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Chi crede in Lui non è giudicato, ma chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome del Figlio unigenito di Dio.  Gv 3 Vs 18


Titolo: Chi crede non è giudicato,  ma chi non crede è già giudicato

Argomenti: La vita è conoscenza – Il deserto – Evidenziare il vero bisogno – La fame di Dio – Salvezza non giudizio – Essere trasformati in Pensiero di Dio – Dio salva convincendo, non imponendo – Individuare la Parola tra le Parole – Il destino dell’uomo – Le giustificazioni dell’io – La vita dello spirito – Il contemplativo – La semplicità di pensiero – Avere in noi la vita – L’incapacità di pensare – La proposta di Cristo – Il vero discepolo – Capire la Parola è trattenerla – L’amore supera tutto – Restare nella Parola – La promessa di Dio – Verità e Via -


27/Febbraio/1977


 

Riassunto dei versetti 16 e 17:

Nella domenica 13 febbraio si era commentato il versetto 16 “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unico affinché coloro che credono in Lui non periscano ma abbiano la vita eterna”; nella seconda parte del discorso con Nicodemo, Gesù spiega come avviene la rinascita secondo lo Spirito, necessaria per vedere il Regno di Dio.

Dapprima presenta ciò che l'uomo deve fare nei riguardi di quello che gli arriva; deve cioè innalzare, mettere in alto il Pensiero di Dio, la parola di Dio che giunge a lui. E questo implica la necessità di lasciare per avere la disponibilità totale di animo: “Mi troverete se mi cercherete con tutto il vostro cuore” e per permanere nell’ascolto fino alla rivelazione del Verbo di Dio.

Poi presenta l'opera di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio”.

Tutta l'opera di Dio è rivolta per donare a noi il Suo Pensiero, il suo Verbo, perché vuole condurci alla vita eterna, cioè vera, che è la conoscenza di Dio.

Il vero amore, che è dare la vita, è rendere l'altro partecipe della vita che uno ha; Gesù che dà la vita per noi, dà la sua vita che è la conoscenza che Egli ha del Padre e quindi l'intimità col Padre.

Il suo sacrificio è un passaggio per arrivare a questo dono. “Dio ha tanto amato il mondo”, cioè attraverso un lungo processo ascensionale della creazione, Dio opera per portarla al livello, “Ecco l'uomo”, in cui può ricevere il Suo Pensiero.

Noi stessi portiamo in noi la testimonianza dell’opera dell’amore di Dio, perché possiamo pensare a Dio. Si pensa Dio col Pensiero di Dio.

Il Pensiero di Dio è un tesoro immenso che ciascuno porta in sé, perché è la chiave della vita eterna, in quanto ci dà la possibilità di conoscere Dio, se raccogliamo tutto in Lui.

Infatti non basta avere il suo Pensiero, perché il suo Pensiero non ci comunica direttamente la sua vita e la sua conoscenza; per conoscere Dio e giungere alla vita eterna, bisogna che Lo mettiamo in alto facendone il tesoro della nostra vita, raccogliendo tutto lì; allora sarà questo Pensiero che ci rivelerà il Padre.

“…Affinché non perisca ma abbia la vita eterna”.

Dice: “…perché non perisca”, perché c'è il rischio di perire; l'opera di Dio non perisce solo se si salda nell’uomo col Pensiero di Dio.

È necessario questo passaggio, questo superamento.

Cristo è il pontefice. Non dobbiamo legarci a nulla, ma unire il nostro pensiero a Dio e non alle cose.

Questi due punti sono stati espressi molto schematicamente, ma il pensiero centrale è questo: che Dio ha donato a noi il suo Pensiero affinché non periamo ma abbiamo la vita, che è la conoscenza del Padre.

La domenica successiva, 20 febbraio, tutto il discorso di Gesù con Nicodemo, va visto in relazione all’argomento della necessità della rinascita da Dio per poter vedere. Quindi anche il tema del deserto, del versetto 14, quando Gesù dice: “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, cosi è necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”.

