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Ora, a Gerusalemme, presso la porta delle pecore, c’è una piscina, chiamata in ebraico Betesda, munita di cinque portici. Gv 5 Vs 2


Titolo: La piscina di Betesda

Argomenti: Pecore di Dio. Purificazione (acqua). Sacro (Tempio) e profano. La porta stretta: Cristo. L’ordine della mente. Giustizia essenziale. I cinque portici. Strappare la zizzania. La ricompensa dell’interesse dei talenti. Silenzio e attenzione. Entrare nel Regno di Dio. L’impotenza di fronte a certi problemi. Far conto solo su Dio.


 

29/Gennaio/1978


Dall'esposizione di Luigi Bracco:

Per approfondire questo argomento teniamo presente prima di tutto che Gerusalemme, essendo la città di Dio, rappresenta la nostra anima. Dio abita nell’interno della nostra anima, nell’interno dell’uomo, ed è qui che dobbiamo cercare allora cosa possa significare questa piscina che è vicino alla porta delle pecore.

La porta delle pecore è la porta che introduce nella città di Gerusalemme. E qui ci aiuta Gesù stesso a capire il significato quando dice: “Io sono la porta delle pecore”, ed è la porta attraverso la quale si entra in Gerusalemme. Ora, Gerusalemme, la città di Dio, la casa di Dio, il Tempio di Dio, il Regno di Dio, dicono la stessa cosa. Allora qui possiamo, riflettendo, avvicinarci al significato di questa porta e della piscina accanto ad essa. La porta, rappresentando Gesù, ci significa, ci indica quali sono le condizioni per andare dietro di Lui ed entrare nel Regno di Dio. E allora se teniamo presente le condizioni possiamo già capire quale significato può avere questa piscina che è accanto, vicino alla porta, la porta delle pecore, cioè la porta attraverso la quale le pecore di Dio entrano nella città di Dio, entrano nel luogo sacro.

Cos’è il sacro? E cos’è il profano? Quand’è che noi rendiamo sacra una cosa e quand’è invece che la rendiamo profana?

Questi sono gli spunti da approfondire alla luce dei riassunti che adesso sentiremo:

-                            la porta che c’introduce nel Regno di Dio.

Gesù stesso che dice: “Io sono la porta delle pecore”.

Qui il Vangelo ci parla della porta delle pecore.

-                            La piscina come luogo accanto alla porta.

Dovrebbe essere sufficiente questo spunto, ma poiché qualcuno di voi mi sta facendo cenno che non sono sufficienti, aggiungo:

-                            entrano nel Regno di Dio soltanto le pecore di Dio.

Però per diventare pecore di Dio, è necessaria una piscina, cioè è necessaria una purificazione, un bagno. Ed ecco perché accanto alla porta delle pecore c’è una piscina, il bagno. Ora la condizione per entrare nel Regno di Dio è il superamento di noi stessi, il superamento dell’io. “Io sono la porta: chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso”. Ecco la purificazione, il bagno che si richiede per poter entrare.

Il concetto di purificazione ci porta subito al concetto di bagno, di acqua, di piscina che il Signore ci mette dinnanzi. Sono tutte le lezioni della vita, è tutta la nostra vita questa piscina, questa accolta di acqua nella quale dobbiamo lavarci, purificarci. Perché Dio attraverso tutte le opere a poco per volta ci purifica per farci capire che noi non siamo Dio, che noi non possiamo vivere pensando a noi stessi. E qui arriviamo al concetto di sacro e al concetto di profano. Il sacro è là dove Dio è messo al primo posto: il Tempio è un luogo sacro: “Togliti i calzari, perché la terra su cui sta è sacra”. Di conseguenza abbiamo il concetto di profano là dove Dio non è messo al primo posto. Per cui noi possiamo profanare il Tempio di Dio ovunque ci troviamo, siccome tutto è Tempio di Dio, tutto è Regno di Dio: Dio regna in tutto, tutto è dipendente da Dio. Il concetto di “regno”, di “tempio” di “casa”, è dato da una dipendenza da -. La casa è il luogo in cui tute le cose dipendono dal padrone di casa: tutto è ordinato secondo il pensiero e la volontà del padrone di casa. Il padrone di casa si riposa nella sua casa, perché nella sua casa tutto è disposto secondo la sua volontà e il suo pensiero: quindi si ritrova, è in pace. Ne deriva che si entra nel Regno di Dio, mettendo Dio prima di tutto, al centro. Di qui viene il concetto di purificazione. Siccome noi viviamo pensando a noi, o pensando al mondo, alle cose, alle creature, ai nostri interessi e quindi profaniamo la casa di Dio, il Tempio di Dio, allora è necessaria la penitenza, la conversione, il bagno, la purificazione (Giovanni Battista).

Dio attraverso il tempo, le lezioni della vita, ci convince della necessità di togliere il nostro io dal centro della nostra vita, di metterlo in periferia, facendo questa fatica per superarci per mettere Dio prima di tutto. Questa è la penitenza.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Pinuccia: Tutta la nostra vita è una piscina?

Luigi: Sì, la piscina rappresenta i fatti della nostra vita in cui dobbiamo bagnarci: sono tutte lezioni di Dio e sono lezioni per il nostro io perché noi partiamo pensando a noi stessi. Siccome vivendo noi diventiamo figli delle nostre opere, abbiamo tutto questo travaglio, questa difficoltà a mettere Dio prima di tutto, perché noi per natura seguiamo e ci abbandoniamo al pensiero dell’io, del mondo, delle creature, ecc.

Ci lasciamo guidare da ciò che piace o non piace, da ciò che è simpatico o antipatico,  Cioè, senza accorgercene, tutte le nostre scelte, le nostre reazioni, sono in funzione dell’io: “Che figura ci faccio o non ci faccio”, oppure “Quel posto là mi rende meglio”. E allora ecco la necessità della purificazione, per poter passare attraverso la porta ed entrare nella Città di Dio.

Pinuccia: “Entrate per la porta stretta”: questa porta non è già essa stessa il superamento dell’io? Non è già essa stessa una purificazione? Qui in questa scena invece la porta rappresenta Gesù:

Luigi: Sì, Gesù dice: “Io sono la porta delle pecore”. Ma Lui è la porta stretta perché dice: “Chi vuol venire dietro di Me rinneghi se stesso”. Questo rinnegamento è la strettezza. Se invece uno si lascia andare, segue la natura, ciò che gli piace, ciò che gli fa comodo: qui la porta è larga. Gesù è la porta stretta; tanto è vero che il mondo la rifiuta, rifiuta questo impegno di riconoscere Gesù e lo manda a morire in croce. È perché non hanno posto Dio al centro dei loro pensieri. Quindi si entra facendo dipendere tutte le cose da Dio. Noi entriamo nel Regno di Dio (e Regno di Dio è il luogo in cui tutte le cose dipendono da Dio, coincide col concetto di tempio), facendo dipendere tutte le cose da Dio. È un lavoro soprattutto di pensiero, di intelletto, perché se noi non facciamo ordine soprattutto nei nostri pensieri, ce lo sogniamo che la nostra vita venga a dipendere in tutto da Dio. No, la nostra vita dipende da Dio nella misura in cui noi stabiliamo ordine nei nostri pensieri, in modo che tutti i nostri pensieri siano dipendenti da Dio, subordinati a Dio, che il nostro pensare sia secondo Dio, dipendente da Dio. Cioè noi dobbiamo prima di tutto preoccuparci di entrare (di fare sacro) nella casa di Dio, nel Tempio di Dio, con la nostra mente, con i nostri pensieri, e poi la nostra vita ne consegue, perché la vita è una manifestazione dei nostri pensieri. Per cui dobbiamo preoccuparci di entrare innanzitutto con la nostra mente, con i nostri pensieri nel Regno di Dio: cioè far ordine nei nostri pensieri, in modo che siano subordinati a Dio, in modo che Dio sia al centro e che i pensieri siano dipendenti, secondo Dio. Quindi fare questo ordine dentro di noi, ordine soprattutto nella mente; dall’ordine nella mente deriverà poi quell’ordine nella volontà e quindi nella vita. Ed è qui allora che si entra nel Regno di Dio. Ma tutta la difficoltà dell’uomo sta in questo, perché l’uomo è portato alla superficialità, a seguire quello che fanno tutti, oppure a seguire i propri bisogni, i propri istinti, non a pensare. Perché il tratto di strada che va dal pensiero del nostro io al Pensiero di Dio è un tratto di strada faticoso per l’uomo, perché non si fa naturalmente (nessuno lo fa naturalmente), ma richiede una dedizione personale; per cui ognuno lo fa nel suo segreto e solo se ognuno lo fa; perché noi possiamo sentire anche tante cose, ma se non facciamo nel segreto questo tratto di strada restiamo fuori. Tutte le cose che arrivano sono ammonimenti che Dio fa giungere a noi, ma non sono assolutamente sufficienti per farci entrare nel Regno di Dio. Si entra nel Regno di Dio uno per volta, non si entra in gruppo, non si entra in massa, appunto perché Dio ci chiama personalmente. In quanto ci chiama personalmente, si entra uno per volta. Si entra uno per volta, perché si entra attraverso questo lavoro segreto, questo lavoro interiore, attraverso il quale ognuno di noi mette ordine nei suoi pensieri in rapporto a Dio: li subordina a Dio, cerca di vederli secondo Dio. Un po’ come abbiamo fatto adesso cercando di raccogliere la parola “Gerusalemme”, la Città di Dio, e poi le parole “porta delle pecore” e la parola “piscina”. A poco per volta abbiamo subordinato queste parole a Dio: Gerusalemme”, la Città di Dio l’abbiamo subordinata a Dio; subordinandola a Dio si interiorizza, diventa la nostra anima: “Il Regno di Dio è dentro di voi”, dice Gesù. Interiorizzandosi si apre anche il concetto di porta delle pecore”; passiamo da quella che è l’interpretazione materiale “porta delle pecore”, e di là arriviamo al concetto di “piscina”, concetto di purificazione per poter entrare. E qui capiamo come una semplice scena, un fatto materiale (c’è questo, c’è quest’altro), ad un certo momento diventa carico di significato per la nostra vita spirituale, personale.

Pinuccia: Allora ad un certo punto il concetto di “porta” e il concetto di “piscina” si identificano perché tanto il concetto di “piscina” ci richiama il superamento dell’io, di purificazione, quanto il concetto di “porta stretta”.

Luigi: Sì, però la piscina è la purificazione necessaria per poter passare attraverso la porta: la porta è un invito. Cioè la piscina era vicino alla porta: chi arriva a Gerusalemme, prima deve purificarsi, fare il bagno, deve mettere Dio al centro dei suoi pensieri. Ed ecco cosa succede: che la maggior parte sono tutti fermi lì, è la moltitudine di malati, perché nessuno riesce a passare. E allora si diventa ammalati, in attesa di buttarsi nell’acqua. La difficoltà dell’uomo, ecco, è resa, rappresentata da questa moltitudine grande di malati, paralitici, incapaci di passare, incapaci di camminare, di purificarsi, di superare se stessi. La difficoltà a superare se stessi crea l’umanità malata. Questa grande quantità di malati lì nella vicinanza della porta vuol dire che tutta l’umanità è lì, vicino alla porta del Regno, però nessuno passa, perché c’è la difficoltà del superamento di se stessi. Per cui la piscina è la condizione, quindi è una premessa. È la funzione di Giovanni Battista (il bagno); è la premessa per seguire il Cristo, la funzione dell’Antico Testamento.

Amalia: È un po’ l’orientamento?

Luigi: Sì, si fa il sacro in quanto mettiamo Dio al centro del nostro pensare, del nostro vivere, delle nostre scelte.

Amalia: La piscina è vicino alla porta. La porta è già un passo.

Luigi: È per mezzo di Cristo che arriviamo al Padre. Però Cristo dice: “Nessuno può venire a me se non rinnega se stesso”. Questo rinnegamento è poi l’attrazione del Padre. “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. In questa attrazione abbiamo sempre la centralità di Dio al posto del nostro io. Ed è il primo lavoro che dobbiamo fare, è un problema di giustizia: “Date a Dio ciò che è di Dio”: è giustizia essenziale. Cosa vuol dire giustizia essenziale? Vuol dire riconoscere quello che è di Dio: “Date a Dio quello che è di Dio”. Tutto è di Dio, quindi riferire tutto a Dio, non riferirlo a te. Se lo riferisci a te, ecco l’ingiustizia, la profanazione, la distruzione della casa di Dio, del Tempio. “Voi distruggete il Tempio, io lo ricostruirò”. Ora se noi dentro di noi non riconosciamo questa giustizia essenziale non ci possiamo incontrare col Cristo, non possiamo passare attraverso la porta perché: “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”, ecco, se noi non facciamo questa giustizia essenziale, questa purificazione. Ecco perché Giovanni Battista battezza nell’acqua, la purificazione, la piscina, questa giustizia essenziale.

Ora Dio attraverso tutta la nostra vita dice a noi che dobbiamo fare questa giustizia. Infatti come facciamo a capire che noi che non siamo Dio, che un altro è Dio? Proprio perché è Dio che, indipendentemente da noi ce la annuncia; per cui noi capiamo che siamo ingiusti, che siamo egoisti, se viviamo per noi stessi, se mettiamo il nostro io al centro? Se tutto il nostro pensare, il nostro parlare, ecc. è tutto orientato al nostro io, noi ci accorgiamo che siamo egoisti, quindi che siamo in peccato, che siamo in colpa. E da che cosa ci accorgiamo che siamo in colpa, che siamo ingiusti? È che abbiamo già ricevuto una lezione: in base a questa lezione noi capiamo di non essere noi Dio. Ad es. non scoprirei che 2 + 2 = 5 è un errore, se già non sapessi che 2 + 2 = 4. Allora noi sappiamo che è un errore, che facciamo male, che è un peccato vivere pensando a noi stessi, in modo egoistico, facendo del nostro io l’idolo, un centro di vita, facendo dipendere le cose dal nostro io. Capiamo che questo è un errore perché abbiamo già ricevuto una lezione: la lezione della giustizia essenziale. Quando uno riceve una lezione da Dio, Dio attende la risposta da lui.

La prima risposta che Dio attende da noi dopo la sua prima lezione è questa giustizia.

La prima lezione che Dio dà a noi è questa: “Io sono il Signore tuo Dio” e tace. Tace perché attende la risposta a questa sua parola. Noi dobbiamo dire: “Sì, Tu sei il Signore mio Dio”, e questo vuol dire: “Non sono io il Signore di me stesso, io sono una creatura”. Se noi rispondiamo a questo, allora Lui ci dà una lezione successiva e poco per volta ci fa entrare. Se noi non rispondiamo, restiamo fermi e decadiamo, ritorniamo nel nulla.

Pinuccia: Questa piscina è munita di cinque portici: che significato hanno?

Luigi: C’è qualcuno dei Padri che li interpreta come i cinque sensi sotto i quali l’umanità giace.

Pinuccia: È l’unica interpretazione?

Luigi: No, anzi, la maggioranza li interpreta come i cinque libri del Pentateuco di Mosè.

Pinuccia: Qual è l’interpretazione che ci può aiutare di più per la nostra vita spirituale?

