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Per questo motivo i giudei perseguitavano Gesù perché faceva cose simili durante il sabato. Gv 5 Vs 16


Titolo: Il buco nero.

Argomenti: La gioia e il dolore. L’eterno e il temporaneo nell’opera di Dio.Vedere il giaciglio e non vedere il miracolo. La superficialità porta a tradire . La parola non capita non può essere trattenuta e viene tradita. L’uomo, nel pensiero del suo io travisa tutte le opere di Dio. L’uomo è costretto a unificare: in Dio o nell’io. Cristo è il compimento della legge.


 

16.Luglio.1978


Introduzione:

Eligio: “Era pure là un uomo paralitico di trentotto anni …”. Uno tra i tanti che però si faceva notare per la lunghezza della malattia. Ha qualche significato particolare? Ad esempio che c’è speranza per tutti?

Luigi: Trentotto anni significa quasi tutta una vita, dove quaranta è il simbolo della vita. Gesù guarendo colui che è più malato, implicitamente ci fa capire che può guarire tutti; nel più ci sta anche il meno. Lì fa notare la gravità del male e quindi la meraviglia del miracolo. Eppure non fu sufficiente questo miracolo per cambiare la testa ai giudei; è lì la lezione grave.

Eligio: E neanche per far sì che lui fosse fedele.

Luigi: È stato in parte fedele, ma nella seconda prova per superficialità, per leggerezza è venuto meno alla parola udita. E qui vediamo adesso le conseguenze della sua superficialità.

Emma: Lui prova gioia per aver incontrato Gesù e non deve dirlo; però quando ha una certa gioia non può farne a meno di dirlo.

Luigi: Sì, ma è proprio quando si è nella gioia che con più facilità si viene meno. Nel dolore l’anima è sempre molto più seria che nella gioia. Si tradisce con più facilità nella gioia che nel dolore. Il dolore infatti è un grande maestro nella vita dell’uomo. Nella gioia, e proprio nella gioia di aver incontrato Dio, l’uomo può diventare più superficiale. Ecco perché ci sono le lezioni di dolore, anche proprio nella vita col Signore, lezioni gravi. Gesù ad esempio non ha riso mai. Basta vedere il volto della Sindone: si capisce che la costruzione avviene attraverso la serietà, il dolore, la rinuncia, il distacco e non attraverso il canto e il riso, perché richiede il superamento di noi stessi. Non è che il Signore ci voglia sempre in pianto, per cui distribuisce gioie e anche dolori. Però nella gioia con molta facilità la creatura si diverte. La creatura è ricca nella gioia e nella ricchezza con molta facilità si diverte: “Guai a voi che avete trovato la vostra soddisfazione”.

Nino: “Signore ti ringrazio che non sono come gli altri …”.

Luigi: Nel dolore, nella tribolazione e direi certe volte anche nella colpa, si è molto più uniti, si è molto più tesi verso, proprio per il bisogno di incontrare il perdono, il bisogno di incontrare un aiuto. Invece nella gioia con facilità uno si diverte, nel senso vero della parola, cioè si allontana. Gesù gli aveva dato una parola che era tutt’altro che gioia. Gli aveva detto: “Sta attento a non peccare più, affinché non ti avvenga di peggio”. Quando uno si sente ammonito in tal senso, a me sembra non ci sia tanta gioia, ma molto da riflettere. C’è stato un atto di superficialità, per cui lui ha riflettuto poco. D’altronde tutte le parole del Signore, intese in superficie, danno luogo a delle scelte sbagliate. Tutte le parole del Signore sono parabole e richiedono sempre un approfondimento; ma l’approfondimento richiede sempre un’anima amante; l’anima che ama si ferma e approfondisce. Di fronte a uno che dica: “Sta attento a non peccare più, perché non ti avvenga di peggio”, c’è quasi una minaccia e questo è un invito a meditare: “Che cosa vorrà dire: non peccare più? In che cosa consiste questo: non peccare più? Dov’è il mio peccato?”.

Emma: Ecco, non dobbiamo cullarci di aver capito qualcosa di più.

