi amore, cioè desiderio di approfondirla. Più uno approfondisce e più ha la possibilità di restare. Quindi restare è una conseguenza della profondità.

Emma: Bisogna tradurla in vita.

Luigi: Si, ma a volte riteniamo vita come azione: “Ho sentito la tua parola: ama i poveri” e allora mi do da fare e credo di restare. Non è quello! Quello sarà poi di conseguenza. La vita diventa una conseguenza di uno profondità che uno porta, di quello che uno ha capito, ma la parola deve maturare in noi in profondità fino a vedere in essa la significazione di Dio. E per maturare in profondità, deve trovare in noi interesse, perché noi approfondiamo solo ciò di cui abbiamo molto interesse. Quindi si richiede interesse per approfondire. Se noi abbiamo interesse per Dio, approfondiamo la parola di Dio, perché: “Questo mi interessa”. E più l’approfondiamo, più ci fa restare con Dio. Più noi restiamo e più camminiamo, perché abbiamo detto che il Cristo ci fa camminare verso quella consumazione della Verità: “Affinché siano consumati nell’unità del Padre”, cioè ci fa diventare tutto pensiero del Padre e solo pensiero del Padre, perché il Figlio è tutto Pensiero del Padre, tutto sguardo del Padre. Il che vuol dire che nel Padre abbiamo la possibilità, guardando il Padre, di vedere tutta la nostra vita, tutto il nostro mondo, tutto l’universo. Tutto l’universo si raccoglie nell’unità di Dio. Senza Dio tutto l’universo ci disperde, ci porta via, perché noi saltiamo da una cosa all’altra, e allora ogni cosa in noi suscita interesse, suscita amore, ma moltiplica gli amori. Quindi noi senza Dio moltiplichiamo gli amori. Invece in Dio abbiamo l’unificazione di tutto l’universo in un amore unico. Allora non saltiamo più da una cosa all’altra.

Emma: Allora questo consumarsi vuol dire …

Luigi: Diventare tutto pensiero del Padre. Noi siamo passati, stiamo passando, per grazia di Dio, dalla conoscenza di Dio, dal concetto di Dio come Creatore, al concetto di Dio come Padre, e abbiamo tribolato per anni per metterci bene in testa che Dio è Colui che fa tutte le cose. Prima credevamo che facesse qualche cosa ma non tutto, e quanto abbiamo dovuto tribolare per convincerci che Dio è Colui che opera in tutte le cose. Ma questo è il primo passo della fede: “Io credo in Dio Padre Creatore”. Credere in Dio Creatore è credere in Colui che fa tutte le cose e quindi ne consegue che dobbiamo accettare tutte le cose perché sono opere di Dio, accettare in tutte le cose la sua mano. Questo è il primo passo; il secondo passo che ci attende, è quello di arrivare al Padre. Dio è Padre, però, fintanto che noi siamo “con” Dio, siamo ancora nella posizione di servi: il servo serve in casa, ma è servo. Per diventare figli, bisogna arrivare al pensiero di Dio come Padre, come Colui che genera in noi il Figlio. È per questo che Gesù parla a noi. In un primo tempo parlava a noi di Dio per educarci ad accettare tutto dalle mani di Dio, ad essere aperti tutto a Dio, perché Dio opera in tutto; poi a poco per volta viene a parlarci dei rapporti tra Lui e il Padre: che cos’è il Figlio, che cos’è il Padre, i rapporti tra Figlio e Padre, e parlandoci del Padre e del Figlio, insegna a noi a diventare figli. Vedi che c’è un’ascensione … sempre però restando nel quadro fondamentale: Dio Creatore di tutto. Per cui la base su cui bisogna costruire è: “Dio è Creatore di tutto, Dio è Colui che opera tutto”. Se tu accetti tutto da Dio, allora Dio comincia a farti camminare verso la sua paternità, cioè ti voca a diventare figlio.

