Dopo cịò, ricorreva
una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Gv 5 Vs 1
Titolo: Significato di una festa.
Argomenti: Passaggio dall’esterno all’interno. La festa è invito
a cercare in noi ciò che Dio ci ha detto fuori. L’instabilità
è una conseguenza della superficialità. Ogni parola è
fatta in 6 giorni. Approfondire la Parola.
22/Gennaio/1978
Dall'esposizione
di Luigi Bracco:
Teniamo sempre presente che ogni scena, ogni fatto, del
Vangelo, della vita di Gesù, è sempre carica di significato personale e quindi
va sempre riferita alla nostra vita personale. Ogni scena è costituita da tanti
elementi, da tanti personaggi ed è costruita appositamente da Dio per dare
qualche lezione per la nostra vita spirituale.
Stasera ci fermiamo sul primo versetto del capitolo V di
San Giovanni: “Dopo ciò, ricorreva una
festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”.
Cerchiamo di capire che
cosa può significare questo per noi, soprattutto cosa può significare questa
festa che sollecita Gesù, Verbo di Dio incarnato, a passare dalla Galilea alla Giudea.
Da qui la necessità che la nostra anima si svuoti per
poter accogliere la Parola di Dio che arriva a noi, perché se la nostra anima è
piena del pensiero del nostro io, la Parola di Dio si riversa fuori e non può
entrare; non entrando, non può recare quella vita che essa era destinata a
dare.
Ora dice: “Dopo
questo fatto…”, cioè dopo queste lezioni, ricorreva una festa: la festa
dei Giudei. Teniamo presente che i Giudei sono coloro che hanno messo la
fede in Dio prima di tutto. Mettere la fede in Dio prima di tutto, cioè credere,
vuol dire cercare la conoscenza di Dio come preoccupazione principale della
vita. Il Giudeo era il popolo che adorava il vero Dio. Ora adorare Dio vuol
dire: mettere Dio prima di tutto nella nostra vita. L’anima del popolo Giudeo
significava questo.
Ora, una festa in questo
popolo, cioè una festa in questa fede, in questo Tempio, in questa adorazione
del vero Dio, vuol dire “disponibilità”, giorno, tempo che Dio ci offre. La
festa è il giorno del Signore, il giorno in cui il Signore entra nel suo
riposo.
La volta scorsa abbiamo
meditato sopra la settima ora e l’avevamo collegato col settimo giorno della
creazione, quel settimo giorno che si rinnova, si ripete nella vita di
ognuno di noi, come si rinnova e si ripete la creazione di Dio. Per cui
Dio, attraverso i sei giorni, opera nella nostra vita e il settimo giorno si
ritira nel suo riposo e invita noi ad entrare nel suo riposo: ecco la festa! La
festa è il giorno in cui noi siamo invitati ad entrare, a raccogliere le opere
che Lui ha fatto nei sei giorni per noi, a raccoglierle nell’interiorità,
nel suo Verbo: e allora abbiamo il passaggio, motivato dalla festa, quasi a
dirci che Dio stesso, attraverso i tempi e i giorni, opera i nostri movimenti
di vita, la nostra stessa vita.
Gesù qui, il Verbo di Dio che
parla tra noi, è sollecitato dall’opera del Padre, la
festa dei Giudei, a passare dalla Galilea alla Giudea a Gerusalemme. Ora,
Gerusalemme è la città di Dio, quindi significa sempre l’anima dell’uomo,
l’interiorità. Quindi abbiamo un passaggio motivato dalla festa: il Figlio
di Dio non si muove se non vede il Padre operare.
Quindi il Padre opera il tempo,
i giorni della nostra vita e attraverso i giorni ci richiama a quei passaggi
che dobbiamo fare. E questi passaggi sono continui. Vediamo che la vita di
Gesù passa tra Gerusalemme e la Galilea, tra la Galilea e Gerusalemme, passa
sempre da una regione all’altra, fino a morire poi a Gerusalemme. Gerusalemme
che è poi l’anima di ogni uomo. Così qui era in Galilea; sollecitato dalla
festa và in Giudea.
Il passaggio dalla Galilea alla
Giudea, è un passaggio di interiorizzazione, cioè significa che il Verbo di
Dio, dopo aver parlato tra noi (Galilea), entra dentro di noi: quindi ci
sollecita a cercarLo dentro di noi: ecco la festa. La festa, quindi, è
passaggio dalla vita esteriore alla vita interiore; entrare dentro di noi per
trovare in Dio la luce, la conoscenza delle sue opere; raccogliere in Dio
quello che Lui ha fatto nei nostri giorni, nei sei giorni attorno a noi, fuori
di noi.
Quello che Gesù fece col
funzionario (cfr. capo IV), invitandolo a passare dalla presenza fisica alla
presenza spirituale, cioè a nascere dalla sua Parola, ora lo fa Egli stesso,
affinché il mondo sappia che Egli ama il Padre.
Per cui: nascendo dalla parola,
quel funzionario otteneva la grazia di poter vedere la presenza spirituale di
Dio, non più legata fisicamente ad una presenza fisica, ma universale. Quello
che Gesù fece in Galilea adesso lo offre a tutti: lo rende universale.
Galilea è il mondo esteriore:
era chiamata “Galilea delle genti”,
la Galilea dei pagani, perché era una strada su cui passavano le carovane di
tutte le nazioni, quindi un luogo pagano addirittura; infatti là sulle rive del
Lago di Genezareth era un po’ la spiaggia “bene” dei romani, gli invasori di
allora.
Comunque il Verbo di Dio che
parla in Galilea è il Verbo di Dio che parla intorno a noi, cioè significa i
sei giorni della creazione del Dio che opera. Ma abbiamo visto che le opere di Dio legate
ad una presenza fisica sono sempre condizionate ad un luogo, ad un certo
tempo. Infatti, siccome noi siamo
rivolti fuori, il Signore parla fuori, ma parla fuori per sollecitarci ad
entrare dentro di noi.
Quindi tutte le opere che fa
fuori di noi, le fa per raccoglierci interiormente. Come ha seminato quella
parola e ha invitato quel funzionario a nascere dalla parola, così andando a
Gerusalemme invita tutti. Quel funzionario invocava la vita e Gesù, offrendogli
al sua parola “Và, tuo figlio vive”,
gli offre la possibilità di diventare capace di accogliere Lui stesso in se
stesso, la vita, per poterla poi trovare fuori.