Luigi: No, ma capire qualcosa in più è sempre un maggior desiderio di camminare con Dio, di restare con Dio, di approfondire in Dio; perché capire di più vuol dire conoscere l’importanza che Dio ha per noi. Quanto più uno capisce questo, tanto più corre dietro Lui e quindi lascia tutto il resto. Capire di più vuol dire dimenticarsi di tutto il resto, perché uno ha scoperto un tesoro. Quando uno ha capito, ha scoperto un tesoro. Ma chi ha scoperto il tesoro, va, vende tutto quello che ha, lo dà via, per possedere questo tesoro. Quindi tra la scoperta del tesoro e il possesso del tesoro c’è l’atto di vendita di tutto, per poter avere quel tesoro. Uno ha trovato un tesoro di vita. Non è che uno possa dire: “Beh, ho trovato un tesoro, ormai lo so”. Il tesoro, essendo un tesoro di vita, diventa impegnante a tempo pieno. Dio è un infinito che impegna a tempo pieno. Succede questo, che questo Infinito parla nel nostro mondo finito e noi nel nostro mondo finito, in superficie, crediamo di capire e non ci rendiamo conto che Lui, Infinito, se si abbassa al nostro finito, non cessa di essere Infinito, per cui nel finito parla con parole nostre e noi crediamo di capire. È lì l’errore, l’inganno, mentre nel finito c’è un’apertura all’infinito. Lui parla in questo mondo finito per condurci al suo Infinito. Cioè l’eterno scende nel tempo, ma resta eterno; scendendo nel tempo non rinuncia ad essere eterno. Noi possiamo giungere a capire questo eterno solo per grazia sua. L’errore nostro è di fermarci all’aspetto nostro, essere soddisfatti di capire questo. Ieri sera già ne abbiamo parlato: nel pensiero del nostro io, ci fermiamo sempre all’apparenza. Due sono gli aspetti delle opere di Dio nel nostro mondo:

-                     L’aspetto temporaneo che si riferisce al nostro io;

-                     L’aspetto eterno che è rivelazione di Dio.

Se noi pensiamo a noi stessi vediamo soltanto l’aspetto temporaneo e crediamo di capire e ci sfugge l’intelligenza dell’aspetto eterno, perché questo lo possiamo avere soltanto in unione con Dio, guardando Dio, quindi superando noi stessi. Se non superiamo noi stessi e ci fermiamo all’apparenza e allora Gesù parla in parabole affinché noi non capiamo, cioè per farci capire che non capiamo. “A voi è dato di conoscere i misteri del regno, agli altri no”. Ma a voi chi? A voi che desiderate capire, che avete messo il pensiero di Dio, l’interesse per Dio al centro della nostra vita. Allora, a noi è dato capire; agli altri che vivono col pensiero del loro io al centro, no. Eppure la parola di Dio arriva a tutti, Lui opera per tutti. Non tutti però guardano a Lui. Non guardando a Lui credono di capire.

 

E ci troviamo con la lezione di questa sera: “Per questo motivo i giudei perseguitavano Gesù, perché faceva cose simili di sabato”. Credevano di capire e lo perseguitavano. Ecco, avevano la sapienza in tasca, avevano il metro di giudizio, erano sicuri di sé. Per cui, quando quest’uomo va a dire loro che Gesù l’aveva guarito, essi perseguitano Gesù perché faceva tali cose di sabato. Che cosa faceva? Rubava? Ha commesso un delitto di sabato? Cosa faceva? Ha guarito un uomo paralitico da trentotto anni e gli ha detto di portare il letto. I giudei hanno visto il letto non la guarigione, il miracolo! Ecco i due aspetti. C’è il miracolo, opera di Dio: una cosa strepitosa, in cui si rivela la divinità. C’è il letto che contraddice la legge, che contraddice la loro regola. Ecco, essi vedono soltanto il letto. Corriamo il rischio di vedere soltanto il letto, anziché vedere l’uomo, l’uomo guarito. Noi corriamo il rischio di vedere ciò che fa l’uomo, l’opera, l’azione dell’uomo e non vediamo l’uomo guarito, cioè l’opera di Dio. L’opera di Dio è il miracolo: quest’uomo che da tutta la vita era paralizzato, adesso cammina: questo non lo vedono. Ecco, vedono soltanto la trasgressione. Qui abbiamo di nuovo il conflitto con la legge e ritorniamo con l’argomento di ieri sera. Ieri sera si parlava essenzialmente della conflittualità che nasce dall’applicare la legge senza avere il Cristo. Col Cristo noi abbiamo il compimento, il perfezionamento della legge, perché Lui è il significato della legge. Ma questa comprensione la si ha soltanto col Cristo, prima di Cristo noi abbiamo soltanto la regola e la regola non possiamo fare a meno di applicarla così, sugli altri. I farisei si trovano di fronte ad un uomo che in giorno di sabato porta un lettuccio: vedono soltanto la conflittualità con la norma della legge. E quando sanno che è Gesù che gli ha detto di portarlo, se la prendono con Gesù, perché faceva tali cose in sabato. E intanto sfugge loro la meraviglia. Cfr. la poesia spagnola che dice che analizzando il diamante ad un certo momento ci troviamo soltanto con del carbone. Analizza, analizza, analizza e ci si trova soltanto con un po’ di carbone; ci sfugge l’elemento essenziale. Così è lo stesso: nel pensiero del nostro io, analizziamo la realtà e perdiamo la meraviglia. Il nostro io deve sempre trascendersi, deve sempre superarsi e guardare a cosa dice Dio. Guardando a Dio, si coglie l’aspetto meraviglioso delle cose, perché si tende a cogliere il significato. Di fronte al significato: “Quest’uomo ti ha guarito e ti ha guarito in giorno di sabato!”. Ecco il problema!