Luigi: Credo quella dei cinque sensi, perché siamo nati, siamo sotto le nozioni che arrivano a noi dal mondo attraverso i cinque sensi. Invece dovremmo superare quello che arriva a noi attraverso i cinque sensi, superare i nostri sentimenti e l’apparenza, non fermarci ad essa. Ad esempio se mi pestano un piede (ecco uno dei cinque sensi), ricevo un’offesa, la ricevo attraverso i cinque sensi. Se io mi fermo al sentimento, reagisco secondo il sentimento, faccio male. Quello che arriva a me attraverso il sentimento (occhio, orecchio, ecc.), deve essere portato a Dio, non deve fermarmi all’impressione, ma debbo sempre riportarlo in Dio. In Dio avviene un capovolgimento, perché se mi fermo al sentimento, al centro del mio sentimento c’è il mio io, reagisco secondo il mio io e allora attribuisco la causa agli altri e non a Dio, e allora profano il Tempio di Dio. Se invece lo porto a Dio, ecco lo rendo dipendente da Dio, accetto la cosa da Dio, non reagisco più verso la creatura come reagirei nel pensiero dell’io, allora quello opera in me una trasformazione. Quando noi reagiamo secondo il pensiero dell’io rifiutiamo la trasformazione di noi stessi. Ad esempio ci accorgiamo che una struttura è fatta male, che la società, il mondo cammina male, ecc., e noi ci diamo da fare per cambiarlo, vediamo che c’è la zizzania nel grano e ci diamo da fare per strapparla. Ecco, noi non prendiamo la lezione su di noi da parte di Dio, non l’accettiamo su di noi, ma operiamo per cercare di modificare quello che non ci conviene. Invece no, il Signore dice: “La lezione è mia, se è mia, prendila su di te: sono Io che parlo con te, quindi non cambiarmela perché ti sto dando una lezione, modifica piuttosto te stesso, modifica il tuo interno”. Perché l’esterno dipende dall’interno, non l’interno dipende dall’esterno, quindi non far dipendere il tuo interno dall’esterno. Quando noi reagiamo nel pensiero del nostro io, noi facciamo dipendere il nostro interno dall’esterno, per cui se dall’esterno ricevo un calcio, e rispondo con un calcio, faccio dipendere la mia scelta dall’esterno: no, chi fa l’esterno è l’interno. Quindi la lezione che ti arriva dall’esterno prendila dalle mani di Dio, modifica il tuo interno secondo Dio e vedrai allora che l’esterno si modifica. Perché l’esterno è una lezione di Dio per farci modificare l’interno, ma il nostro interno non dipende dall’esterno, dipende da Dio e il nostro interno non si modifica se non riceve la lezione da Dio. Se il nostro interno non riceve la lezione dall’esterno non si modifica, ma reagisce sull’esterno per modificare l’esterno, perché dice: “È l’esterno che è mal fatto!”. Se invece il nostro interno dipende da Dio, riceve la lezione da Dio, allora modifica il rapporto con Dio. Cioè il nostro interno dipende solo da Dio. Tutte le volte che arriva qualcosa a noi non da Dio, il nostro interno non si modifica. Cioè, tutto arriva da Dio ma se noi non lo prendiamo dalle mani di Dio non modifichiamo il nostro interno. Non modificando il nostro interno, ecco, togliamo l’occasione perché veramente l’esterno si modifichi, ci priviamo dell’occasione perché l’esterno si modifichi, perché l’esterno è lezione di Dio. Ma Dio dialoga con noi per modificare quello che è dentro di noi, Gesù dice che tutti i mali procedono dal cuore dell’uomo. Dio opera per modificare il male che è nel cuore dell’uomo. Ma il cuore dell’uomo si modifica soltanto sotto la mano di Dio, altrimenti  il nostro interno, il nostro io diventa un assoluto: dopo Dio c’è il nostro io. E allora fa parte di Dio. Facendo la parte di Dio diventa “creatore”, vuole essere creatore: allora vuole modificare l’ambiente esterno, vuol fare la rivoluzione, vuol cambiare tutto perché non gli fa comodo; vuole fare le cose secondo il suo io, vuol fare tutti secondo il suo io, vuol prendere il posto di Dio. Qui distruggiamo il Tempio di Dio, profaniamo la sua casa, la roviniamo e non ce ne accorgiamo. Ma tutto questo dipende dal fatto che abbiamo dimenticato Dio: ecco allora la necessità del bagno, della purificazione, della conversione, della penitenza.

Pinuccia: Lettura dei riassunti:

- Incontro del 4 dicembre.

Bisogna credere per arrivare a vedere, cioè non pretendere i segni, ma credere e capire i segni che Dio già ci dà. Quel funzionario che si rivolse a Gesù, già credeva, non ha preteso un segno: semplicemente gli chiedeva aiuto. E il rimprovero che Gesù rivolge: “Se non vedete miracoli e prodigi non credete”, lo rivolge più all’ambiente che al funzionario stesso. Più si crede e più aumenta la visione.

Poi si erano letti i riassunti precedenti:

-Incontro del 25 settembre.

È da questo credere, da questo donarci che ci viene la vita. La vita viene dal donare, non dal ricevere: Dio donandosi a noi, si unisce a noi, ma noi, se non ci doniamo a Lui, non siamo uniti a Lui. il dono più grande che noi possiamo fare a Dio è il pensiero: dedicarci col pensiero a Lui.

Luigi: Cioè noi ci doniamo a uno nella misura in cui doniamo, non nella misura in cui riceviamo da quell’Uno. Ricevendo doni, quell’Uno che fa doni, si unisce a noi, ma noi non ci uniamo a Lui: non ci uniamo ricevendo. Noi ci uniamo donando; nella misura in cui doniamo noi all’Altro, ci uniamo all’Altro. Ora, siccome la vita è comunione, quindi unione, noi iniziamo la vita, entriamo nella vita non nella misura in cui riceviamo doni da Dio, ma nella misura n cui doniamo doni a Dio.

Ecco qui la necessità del superamento: solo superandoci incominciamo a vivere. Fintanto che noi non ci superiamo, noi siamo soltanto dei ricevitori dei doni di Dio: noi riceviamo tutto da Dio, ma ricevendo tutto da Dio, ancora non viviamo. Cioè ricevendo doni siamo messi nella possibilità di donare doni: infatti noi doniamo a Dio i doni che Lui ci fa; quindi ricevendo doni noi siamo messi da parte di Dio nella possibilità di offrire doni, quindi di iniziare la vita, di nascere. Ma possiamo anche non nascere, possiamo non iniziare la vita. Per cui il grande segreto per vivere è questo.

Ecco il capovolgimento che sentiamo da Gesù: “Beati i poveri, gli umili, beati coloro che piangono”, è un capovolgimento rispetto la mentalità del mondo:

- nella mentalità del mondo si ritiene che uno tanto più vive quanto più riceve doni, quanto più arricchisce, quanto più ha.

- nello Spirito di Dio, nello Spirito di Verità, uno tanto più vive quanto più dona di sé, e allora abbiamo la vita abbinata al concetto di povertà, di umiltà, di puri di cuore, di misericordia, dei perseguitati, ecc., al concetto cioè delle beatitudini. Le beatitudini sono la porta del Regno: ecco la “porta delle pecore”. Le beatitudini sono una condizione (e anche qui abbiamo l’argomento di cui abbiamo parlato ora).

Pinuccia: Quindi non interessa ricevere tanti doni da Dio: ho mai pensato a quello.

Luigi: No, quello che ci interessa molto è donare.

Pinuccia: Però più riceviamo, più possiamo donare, o no?

Luigi: No, perché la vita non viene dai talenti che abbiamo ricevuto; la vita viene da quello che noi dedichiamo, offriamo a Dio. Perché la vita inizia dal dono che uno fa. La vita è data dalla capacità di donare.

Amalia: In sostanza questo dono sarebbe poi il superare il pensiero di noi stessi, svuotarci di noi stessi per poter ricevere da Dio; in effetti è poi mettersi nella disposizione di ricevere, di poter raccogliere.

Luigi: Sì, certo. Ma questa possibilità, che è poi l’elemento che ci mette nell’unione con Dio, consta nel riferire, nel riportare a Dio: ecco, quel tratto di strada di cui si parlava prima. Per cui tutte le cose arrivano a noi, si mettono nelle nostre mani e dicono a noi: “Adesso tu portaci a Lui; noi veniamo da Lui, è Lui che ci ha fatte, non ci hai fatto tu; Lui ci ha detto di venire a te, ci mettiamo nelle tue mani, adesso tu portaci a Lui, perché noi siamo di Lui, non siamo tuoi; noi veniamo a te unicamente per darti la possibilità di vivere con noi presso di Lui”.