Infatti le opere di Dio sono
fatte molto bene e fatte bene vuol dire questo: che ci fa trovare fuori
soltanto ciò che abbiamo dentro: quindi Dio opera per formare noi, nel nostro interno.
Anzi, questo ci significa che tutta l’opera di Dio è un passaggio di
interiorizzazione, per darci il possesso della vita dentro di noi; per cui
Dio parla fuori di noi per invitarci ad avere in noi la capacità di ottenere
quei doni, soprattutto la vita, che noi magari cerchiamo fuori di noi, per
darci la possibilità di portarli.
Quello che Gesù operò in Galilea
con uno (al quale dando la possibilità di nascere dalla sua parola ha dato la
possibilità di trovare lo Spirito, la Parola di Dio in tutto), adesso è Lui
stesso che, entrando in Gerusalemme, quindi interiorizzandosi, entrando
nell’anima dell’uomo, universalizza.
Cioè, quanto più il Verbo di
Dio, il Cristo, passa dalla nostra vita esterna alla nostra vita interna, tanto
più dà a noi la possibilità di essere con Lui in tutto. Ecco il passaggio
dalla Galilea alla Giudea, in Gerusalemme.
Succede anche questo, che se
noi non passiamo con Lui, fuori dopo noi non lo troviamo più. Perché il Verbo
di Dio parla attorno a noi, ma entra dentro di noi e se noi non entriamo con
Lui in noi, cioè se non lo cerchiamo dentro di noi dopo che Lui ha parlato
fuori di noi, invano poi lo cercheremo fuori: non lo troveremo più.
La festa qui è un
invito a cercare dentro di noi quello che Dio ci ha detto fuori. Cioè quello che Dio ha predicato in Galilea, noi, nella
festa, nel giorno del Signore, lo dobbiamo cercare dentro di noi.
Se noi non lo cerchiamo dentro
di noi, invano poi lo cercheremo fuori di noi, non lo troveremo più.
Fuori di noi è come quando una
persona muore e noi invano la cerchiamo ancora negli oggetti che ci ha
lasciati, (fotografie, ricordi, ecc.); essa diventa sempre più lontana, sempre
più fredda, se noi non passiamo in quel nuovo mondo in cui essa è passata. Ecco
perché bisogna andare con lo spirito dove essa è andata.
C’è una parola abbastanza
severa di Gesù: “Quando il padrone di
casa è entrato in casa e ha chiuso l’uscio, invano busserete: non vi conosco!”.
Ecco perché bisogna entrare con Lui in casa.
Quindi c’è un passaggio da
fare, passaggio che è significato da questo passaggio di Gesù dalla Galilea
alla Giudea. Gesù fa tanti passaggi dalla Galilea alla Giudea, è sempre un
andare e venire, perché in tutte le opere di Dio il Signore ci significa il
passaggio definitivo: Egli moltiplica nel tempo quello che poi avverrà
definitivamente, per cui nella nostra vita siamo continuamente sollecitati al
passaggio che un giorno faremo in modo definitivo, nella vita eterna. Ma già in
questa vita continuamente siamo sollecitati a questo passaggio.
Il passaggio dai sei giorni al
settimo giorno (la vita eterna) è sollecitato a noi molte volte: quante settimane nella
nostra vita! Tanti sei giorni e tanti settimi giorni, fintanto che un giorno
arriverà un settimo giorno senza più la settimana successiva. Allora
tutte quelle settimane (fatte di sei più uno, sei più uno, sei più uno, sei più
uno, poi basta), sono tutti passaggi a cui siamo invitati, sollecitati da parte
del Signore.
E così abbiamo questo Gesù che
passa in continuazione dalla Galilea alla Giudea, dalla Galilea alla Giudea,
dalla Giudea alla Galilea, poi arriva un giorno in cui va a Gerusalemme e non
esce più: ecco il passaggio definitivo. Tutto avverrà in Gerusalemme.
Quindi questo ci fa pensare che
tutte le opere di Dio sono già un preannuncio del passaggio definitivo:
bisogna imparare a leggere e allora tutte le cose ci confermano quella che
è la vera vita. È un’educazione progressiva che il Signore fa con noi per
portarci a quella che è la vera vita.
C’è da aggiungere questo: prima
ho detto che se non passiamo col Signore a questa interiorizzazione invano poi
Lo cercheremo fuori perché è soltanto nell’interiorizzazione che si acquista
la possibilità di permanere, di restare. La vera vita non sta nel divagare,
nell’andare di cosa in cosa, ma sta nel fermarsi e nell’approfondire. La vita è permanenza, è restare in -. Ora, la capacità di
restare deriva dall’approfondimento di una cosa: quanto più noi
approfondiamo una cosa, tanto più abbiamo la possibilità di restare (è la
profondità che ci dà questa capacità).
Tanto più noi approfondiamo il
Pensiero di Dio, le parole di Dio, tanto più abbiamo la possibilità di restare.
Ecco allora questa interiorizzazione: Dio ci annuncia le cose fuori, ad esempio
le parole che arrivano a noi arrivano dal di fuori; apriamo il Vangelo,
arrivano dal di fuori; però sono parole che sono lì, parole che chiedono di essere
approfondite, e quanta fatica richiedono per essere approfondite! Ecco,
chiedono di entrare in noi.
Così, dopo aver ricevuto le
cose dal di fuori, si forma in noi la necessità di chiudere gli occhi, di
distaccarci dal di fuori e quindi di fare il passaggio dalla Galilea alla
Giudea, di chiudere gli occhi per cercare dentro di noi.
L’interiorizzazione è questo
approfondimento della Parola, del fatto, della scena, che il Signore ci ha
presentato. Soltanto approfondendo abbiamo la possibilità di permanere, di
restare, altrimenti fuori abbiamo la superficialità. Ma nella superficialità
noi non possiamo restare: ecco che allora c’è l’instabilità.