Pinuccia: Continuazione della lettura del riassunto:

Quand’è che siamo nel Tempio? Quand’è che siamo fuori e che cosa possiamo fare per entrare nel Tempio? E cosa possiamo fare per restare nel Tempio? E cosa possiamo fare per essere trovati nel Tempio? Si è tenuto presente che l’essere trovati nel Tempio corrisponde a “grande sarà la tua ricompensa”, “entra nella gioia del tuo Signore”. Si è riflettuto su questi argomenti tenendo come pensiero guida la parola di Gesù: “Chi mi ama, osserva la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo in Lui e faremo in Lui la nostra dimora”. “Chi mi ama osserva”: è la chiave per entrare nel Tempio. La scoperta di essere amati dal Padre è una conseguenza dell’osservare la sua Parola. Si osserva la parola di una persona in quanto siamo nel pensiero di quella persona. Quindi l’osservare la Parola del Cristo mi unisce al Cristo, mi fa uno col Pensiero del Padre e quindi mi fa ricevere lo Spirito del Padre che mi dà la possibilità di restare sempre nella Verità. Si è fuori quando si è sotto l’influenza dell’io, del mondo. Si è dentro quando tutto dipende dal Padre e il Padre può dire: “Questo è mio”. Per entrare ci vuole il desiderio di conoscere Dio e il distacco dall’io, bisogna testimoniare le sue parole e approfondirle fino a vedere il Volto del Signore. Questo è amore, questa è vera fede; se c’è questo desiderio, se si preferisce la sua parola al di sopra di tutto, sono le sue parole che ci introducono nel Tempio, perché: “Senza di me non potete venire”. Se mi amate osservate le mie parole. La Parola che ci viene detta nel Tempio (e che ci guarisce totalmente), assolutamente non si può ascoltarla fuori del Tempio, perché è la Parola in cui Lui rivela Se stesso; è la generazione del Verbo in noi che si scopre nel Padre. Nella sua Presenza scopriamo Lui che resta sempre con noi; (lo Spirito Santo); “Entra nella gioia del tuo Signore”: abbiamo la possibilità di stare sempre con Lui fino ad occuparci a tempo pieno e a farci ritenere sprecato ogni tempo occupato in altro. San Paolo dice: “Ho considerato tutto come spazzatura in confronto all’immenso tesoro della conoscenza del Cristo”.

Luigi: Cioè a me sembra che ora possiamo capire più a fondo questa occupazione a tempo pieno, perché se il cammino del Cristo tende a farci diventare tutto pensiero del Padre, ecco noi abbiamo l’occupazione a tempo pieno, perché il diventare tutto pensiero del Padre, è un’unificazione universale di tutto nel Pensiero del Padre, di tutta la nostra vita, di tutte le cose, di tutti i fatti, e questo diventa un’occupazione a tempo pieno.

Rina: Cosa intendi per tempo pieno?

Luigi: Uno non si distoglie più da Dio; si è sempre uniti a Lui.

Pinuccia: Si è sempre uniti a Lui col pensiero?

Luigi: Si capisce, col pensiero, perché Dio è pensiero, è Spirito.

Nino: Si dà ad esempio il “Ribelfan” (medicinale) e si pensa a Dio.

Cina: Cioè, si può essere a tempo pieno, pur facendo questo o quello?

Luigi: Si, ma se per esempio non si può fare il “Ribelfan” pensando a Dio, si considera il “Ribelfan” spazzatura, perché San Paolo dice: “Ho considerato tutto come spazzatura per non perdere Cristo”. Uno è giustificato a considerare tutto come spazzatura per non perdere l’essenziale. In questo tutto entra, anche il “Ribelfan”, perché tutto acquista un significato, si vede tutto in un atto d’amore, l’amore di Dio. Però quando non riusciamo, non possiamo per la nostra debolezza vedere anche qualcosa nell’essenziale, è meglio perdere quello che non riusciamo a raccogliere (quindi perdi il tuo braccio, perdi l’occhio, perdi il piede, ecc.), piuttosto che perdere il pensiero essenziale.

Pinuccia: Ma se bastasse lasciare queste cose per poterci agganciare al pensiero essenziale! E quando uno lascia e non si aggancia?

Luigi: Si, si può essere vergini stolte, cioè si lascia tutto ma non ci si applica con la mente a Dio.