La famosa pioggia che scende dal cielo sulla terra per fecondarla e poi ritorna al cielo. Così tutte le opere di Dio arrivano alla creatura, si danno nelle mani della creatura ma dicono alla creatura: “Non tenerci con te, ma portaci a Lui” portando questi doni a Lui non soltanto portiamo essi ma portiamo anche noi, portando a Lui quello che abbiamo ricevuto noi viviamo perché stabiliamo un legame di unione con, entriamo in comunione. Ognuno entra in comunione per quello che dona. Non importa quello che uno ha ricevuto; per cui anche se ha ricevuto uno, ma dona quell’uno, ha la vita piena, ha la comunione piena. Ecco, la pienezza della vita sta nel dare tutto, mentre il difetto della vita sta nel non dare o nel dare poco rispetto a quello che si ha ricevuto.

Pinuccia: In questo sta la giustizia di Dio: di fronte a Lui siamo tutti uguali e i diversi doni sono dati per funzioni diverse…

Luigi: Sì, siamo tutti uguali davanti a Dio, per cui Dio ricompensa veramente non ciò che uno ha ma ricompensa veramente il lavoro che uno ha fatto con i doni di Dio.

Ma il lavoro sta nel riportare a Dio. Dio ricompensa questo, non ricompensa i doni che Lui ha dato, Lui ricompensa il frutto, non i talenti, ma il frutto, l’interesse che uno ha tratto dai talenti, l’interesse per.

Noi dobbiamo superare il concetto materiale d’interesse ed intendere l’interesse come un’attrazione.

Dai talenti che Dio ti ha dato, quanto interesse tu ricavato per il tuo Signore? Quanto interesse hai avuto per Dio? Quanta attrazione hai tratto per Dio da quello che ti ha dato?

Ora la ricompensa (“Entra nella ricompensa del tuo Signore”) che Dio dà, è proprio questa attrazione.

Per cui più uno porta a Dio, più resta attratto da Dio: l’attrazione è la ricompensa.

Ora, quando uno è tanto attratto, non si stacca più: “Chi mi potrà separare dall’amore di Dio? Né la fame, né la spada, ecc., né questo, né quello…” ecco la tanta attrazione!

In cielo si è talmente attratti che non c’è più niente che possa separare. Questa è la ricompensa di Dio! Invece se noi facciamo qualcosa per essere veduti dalle creature, per essere approvati dalle creature, per il giudizio, per la figura, abbiamo già avuto la nostra ricompensa: “Hai già avuto la tua ricompensa”, non puoi più essere attratto da Dio, perché la tua ricompensa è questa. Ma è una ricompensa che ti distrugge, che ti porta via l’anima, che ti soffoca e ti incatena, perché ognuno di noi resta attratto da ciò a cui si dona. Per cui se uno fa un’azione per la figura, si è donato per la creatura, resta attratto da quella creatura, ha quella ricompensa che ha preferito. E se hai già ricevuto la tua ricompensa, averne un’altra non puoi.

Damilano: Per cui se uno è motivato da Dio è aperto verso il fratello, verso chiunque, senza pensare a se stesso mai.

Luigi: Certo, perché se si è motivati da Dio non c’è il pensiero dell’io, c’è il pensiero di Dio. Allora non lo si fa perché quel tale è mio amico, quel tale è mio nemico, perché è simpatico o antipatico, ma lo si fa per Dio, non per essere veduto, ecc..

In quanto si fa una cosa per Dio, si dona a Dio, si resta attratti da Dio.

Nella misura in cui si dona a-, si resta attratti da- e più si resta attratti c’è la comunione, per cui ad un certo momento il cammino viene molto facilitato, perché quando uno è molto attratto da una cosa non gli riesce più difficile staccarsi dalle altre, anzi, addirittura ad un certo momento è seccato se deve occuparsi di altre cose, perché è tanto attratto da-.

La difficoltà è all’inizio: siccome uno ha fatto tante cose per il pensiero dell’io, allora si richiede questa penitenza, questo sacrificio, perché si deve staccare da tutte queste attrazioni, da queste aderenze che sono una conseguenza della sua dipendenza dalle cose in cui era il suo io al centro: ecco il sacrificio, la penitenza, il bagno, la purificazione. Invece allo stato puro in Adamo idealmente non c’era il bisogno della piscina, perché tutte le parole di Dio erano un’attrazione per Dio. È in conseguenza dell’aver già stabilito qualcosa che nasce l’esigenza della purificazione. Naturalmente diventiamo figli di questo qualcosa: e allora ecco la purificazione del fuoco che è necessaria, il purgatorio, appunto perché uno ha queste dipendenze.

Ogni dipendenza diversa da Dio è una profanazione nel Tempio di Dio, per cui l’anima deve essere purificata col fuoco. La profanazione è lo stabilire una dipendenza diversa da quella giusta. Ecco, si entra nella casa di Dio facendo dipendere tutto da Dio. Ma se io ho tante cose che non dipendono da Dio, allora trovo una difficoltà enorme. Come se volessi entrare in questa casa portandomi dietro un baule che fosse due metri: non riesco ad entrare nella porta. Ecco tutta la difficoltà. Ora noi cerchiamo di entrare con un baule più grosso della porta. Ecco come siamo tutti malati nella vicinanza della porta, in attesa che qualcuno ci liberi da questo baule che ci portiamo dietro, perché noi da soli non possiamo liberarcene.

Damilano: Ma con Dio sì.

Luigi: Con Dio sì: cioè mettendo sempre Dio al centro. Con Dio niente è impossibile.

Pinuccia: (Continuazione lettura riassunti).

Il dono più grande che possiamo fare a Dio è dedicarci col pensiero a Lui. più noi pensiamo a Lui più tace tutto il resto. La vita nasce dal nostro rapporto personale, intimo con Dio, per questo è necessario il silenzio. È nel silenzio di tutto che si scopre Colui che è Tutto. Il silenzio non è un vuoto, ma una Presenza. È la tanta attenzione ad Uno Solo che forma il tanto silenzio. Non è il silenzio che forma l’attenzione, ma è l’attenzione che forma il silenzio.

Luigi: Ecco questo va tenuto presente. Il vuoto, il silenzio è necessario, ma esso è dato dalla tanta attenzione a-, non è negativo. Non è che si possa dire: “Adesso faccio il vuoto e nel vuoto trovo”. Noi non possiamo mai fare il vuoto: il vuoto assoluto non esiste; invece è la tanta attenzione verso Uno che mi libera e mi fa il vuoto. Più noi siamo attenti più facciamo silenzio. Ad esempio in classe con i bambini, per renderli attenti non diciamo  loro: “Fate il vuoto in voi stessi”, non lo faranno mai, ma mettendoci a parlare concentriamo su di un argomento che li attragga molto la loro attenzione. Attraendoli, stanno in silenzio. Invece se parliamo loro di una cosa che non li attrae è il finimondo, il rumore, perché non sono attratti. Non possono da soli fare il vuoto. È la tanta attenzione a-, per questo diciamo che è un dono di Dio anche il vuoto in noi.

Amalia: Il silenzio è un’unificazione di pensiero, vero?

Luigi: Sì, certamente e il rumore in noi è molteplicità di pensieri. L’universo è silenziosissimo eppure ci sono in esso delle operazioni enormi, perché? Appunto perché c’è un’unità di pensiero che opera in tutto. Guarda ad esempio il silenzio di un albero, l’albero è la più meravigliosa industria che esista sulla nostra terra, perché produce delle cose stupende, enormi, eppure è silenziosissimo. Confrontiamo un albero con una delle nostre fabbriche e ne capiremo l’importanza. Perché?  Perché nell’albero c’è un pensiero unico che lavora. Per cui se noi vogliamo formare in noi questo silenzio dobbiamo rivolgerci a questa semplicità di pensiero: “Beati i puri di cuore”. La purità di cuore non è come molte volte s’intende, nel significato di purezza fisica, ecc. No, purità di cuore è proprio questa semplicità di sguardo, quell’amore unico verso; “puri di cuore” nel senso della verginità della Madonna intesa non tanto fisiologica quanto verginità di pensiero. Così la purezza vera sta in questo, perché uno può essere puro fisiologicamente e avere la mentre spezzata in tante passioni, ed è un disastro.