L’instabilità è una conseguenza
della superficialità. La caratteristica della creatura è la superficialità,
l’instabilità nei confronti di Dio che invece è stabilità. Ma Dio è
stabilità perché è profondità. Noi siamo instabili perché siamo
superficiali. Per cui se vogliamo guarire dalla nostra instabilità,
dobbiamo cercare di approfondire.
Dio nella nostra superficialità,
nella nostra esteriorità, parla: parla con la sua profondità e parlando, ci
invita ad approfondire. Più noi approfondiamo, facciamo tesoro delle parole
che Lui ci fa arrivare, e quindi chiudiamo gli occhi, cerchiamo dentro di noi
con Dio, e più questo ci rende stabili. Più ci avviciniamo a Dio e più Dio ci
fa stabili, ci rende stabili.
È la profondità di Dio che ci rende stabili.
Mentre invece se noi ci accontentiamo soltanto di nozioni superficiali, noi non
possiamo sfuggire all’instabilità, per cui se noi ci sentiamo instabili è
inutile che diciamo: “Fa degli sforzi di
volontà! Cerca di restare!”, ecc. No, se tu vuoi guarire dalla tua
instabilità, approfondisci le cose. Più approfondisci le cose e più tu
diventerai stabile.
Molte volte a noi manca l’amore,
non siamo capaci di amare: non sei capace di amare perché conosci poco; non
preoccuparti di imparare ad amare, impara a conoscere. Più imparerai a
conoscere e più imparerai ad amare: l’amore è una conseguenza. Ma noi se
non siamo capaci ad amare è perché conosciamo poco.
È un po’ come la paura: noi abbiamo paura quando ci
troviamo in un luogo ignoto e allora tutto ci fa paura perché non sappiamo.
Quindi la paura è un difetto di conoscenza. Allora se tu hai paura: paura a parlare,
timore, ecc., è soltanto perché tu non possiedi le cose, ti manca la
profondità. E allora non cercare di superare la tua paura, no, perché non
riuscirai mai a superare la tua paura, ma approfondisci.
Approfondendo le cose, quelle
ti faranno forte. Presso Dio c’è fortezza e noi diciamo che lo Spirito di Dio è
lo spirito di fortezza. Ma lo Spirito di Dio è Verità, è profondità. Quindi se
vuoi guarire dalla tua paura, approfondisci le cose e vedrai che quelle ti
libereranno dalla tua paura. Allora il Signore qui (e tutto quello che è
avvenuto è lezione per noi), fa questo passaggio, sollecitato dalla festa (la
festa è opera del Padre), dalla festa in Gerusalemme dei Giudei (quindi
richiesta della conoscenza di Dio, interiorizzazione), fa questo passaggio per
invitare noi a fare questo passaggio.
Quello che ha fatto fare al
funzionario, adesso lo fa Lui, affinché lo facciamo anche noi, perché è in
Gerusalemme, nella città di Dio, nella nostra interiorità che si ritrova la
vita, quella vita che Lui diede al funzionario. E adesso va a Gerusalemme
per offrirla a tutti, perché è nell’interiorità che il problema diventa
universale, diventa totale.
La parola di Dio detta al
funzionario dà al funzionario la possibilità di una vita universale: il Signore
adesso entra nell’interiorità per dare a noi, a tutti, questa universalità di
vita. Difatti, entrando in Gerusalemme che cosa trova? Una moltitudine di
malati, ecco malati dentro, malati nell’anima, paralitici, ciechi, sordi.
Entrando in noi porta la vita.
Quella vita che stava mancando
a quel funzionario (cfr. cap. IV: il figlio gli moriva), adesso entrando la
trova mancante in tutta l’umanità: è tutta l’umanità malata. Dio entrando in
noi, nel nostro tempio interiore trova tutti malati ed entra per portare in noi
la vita.
Pinuccia: questa festa che provoca questo passaggio di Gesù dall’esteriorità
all’interiorità, per noi non è ancora una realtà, ma solo un invito, vero?
Luigi: Ogni festa è un invito, ma
tutto è un invito, perché tutto di Dio.
Pinuccia: Però una
cosa è essere già nella festa e una cosa è essere invitati ad una festa.
Luigi: Tutte le opere di Dio, e
quindi anche il passaggio che Gesù fa dalla Galilea alla Giudea, sono una proposta
per ognuno di noi. le opere di Dio non si impongono. Tutte le opere di Dio
sono proposte, perché si tratta di vita spirituale e nella vita spirituale
si entra personalmente. Ora, tutto quello che avviene nella vita personale non
può mai essere imposto: può soltanto essere proposto, perché là dove c’è
l’imposizione abbiamo l’impersonalità, l’impersonale. Si nasce alla vita
personale soltanto in quanto si nasce liberamente; quindi si nasce con
l’adesione, e l’adesione è un atto libero: quindi non c’è mai l’imposizione.
Ogni giorno del Signore, ogni opera del Signore, è sempre
una proposta per noi. Infatti i sei giorni della creazione, sono tutte proposte
nell’esterno. Sono fatti esterni, quindi superficiali, fatti che non capiamo,
perché per capirli, abbiamo bisogno di applicarci.
Quindi tutte le opere di Dio arrivano a noi in questa
superficialità e ci sollecitano (proposta) ad intenderle nello spirito di Dio.
Ma questa intelligenza non ci è imposta, ci è soltanto proposta. Quindi
attraverso tutte queste opere arriva il giorno: proposta, il settimo, in cui
Dio sospende la sua opera e ci invita ad entrare nel suo giorno, nel suo
riposo. Per cui “Se tu oggi senti la
parola di Dio che ti invita ad entrare nella sua pace, affrettati ad entrare!”.
Affrettati! Ecco la proposta, perché possiamo non entrare. In tutte le cose Dio
ci dice: “se vuoi”, ci fa una
proposta.
Quindi c’è l’opera di Dio che per noi è superficialità,
cioè non intelletta; perché per avere l’intelligenza delle opere di Dio
(l’intelligenza è presso Dio, non senza Dio), per capirne quindi il
significato, è necessario da parte nostra questa adesione, questo
approfondimento con Dio delle opere sue. Per cui Dio, dopo aver parlato a
noi si ritira in attesa che noi, avendo raccolto quello, entriamo nella sua
vita, nel suo Spirito. Ma si richiede l’adesione, la partecipazione nostra.