Che cos’è il deserto? Il deserto è un luogo, o una situazione, un avvenimento, che ci porta a staccarci da tutto e ci porta ad evidenziare in noi il nostro bisogno essenziale.

Luigi: Il deserto è quello che evidenzia in noi l'essenziale, ciò di cui abbiamo realmente bisogno, lo evidenzia; se uno è portato alla fame, nella fame si evidenzia il bisogno essenziale. Quel ridurre l'uomo al bisogno essenziale, si chiama deserto; il deserto è la riduzione; attraverso tutte le situazioni della vita, Dio ci conduce, forse solo in agonia, ad evidenziare in noi il bisogno essenziale. Per cui avviene una eliminazione: si parte nella ricchezza, nel benessere, dai tanti bisogni, dalle tante cose, poi a poco per volta si toglie prima una cosa poi l'altra, ecc. È come se uno ci dicesse: “Se tu dovessi perdere tutto, che cosa vorresti salvare?”: li è il deserto.

Ma è una proposta: “Se tu dovessi perdere tutto di quello che hai, che cosa vorresti salvare? Che cosa ti sta più a cuore?”. Invece il Signore può, attraverso gli avvenimenti, portarci a perdere tutto in modo da evidenziare quello di cui veramente abbiamo bisogno.

Quindi il deserto è la situazione in cui si mette in evidenza il vero bisogno della nostra vita; ora, non è che noi andiamo a cercare il deserto, il deserto arriva a noi: ad esempio una malattia grave, una disgrazia, è uno spogliamento. In uno spogliamento noi ci afferriamo ad una speranza, ad un bisogno, per cui capiamo che tutto ci viene di li: “Ah, se io avessi questo!”, e li si evidenzia il vero bisogno. Ora, Dio attraverso tutte le lezioni della vita ci porta a constatare che il vero nostro bisogno è quello di trovare Lui, perché tutto dipende da Lui; per cui ci porta ad aver fame di Lui, al bisogno di trovare Lui, di cercare Lui. È quello che dovevamo fare all’inizio, ma ci siamo dispersi; allora Lui, attraverso le sue opere, attraverso tutta la storia della nostra vita, ci conduce alla fame “Manderò la mia fame sulla terra; non fame di cibo materiale, ma fame di ascoltare parole di Dio”. Per cui ad un certo momento l'uomo si accorge che per risolvere il suo problema, per trovare la sua luce, per trovare la sua vita, ha bisogno di trovare Dio.

Senza Dio l'uomo si accorge che non può fare niente; a questa impotenza il Signore conduce tutti, sia chi crede che chi non crede. Per cui ognuno di noi ad un certo momento si accorge che la soluzione ad ogni suo problema sta in Dio.

Dio ci chiede di metterlo in alto, sopra tutti gli altri interessi; questo vuol dire credere.

Lui non ci salva automaticamente. La salvezza richiede il superamento del pensiero del nostro io, che solo noi possiamo fare. Se noi non lo innalziamo, non facciamo quanto ci chiede. Dio opera la Verità anche senza di noi, attraverso il crollo di tanti altro valori, per l'evidenziazione del Verbo che aveva chiesto a noi. All’ultimo abbiamo la Croce, ma anche innalzato, richiede una adesione, richiede la fede al valore che mi presenta.

Se restiamo nel pensiero dell’io, questa evidenziazione dell’unico valore ci fa tornare indietro ed inizia cosi un processo di morte: il ripiegamento dell’io.

Poi hai toccato un secondo punto: “Nessuno è salito al cielo, se non Colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo che è in cielo”.

Questo Gesù lo dice per evitare di attribuire a noi stessi la fede, il desiderio, l'amore; perché è Lui che ci fa capaci di pensarlo, è Lui che ci attira. Non siamo noi che dobbiamo salire, noi dobbiamo solo rispondere alle sue sollecitazioni. In quanto è Lui che si fa pensare, ed è Lui che si annuncia: è il cielo che discende sulla terra. È un segno che ci chiama a salire al cielo, è un segno che vuole donarsi; ma noi possiamo salire al cielo solo con Lui. È Lui solo che può rivelarci il Padre.