Pinuccia: Perché solo con Cristo si compie la legge nel senso di intenderne il significato? Se questi uomini avessero avuto il pensiero di Dio, non avrebbero capito forse il significato, però per lo meno sarebbero stati attenti, cioè si sarebbero almeno posti il problema di capirlo?

Luigi: Ecco, appunto. Dio ci rende attenti a Cristo; Cristo poi ci illumina. Ma se non abbiamo presente il pensiero di Dio, cioè se non abbiamo messo Dio al centro, siamo disattenti al Cristo, anzi travisiamo il Cristo, perché l’interpretiamo in funzione di noi stessi, dei nostri schemi. In questa scena: “Per questo motivo i giudei perseguitavano Gesù perché faceva cose simili durante il sabato”, abbiamo due lezioni:

-                     Innanzitutto abbiamo la lezione per quest’uomo. Perché dobbiamo tenere presente: come è avvenuto questo fatto? È avvenuto in conseguenza di quest’uomo che è uscito dal tempio dopo che Gesù lo aveva ammonito: “Sta attento a non peccare più!”. Lui esce dal tempio e va a dire ai giudei: “Colui che mi ha guarito è Gesù”. Abbiamo una prima lezione di fronte a quest’uomo che, per superficialità, mentre Gesù gli aveva raccomandato di restare nel tempio, di non peccare, va a dire ai giudei: “Colui che mi ha guarito è Gesù!”. Apparentemente sembra sia andato a rendere testimonianza quindi abbia avuto coraggio di andare a testimoniare che Colui che l’aveva guarito era Gesù. Ma questo apparentemente perché andando in profondità, cioè mettendolo in relazione con la parola stessa di Gesù, abbiamo notato che è stato un atto di superficialità. In conseguenza di questo fatto, ci troviamo con i giudei che perseguitano Gesù. E quest’uomo che è andato ad annunciare: “Chi mi ha guarito è Gesù”, viene a trovarsi di fronte alle conseguenze della sua superficialità. Per cui si accorge di aver tradito Gesù, di aver consegnato (ha tradito = dal latino tradere), Gesù ai nemici. La prima lezione è questa. Agendo con superficialità tradisce Colui che l’ha guarito, perché l’ha consegnato a delle persone nemiche. Questo è una conferma dell’azione fatta superficialmente e nello stesso tempo ci insegna che quando noi non approfondiamo la parola di Dio, la tradiamo, anche in buona fede. Non possiamo dire che questi abbia tradito in cattiva fede, però non si è preoccupato di approfondire, di capire la parola che Gesù gli aveva detto: “Sta attento a non peccare più, affinché non ti avvenga di peggio”. Questa era la parola da approfondire! Tutte le volte che noi, ricevendo la parola (e qui siamo con la parabola del vangelo di stamattina del seminatore), non ci preoccupiamo di approfondirla e di capirla, la tradiamo; essa ci viene portata via e noi tradiamo la parola: tradiamo l’intenzione, perché Dio ha parlato per portarci nella salvezza. Quindi diventiamo traditori di Cristo, non soltanto quando positivamente, tipo Giuda, andiamo a vendere il Cristo, ma anche quando non ci preoccupiamo di capire. La parola non capita non può essere trattenuta, non solo, ma viene tradita. E questo è il primo aspetto della lezione.