Per cui la Parola di Dio arriva a noi come proposta di
fese e chiede a noi l’adesione: la fede, come a quel funzionario. Gesù gli
aveva detto: “Và, tuo figlio vive” e
gli chiedeva la fede. Se noi aderiamo, se noi crediamo, andiamo a vedere. La
fede va a vedere quello che la Parola di Dio gli ha annunciato. “Andiamo a vedere la Parola che ci è stata
annunciata”. Il funzionario andò a vedere, ma per andare a vedere dovette credere,
perché se non avesse creduto alla Parola non sarebbe andato a vedere. Quando la
nostra fede non va a vedere non è fede.
Allora Dio parla; la sua Parola chiede a noi questa
adesione, questa fede, affinché credendo andiamo a vedere: ecco la partecipazione
nostra alla proposta.
Ora, la visione della vita, della Parola che Lui ci ha
fatto arrivare, è soltanto nello Spirito di Dio e in Dio. Quindi si richiede
questo passaggio dall’esterno all’interno (interiorizzazione): passaggio dalla
Galilea alla Giudea a Gerusalemme, perché “Lì
mi vedrete”.
Pinuccia: Quindi questa festa è un
invito, una proposta; ma il tempo è Dio che lo determina. È Dio che la prepara
per noi.
Luigi: Certo, tutte le domeniche,
tutti i giorno del Signore, tutte le feste sono preparate per noi.
Pinuccia: Allora tutti i momenti?
Luigi: Dopo ogni sei giorni,
perché Dio opera per condurci al settimo giorno.
Pinuccia: Allora la proposta non ci
arriva ad ogni istante.
Luigi: Ad un certo momento tutto diventa domenica, cioè tutto diventa vita
eterna. Noi siamo fatti per entrare nella vita eterna. Apparentemente ci sono
sei giorni e c’è un giorno solo per entrare nella vita eterna: il settimo
giorno; ma questo settimo giorno ad un certo momento invade tutto.
Il Regno di Dio è piccolissimo, un punto. La Creazione, i
sei giorni, sono “molto”, le opere di Dio sono grandiose attorno a noi; quindi
sembra che siano molto più interessanti, molto più importanti i doni di Dio che
non Dio stesso. Eppure, proprio attraverso questa porta stretta del settimo
giorno, ad un certo momento noi entriamo in una vita che invade tutti i sei
giorni, tutti i sette giorni, cioè diventa eternità.
L’eternità non è più fatta di giorni. L’eternità è
Presenza universale. Che cosa vuol dire questa Presenza universale? È
il recupero. San Paolo parla di recuperare il tempo nell’eternità. Nell’eternità
si recuperano tutte le opere di Dio, che Dio elargiva nel tempo nostro per
farci entrare.
Emanuele: Questi sei giorni sono
anche tutto l’arco della nostra vita?
Luigi: Sì, ma non ci sono sei
giorni; c’è sempre un sei più uno. La caratteristica è lì. Ogni opera è
fatta di un sei più uno, sei più uno. Ogni Parola che arriva a noi, diciamo in
termini poveri, è fatta di sei lettere, più una vita eterna. Ogni Parola
che Dio fa giungere a noi, la fa seguire da una pausa, affinché in quella
pausa, in quel silenzio noi ricuperiamo quella Parola lì nel suo Spirito, nella
vita eterna.
Allora i sei giorni più uno significano ogni opera di
Dio. E allora possiamo dire che ogni istante è costituito da
quel sei più uno. Il sette è simbolo dell’eternità. Ad esempio leggiamo una
frase: “Dopo ciò ricorreva una festa dei
Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”. La capiamo? Sì, la capiamo nella vita
eterna che cosa vuol dire….parola per parola. Ma che cosa significa? Ecco il
settimo giorno.
Quindi noi abbiamo i sei giorni: una frase, che arriva a
noi nel mondo esterno. Ci fermiamo alla materialità? Ci fermiamo ai sei giorni.
Però capiamo di non capire. Che cosa vuol dire per noi, che cosa vuol
significarci Dio? Non capiamo. Ecco che Dio entra nel suo riposo: noi
non capiamo: Dio tace. Ma il suo silenzio invita noi ad entrare nel suo
silenzio. Ogni parola richiede una pausa di silenzio, altrimenti se uno
bombardasse di parole una dietro l’altra senza respiro, chi ascolta ad un certo
momento è esaurito, perché non gli si dà il tempo di assimilare. Ogni cibo va
assimilato.
Pinuccia: Sarebbe l’opera di
raccolta di ogni parola che giunge a noi?
Luigi: Ogni parola è fatta in sei
giorni, giunge a noi attraverso i sei giorni della creazione, così ogni
avvenimento, fatto, parola detta o scritta. Infatti noi abbiamo letto qui una
frase. Ma questa frase qui per arrivare qui stasera, ore 18,30, qui ai nostri
occhi, è arrivata a noi attraverso sei epoche di creazione, arriva a noi
attraverso dei millenni, ed è fatta personalmente per noi, affinché in
quell’ora, in quel momento, noi la leggessimo e ci fermassimo. Un fatto che
avviene, avviene dal principio della creazione, quindi viene da spazi lontanissimi
e ad un certo momento arriva a contatto con noi e noi vediamo quel fatto: ma
quel fatto lì stava viaggiando da miliardi di anni luce per arrivare a noi, e
finalmente è arrivato a noi, alla nostra stazione e ce lo troviamo lì. Ma il
Signore è dal principio che lo faceva viaggiare per noi affinché s’incontrasse
con noi in quel determinato momento della nostra vita. Allora, tutto quel
viaggio lunghissimo che non dipende da noi, rappresenta i sei giorni,
attraverso cui Dio lo fa arrivare, il sesto giorno a contatto con l’uomo: “facciamo l’uomo”. Ma come dice: “facciamo l’uomo”, Lui entra nel settimo
giorno, entra nel suo riposo, affinché l’uomo collabori. Infatti dice “facciamo” e quindi abbiamo la
collaborazione: ecco la proposta: “se
vuoi”.
Cina:
Questo giorno del Signore corrisponde all’ora settima del funzionario, l’ora in
cui lui ha creduto a questa parola ed è partito sulla parola e suo figlio ha
cominciato a vivere in quest’ora.