Quindi bisogna seguire il Cristo, ascoltare le sue parole e comprenderle, permanendo nell’ascolto.

Tutto questo va collegato con quanto Gesù dice precedentemente: “Il vento soffia e tu non sai né da dove viene, né dove va”. L'opera di Dio arriva a noi come un annuncio, è come il vento, e ci propone una rinascita. È come l'opera del maestro, per questo Gesù dice a Nicodemo: “Tu che sei maestro in Israele non capisci queste cose?”; cioè non capisci che il maestro, parlando, annuncia i suoi argomenti che l'allievo ancora non capisce? Solo se l'allievo resta in ascolto, arriva a capire. Avviene cioè un processo di discesa da parte di Dio verso la creatura; ecco l'annuncio. Se la creatura aderisce, Lui la porta a vedere.

Poi siamo passati al versetto 17: “Dio non ha mandato suo Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvo per mezzo di Lui”.

Come ci fermiamo a pensare a Dio, scopriamo la nostra miseria; e questo ci sembra una condanna, e più rimaniamo nel pensiero del nostro io e più ci sentiamo condannati dal Pensiero di Dio. Invece Dio ci ha dato il suo Pensiero per salvarci, non per giudicarci; dobbiamo vedere l'opera di Dio non come un giudizio, ma come un invito a camminare, sapendo che con Lui tutto è possibile, nonostante il nostro carattere.

Tutto è una proposta di amore. Tutto è opera del Suo amore, e questo dà fiducia e speranza; tutto la nostra vita è intrisa del Verbo di Dio e nulla va visto come giudizio, come punizione, ma come lezione di misericordia per invitarci a salire.

Gesù stesso ci dice che dobbiamo intendere le sue lezioni, come quando ci dice della torre di Siloe che cadendo ha ucciso molti Giudei: "pensate fossero più peccatori di altri? no, io vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo".

Dio ci ha tanto amati da darci il Suo Pensiero, ma non ci ha ancora trasformati in Suo Pensiero; ma ci chiama a diventare Suo Pensiero, cioè figli suoi per adozione; siamo chiamati a diventare come Gesù, perché siamo chiamati a fare una cosa sola con Lui.

Però corriamo il rischio di disperderci e di perire, anziché diventare pensiero di Dio; la salvezza sta nel mettere Dio al centro, nella continua rinascita da Lui.

Dio ci salva convincendoci, non imponendo.

Mettere Dio al centro ci porta ad una conversione, ad un accoglimento; ci porta ad essere tutto pensiero di Dio. Stando alla sua scuola, Lui ci porta ad essere tutto pensiero di Dio e quindi a vedere il suo Regno, cioè la Verità: ecco la liberazione. Si diventa cosi pensiero del Padre; in tal modo tutto il nostro pensare, il nostro parlare, il nostro agire, è opera del Padre, constatando continuamente di essere generati dal Padre.

Concludendo e riassumendo tutto: Dio ci dà il suo Pensiero per darci la possibilità di diventare suo pensiero e lo diventiamo proprio nel Figlio; quindi non ce Lo dà per condannarci ma per salvarci.

Esposizione di Luigi Bracco:

A questo punto potremmo anche far rientrare quella che dovrebbe essere la meditazione di quest’oggi, il versetto 18 “Chi crede in Lui non è giudicato, ma chi non crede è già giudicato perché non ha creduto nel nome del Figlio unico di Dio”.

È la conferma di quello che già abbiamo detto: Dio manda a noi il suo Figlio non per giudicarci, quindi non per farci constatare quello che noi siamo, la nostra povertà, la nostra miseria, la nostra schiavitù, ma per salvarci.

Allora è necessario precisare bene in che cosa consiste questo “giudicare” e questo “salvare”. Abbiamo già detto le volte precedenti, che non si parlerebbe di salvezza se non ci fosse una situazione di pericolo, una situazione di rischio.