Pinuccia: (continuazione lettura riassunto) Quanto più uno è attento tanto più ama il silenzio. Chi ama chiacchierare, non può custodire la sua anima.

(Sempre in questa domenica 4/XII, si lesse pure il riassunto del 2 ottobre)

“Avendo sentito dire che Gesù dalla Giudea era venuto in Galilea andò da Lui”.

“Avendo sentito dire…” (prima parte).

Dio si annuncia, ma bisogna seguire l’annuncio per arrivare a vedere.

Egli si annuncia nel nostro mondo visibile, Lui che è invisibile, mettendo in crisi il nostro mondo visibile, materiale, facendolo passare ad esempio attraverso il dolore. Il dolore con la fede ci sospinge a Dio, come questo funzionario che arrivò a Gesù, sospinto dalla fede e dal dolore per il figlio ammalato.

“Andò da Lui” (seconda parte).

La vera fede ci spinge ad andare a vedere ciò che ci è annunciato, in modo che quando si giunge a vedere si dice come Giobbe: “Prima credevo per sentito dire (come quel funzionario che “Aveva sentito dire…”), ora vedo coi miei occhi”.

La fede è il primato dell’invisibile sul visibile.

La fede è desiderio di vedere la gloria di Dio. Siamo “arrivati” quando vediamo tutto in Lui.

Sempre in questa domenica 4/XII si passò al riassunto del 9/X.

Bisogna sempre cogliere l’eterno nelle cose che passano, cioè cogliere ciò che è già adesso (cfr. Lazzaro e il ricco Epulone), perché la Parola di Dio ci annuncia sempre qualcosa di eterno.

L’aspetto esterno va sempre superato perché transitorio: è solo nel pensiero di Dio che noi possiamo cogliere l’eterno, mentre nel pensiero dell’io cogliamo sempre soltanto l’aspetto transitorio.

Nel pensiero dell’io, ad esempio, il tempo lo si vede come il passare delle cose; nel pensiero di Dio lo si vede come Dio che viene.

Se Dio viene è necessario preparare l’incontro conoscendolo prima che venga.

La fede è permanenza in ciò che si è udito (la parola arriva a tutti ma non tutti vi permangono). La permanenza è effetto di tanto raccoglimento: più uno si raccoglie seguendo la parola, e più ha la possibilità di stare raccolto, fino ad arrivare ad essere tutto attenzione, tutto sguardo a, tutto pensiero di Dio: l’eternità è essere tutto pensiero di Dio, vivere in questo pensiero.

Siamo creati per essere tutto luce e lo diventiamo nella misura in cui permaniamo. Richiede un continuo superamento dell’io per guardare in alto, per cercare la luce in Dio. La notte è opera di Dio per dire a noi che non abbiamo messo prima di tutto Lui: è lo specchio della nostra anima che cammina nella notte.

Fermarci sulla Parola di Dio, interessarci, è già un donarci: ed è questo che Dio chiede alla creatura.

Bisogna poi imparare a parlare e ad agire secondo il nostro pensare: da qui nasce la felicità.

L’infelicità invece nasce dal fatto che si pensa in un modo e si parla e si agisce in un altro: questo crea la notte; perché?

Ciò che è partito da noi, non è secondo lo Spirito, non è secondo la nostra anima. La nostra anima desidera una cosa e noi ne facciamo un’altra: ecco l’infelicità. Invece bisogna fare ciò che desidera la nostra anima, senza preoccuparci di niente: e allora nasce la pace, la luce, la felicità si formano in noi, perché si unifica il pensare, il parlare e l’agire.

Più ci fermiamo con la Parola di Dio più essa ci raccoglie. Bisogna farne tesoro e stare sempre in ascolto, anche quando parliamo. La vera preghiera è invocare per imparare a conoscere la sua volontà, cioè è ascoltare, per imparare da ciò che dobbiamo pensare, parlare, agire, in modo che sia lo Spirito che i fa pensare, parlare, agire: e allora abbiamo il “figlio”.

L’unico dono che possiamo fare a Dio è mantenerci in questo ascolto; un bicchiere d’acqua dato per amore di Dio, una parola detta per amore di Dio, per il Pensiero di Dio, già mi unisce a Dio, aumenta l’attrazione. Ciò che ci unisce è il motivo per cui facciamo, fosse anche una sciocchezza, in buona fede. È Dio che ci ispira tutto: “Fa questo per me”. Non c’è un’azione virtuosa di per sé: è il motivo che conta.

È lo Spirito che dà significato alle cose e presso Dio con c’è nulla di banale e insignificante. Dio parla in tutto. Dobbiamo imparare a lasciarci guidare da Lui, a lasciarci ispirare da Lui. un semplice pensiero non l’avremmo se Dio non ce lo mandasse; ma come si affaccia subito è seguito dalla tentazione dell’io che vuole appropriarselo. Imparare a stare nell’Unica Causa di tutto e non far subentrare altro, ad esempio il pensiero della nostra figura e del giudizio degli altri: è imparare ad essere puri da tutto, a non conoscere altro che Dio, ad avere il cuore puro.

Lettura del riassunto dell’incontro dell’ 11/XII.

Ci eravamo fermati sulla frase di Gesù: “Voi se non vedete miracoli e prodigi, non credete”.

Che cos’è che Gesù rimprovera? Quand’è che anche noi vogliamo vedere i miracoli? andiamo sempre alla ricerca novità, di cose straordinarie, quando non ci preoccupiamo di restare e di approfondire ciò che Dio ci dà. La vita non sta nel vagare di cosa in cosa ma nel restare. Non possiamo restare in ciò che non ci preoccupiamo di approfondire.

Possiamo essere uomini che non amano applicarsi, ma soltanto essere intrattenuti.

Beati coloro che cercano di vedere ciò che credono e non hanno sempre bisogno di essere stimolati a credere e di andare continuamente alla ricerca di motivi per credere.

Luigi: Ora riprendiamo l’argomento di prima. Ricordiamo che la frase era questa: “Ora a Gerusalemme, vicino alla porta delle pecore c’è una piscina chiamata in ebraico Betesda, munita di cinque portici” e ascoltiamo ciò che ognuno ha rivelato.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Amalia: Se non mettiamo Dio prima di tutto, se non facciamo questa purificazione, non possiamo pensare di entrare e nemmeno di procedere.

Luigi: Cioè cosa vuol dire entrare nella casa di Dio, nel Regno di Dio?

Qual è la condizione?

Cos’è il Regno di Dio?

È il vedere tutte le cose dipendenti da.

Ora, per vedere tutte le cose dipendenti da Dio, dobbiamo “fare” questa dipendenza.

Per cui noi entriamo nella misura in cui facciamo le cose dipendenti da Dio.

Tutto ciò che noi facciamo non dipendente da Dio, ma dipendente dal mondo e dipendente dal nostro io, dai nostri sentimenti, ci porta fuori da Regno di Dio. Ma portandoci fuori dal Regno di Dio, ci getta in balìa delle tenebre, delle tenebre esteriori, in cui si è dominati dalle cose esteriori. Allora non si è più padroni della nostra vita. Se siamo dominati dalle cose esteriori dobbiamo stare attenti perché già abbiamo fatto cose motivate non da Dio, non dipendenti da Dio. Dobbiamo domandarci: “Chi mi ha messo in balia delle cose esteriori, in balia del mondo?”. Possiamo dire che Dio ha fatto male il mondo? No, non è Dio che fatto male il mondo. Ma come mai allora io sono tutto proiettato fuori, tutto dominato dalle cose esteriori? Lo Spirito di Dio ci insegna che se noi siamo dominati dalle cose esteriori è perché già abbiamo fatto delle cose motivate da altro da Dio, ed è questo che ci ha messo in balia delle cose esteriori.