Luigi: La vita viene a noi dal Dio che parla: “L’uomo vive di ogni parola
che procede dalla bocca di Dio”. Ma in quanto la parola entra, è raccolta,
entra in noi dal momento in cui noi nasciamo dalla Parola.
Rina:
È il tempo dell’incontro no?
Luigi: Sì, però il tempo d’incontro è sollecitato,
perché Dio s’incontra con noi, noi non c’incontriamo con Lui. allora Dio ci fa
la proposta e tace ed invita noi adesso a rispondere a questa sua proposta. Per
cui ogni parola è fatta di un suono ed un silenzio. Il suono è Dio, la sua
proposta, il silenzio è il tempo che è necessario a noi per entrare in questa
proposta, quindi per assimilare, per capire, per pensare: abbiamo bisogno di
silenzio, altrimenti la cosa resta in superficie.
Ma
più resta in superficie e più noi siamo
instabili.
Ecco perché è necessario approfondire, ma per approfondire è necessario il
silenzio. Per cui il fatto mi arriva: ho gli occhi aperti: mi arriva un
fatto, un quadro della natura, ad esempio o una notizia. Come mi arriva è un
suono, rumore che arriva a me. Come mi è arrivato, adesso devo chiudere gli
occhi e meditarlo dentro. E come lo medito? Accostandolo al Pensiero di Dio.
Questo fatto in quanto mi è arrivato, è Dio che me lo ha fatto arrivare. Ma che
cosa mi vuol significare? Per cominciare a dire questo, devo chiudere gli
occhi, perché se continuo a guardare fuori quel fatto lì, ne vedo altri e poi
altri ed è finito, resto in superficie: passo da una scena ad un’altra, divento
instabile. Ma l’instabilità diventa morte, perdita di vita, perché più sono
instabile e più perdo la vita. La vita è restare nella parola che mi è giunta.
Quindi il problema non sta nell’accumulare tante parole, ma nell’approfondire
una parola. Basta una parola sola.
Emanuele: Cercarne il significato.
Luigi: Sì, cercarne il significato, ma con Dio. “Senza di Me non potete fare nulla”. È Dio che ci sollecita a
questa ricerca del significato. È Dio senza Dio noi non avvertiamo nemmeno che
c’è bisogno di approfondire. Ma se abbiamo presente il pensiero di Dio, già il
semplice pensiero di Dio ci dice: “Guarda che io ti sto parlando, e se ti sto
parlando devi cercare di capire quello che ti dico”. E allora avendo il
pensiero di Dio e avendo ciò che Dio ci ha fatto giungere, abbiamo queste due
cose che dobbiamo portare dentro di noi: ecco il settimo giorno: passaggio
dalla Galilea alla Giudea, a Gerusalemme; si entra dentro, si medita, si
riflette, fintanto che non si giunge alla luce. È la pazienza del terreno che
accoglie il seme del seminatore (il seme è la parola) e nella profondità, con
la pazienza, si medita fino a portarla a maturazione, fino a giungere alla
luce, al significato, a quello che Dio ha voluto significare in quella parola.
Per esempio il lavoro che abbiamo fatto adesso, fermandoci su questa piccola
frase: a poco per volta, abbiamo riflettuto su Galilea, su Giudea, su
Gerusalemme, sul passare da una cosa all’altra, ma sempre alla luce del
pensiero di Dio. Abbiamo tenuto presente il pensiero di Dio e tenuto presente
il fatto che Dio ha operato, e avendo tenuto presente il fatto e avendo tenuto
presente il pensiero di Dio, abbiamo cercato di unire le due cose nello
Spirito, per arrivare a capire che cosa personalmente potesse significare a
noi. allora, prima abbiamo letto: leggendo è rumore, è suono che arriva a noi;
poi abbiamo fatto silenzio, abbiamo meditato col pensiero di Dio,
interiorizzato, cioè abbiamo fatto il passaggio dalla Galilea alla Giudea.
Pinuccia: È opera di raccolta.
Luigi: Sì, l’opera di raccolta sollecitati dalla festa del Signore.
Rina:
Io avrei interpretato la festa come un tempo di dispersione.
Luigi: No, ma la festa è giorno del Signore! Qui dice festa dei Giudei:
ora il Giudeo era il popolo dedicato al Signore. Quand’è il giorno di festa per
un popolo? Se io sono un popolo dedicato alle gozzoviglie, la mia festa è il
giorno in cui faccio gozzoviglia, cioè il giorno in cui posso esprimere
veramente ciò per cui io vivo. La festa di ognuno è il giorno in cui può
esprimere se stesso. Ora se io sono un popolo giudeo e sono dedicato alla
conoscenza di Dio, la mia festa è il giorno in cui mi posso dedicare alla
conoscenza di Dio. Perché gli altri giorni magari non mi posso dedicare,
soffro, ma sono dedicato a questo, quindi ognuno ha la sua festa. Se invece la
mia vita serve non al Signore, ma ad altro, a divertirmi, ad esempio, nella mia
festa, io mi diverto, perché già durante i sei giorni io penso alla partita di
football: finalmente al settimo giorno! Un giorno un tale mi diceva: ma se mi
tolgono anche la partita di football, a che cosa mi serve ancora la settimana?
Per cui era disposto a pagare magari centomila lire per andare a vedere una
partita di football, se no a che serve ancora la sua vita? Ecco si arriva a
quel punto lì. Questo sembra ci faccia sorridere, ma ognuno di noi fa questo
nel piccolo, e guardate quante centomila lire noi spendiamo di energie, di
vita, di pensiero, per una partita di football, per una partita di football!
Emanuele: Come si fa a lavorare contemplando Dio? Vuol dire fare un lavoro
come un servizio, nel pensiero di Dio?
Luigi: Lei resta dentro soltanto se motivata da. Soltanto se è motivata
dalla Parola di Dio resta in, altrimenti non resta.
Continuiamo
ora la lettura del riassunto, iniziata la volta scorsa.