Ecco, bisogna cercare di approfondire questa situazione di rischio, questa situazione di pericolo in cui la creatura si trova; qual è la situazione di rischio rispetto al nostro destino?

Il rischio si verifica in quanto si può fallire, cioè non rinascere, diventare degli aborti, cioè non concludere con il nostro destino.

Abbiamo visto che il nostro destino è diventare figli di Dio. Dio dà a noi la possibilità di diventare figli suoi, cioè di diventare tutto pensiero di Dio.

Bisogna precisare cosa significa diventare tutto pensiero di Dio, che dovrebbe essere la nostra vita principale. La nostra vita principale dovrebbe essere il pensiero, per cui tutta quella che può essere la nostra vita di agitazione, di mondo, di vita con gli altri, dovrebbe essere un soprappiù. Come questa creazione di Dio al di fuori. Per cui la vita vera Dio l'ha in Se stesso, e poi opera verso le creature; cosi anche nei riguardi della nostra vita: la nostra vita la dovremmo trovare nel pensiero, perché “Dio è Spirito e vuole adoratori in Spirito e verità”. Quindi la nostra vita essenziale la dovremmo avere nel pensiero; dovremmo cercare di diventare tutto pensiero (come dice Padre Maclouv), tutto pensiero di Dio.

La vita essenziale consiste nel pensare Dio, nel vedere le cose in Dio, raccoglierle in Dio, nel conoscere la volontà di Dio, la presenza di Dio, l'amore di Dio, consiste nel vedere in tutto l'opera di Dio; ed è un lavoro essenzialmente di pensiero. Facendo questo lavoro diventiamo tutto pensiero che raccoglie in Dio; il resto, la vita di azione, la vita pratica, la vita esterna, dovrebbe essere un soprappiù, come è un soprappiù la creazione di Dio per Dio. Per cui può esserci la vita esterna, ma può anche non esserci; se non c'è poco importa. Ma molto importa che ci sia la vita dello Spirito all’interno del pensiero nostro.

Per cui una giornata senza pensare (e pensare è l'essenza della preghiera) è una giornata sprecata, perché è venuto meno l'essenziale. Se invece noi ci fossimo agitati o anche se avessimo guadagnato tanto, o avessimo fatto tanto rumore, non varrebbe niente, perché sarebbe mancato l'essenziale.

Secondo il mondo la vita del contemplativo è una vita sprecata. Invece la vita del contemplativo è una vita essenziale, è testimonianza; è Dio che ci presenta questa testimonianza per farci capire qual è la vita essenziale, per dirci che la vita essenziale non è quella che facciamo noi dandoci da fare lavorando per il mondo.

Più noi ci agitiamo e più svuotiamo la nostra anima, e questo tutti quanti lo constatiamo. Non lavorando nello Spirito, non lavorando dentro di noi, non raccogliendoci, ci troviamo con tanto mondo attorno ma con l'anima inaridita. E con l'anima vuota non siamo più capaci di pensare, né di pregare, né di amare, né di restare fermi; ci manca cioè quella semplicità di pensiero che è restare nell’ascolto di Dio, che è fermarci con Dio.

Bisogna precisare quindi che la vita essenziale dell’uomo che è chiamato a diventare figlio di Dio, cioè che è chiamato a diventare pensiero di Dio, ad essere una cosa sola con il Verbo di Dio, è essenzialmente una vita di pensiero, è una vita spirituale, una vita interiore. Quando si parla di vita interiore, si parla di vita del pensiero; in cui il nostro pensiero è impegnato in qualche cosa che trascende il mondo. E non corre soltanto dietro agli avvenimenti, o agli incontri del giorno; per cui pensiamo soltanto alle cose che si presentano a noi o come reazione per cercare di risolvere i problemi che si presentano a noi.

Noi abbiamo in noi stessi, in questo Pensiero di Dio che è presente in noi: la vita essenziale. Allora se è questa la vita essenziale, il rischio in cui noi ci troviamo è quello di disperdere il nostro pensiero dietro alle cose del mondo; questo avviene quando non crediamo in Dio. Perché credere vuol dire mettere in alto, e mettere in alto vuol dire fare centro: centro di meditazione, centro di pensiero, centro di raccoglimento nel Pensiero di Dio.