Di qui tutto il lavoro di penitenza per ricuperare la nostra vita. Dobbiamo sapere che l’entrare nel Regno di Dio non è una cosa automatica. Infatti attraverso Cristo, con Cristo, cosa succede nella nostra vita? Che Cristo, parlando a noi, ci conduce nel Regno di Dio e ci fa entrare. Cosa vuol dire che ci conduce nel Regno di Dio? Vuol dire che ci conduce a vedere tute le cose dipendenti da Dio. Con che nettezza Lui riconduce tutto alla dipendenza da Dio! Addirittura nei riguardi di sua Madre, dei parenti; non parliamo poi del problema del denaro, del mangiare, del vestire: come Lui riconduce tutto alla dipendenza da Dio! Fino alla sintesi di Marta e di Maria: “Una cosa sola è necessaria”, questo Assoluto che va messo prima di tutto.

Ecco come Gesù riconduce tutto alla dipendenza da Dio.

Fermandoci ad ascoltare Lui, restando con Lui, a poco per volta, siamo condotti nel Regno di Dio:

-                            prima di tutto perché Lui forma in noi la mente delle cose dipendenti da Dio,

-                            e poi a poco per volta fa entrare tutto di noi nella Casa di Dio, nella quale vediamo tutte le cose dipendenti da Dio, dove vediamo che Dio regna in tutto!

Mentre prima eravamo nel caos, non capivamo niente perché eravamo in balia delle cose esteriori, perché eravamo motivati da altro da Dio: avevamo altre cause in noi, adesso camminiamo nella luce.

Amalia: Anche quando si è entrati nel Regno di Dio è sempre necessaria una continua purificazione, vero? Cioè abbiamo sempre bisogno di questa piscina.

Luigi: Il Regno di Dio è una nascita continua cioè è un dipendere in continuazione da Dio; soltanto che nel Regno di Dio non c’è più la purificazione.

La purificazione c’è prima, perché noi abbiamo stabilito dei rapporti sbagliati, abbiamo fatto degli errori e allora c’è la penitenza, perché noi facciamo fatica a superare ciò che abbiamo fatto.

Quanto più entriamo nel Regno di Dio tanto più questa fatica diminuisce: non c’è più quindi il lavoro di purificazione, non c’è più lo stress, anzi c’è tutta la gioia.

Più si entra nel Regno di Dio, più c’è la gioia di dipendere da Dio, perché questa è la Verità. Ad un certo momento anche se ci offrissero tutto l’universo per fare qualcosa di diverso, non dipendente da Dio, non lo vogliamo più perché non è la Verità. Prima noi scambiavamo i valori.

Amalia: Però non è che come si entra nel Regno di Dio si dipenda subito totalmente da Dio.

Luigi: No, è un cammino progressivo. Il cammino stesso degli Apostoli, che simbolizza poi la vita di ognuno di noi, quando si incomincia a seguire il Cristo.

E tra i dodici c’è sempre un Giuda. C’è sempre una minaccia presente, perché: “ Io vi ho scelti, eppure tra voi …”, per ammonirci: “Se anche tu ritenessi di essere stato scelto da Dio, di appartenere al gruppo degli eletti, sappi che in questo gruppo c’è anche un Giuda.” Quindi c’è sempre su di noi, pesa su di noi questa minaccia, fino alla grande e vera Pentecoste in cui non siamo più noi ma è Dio che vive in noi.

Ma tutto il cammino è un cammino progressivo, non un atto magico. Non è che si entri in un momento: sei entrato, ora sta tranquillo! No, è un lavoro continuo, è una nascita continua, una crescita continua. Anzi, quando Gesù promette la Pentecoste, dice: “Lo Spirito Santo vi condurrà Lui a vedere tutta la Verità; io ho tante cose da dirvi, ma per ora non le potete portare. Quando verrà lo Spirito vi condurrà a vedere tutta la Verità”.

Abbiamo tutto un universo che deve entrare in questa Casa di Dio, in questo Regno di Dio: è tutto da ricuperare! Ma in un primo tempo c’è la fatica, perché abbiamo delle aderenze sbagliate, dei legami sbagliati, per poter riformare il nostro mondo e tutta la nostra vita; poi c’è tutto questo lavoro che è un lavoro di gioia, sì, ma di unificazione.

Pinuccia: Ma anche dopo la Pentecoste gli Apostoli non furono impeccabili.

Luigi: Certo, ma quella Pentecoste non è che il preludio della vera Pentecoste nel Cielo di Dio, il segno in terra di essa, per cui Gesù dice: “Lo Spirito Santo vi condurrà a vedere tutta la Verità”, è una vita crescente, è la gioia, è tutta una cosa diversa.

Abbiamo visto Pietro, anche dopo la Pentecoste, fare degli errori ed essere rimproverato da Paolo e anche abbastanza rudemente; era ancora rimasto lo stesso Pietro, con certe volubilità, incostanze.

Pinuccia: Sarebbe stata una Pentecoste magica se l’avesse trasformato di colpo e totalmente.

Luigi: Certo, e poi quello è soprattutto segno per ognuno di noi, perché tutto è segno, non perché abbiamo a giudicare quelle persone di allora, no: è tutto opera di Dio per ognuno di noi; tutto è scena per noi affinché anche noi partecipiamo, entriamo nella vera vita. Tutto è opera di Dio per farci entrare. Dio opera personalmente con ognuno di noi per farci entrare. E dobbiamo prendere tutte le lezioni non per giudicare gli uni o gli altri: Giuda o Pilato o Pietro o Giovanni. No, Dio non ci ha fatto assistere a dei fatti perché noi avessimo a conoscere dei personaggi; no, Lui ci ha fatto assistere a delle lezioni di vita, per ognuno di noi, per farci entrare nella vita eterna, cioè per farci entrare nella comunione con la Verità di Dio, che è Vita eterna. Attualmente siamo noi ad assistere, fatti spettatori di quelle opere di Dio, domani saranno altri, prima furono altri. Oggi i responsabili siamo noi perché siamo noi gli spettatori.

Damilano: Io pensavo che i cinque portici rappresentassero cinque passaggi che dobbiamo fare, perché la fede è crescente, quindi cinque porte…..

Luigi: No, la porta è una sola: “Io sono la Porta”. Sotto i portici si è malati. Per questo rappresentano un po’ i sensi attraverso cui le cose giungono a noi, perché si è malati, si giace sotto i portici.

Damilano: Ma i sensi non è che si possano annientare.

Luigi: No, non si tratta di annientarli: ora adesso mi chiudo gli occhi, le orecchie, mi tappo la bocca, ecc., non è quello! Perché quelli sono doni di Dio. Tutto è dono di Dio. L’importante è raccogliere quello che arriva a noi, anche dal mondo (ed è poi questo il  passaggio dalla Galilea alla Giudea) nel nostro interno e riportarlo a Dio. Il passaggio sta lì: nel portare a Dio quello che arriva a noi. tutto quello che arriva a noi è buono, perché è opera di Dio; non è che dobbiamo dire: “Qui non voglio vedere” e mi chiudo gli occhi. Perché chiudere gli occhi? È opera di Dio, quindi portala piuttosto a Dio. In Dio tutto diventa bello, tutto diventa puro, tutto diventa a posto, ma riportalo in Dio. Il passaggio che Dio chiede a noi è questo; non chiudere gli occhi, ma riporta a Dio quello che arriva ai tuoi occhi. È Lui che purifica, è Lui che ci fa intendere. La nostra difficoltà sta nel riportare tutto a Dio. Invece noi diciamo: questo non lo guardo, questo non lo sento, intanto l’hai sentito, intanto l’hai guardato. No, non sta nel dire: “Tagliati il braccio, ecc.”, no, non sta in quella cosa lì, perché anche il braccio è una cosa buona. Quando Gesù dice: “Tagliati il braccio, cavati l’occhio”, intende una cosa ben diversa.

Cina: Tanto più sono dominata dalle cose esteriori, tanto più mi accorgo che ho da fare questo “bagno” in questa piscina. Ma com’è difficile, soprattutto quando si devono risolvere dei casi che ci opprimono perché non si trova una soluzione; neppure si può dormire (es. dei due sposi senza alloggio). A questo punto si è dipendenti! Eppure non dobbiamo anche amare il prossimo? Fino a che punto dobbiamo occuparci degli altri? Penso anche che la cosa migliore per non pensare a noi stessi sia il pensare agli altri, no?