Pinuccia: Continuazione lettura riassunto dell’incontro del
27/XI/1977. (Tema: La vita viene dal rapporto a tu per tu con Dio.) Eravamo
giunti al problema: perché il superamento dell’io costa sofferenza? Non si
parlerebbe né di penitenza, né di conversione, se non ci fosse stato un
rapporto sbagliato tra la nostra anima e Dio, se non ci fosse stato un rapporto
di autonomia che ha provocato ad attribuire qualcosa che è di Dio; per cui
costa distaccarsi. Sì, può anche essere motivo di sofferenza il fatto di non
capire “il più” per il quale uno deve distaccarsi dal meno. Però anche Adamo
non capiva ancora, ma il fatto di sapere che l’avrebbe capito dopo, gli dava
pace, come potrebbe succedere per noi, con una persona amica che può spiegarci
un giorno anche ciò che ora non capiamo: anche se ora non so, so che un giorno
capirò. Quindi questo non è un motivo di sofferenza. Il motivo di sofferenza
invece viene dal fatto di dover ricuperare una dispersione e di dover superare
certe aderenze. E questa conversione è personale, perché abbiamo trascurato Dio
in noi personalmente; per questo va ora cercato in modo personale. È necessario
questo cambiamento di mentalità: è questa la penitenza. Ma la mentalità non
cambia se non cambia la meta, il fine. Ma il fine che prima ci proponevamo, ci
aveva fatto creare dei legami con persone, ambiente, lavoro, ecc.: ecco allora
la sofferenza della penitenza, del ricupero. Per questo Gesù ci dice che
dovremo rendere conto di ogni parola inutile, perché ogni parola inutile, cioè
detta non secondo Dio, ci costerà poi penitenza. L’ambiente, ciò che ci
circonda, le persone, non sono mai determinanti: la responsabilità è sempre
personale. La responsabilità viene da “respondeo”: è la risposta ad una
proposta di Dio, ad un determinato ambiente. L’ambiente, essendo opera di Dio,
è sempre per salvarci, per richiamare la nostra attenzione a Lui, quindi non sono
le cose, le persone, l’ambiente, che agiscono su di noi, ma è Dio che agisce su
di noi. e qui viene l’esempio della chiave inglese. Cioè se viene un meccanico,
per esempio, ad aggiustare un radiatore e arriva con una chiave inglese, io
non dico che è arrivata la chiave inglese, ma dico che è arrivato un
meccanico con la chiave inglese. Quindi così: se arriva Dio con le creature,
non devo dire: è arrivata la creatura, ma è arrivato Dio con la creatura.
In tutti gli avvenimenti non c’è, ad esempio, né il gatto , né il cane, né
l’uomo, ma c’è Dio che arriva con il gatto, con il cane e con l’uomo, ecc.;
tutte queste cose: gatto, cane, uomo, ecc., hanno la parvenza di essere
autonomi, ma in realtà sono in mano di Dio. E nel futuro, cioè nella vita
eterna, vedremo che oggi è già così (nella vita eterna lo vedremo chiaro, ora
per fede), però già oggi è così. Per arrivare a questa conoscenza è
richiesta la nostra partecipazione personale perché per arrivare a questa
conoscenza ci è richiesta questa generazione personale del Verbo in noi:
dobbiamo nascere da Dio, dalla Parola di Dio. E si nasce da Dio nel silenzio
di tutto.
Luigi: Ecco, lo vedi il collegamento con l’argomento di oggi?
Pinuccia: Sì, si nasce da Dio, nel silenzio di tutto ciò che non è Dio.
Continuazione della lettura.
Si nasce come Parola di Dio, quando non sentiamo più le altre
parole, quando tacciono le altre parole. Tutto ci convoglia a questo rapporto
personale con Dio: e qui sta la bellezza dell’amore (abbiamo l’esempio anche
nell’amore umano) in questo incontro a tu per tu, da cui ci viene la vita.
Nessuna creatura può dirci quella parola personale che Dio ha da dire a noi,
l’invito alle nozze è personale. Non si servono le nozze nel cestino.
Luigi: Dio non ci manda le nozze nel cestino da viaggio.
Cina:
Ci chiede una pausa.
Pinuccia: Continuazione lettura: è la scoperta di una presenza, non
si è più soli, perché Dio genera continuamente il suo Verbo in noi e Dio
conferma continuamente la sua presenza in noi. “Sono io che parlo con te, sono Io non temere”. È Lui che dà a noi
la possibilità di pensarLo sempre, di guardarLo. Si vive con Lui presente. È
necessario che sappiamo questa meta a cui dobbiamo tendere, cioè è necessario
che sappiamo che Dio opera per portarci a questo tu per tu, affinché non
sprechiamo la vita in cose relative o perché non impostiamo la vita su modi di
essere. Il “Tu” di Dio si scopre seguendo le sue parole. Gesù ci rivela il
Padre attraverso parole difficili come: “Noi
verremo e faremo dimora in lui”, “Io e il Padre siamo una cosa sola”, “Vi
parlerò apertamente del Padre”. Ecco Lui ci parla del Padre dicendoci
queste parole. Però noi lo comprendiamo solo se ci fermiamo personalmente su
queste parole di Gesù. È la parola che solo Lui può dirci: “E come mai ti sei manifestato a noi e non al mondo?”, perché
questa manifestazione è personale.
Pensieri
conclusivi:
Cina: In tutto questo discorso è
chiara quella parola di Dio: “Vieni”.
Luigi: La domenica è proprio
questa parola conclusiva di tutte le opere di Dio: vieni!
Cina: Sì, il giorno del Signore:
tutto quello che ci arriva chiede a noi però questa pausa.
Luigi: Questo andare a
Gerusalemme, questo entrare dentro di noi, nell’interiorità, perché soltanto
nell’interiorità si scopre la profondità e solo nella profondità si trova la
stabilità e quindi di è liberi dall’inquietudine, dalla superficialità.
Pinuccia: Tutto l’argomento di oggi lo vedo sintetizzato
nell’esempio della chiave inglese: in tutte le cose che arrivano a noi, parole,
avvenimenti, ecc., è Dio. Questo è un invito all’interiorizzazione, perché se
io mi fermo all’apparenza, allora vedo le cose, le persone, i fatti e così non
li capisco. Il fatto stesso di non capirli, se ho il Pensiero di Dio, sento
l’invito a raccoglierli. E quindi è Dio che arriva con questo, con quell’altro,
ecc., però è Lui. questo è passare dall’apparenza (esteriorità)
all’interiorità, passare dal Verbo che parla fuori attraverso queste sembianze
apparentemente autonome, al Verbo che parla dentro.