Se invece non crediamo in Dio, implicitamente abbiamo messo il pensiero del nostro io al centro, l'amore al nostro io al centro del nostro vivere; cioè pensiamo a noi stessi, e questo è peccato mortale.

Il vero peccato mortale è amare noi stessi, fare del nostro io il centro dei nostri pensieri, anziché fare Dio. È peccato mortale perché conduce alla morte; ed è il rischio in cui ci troviamo. In questa nostra situazione di pericolo il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, giunge a noi per chiamarci alla vita essenziale.

Noi dobbiamo chiederci: chi è il Figlio di Dio?

Il Figlio di Dio è Colui che propone a noi Dio come l'essenziale, come ricerca prima di tutto, come vita principale; infatti Gesù arriva a noi dicendo: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù; non preoccupatevi di niente”. Il Figlio di Dio, proprio perché è Figlio di Dio, ha amore per Dio. Ognuno parla di ciò che ama: il Figlio di Dio, essendo Figlio del Padre, parla a noi di Dio.

E cosa vuol dire parlare? Parlare vuol dire proporre, quindi quando uno parla di una cosa, propone questa cosa all’attenzione dell’altro.

Il Figlio di Dio venendo a noi propone a noi Dio. Se noi crediamo in Dio aderiamo alla proposta, l'accettiamo e la seguiamo; ma se non aderiamo a Dio, noi siamo già giudicati. Ora, il giudizio sta in questo: schiavitù alle cose!

Il Figlio di Dio, che viene per salvarci, viene proprio per liberarci dalla schiavitù. Noi siamo già schiavi. Senza il pensiero di Dio al centro della nostra vita, noi siamo in balia di tutte le cose; e questo tutti quanti lo tocchiamo con mano. Perché tutta la difficoltà della nostra vita è quella di realizzare la semplicità di vita con Dio, nel Pensiero di Dio, alla quale siamo chiamati. Allora il Figlio viene a noi per proporci questa vita, viene a noi a noi proprio per raccoglierci da questa dispersione; ma ci raccoglie in quanto noi crediamo in Dio.

Quindi Lui ci propone una cosa nella quale noi già crediamo ma che noi non riusciamo a realizzare. Lui ci aiuta se restiamo nel suo ascolto, cioè se andiamo dietro di Lui. Infatti Gesù dice: “Sarete veri miei discepoli (discepolo è colui che va dietro) se resterete nelle mie parole”, ma si resta nelle parole di Gesù in quanto ci si preoccupa di capirle, perché noi non possiamo tenere niente se non capiamo. Le cose che non capiamo, le possiamo ricordare per un certo tempo, anche ripetendole a memoria, ma poi certamente le dobbiamo lasciar perdere, non le possiamo tenere: le cose si tengono soltanto in quanto si capiscono. Soltanto chi ha molto amore per una cosa, fa tutti i sacrifici, si preoccupa, scarta tante altre cose, per cercare di capire quello che Dio dice (e anche se quello gli viene molto difficile non importa ), perché gli sta molto a cuore.

Quando una cosa ci sta molto a cuore, anche se questa ci costa tanti sacrifici, anche se per noi è molto difficile, perché ci sentiamo molto lontani dall’intendere quella parola, non ci importa. Non dobbiamo scoraggiarci, perché si arriva a Dio anche da molto lontano. Perché non c'è nessuna distanza, non c'è nessun sacrificio, non c'è nessuna tempesta che possa impedire a colui che ama ad intendere la parola di colui che ama.

Quindi quando veramente si ama, si è talmente appassionati di colui che si ama che si arriva a comprendere ciò che egli vuole dire, si arriva cioè all’anima del suo parlare.