Pinuccia: Quindi non è detto che basti lasciare per poterci agganciare all’essenziale.

Luigi: No, non è automatico.

Nino: Ma il “Ribelfan”, nel pensiero di Dio, non è spazzatura, è dono di Dio.

Luigi: Tutto è dono di Dio. Ma se io dico: “Senza il Ribelfan non posso vivere, oppure non guarisco”, allora devo considerarlo spazzatura, perché sto mettendo un idolo al posto di Dio. Tutte le cose sono doni di Dio. La cotoletta di cui parlavo prima, è dono di Dio; però come mi accorgo che una cosa mi fa bene, mi piace, comincio a rendermi schiavo, se non riporto sempre a Dio. Ecco perché è necessario questo impegno a tempo pieno con Dio, perché soltanto impegnandomi con Dio, mi libero da tutte quelle cose che mi piacciono, che mi arrivano e sono buone, belle. Tutte le cose, in quanto arrivano, sono di Dio e in quando sono doni di Dio, recano a noi qualcosa di Dio. Dio è Verità somma, Bellezza, Bontà, ecc. Quindi ogni cosa, ogni suo dono, porta qualcosa di vero, di bello, di buono e quindi dona gioia. Il difficile è questo: che noi come riceviamo un dono, poi ci abbarbichiamo al dono, non lo riferiamo più a Dio e allora ci rendiamo schiavi. Invece bisogna sempre riferire tutto a Dio, per mantenerci aperti a quei doni maggiori che Lui ci vuole donare, portandoci fino alla sua presenza. Però soltanto se noi riferiamo continuamente al Padre, ci liberiamo dal fascino delle cose che abbiamo gustato. In caso diverso noi chiudiamo il cerchio, perché avendo gustato una cosa, cominciamo a girare attorno ad essa, e allora: “Oggi ho gustato questo, domani lo rivoglio, dopodomani lo voglio” e poi vivo per quello e a un certo momento rivoluziono tutto il mondo per avere quello, faccio la guerra con tutti perché voglio quello. Ecco come ci chiudiamo in un cerchio. Eppure il dono era buono. E se dico: “Perché Signore, mi hai dato questo?”, il Signore mi dirà: “Era dono mio e da parte mia era cosa buona per te, solo che quando tu l’hai ricevuta, ti sei limitato al rapporto: io e la cosa, e hai escluso Dio; invece in tutte le cose tu devi sempre mettere: Dio, il dono ed io; ma sempre: Dio, il dono ed io; riportare sempre ogni cosa a Dio. Dio prima del dono, perché è questo che ci libera dal dono stesso”.

Nino: Non è facile, perché è molto facile perdersi nel limitato e dimenticare l’Infinito! Noi dobbiamo sempre cercare di salire, perché altrimenti diventiamo soltanto questa “cassetta” e la “cassetta” diventa tutto ed è finita. La cassetta invece è un tramite tra noi e Dio.

Luigi: È anche un dono, però va al suo posto; è un tramite, un mezzo che aiuta. Però guai a dire: “Io di questo non posso fare a meno”, perché allora ne faccio un idolo.

Nino: È un mezzo che ci è stato donato, non l’abbiamo mica inventato noi.

Luigi: Teniamo presente che il Cristo stesso che è Dio, il Verbo Incarnato, eppure a un certo momento dice: “È necessario che io me ne vada”. Ecco, il dono è necessario che ad un certo momento scompaia, altrimenti lo Spirito non può venire in noi. E diciamo: “Tutti i doni”, perché tutto si sintetizza in Cristo. Tutti i giorni noi siamo inondati da doni di Dio: al mattino, appena ci svegliamo, è già un dono di Dio, una promessa di Dio! I primi passi che facciamo, le prime persone che incontriamo, magari anche le prime preoccupazioni, sono dono di Dio; dono di Dio per mantenerci in vita, per farci camminare, per farci alzare gli occhi, tutto è dono di Dio! Ma questi doni di Dio devono passare; devono passare come Cristo, altrimenti la Verità non può venire. Altrimenti noi ci fermiamo al rapporto: io – il dono, e a un certo momento vive soltanto per il dono, e mi giro lì e naturalmente il cerchio si restringe sempre più, perché trascuro Dio, e trascurando Dio i muri della mia prigione si stringono sempre di più e a un certo momento uno resta soffocato.