Luigi: Però l’anima di questo
passaggio, senza la quale non lo facciamo perché non ci viene nemmeno in mente
di farlo è il Pensiero di Dio.
Pinuccia: Quindi noi dobbiamo solo
preoccuparci di stare afferrati al Pensiero di Dio. Ed è Lui stesso che ci
suggerisce, ci sollecita, ci invita a questo passaggio.
Luigi: Sì, ci invita, ci
sollecita, non è che ce lo faccia fare.
Pinuccia: Ma Lui ci dà sempre la
possibilità di stare afferrati al suo Pensiero?
Luigi: Quanto più
l’approfondiamo, sì. La stabilità del pensiero è già una conseguenza e quindi
richiede molta profondità. Più noi arriviamo a questa profondità e più troviamo
la stabilità. Non è che la profondità arrivi perché pendo Dio: la profondità è
all’infinito e più noi scaviamo nei doni di Dio e più Dio ci rende stabili.
Pinuccia: Però per scavare dobbiamo
stare afferrati a questo pensiero.
Luigi: La via è quella.
Pinuccia: Cioè tenere presente che
Dio è Colui che opera in tutto.
Luigi: L’anima
dell’approfondimento è il Pensiero di Dio. E non possiamo tenere presente Dio se
non come colui che fa tutto, se no, non sarebbe più il Pensiero di Dio.
Emanuele: Pensavo alla porta
stretta: ogni cosa che arriva è Dio che ce la manda, quindi non fermarci
all’apparenza, ma chiudere gli occhi e approfondirla, per potere poi agire motivati
da Lui. ma questo è facile dirlo, difficile è attuarlo. Qui sembra tutto più
facile, ma basta avere un mal di testa un po’ più forte o un mal di denti ed è
già tanto non imprecare, ma come attuare questo che si capisce che è vero?
Luigi: Bisogna approfittare dei
tempi che il Signore ci dà: la festa è un dono del Signore. La possibilità ad
esempio di trovarci qui è un dono del Signore. Bisogna approfittare di questo
tempo qui, perché noi più approfondiamo questo, in questa festa, più otteniamo
la grazia, per cui: “Affrettati ad
entrare!”. Se il Signore oggi ti fa sentire la sua voce, affrettati ad
entrare, perché più uno entra, più ha la possibilità di superare il mal di
testa, ad esempio.
Emanuele: Cioè se lo tiene senza
imprecare.
Luigi: Non soltanto senza
imprecare, ma addirittura, ad un certo momento, da lodare il Signore, perché in
tutte le cose c’è un piano di Dio: è un piano che va proprio bene per noi; e
anche il mal di testa è un piano azzeccato per noi. ogni cosa è azzeccata per
noi: è piano di Dio! E allora vedendo quello, uno si sente pensato. È vero, mi
fa male, però lodo il Signore perché mi pensa. Uno lo vede però, non lo fa così
come sforzo, ma lo vede: “Ti ringrazio Signore, perché mi stai dietro, mi
aiuti, mi correggi”. Uno si sente conosciuto, si sente amato. Invece se uno non
fa questo lavoro, ad un certo momento anche le formiche ti ignorano, nessuno
più ti conosce. Se non facciamo allora il passaggio dalla Galilea alla Giudea
quando il Verbo di Dio lo fa in noi, noi poi invano lo cerchiamo fuori. Per
questo poi perfino le formiche mi ignorano, perché non sono più conosciuto.
Tutto avviene, ma senza conoscermi, per cui io cerco a destra e a sinistra ma
nessuno più mi conosce, perché non ho conosciuto Dio. Perché non ho fatto il
passaggio quando Dio l’ha fatto e allora invano cerco qualcuno che mi conosca e
mi comprenda: sono in una città straniera che non mi conosce più.
Delfina: Mi ha colpito in un
atlante, vedere la terra piccolissima in confronto a dei pianeti.
Luigi: Vista allora nel sistema
stellare scompare, non è nemmeno più un puntino visibile col cannocchiale più
potente. Dal punto di vista della galassia la terra non si riesce più a vederla
nemmeno col telescopio più potente, scomparsa!
Emanuele: In questa immensità che ci
sovrasta, non ci sentiamo che un puntino.
Luigi: Sì, però in questo punto
qui, come diceva Pascal, c’è tutto l’infinito, poiché l’infinito è tutto in
ogni punto. Per cui l’universo ci spaventa, eppure in noi c’è qualcosa che
comprende l’universo, più vasto dell’universo! Ecco la meraviglia! È il nostro
pensiero che è più vasto dell’universo, perché l’universo non comprende il
nostro pensiero. Ecco perché noi invano cerchiamo qualcuno che ci conosca fuori
di noi. Noi, nel pensiero, comprendiamo l’universo. Ma tutto l’universo non
comprende un nostro pensiero. Infatti noi col nostro pensiero, pensiamo alle
vastità immense, in cui ci sprofondiamo e in cui ci smarriamo, però conosciamo
le profondità immense: ma le profondità immense non conoscono noi, ci ignorano.
Per cui le stelle sono fredde: ci guardano, ma sono fredde, lontane, ci
ignorano , ci stanno a guardare. Noi moriamo, ma le stelle continuano a
brillare come se noi non ci fossimo, come se tutte le tragedie nostre fossero
niente, continuano imperturbabili il loro corso: è il Signore che ci dà una
lezione. Con Dio invece le stelle parlano, vivono con noi, non ci stanno più a
guardare. Le stelle diventano un linguaggio. Tutto diventa linguaggio, tutto
parla.
Cina: Santa Teresina scrive che
Gesù, per confortarla, le dice: “Creatura,
ho fatto i cieli per te”.
Luigi: Sì, i cieli sono fatti per
noi, per un nostro pensiero.
Pinuccia: Questo linguaggio delle
stelle è un linguaggio che ci parla dell’immensità di Dio.
Luigi: È Dio che parla con noi e
ci dice tante cose, tutto, perché in ogni punto c’è tutto l’infinito, tutto
l’universo. Quindi non ci dice soltanto la sua grandezza, ci dice tante cose. E
in tutte le cose. Non c’è diversità tra quello che ci dice col filo d’erba e
ciò che ci dice con le stelle.