Sarete veramente miei discepoli se resterete nelle mie parole e restando nelle mie parole arriverete alla Verità, e la Verità vi farà liberi”; questo è l'annuncio con il quale Dio arriva a noi, quindi è una sua promessa, è una garanzia, è la garanzia di Dio, e Dio è fedele. Quanto Lui promette, certamente vuole darci ciò che ha promesso. Dio non ci parla della Verità come un sogno lontano. Il sogno è lontano per noi, ma se Dio promette una cosa è perché Lui sinceramente ce la vuole dare, e se vuole darcela è perché ci offre tutti i mezzi per farcela avere.

Quindi non è che Lui ci dica: “Tu devi andare sulla cima del Monviso”, senza poi farci vedere il sentiero, senza darci l'equipaggiamento, senza darci gli alimenti, la forza, l'energia per arrivare fin lassù.

Dio ci dice: “Tu devi arrivare sul Monviso” e ci convince che il nostro destino sta nel arrivare sulla vetta; però se abbiamo interesse e accogliamo quello di cui Lui ci parla, ci indica la strada: “Guarda che per arrivare sul Monviso il sentiero è questo; e poi guarda che tu devi avere queste energie, ti devi rinforzare, devi fare questi allenamenti”, ci offre cioè tutte le possibilità fino a farci vedere che la cosa è possibile.

Gesù dice che Lui non è soltanto la Verità, perché se Lui fosse soltanto la Verità, noi ci sentiremmo non Verità, molto lontani dalla cima del Monviso, “Il Monviso è là e noi siamo qui”, ci sarebbe un abisso. Quindi tra la verità di cui ci parla Dio e la situazione nostra c'è un abisso, per cui noi diremmo: “Come sarebbe bello poter vivere così, ma la nostra realtà è questa”; Gesù dice anche: “Io sono la strada, Io sono il cammino”; quindi Lui non è soltanto la Verità, ma è anche il cammino. Ora, quando dice cammino, cosa si intende per cammino?

Cammino è quel tratto che unisce la meta con la situazione in cui ci troviamo, altrimenti non è più cammino. Il cammino è un tratto di strada che congiunge la situazione in cui la creatura si trova, con il fine al quale Dio la vuole condurre.

Pensieri tratti dalla conversazione:

Cina: Non ho mai trovato Gesù che dice questo…

Luigi: Quando dice: “Io sono la via, la Verità, la vita” (Gv14,6); quando gli chiedono: “Ma come facciamo ad andare?”, Lui risponde: “Io sono il cammino”; “Mostraci la strada per arrivare al Padre.”, “Io sono il cammino!”. “Abbiamo capito che dobbiamo arrivare al Padre, ma mostraci il cammino.”, “Io sono il cammino!”, dico cammino per dire via.

Ora, cosa intendiamo per via, per cammino? È quel tratto che ci unisce; ma se ci unisce vuol dire che parte dalla situazione in cui ci troviamo noi. Non importa quindi se siamo lontanissimi da Dio, perché Cristo è il cammino, ed essendo il cammino arriva a congiungere la situazione in cui ci troviamo con la meta alla quale Lui ci vuol far arrivare.

Ma cosa vuol dire congiungere? Vuol dire rendere possibile arrivare alla meta; perché Lui considera la situazione in cui ci troviamo, con tutta la nostra dispersione, con tutto il nostro morire, con tutta la nostra schiavitù, considera nel mondo in cui ci troviamo e poi ci fa vedere la cosa possibile.

Quindi ci dice: “Guarda, adesso incomincia a mettere un passo qui, poi metti un passo là, poi equipaggiati così; poi magari troverai della pioggia, del brutto tempo e allora fai cosi, porta la picozza…”. Per cui noi se ascoltiamo, a poco per volta ci accorgiamo che abbiamo tutte le cose possibilità per arrivare. Non c'è più un tratto interrotto che ci fa dire: “Ma, quando arriveremo là, come faremo”. Si vede tutta la strada.

Ecco, il Verbo di Dio ha lo scopo di unire la situazione in cui ci troviamo con la vetta.

Per cui Lui scende nella situazione in cui ci troviamo e unisce, tira un filo, tra questo punto qui e quel punto la; per cui noi vediamo la cosa possibile: e questa è salvezza.