Emma: Non bisogna legarsi ai doni.

Luigi: Non basta non legarsi ai doni, bisogna sempre riportare, riferire a Dio e passare al significato, perché tutti i doni vengono da Dio per farci alzare gli occhi a Lui in modo da educare noi a ragionare con Lui, ad ascoltare Lui in tutto, perché Lui parlando a noi ci mantiene uniti a Sé. Bisogna legarsi a Dio. È con la sua parola, diciamo, con i suoi doni che Lui ci mantiene uniti, quindi ci mantiene nella vita, cioè ci fa entrare nella vita eterna. E come noi restiamo uniti a Dio? Non siamo noi che ci uniamo (“Adesso voglio stare unito a Dio”): è Dio che parlando ci unisce; è la sua parola che unisce. Una persona quando parla con noi si rende presente e rendendosi presente ci unisce. Ma se tace, già noi andiamo per conto nostro coi nostri pensieri. È la parola di Dio che parlando a noi ci mantiene uniti, però ci mantiene uniti nella misura in cui noi non corriamo dietro alla parola, ma guardiamo a Lui. La parola serve per renderci attenti a Lui: “Io sto parlando con te”, (parola = dono). Ecco perché le parole passano. Noi parlando diciamo tante parole. Dio parlando crea, ma tutte le creature passano e sono parole. Ad esempio in questo momento io sto parlando, ma mentre parlo, ogni parola passa e cosa resta? Resta il pensiero. È il pensiero che in ognuno di noi, nella nostra mente, seguendo le parole, arriva. E Dio opera così: parla a noi e parlando ci conduce a vedere il suo pensiero, ci conduce a vedere suo Figlio. E cos’è questo suo Pensiero? Il suo Pensiero è “tutto sguardo” verso di Lui. Ecco, vedi che ci attrae a Sé e ci mantiene uniti? Per questo dico che Dio ci genera in continuazione e ci unisce in continuazione. Però la base sta nell’accogliere tutto da Lui e riportare tutto a Lui: sapendo che tutto viene da Lui, tutto bisogna farlo ritornare a Lui.

Pinuccia: Continuazione della lettura del riassunto:

         Allora si resta sempre nel Tempio … “Nulla più mi separerà, nulla mi può portare via” dice San Paolo. Osservare le parole di Cristo, custodirle, approfondirle, col desiderio di arrivare alla presenza: questo è il vero fare per Dio, anche se agli occhi del mondo è un fare niente. Ma bisogna essere mossi dall’amore per Dio, dall’interesse per Dio: “Chi mi ama osserva”. Alla base di tutto c’è la giustizia essenziale, cresce così l’interesse per Dio. L’anima di tutto è il desiderio di conoscere Dio, cioè il Pensiero di Dio: infatti il Pensiero di Dio in noi lo verifichiamo come desiderio di conoscere Dio, di arrivare alla sua Presenza. Se abbiamo altri pensieri, questi ci portano a desiderare altro da Dio. Nel Tempio il paralitico è trovato, si sente amato: è il salto di qualità. Non si parte più dalla creazione per arrivare a Dio, ma si parte in tutto da Dio, perché questa è la grande Realtà che uno ha scoperto, per discendere verso la creazione e ricuperarla tutta. Si scopre l’amore grande di Dio verso di noi prima ancora che lo conoscessimo.

Cina: Stasera mi ha colpito il pensiero della consumazione di tutte le cose nell’unità.

Luigi: Quanto più in noi c’è questa consumazione, tanto più in noi si forma la Sapienza, perché la Sapienza è data da questa comprensione nell’unità di Dio, da questo raccogliere.

Cina: Sapienza che vuole esserci data.