Pinuccia: Si tratta solo di saper
leggere ed ascoltare.
Luigi: E quanto più abbiamo
profondità dentro di noi, tanto più abbiamo la possibilità di leggere. Se
invece siamo superficiali, non leggiamo più niente, ecco l’importanza di
approfondire. Perché ognuno di noi legge fuori quello che ha dentro. Ad esempio
di fronte a un quadro, dieci persone hanno interpretazioni diverse,
approfondimenti diversi. Da che cosa dipende? Il quadro è sempre uguale;
dipende da quello che hanno dentro. E così in Dio: abbiamo miliardi di persone
e ognuno penetra per quello che porta dentro di sé, per quanto ha amato Dio.
Rina: Ricorderò questa frase:
Dio parla in tutto e la sua parola va interiorizzata: più ci interiorizziamo
più capiamo le sue parole. Il suo parlare è per renderci più interiori, vero?
Luigi: Sì, più noi ci
interiorizziamo e più noi diventiamo stabili; la nostra instabilità non fa
altro che denunziare la nostra superficialità. Approfondisci e diventerai
stabile. Non devo lamentarmi: ad esempio, se io ho avuto una natura infelice,
sono instabile; no, approfondisci, interiorizzati e troverai la stabilità,
perché Dio è stabilità.
Emanuele: Quando penso all’immensità
che ci sovrasta, alla grandezza e bellezza delle opere di Dio, mi pare
impossibile che si possa ancora essere infedeli, eppure succede. E mi sembra
che tutti gli uomini col loro agitarsi siano burattini. Pensare all’immensità e
alle meraviglie delle opere di Dio ci dà una dimensione diversa.
Pinuccia: Dà proprio
quell’impressione lì quando si vede per televisione gente che si agita in
politica e scioperi: ma che cosa credono di risolvere? Non siamo mica creati
per quelle cose lì: quanto spreco di energie e di tempo!
Luigi: infatti non risolviamo
niente, non possiamo risolvere.
Cina: Sentiamo quest’impotenza
di fronte a persone che hanno grosse difficoltà, montagne insormontabili, muri
da tutte le parti.
Pinuccia: Come di fronte a persone
malate di cancro e che invocano la morte.
Luigi: Vuol dir molto essersi
preparati prima, cioè avere acquisito prima una certa visione. È già il fatto
stesso di essersi convinti che in tutto c’è Dio, che tutto è opera sua; allora
anche la malattia viene ridimensionata, viene accolta con Spirito diverso. E il
fato di accoglierla con spirito diverso vuol dire quasi trasformare la malattia
stessa. Non è che uno possa prepararsi durante la malattia: durante la malattia
uno è sotto l’uragano e quindi i venti soffiano da tutte le parti. No, è la
preparazione prima, il modo con cui uno arriva che conta e allora la cosa è
tutta diversa. Si ragiona con Dio, si colloquia con Dio nello stesso male. Per
cui il Signore mi fa passare una notte cattiva? Ma è il Signore che mi fa
passare una notte cattiva, è il Signore che mi sta tenendo sveglio! Allora la
notte acquista già tutto un altro tono. Una cosa è quando uno non riesce a
dormire e si preoccupa perché non riesce a dormire e si affanna: come farò,
come non farò? E un’altra è quando si dice: “È il Signore che non mi lascia dormire; se mi
tiene sveglio ha i suoi motivi”. Quindi cerchiamo di approfittare di questa
veglia; allora la notte già cambia subito aspetto. Così tutte le cose, anche la
malattia. Anche ogni fatto, ogni dolore: ma è Dio che me lo manda, quindi
cerchiamo di ragionare con Dio, attraverso questo fatto che mi manda.
Rina: C’è malattia e malattia,
chi può essere calmo, chi non può esserlo.
Luigi: Certo, e non possiamo
giudicare. Ma certamente la componente interiore gioca molto, vuol dire molto.
Perché ad un certo momento noi ci troviamo solo più con dei muri, a lottare
contro i muri, a spostare le montagne, ecc. invece con Dio ad un certo momento
tutte le montagne si spostano, tutti i muri si aprono: come mai? È tutto
questione di: o con Dio o senza Dio. Senza Dio ad un certo momento tutto
diventa un macigno che ci schiaccia e proprio non si può fare niente. Invece
con Dio ad un ceto momento, anche le cose più pesanti, nelle situazioni più
difficili, ad un certo momento, il sole splende, è cambiato tutto: cosa è
successo? Non possiamo rendercene conto, ma si è con Dio. E Dio ci dice: “Vedi? Non ti devi spaventare di niente: c’è
la tempesta, ma da qui a cinque minuti è tutto calmo, i venti cessano, la
tempesta è finita; quindi non spaventarti: ci sono Io in tutto”: ma
è lì il fatto importante: sono Io. Il fatto stesso di dire: “Signore sei tu”, già la tempesta è
svanita.
Emanuele: Dobbiamo tenerlo molto
presente, se no ci manda delle situazioni per farci sentire che non lo teniamo
presente.
Luigi: Ci fa sentire che non lo
teniamo presente, cioè ci fa sentire l’impotenza, perché Lui è l’onnipotenza e
quanto più noi ci crediamo onnipotenti, tanto più Lui ci fa toccare con mano la
nostra impotenza, il nostro niente. Ma noi ce lo sogniamo invano di rimediare
alle nostre questioni sociali, ai nostri problemi, agitarci, ecc. il Signore ci
dice: “Siete degli impotenti, senza di Me
non potete far niente, ed io vi sto dimostrando che senza di Me non potete fare
niente”. E fintanto che non ci convinciamo che i nostri problemi li
dobbiamo dialogare con Dio, i nostri problemi diventano sempre più insolubili e
noi sprofondiamo di abisso in abisso in problemi sempre più grossi, sempre più
gravi, di fronte ai quali noi ci troviamo come di fronte alle montagne che non
possiamo spostare, fintanto che non ci convinciamo che il problema va
considerato con Dio. Ma come incominciamo a considerarlo con Dio, subito assume
un altro aspetto, ecco, la via si apre.