Luigi: Sì, nel pensare agli altri nella disponibilità che il Signore le dà. Per esempio vicino ad un malato di cancro lei non può guarirlo. Il Signore certo può anche guarirlo. Il Signore il più delle volte ci mette di fronte a dei problemi che non possiamo risolvere, unicamente per farci toccare con mano la nostra povertà, il nostro niente, perché impariamo a dipendere da Lui. Indubbiamente se lei ha un pane e il Signore le presenta uno che ha bisogno del pane allora lei dà il pane; le fa vedere la possibilità di risolvere, di fare un atto di amore o di carità; molte volte il Signore ci mette di fronte a dei problemi insolubili per dirci: “Vedi che è inutile che tu ti agiti tanto, anzi più ti agiti meno risolvi; cerca invece prima di tutto me e allora vedrai che io lo risolvo per te.” Anche lì, la precedenza in tutto deve averla la ricerca di Dio, il Pensiero di Dio. Se Dio ci dà la possibilità di risolvere, perché il Signore ci potrà sempre dire: “Ma io te l’avevo dato il pezzo di pane da dare, perché non glielo hai dato? Perché l’hai tenuto?”. Di fronte ad una richiesta noi facciamo sempre una scelta: se io do domani sarò senza, e qui c’è il pensiero dell’io che subentra e ci impedisce di dare. Se invece noi pensiamo a Dio si ubbidisce a lui senza temere per noi (poiché è sempre Dio che opera dentro e fuori di noi in tutto) e se ci chiede quello che Lui stesso ci ha dato è perché donandolo si stabilisce un legame d’amore, una testimonianza del suo Spirito, del suo Regno. Molte volte noi abbiamo bisogno di ricevere lezioni di povertà, di umiltà, di impotenza per scoprire che l’Onnipotente è Lui  e non noi. allora in questo caso dobbiamo affidarci al Signore e sperare nel Signore, confessando la nostra impotenza, così come la si confessa di fronte ad un ammalato di cancro. Ma perché il Signore ci mette di fronte a questa impotenza? Molte volte proprio perché noi abbiamo bisogno di toccare con mano la nostra miseria, la nostra povertà, il nostro niente, perché è da questa povertà che noi ci apriamo suo Tutto; perché fintanto che noi crediamo o facciamo conto su qualche cosa di diverso da Dio, abbiamo bisogno di esperimentare l’impotenza di tutto ciò che non è Dio per entrare nel suo Regno, perché nel Regno di Dio si entra  solo facendo conto su Dio: Lui è il Signore! Per cui dobbiamo imparare a far conto solo su Dio in tutto. Se noi invece facciamo conto su altro allora Lui ci fa toccare con mano l’impotenza: “Vedi, tu facevi conto su quello e quell’altro, hai visto? Non hai risolto niente, oppure tutto è andato al rovescio.” È il Signore che dà lezioni a noi e allora è lì che dobbiamo osservarci: “Signore su che cosa facevo conto io? Perché tu mi hai dimostrato che ho sbagliato?”. Ora se noi riceviamo le lezioni le lezioni da Dio ci correggiamo e diciamo: “Signore, d’ora innanzi non farò più conto su quello”. E allora a poco per volta il Signore ci purifica e questa purificazione significa educarci a fare solo più conto su Dio in tutto. Però dobbiamo avere pazienza e accontentarci anche di tutte le lezioni d’impotenza, di povertà, che ci fanno constatare la nostra miseria. Quindi, se noi teniamo presente il Signore e il Signore ci dà la possibilità di risolvere, dobbiamo risolvere. Se noi siamo semplici di cuore avendo cento e ci viene chiesto cento, non abbiamo difficoltà a dare cento, perché c’è sempre il Signore che opera: il Signore dà e il Signore manda a chiedere e dobbiamo rispettare la presenza del Signore. Bisogna tenere presente il fatto che Dio mentre opera per gli altri opera anche per noi e noi molte volte abbiamo bisogno di lezioni per essere educati a far conto su di Lui, perché si entra nel sacro, nel Tempio di Dio, nel Regno di Dio facendo conto solo su Dio in tutto. E allora dobbiamo anche essere attenti a queste lezioni: “Signore, come mai mi hai messo di fronte ad un caso di impossibilità? Come mai mi hai messo di fronte a tanti fratelli che muoiono ed io non posso far niente?” anche questo è povertà nostra. Mentre invece se mi agito, faccio cortei, dimostrazioni, ecc., cosa credo di fare? Dio ci fa accorgere che facciamo niente; e gli altri muoiono ancora di più. È il Signore che ci dice: “Non hai capito la lezione. Io ti ho messo di fronte ad una lezione di impotenza e di povertà perché tu ricorressi di più a me, non perché avessi ad agitarti”.

Damilano: Ricorrere a Lui perché provveda.

Luigi: No, ricorrere a Lui perché la lezione che vuol dare è questa. Lui non ha difficoltà a provvedere e non ha bisogno che noi chiediamo a Lui che provveda. Lui non ha bisogno di essere sviolinato, tutt’altro! Lui vuole insegnare a noi come si fa a vivere nel suo Regno. E siccome per vivere nel suo Regno bisogna imparare a conto solo su di Lui in tutto, far dipendere tutto da Lui, è lì la difficoltà da parte nostra; il Signore ci mette davanti tanti fratelli che noi non possiamo aiutare, ci mette in tante situazioni in cui non possiamo fare niente, ma è Lui! perché Lui non ha difficoltà a rendere tutti milionari, a farli tutti ricchi di salute. Se non lo fa, lo fa per noi, per insegnare a noi a far conto su di Lui in tutto, a riferire tutto a Lui. Lui ci sta educando a entrare nel suo Regno, a imparare a convivere con la sua Verità, con la sua Presenza; poi Lui in cinque minuti farà tutti angeli quelli che forse erano intorno a noi tutti delinquenti, perché erano segno per noi. E noi dobbiamo imparare questo. invece tante volte sbagliamo perché noi trasferiamo fuori la lezione che invece dobbiamo prendere dentro.

Damilano: Infatti soffriamo quando si sentono brutte notizie ma forse perché le riferiamo a noi.

Luigi: Dobbiamo riferire sempre tutto a Dio, riportare tutto a Dio, prendere tutto da Dio.

Damilano: Ma per esempio questa gente che muore di fame, che cosa dice a noi?

Luigi: Prima di tutto dice che questa nostra anima sta morendo di fame; perché la vera fame è quella. Se intorno a noi molti muoiono di fame è perché noi lasciamo morire di fame la nostra anima. Quello che Dio scrive fuori è per farci capire quello che avviene dentro.

Damilano: Anche le disgrazie?

Luigi: Tutto. Sono tutte lezioni personali per noi: bisogna prenderle su di noi. Più noi purifichiamo noi, più ci avviciniamo a Dio e più Dio modifica anche l’esterno intorno a noi. lui non avrebbe difficoltà a fare un Paradiso Terrestre intorno a noi. la difficoltà è in noi.

Damilano: La sofferenza però ci aiuta, perché ci fa riflettere.

Luigi: Può farci riflettere e può anche deviarci. Non basta soltanto la sofferenza. Quello che ci fa veramente capire è soltanto il Maestro, è soltanto Dio. Non bastano i nostri sentimenti: perché io soffro sono migliore dell’altro…. Siamo su un piano sbagliato. Le cose vanno sempre riferite a Dio perché è in Dio che s’intendono le lezioni; è nello Spirito di Dio.

Cina: Però per queste creature che soffrono e a cui tutti chiudono le porte, cosa possiamo fare?

Luigi: Ci sono situazioni a volte in cui possiamo fare qualcosa dopo aver capito la lezione, altre in cui non possiamo fare nulla, e ciò che non possiamo fare è inutile agitarci se non lo possiamo fare. La soluzione va cercata nel Signore. Perché più tu ti agiti e meno riesci a risolvere. Ma se invece si raccoglie, molto probabilmente si risolve. In tutte le cose dobbiamo fidarci del Signore e accettarle da signore. Ma quando ci agitiamo molto il Signore ci fa toccare con mano che facciamo dei buchi nell’acqua: tutti semafori rossi. Prendiamo la lezione! In tutte le cose, prima bisogna ricorrere alla preghiera, poi le cose incominciano a vedersi in un altro modo e ci aprono spiragli per i nostri passi; i semafori diventano verdi e ci lasciano passare!