Il secondo aspetto è l’indurimento dei cuori: il mistero di questo indurimento dei cuori dei giudei. Non basta vedere il miracolo o essere messi di fronte all’annuncio del miracolo, della meraviglia, dell’opera di Dio; se Dio non opera, sono inutili tutte le nostre opere, perché l’uomo da solo (cioè quando non supera se stesso) nel pensiero del suo io, non può cambiare mentalità né se stesso: si trova nell’impossibilità di cambiare. Ma trovandosi nell’impossibilità di cambiare ecco l’indurimento (è il mistero di iniquità che opera nel mondo” di cui parla San Paolo). Come mai uomini, fatti da Dio (anche costoro sono fatti da Dio), posti di fronte alla parola divina, alla parola di verità, la travisano al punto tale da condannare Dio che l’ha detta? C’è qualcosa di guasto in questa macchina che è fatta per assimilare la parola di Dio, e invece la travisa completamente. L’intenzione viene pervertita. Come mai c’è questo fatto nell’uomo? Questo ci conferma che l’uomo da solo non può superarsi, non può cambiare, posto anche di fronte al miracolo. Gesù stesso lo diceva: “Se anche un morto risuscitasse, se non credono a Mosè non serve”. Se non guardano a Dio; è solo con Dio che si possono intendere le opere di Dio. Ma quando l’uomo non guarda a Dio, posto di fronte alle opere di Dio, fossero anche queste meravigliose (come questa: la guarigione di un uomo che da trentotto anni era paralizzato), non le può intendere. D’altronde, anche se un morto risuscitasse, non sarebbe sufficiente per cambiare l’uomo, per cambiare la mentalità dell’uomo. Cioè l’uomo, nel pensiero del suo io, staccato da Dio, diventa un centro di travisamento di tutte le opere di Dio: diventa un “buco nero” che assorbe tutta la creazione divina e l’annulla in sé, per cui tutte le opere di Dio vengono distrutte, annullate. Si capisce allora come Gesù dicesse di fronte a questa generazione: “Verrà chiesto conto di tutto il sangue sparso da Abele fino ai giorni nostri”. Cioè tutta l’opera di Dio, dall’inizio della creazione, dal primo giorno in cui Dio disse: “Sia fatta la luce”, fino alla morte di Cristo in croce, viene annullata dall’io umano. L’io ha questo potere tremendo: di mettere la malizia su tutta l’opera d’amore che Dio fa per salvarlo. Ci mette la malizia, travisa il fatto, vede il male. L’uomo da solo non può vedere il bene. Per questo ha bisogno di Dio e ha bisogno di Dio al punto tale che Dio s’incarna in Cristo e si abbassa al livello dell’uomo; è l’ultima carta di Dio: si lascia uccidere, affinché l’uomo tocchi con mano il male che porta in sé. È uguale alla lezione di ieri sera: la lapidazione dell’adultera. Là adoperavano la legge per lapidare questa donna, e a un certo momento abbiamo visto che questa donna lapidata, nel suo piccolo, ripeteva un po’ il mistero del Cristo. Cioè è Dio che prende su di sé il peccato dell’uomo per evidenziarlo, in modo che l’uomo tocchi con mano la morte che porta dentro di sé. La prima lezione è questa: quando noi ci comportiamo superficialmente verso la parola di Dio finiamo di tradirla e le conseguenze sono quelle che sono, anche se siamo in buona fede; magari noi crediamo di fare dell’apostolato e le conseguenze sono completamente contrarie. Per questo Gesù dice: “Non date le vostre perle ai porci perché pestano le perle e si voltano verso di voi per sbranarvi”. Se non è Dio che manda, se non è Dio che parla, non muoverti, perché muovendoti ne ricevi un’offesa. Probabilmente quest’uomo ha perso la meraviglia che aveva incontrato con la guarigione ottenuta da Gesù, proprio in quell’atto di superficialità. E questo è il peggio che gli capita.

E poi l’altra lezione: la persistenza nell’errore in cui l’uomo, pensando soltanto a se stesso viene a trovarsi, per cui è costretto a travisare tutto. L’uomo staccato da Dio, diventa un centro di unificazione del pensiero del suo io, cioè nella sua mentalità, per cui non può uscire dal suo errore, anzi deve travisare tutte le cose per vederle sotto il suo punto di vista. Ecco perché non può cambiare mentalità; egli stesso diventa un centro di unificazione nella sua mentalità, nella sua legge, nella sua regola.

Eligio: Che è l’azione di Satana: cioè la riduzione in male di tutto ciò che Dio fa per il nostro bene.

Luigi: È l’azione di Satana. L’uomo è fatto per unificare tutto in Dio, quindi per raccogliere. Il verbo della vita è raccogliere, unificare tutto in Dio. Però per unificare in Dio deve superare se stesso e guardare a Dio. Ma se non guarda Dio, diventa un centro di unificazione nel pensiero del suo io. Quindi fa un’azione perversa.