Luigi: Certo, che vuole esserci data: siamo stati creati per questo! E Dio fa tutto, addirittura viene a morire per noi, per darci questa Sapienza! Chi di noi morirebbe per dare la Sapienza all’altro? Eppure Cristo è venuto a morire per darci la Sapienza. Non solo ce la promette, ci invita, ma addirittura viene a morire. Perché questa Sapienza è vita e Dio è la Vita, lo Spirito di Verità, di Sapienza. Ma siamo veramente convinti che tutto è opera di Dio? Questo è il primo passo: tutto, proprio tutto è opera di Dio.

Rina: Si,ma devo ancora convincermi di essere amata da Dio.

Nino: Se tutto è opera di Dio, abbiamo l’interesse di Dio su di noi, cioè l’amore. Ma bisogna pensarci molto.

Luigi: Bisognerebbe avere la possibilità, ad esempio, andando a casa, di rivedere nel silenzio e nel raccoglimento i pensieri uditi qui, per semplificare, per chiarirli in noi.

Nino: Il ritornarci su, mi è servito per chiarire la distinzione ad esempio, tra avere ed essere Pensiero di Dio.

Luigi: D’altronde se c’è il verbo essere e il verbo avere …

Emma: Penso al senso che ha la nostra vita.

Luigi: È una scala verso questa meta, verso questo diventare tutto pensiero del Padre, che è poi vita eterna. Noi dovremmo imparare a parlare sempre di Lui. Il giorno in cui dimenticassimo noi stessi, non avremmo più nessun interesse a parlare di noi, ma tanto interesse a parlare di Dio.

Emma: È che quando non si ha forza, che opera possiamo fare?

Luigi: Non ci siamo! Perché se tu fossi ammalata, in un letto, allora non potresti fare le opere? E invece proprio restando ammalata in un letto, fai la volontà di Dio. Quindi le cose vanno approfondite: non è il nostro io che deve fare.

Nino: Non ci siamo e siamo degli incoerenti quando c’è il nostro io in mezzo, e allora sono quelle volte che si sente un disagio interiore, un malessere.

Luigi: Quando il nostro corpo sta bene, è silenzioso, non si sente: serve. Così è lo stesso: quando in noi c’è armonia con Dio, c’è silenzio. Allora si ascolta. Quando invece c’è qualcosa che si fa sentire, vuol dire che qualcosa non va bene. Così nel nostro corpo: quando c’è qualcosa che si fa sentire vuol dire che c’è qualcosa che non va. Nell’ordine di Dio tutto è silenzio. Guardiamo l’universo …

Rina: Però ci sono cose che danno gioia e si è contenti pur senza aver pensato a Dio.

Luigi: Si, perché tutte le cose, in quanto vengono da Dio, sono significazioni di Dio, però bisogna sempre riportarle a Dio.

Nino: Per me la disarmonia è un segno e devo fermarmi per interrogare Dio.

Luigi: È un segno che è entrato un granello di sabbia nel motore.  E lì ci vuole il coraggio di fermarsi, mentre il più delle volte noi non abbiamo il coraggio di fermarci. Eppure se si va in macchina e si sente un rumore che non va, ci si ferma.

Emma: Quando non capisco devo lasciar perdere per non creare nuove confusioni.

Luigi: Non è che devi capire, ma pregare. Se quando ti fermi cominci a pregare, a invocare il Signore che dia luce, il Signore risponde. C’era Gatry che quando non capiva qualcosa si inginocchiava e invocava la luce e stava lì in ginocchio fintanto che il Signore non lo illuminava. Perché non siamo noi che dobbiamo capire, è il Signore che ci fa capire; però bisogna che la nostra anima si metta in preghiera, in disposizione di ascolto. Ma siccome noi molte volte siamo confusi, mettendoci in preghiera, in penitenza, in ascolto, non facciamo altro che ascoltare la nostra confusione. Dio non ha difficoltà a fare arrivare la sua luce a noi, soltanto che trova il più delle volte noi talmente pasticciati che la nostra anima non sa nemmeno quello che vuole. Allora ci fa stare lì tutto il tempo necessario finché  riesce a trovare un angolo per penetrare con la sua luce nella nostra anima.