Cina: Si vede che si deve passare di lì.

Luigi: Si deve passare di lì: si deve far conto su Dio in tutto e non sulle nostre risorse.

Cina: Ma una cosa è pensarlo e una cosa è trovarsi in queste situazioni: io ho tutto e questi niente. È questo il rimorso.

Pinuccia: E quanti casi lontani uguali a questo! Eppure non siamo sensibili ad essi e si dovrebbe esserlo invece, no?

Luigi: Certo, per lo meno pensare: “Chissà quanti nostri fratelli soffrono il freddo mentre noi dormiamo al caldo, ecc.

Damilano: Quando sento questi casi, sento questa sofferenza, ma poi penso che devo imparare a pregare di più e meglio.

Luigi: Prima di tutto questo; prendere ogni cosa dalle mani di Dio, poi se il Signore ci dà la possibilità di fare bene, (basterà forse scendere dalla nostra cavalcatura). Invece nel pensiero dell’io noi ci irrigidiamo a voler fare e non facciamo niente.

Damilano: Però si soffre quando non si può far niente.

Luigi: Ma è proprio questa povertà, quest’impotenza, questa sofferenza che ci porta a far conto su Dio. Perché il nostro soffrire è poi la nostra impotenza, perché se noi avessimo la bacchetta magica e potessimo risolvere in un momento ogni situazione, noi non soffriremmo, saremmo tranquilli e contenti. Quindi la sofferenza è sofferenza in quanto non posso fare, sono impotente. Ma proprio questa povertà che il Signore mi fa toccare con mano mi deve condurre all’unione con Lui, mi deve condurre a far conto su di Lui: “Signore, io non sono capace. Tu vedi, però so che Tu in cinque minuti puoi risolvere quel problema, faccio conto su di Te”, e il Signore può. Se tu avessi in casa tua uno che potesse risolvere tutti i tuoi casi, cosa faresti? Glielo diresti: “Faccio conto su di te” e glieli affidi.

Damilano: E attendi.

Luigi: Attendi da Lui, si capisce. La lezione essenziale che in tutte le cose il Signore ci vuol dare e ciò che ci chiede è sempre questa: “Fa conto su di me, guarda Me, spera da Me”, perché questa è la lezione di vita eterna di tutte le cose: noi dobbiamo imparare a riferire tutto a Lui, a far conto su di Lui. altrimenti, anche Pietro ad un certo momento quando Gesù gli dice: “È necessario che io muoia, che io sia flagellato, schiaffeggiato, tradito, ecc.” gli dice: “No, non ti lasceremo fare questo, ti difenderemo, ecc.”. e che cosa si sente dire? “Vattene via demonio! Sei un satana perché ragioni secondo gli uomini: tu conosci le cose secondo gli uomini, non conosci le cose secondo Dio”. Ecco bisogna imparare a ragionare secondo Dio, bisogna anche accettare che Gesù sia messo in croce. “Perché non conosci la volontà di Dio, perché le ragioni soltanto secondo gli uomini”. No, non bisogna ragionare secondo gli uomini. E cosa vuol dire non ragionare secondo gli uomini? Vuol dire che in tutte le cose bisogna accettare la volontà di Dio, riferire le cose a Dio, aspettare da Dio. Se Dio ci dà la possibilità di risolvere, risolviamo. Se non ci dà la possibilità di risolvere, dobbiamo accontentarci di essere felici che siano altri a risolverlo: non pretendere di essere noi. vuol dire appunto che il Signore aveva un’altra lezione da darci. Se Dio ci desse sempre la possibilità di risolvere tutti i casi, chissà quale grave errore si formerebbe in noi. ecco perché molte volte il Signore ci mette nell’impotenza, nell’impossibilità di risolverli. Il Signore conosce i nostri animi molto meglio di noi, quindi sa con quanta facilità noi ci lasceremmo portare dalla vanità o da altre cose.

Damilano: Ma uno non lo fa per vanità, ma per aiutare il fratello.

Luigi: Sì, quando c’è la possibilità lo si deve fare per ubbidire a Dio, ma se Dio ci mette nell’impossibilità do poterlo fare, di risolverlo, allora anche questo bisogna offrirlo a Dio, bisogna accettarlo da Dio: è una lezione di povertà che il Signore mi vuol dare.

Pinuccia: Cercavo il collegamento tra l’argomento di oggi e i riassunti letti: è facile coglierlo nel primo riassunto in cui si sottolinea l’importanza del silenzio, formato dalla tanta attenzione e quindi da questa purificazione, da questo superamento dell’io. Ma mi è difficile vederlo con il secondo riassunto, cioè col tema: “Se non vedete miracoli e prodigi non credete”.

Luigi: Non avevamo detto che questo andare alla ricerca di miracoli e prodigi è andare sempre alla ricerca di motivi per credere, è questo non fermarci, questo non approfondire ciò che il Signore già ci ha fatto capire? Per cui San Paolo rimprovera: “Andate sempre vagando……..io continuamente vi debbo ricreare, per riportarvi sempre al Principio!. No, la vita sta nel fermarci, nell’approfondire; nel donarci a. la vita sta nella fedeltà. E la fedeltà è quel silenzio, quell’attenzione. È tutta attenzione a.

Pinuccia: E quindi questa purificazione continua.

Luigi: Certo, questa purificazione. Anche nel concetto naturale, la vita non è sposare tanti uomini, ma nello sposare uno solo ed imparare ad essere fedeli. Perché c’è il matrimonio ad esempio? Perché attraverso questa fedeltà c’è la purificazione. Uno deve fare dei salti mortali per essere fedele. Ma intanto proprio in questa fedeltà si forma l’uomo. Se invece perché oggi piace si sposasse una e domani un’altra e poi un’altra come si formerebbe l’uomo? Non si forma più l’uomo, perché segue l’esterno, segue l’attrazione, segue il proprio capriccio. L’uomo si forma attraverso il superamento di se stesso. Il superamento di se stesso richiede fedeltà e questa fedeltà è purificazione continua. Per restare fedele a Dio uno continuamente deve raccogliere in Dio altrimenti lasciandosi portare da questo, da quell’altro, passa di infedeltà in infedeltà e l’uomo si sfascia. Allora abbiamo tanti interessi, tanti nomi, ma non siamo più. La vita sta nell’imparare a restare. Il restare è una conseguenza dell’approfondimento. Tutto questo è basato sulla fedeltà a uno solo. Ma quando io incontro una difficoltà scantono e vado là dove non trovo più difficoltà è finita la mia fedeltà con tutte le conseguenze. Se dinnanzi alle prove di Dio me le tolgo di dosso dicendo: “Qui sono gli uomini, qui è il caso, qui la natura, qui il demonio”, e quindi non ricevo le lezioni che mi danno fastidio, non le ricevo da Dio, io rifiuto proprio quelle lezioni attraverso le quali Dio vorrebbe formarmi, vorrebbe purificarmi. Dio mi purifica nella misura in cui io prendo su di me la lezione che Lui mi dà; ma se io l’attribuisco ad altri oppure dice: “Questa parola è per altri, non la ricevo più su di me, non mi modifica più, non mi lascio più fare”. Ora Dio soprattutto attraverso le lezioni che ci danno fastidio, le lezioni che pesano su di noi, lavora su di noi. non attraverso quelle lezioni che ci fanno piacere, perché quelle che ci fanno piacere, perché quelle che ci fanno piacere ci confermano in quello che siamo o in quello che abbiamo fatto: “Qui ho risolto, qui sono io”; ma attraverso le lezioni che ci fanno tribolare. Questo non dobbiamo attribuirlo né agli uomini, né alla natura, ma sempre a Dio. È Dio che manda questo, è Dio che opera questo e debbo accettarlo su di me. Ed è attraverso questo che Dio ci forma, ci libera, ci introduce nel suo Regno.