Eligio: Cioè distrugge tutte le lezioni di Dio; mette l’impronta del suo io su ogni cosa.

Luigi: Si, e allora si spiega come si arriva ad uccidere il Cristo: perché uccide tutta l’opera di Dio. E già in questo rivela il suo destino: l’uomo è fatto per unificare tutto in Dio, quindi per partecipare alla gloria di Dio, per vedere la gloria di Dio. Non unificando in Dio, deve unificare tutto in altro. Dovendo necessariamente unificare in un altro pensiero non può essere convertito, perché lui stesso diventa un’opera di unificazione in un altro centro. Gesù dice: “Nemmeno un morto che risusciti può cambiare una mentalità dell’uomo”. È la mentalità di ognuno di noi quando non mettiamo Dio al centro, perché ognuno di noi essendo fatto per unificare tutto in Dio, non può fare a meno di unificare tutto in altro, se non ama Dio. Ma unificando in altro deve travisare. Per questo l’uomo da solo è menzogna, principio di menzogna: l’uomo da solo non può fare la verità. L’uomo, per fare la verità, deve sempre essere con Dio: necessariamente deve travisare le cose. L’uomo non è fedele. Lo stesso avvenimento visto da cinquanta persone è riferito in cinquanta persone diverse. In tutte le cose: l’uomo da solo deve cambiare, deve parlare un linguaggio diverso dall’altro. È il peccato somatizzato, incarnato in qualcosa di esterno. Il Signore già al popolo ebreo, quando faceva un’opera meravigliosa (ad esempio la traversata del fiume Giordano), ordinava loro di mettere un mucchio di pietre: “E quando i vostri figli vedendo quel mucchio di pietre vi chiederanno: “Come mai c’è quel mucchio di pietre?”. Voi direte: “È per ricordare che il Signore ci ha fatto traversare il Giordano”. Ecco la somatizzazione avviene anche rispetto al peccato. È segno.

Eligio: È impressionante la testimonianza del salmista: “Il mio peccato mi sta sempre dinnanzi”.

Luigi: Sì, è sempre lì. Nel pensiero dell’io non può avvenire diversamente: se io penso a me e tu pensi a te, io devo usare un linguaggio diverso da quello che usi tu, per differenziarmi, perché l’io si deve differenziare. È solo in Dio che si armonizza: altrimenti abbiamo la confusione delle lingue, abbiamo la Torre di Babele. È solo in Dio che uno recupera il guasto del peccato. E là dove il peccato ha operato, ecco si ritorna all’armonia, ma con Dio. Invece separati da Dio, dobbiamo necessariamente creare le fratture, perché l’io vive di frattura, deve differenziarsi, deve farsi notare: uno è vestito in un modo? Allora io mi vesto in un altro, perché il vestirsi in modo uguale crea confusione. Hanno bisogno di differenziarsi gli “io”. Siccome l’io da solo non sta su, ha bisogno di differenziarsi e non si accorge che differenziandosi si chiude in un buco, sempre più in un buco. È una riduzione all’infinitesimo. Parte da un’apertura all’infinito e si riduce ad un punto.

Nino: Infatti l’io donna si serve della boutique, dove c’è una confezione unica.

Luigi: Comunque donna o uomo, l’io quando è staccato da Dio deve necessariamente operare così, non ne può fare a meno, perché l’uomo è chiamato all’unificazione massima in Dio; separato, staccato da Dio deve tendere ad un’unificazione massima nel suo io. Ma l’unificazione massima nel suo io è una continua separazione da tutto il resto, e senza accorgersi si separa da tutto l’universo.

Eligio: L’io per affermarsi deve distruggere tutto quanto è attorno.

Luigi: È tutta l’opera dell’io. Ma volevo far notare che questo peccato opera necessariamente nell’uomo perché l’uomo è chiamato alla gloria di Dio. Anche in questo l’uomo testimonia il destino al quale Dio l’ha creato: cioè per la gloria di Dio, per l’unificazione massima in Dio. La distruzione di tutto rivela ancora la glorificazione di tutto alla quale Dio lo ha destinato. Nell’aborto si dichiara ancora e si testimonia che la creatura era stata concepita per la vita, destinata alla vita. In tutto si rivela l’opera di Dio, la grazia di Dio, l’amore di Dio e la colpa della creatura: una cosa e l’altra. Ma qui possiamo collegare quest’argomento con quello di ieri sera sentendone la sintesi.

Pinuccia: La legge di Dio, anche quella che ordina la lapidazione della donna è buona, perché viene da Dio. Ma gli uomini prima di Cristo non potevano fare a meno di travisare questa legge, applicandola quindi per gli altri. Come mai Mosè che aveva il pensiero di Dio, ha interpretato anche lui così la legge, ordinando di lapidare le donne adultere? Quindi anche col pensiero di Dio l’uomo travisa la legge e l’applica agli altri?

Luigi: È solo col Cristo che comprende che deve applicarla a sé. Non basta il pensiero di Dio. Cristo è venuto a perfezionare la legge, cioè a dare la possibilità all’uomo di attuare la legge.

Pinuccia: Perché l’uomo non intendeva che doveva applicarla su di sé?

Luigi: La legge faceva toccare a noi la nostra situazione di morte. Con Cristo la legge è diventata motivo di vita, perché il Cristo ha dato all’uomo la possibilità di attuarla, ma di attuarla veramente nello spirito, cioè intendendola nello Spirito di Dio. Infatti Gesù dice: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge, io non sono venuto ad abolire, ma a compiere”. Abbiamo il compimento, cioè quel compimento che prima non c’era e proprio perché non c’era il compimento, c’era il travisamento e si faceva il tribunale.

Pinuccia: Quindi la legge è buona. È buona pura l’attuazione concreta di essa; per esempio applicando i castighi che essa ordinava?

Luigi: La legge data da Dio è buona.

Pinuccia: Allora è buona solo nel suo significato.

Luigi: Data da Dio la legge è buona perché tutto quello che arriva da Dio è buono. Quante volte abbiamo detto: la legge viene da Dio, l’amore viene da Dio; abbiamo quindi due volontà? Dio è in conflitto? No, il conflitto è nell’uomo che si arresta a metà strada, per cui viene a trovarsi con la stessa volontà di Dio sotto aspetti diversi conflittuali, mentre invece l’uomo fatto per armonizzare tutto. Non ci sono due principi creatori, c’è un principio unico Creatore. Essendo principio unico Creatore, tutto si fonde in una meravigliosa unità. Invece la creatura fermandosi a metà strada viene a creare conflittualità nella stessa opera di Dio, per cui io metto opposizione tra creatura e creatura, tra la volontà di Dio e volontà di Dio. Ma l’opposizione avviene nell’io, non avviene in Dio. Per cui quello che viene da Dio è buono. La lezione l’abbiamo avuta adesso: il miracolo di Gesù in giorno di sabato e la legge. Tutti e due vengono da Dio. Il miracolo viene da Dio, la legge viene da Dio, eppure gli uomini trovano la conflittualità e mandano a morte il Cristo.

Pinuccia: Leggo la sintesi sull’argomento trattato la scorsa settimana.

-                     L’adulterio e la punizione dell’adulterio;

-                     Cristo, compimento della legge, in quanto ce la fa intendere nel suo significato per cambiare noi, non gli altri.

Cina: Stasera ho capito che domenica scorsa ho stentato a capire che quell’uomo non doveva andare a dire ai giudei che era Gesù colui che l’aveva guarito, perché così facendo l’ha tradito.

Luigi: Non è che lui sia partito con l’intenzione di tradire, come invece ha fatto Giuda. È stato superficiale. Ma questa superficialità, questa leggerezza, è diventata un tradimento. Infatti questa è la conseguenza. Dalla conseguenza capiamo che non lo doveva fare. Dov’è la lezione di Dio? La lezione è questa: “Comportandoci leggermente, cioè non approfondendo la mia parola, tu la tradisci, cioè la dai in mano ai nemici e questo avviene non perché tu voglia tradire, ma soltanto perché tu non ti preoccupi di capire”. È questa l’importanza della prima lezione che ci viene da questo versetto riferita a quel malato guarito che va a dire ai giudei che chi l’ha guarito è Gesù: “Sta attento che la parola di Dio che tu non approfondisci, la tradisci”. È la lezione della parabola del seminatore di stamattina. Gesù commentando questa sua prima parabola, dice che il seme caduto sulla strada rappresenta quelle anime che ascoltando la parola di Dio, non si preoccupano di capirla, per cui subito la perdono, e perderla vuol già dire tradirla.

Pinuccia: Tradire la parola vuol  dire tradire Gesù?

Luigi: Si capisce, perché Gesù è la parola di Dio. Abbiamo visto che costui, con tutta la sua buona fede, va a consegnare ai giudei Gesù, andando a dire loro che era Lui che lo aveva guarito e non si accorge che consegna Gesù nelle loro mani, per cui cominciano a perseguitarlo. Se invece lui fosse rimasto nel tempio! Qui possiamo capire cos’era quel “peggio” di cui lo ammoniva Gesù, quando gli diceva: “Sta attento a non peccare più affinché non ti avvenga qualcosa di peggio”. Quel “qualcosa di peggio”, era dover assistere alla morte di Colui che l’ha guarito, di Colui che l’ha salvato. Costretto a dire: “Io stesso, verso Lui che mi ha fatto del bene, l’ho messo nelle mani dei nemici”: ecco il peggio che capita quando siamo superficiali.

Pinuccia: Ma poi perché, vedendo una cosa così, non sorge a dire di “no”, che lui non voleva questo?

Luigi: Il vangelo non dice che lo dica, non sappiamo. Ciò che sappiamo è che Gesù è stato tradito. Anche questo il Signore l’ha fatto accadere, perché molte volte noi implicitamente diciamo: “L’ho fatto in buona fede, basta la buona fede, non è necessario approfondire!”. Allora il Signore ci fa capire che “in buona fede” noi possiamo tradirlo, ucciderlo, quando siamo superficiali, perché non c’è l’amore. Quando uno non si preoccupa di approfondire, non c’è amore, perché là dove c’è veramente l’amore, uno cerca di meditare, di approfondire molto. E allora qui ritroviamo la lezione della Madonna che meditava e custodiva. Nella Madonna abbiamo la lezione d’amore: l’anima che medita e approfondisce tutte le parole che riguardano il Figlio.

Pinuccia: Sembra semplice, ma è difficile. Bisognerebbe essere semplici.

Luigi: Per essere semplici, bisogna approfondire molto. La lezione di stasera è appunto questa: un invito ad approfondire la parola di Gesù, perché se ci comportiamo con superficialità verso di essa, finiamo di tradirla. Questo è il primo aspetto. Il secondo aspetto è questo: l’uomo da solo non può cambiare. Non si illuda di poter cambiare da solo, anzi, si indurisce sempre di più, si irrigidisce, si ostina nel travisare tutte le lezioni buone che egli riceve. Di qui l’importanza del pensiero di Dio, di unirsi a Dio, di cercare prima di tutto Dio.

Emma: Bisogna avere questa fiducia, che Lui ci può cambiare.

Luigi: Cioè far conto su di Lui in tutto, perché se noi riferiamo a Lui tutto, non possiamo essere superficiali verso le sue parole, perché avendo il Pensiero suo, siamo necessariamente costretti dal suo Pensiero ad approfondire le sue parole. Non possiamo farne a meno. Noi siamo superficiali solo nel pensiero dell’io, perché nel pensiero dell’io, diamo la cosa per scontata: abbiamo occhi e crediamo di vedere, di intendere e ci comportiamo in superficialità, come quei giudei che credevano di poter giudicare Gesù e non si accorgevano che andavano contro Dio. Credevano di giudicare Gesù come un violatore della legge di Dio e non si accorgevano che i violatori della legge di Dio erano loro. Così giudicavano e condannavano se stessi. Ecco l’uomo superficiale. L’uomo invece che ha presente Dio, è molto attento alle parole, alle opere di Dio e cerca di approfondirle molto, perché Dio è verità e la verità non è mai in superficie, non è mai superficialità e quindi richiede da noi l’approfondimento. Ma l’approfondimento rivela già un atto di fede, un atto d’amore. Mancando questo, noi necessariamente ci comportiamo superficialmente e comportandoci superficialmente condanniamo noi stessi, perché siamo portati a fare quelle cose che non convengono a noi, dice San Paolo, per cui roviniamo noi stessi. Cose che non convengono a noi perché essendo superficiali, noi facciamo il nostro danno, senza rendercene conto, cioè facciamo delle scelte sbagliate a nostro danno, perché le scelte buone per farle, dobbiamo avere il pensiero di Dio: solo col pensiero di Dio si possono fare. Solo con la luce di Dio abbiamo la possibilità di scegliere bene; ma senza il pensiero di Dio noi crediamo di scegliere bene, cioè di fare quello che conviene a noi, e invece facciamo la nostra rovina.

Pinuccia: Ed è Dio che ci comanda, ci fa fare queste cose per farci toccare con mano che siamo staccati da Lui?

Luigi: No, Dio ci comanda di restare uniti a Lui. Perché quando siamo separati da Lui non siamo più liberi. Noi siamo liberi solo con Lui. Separati da Lui, noi siamo foglie portate dal vento. Naturalmente in questa schiavitù Dio ci fa fare quelle cose in cui si riflette il nostro rapporto con Dio, cioè il nostro non-rapporto con Dio, il nostro distacco da Dio. (Per esempio la lapidazione delle donne adultere), cioè qualcosa che ci faccia constatare la morte, per evidenziare la distanza che c’è tra la nostra anima e Dio o la mancanza di rapporto con Lui.

Nino: Senza di Lui tutto ciò che facciamo diventa niente.

Cina: Ancora una cosa: Dio è verità ed è in ogni luogo. Quindi la verità è in superficie non nel profondo.

Luigi: No, Dio opera in tutto, si annuncia in tutto, ma si rivela in profondità. Bisogna sempre distinguere tra l’opera della verità e la rivelazione della verità. La rivelazione della verità non è data a tutti. Dio opera con tutti, non a tutti rivela la sua verità. L’annuncia a tutti, anche all’uomo nel più grave dei peccati, ma la rivela solo nel suo tempio.

Nino: Noi sentiamo il rumore, ma non sappiamo né donde viene né donde va.

Luigi: La verità è in profondità.

Cina: Ma la verità, Dio è dappertutto e sempre.

Luigi: La verità opera in tutto.

Cina: Nel pozzo tanto nel profondo come all’orlo è sempre pozzo.

Nino: Le cose viste nella loro apparenza sono una cosa, se le approfondiamo sono un’altra cosa (l’esempio del bicchiere colmo d’acqua che appare vuoto).

Luigi: Ma in tutte le cose, se ti fermi all’apparenza, sbagli sempre.

Eligio: Ma una volta capita in profondità, noi vediamo che anche in apparenza la verità si manifesta.

Luigi: Colui che ha la profondità in se stesso, vede l’opera della verità in tutto, perché allora guarda tutto in profondità.

Eligio: Perché la profondità contiene la superficie.

Luigi: Ma la superficie non contiene la profondità: il rapporto non è reversibile. Ma come mai esiste la superficialità? Perché esiste il pensiero del nostro io che si separa da Dio. Dio parla al pensiero del nostro io anche separato da Lui e quindi abbiamo la superficialità. Il pensiero del nostro io separato da Dio non intende la verità, né può intenderla, per cui l’annuncio è in superficie e tutte le cose ci ingannano, perché noi ci lasciamo ingannare da impressioni, sentimenti. Il sentimento è superficialità. Se noi ci lasciamo guidare dai sentimenti, sbagliamo tutto nei riguardi di Dio. Dio non è sentimento. Se tu ti lasci guidare dalle impressioni sbagli. Perché in ogni cosa diciamo: “Pensa!”? Perché in tutte le azioni, se noi non pensiamo, sbagliamo? In qualunque problema bisogna pensare. E cosa vuol dire pensare? Non fermarsi alla superficie. Ora in superficie ti lasci guidare solo dall’impressione e ti comporti e fai delle scelte in conseguenza di quell’impressione. Per cui dici: “A me sembra che la cosa sia così!”, decidi e poi ti accorgi di aver sbagliato. Quante volte! Quante scelte facciamo perché: “A me sembra che questo mi convenga; quello sembra che possa far piacere!”. Faccio e una volta fatto, capisco che ho sbagliato. Come mai succede questo? Ecco, mi sono comportato in superficie. Invece in tutto bisogna pensare. Ora, cosa vuol dire pensare? Pensare vuol dire collegare l’atto che mi arriva in superficie con Dio: questo è approfondire. La verità si trova solo conoscendola, non la si trova in superficie. Eppure Dio parla in tutto, anche quando non lo conosco; si annuncia in tutto, però non lo trovo fintanto che non lo conosco. Allora ritorniamo alla verità: la verità si annuncia in tutto, però non la troviamo fintanto che non la conosciamo. La verità parla in tutto, è vero; però la verità non la trovo in tutto, la trovo solo conoscendola. Fintanto che non la conosco, sento il rumore di essa, ma non la vedo. Dio si lascia trovare soltanto con la conoscenza, e questa conoscenza diventa vita. Invece se noi ci fermiamo in superficie, in quanto ci fermiamo in superficie, noi tradiamo la verità e troviamo la morte. Stando in superficie tradiamo la verità.