Se invece noi non ascoltiamo, cioè non seguiamo ciò che Lui ci propone, siamo già giudicati; non è che Lui venga per giudicarci, Lui viene soltanto per salvarci, in quanto ci troviamo in una situazione di rischio.

Ora, la situazione di rischio consiste nel non sapere come fare per andare, si è staccati. Essere staccati è già essere giudicati, perché giudicare vuol dire riconoscere la situazione in cui uno si trova. Se uno mi fa riconoscere che sono disperso mi, giudica.

Ora, il Signore arriva a noi non per farci toccare con mano la situazione in cui ci troviamo, Lui viene a noi per collegarci. Quindi in qualunque situazione in cui ci troviamo, Lui viene a noi per collegarci con la salvezza, con il fine, viene per offrirci la possibilità. Quindi non viene per dirci: “Tu sei in questa situazione! Ma qualunque sia la tua situazione Io vengo per darti una mano”. C'è un'apertura, come se dicesse: “Io chiudo gli occhi su quello che tu sei, sulla situazione in cui ti trovi; io vengo per trasformarti, per portarti in quella situazione di libertà, di pascoli eterni”.

Ne deriva che se noi non crediamo, Gesù dice: “Siete già giudicati”; ci troviamo giudicati perché ci troviamo staccati, ci troviamo in balia del mondo: e questo è il giudizio. Ci troviamo in una situazione di perdizione, in una situazione di morte; è questione di tempo, ma la morte lavora già in noi, perché non c'è la salvezza.

Credere vuol dire aderire ad una proposta, e quando uno aderisce ad una proposta incomincia a camminare dietro a ciò che gli è stato proposto.

Ora, il Signore ci viene a proporre la salvezza. Come se qualcuno ci proponesse: “Domani andiamo a Torino”, è una proposta; se non aderiamo restiamo a Fossano. Quindi se nella situazione in cui ci troviamo, ci viene proposta una cosa nuova, ci viene proposto di uscire dalla situazione in cui ci troviamo. Per questo se diciamo di non credere, se non aderiamo, restiamo nella vecchia situazione. “Perché non ha creduto nel nome del Figlio unico di Dio”.

Ora, il Figlio unico di Dio è il Pensiero di Dio, allora la colpa dell’uomo sta nel non credere in Lui; infatti Gesù dice: “Se non crederete che Io sono, morirete nel vostro peccato”. Quindi il punto di apertura è proprio credere, aderire a Lui che viene a noi, che ci propone di pensare Dio, di occuparci di Dio. “Occupati di Dio perché la vita è in Dio, la tua vita è li”. Se uno ci dice: “Guarda che la tua vita è li”, se non crediamo a Lui, restiamo nella morte, e qui siamo già giudicati, perché non abbiamo creduto in Dio. Ora, il Figlio di Dio, essendo Pensiero di Dio, in quanto giunge a noi ci propone Dio; quindi il non credere nel nome del Figlio Unico di Dio, non credere in quello che Lui ama, in quello che Lui ci propone, vuol dire condannarci, vuol dire essere già condannati, perché siamo già staccati dalla vita.

Pinuccia: Quindi non credere nel nome vuol dire non credere nell’amore?

Luigi: Il nome, sostanzialmente è ciò che è il centro della vita di un uomo, il suo tesoro, il suo cuore, il suo amore per il Padre.

Allora, siccome il Verbo è il Pensiero del Padre, cioè il Pensiero di Dio, se noi non accettiamo, non crediamo nella parola di Dio che arriva a noi, vuol dire che nel nostro cuore non abbiamo Dio, non abbiamo scelto Dio; ed è questo il peccato.

Tutte le cose arrivano a noi parlandoci di Dio, annunciandoci Dio, testimoniandoci Dio e se noi siamo giusti, non dobbiamo riferirle a noi, ma dobbiamo sempre riportarle a Dio. Questa è la giustizia essenziale. Se noi invece non riferiamo le cose a Dio, le attribuiamo a noi, le riportiamo a noi, ci mettiamo dalla parte del peccato. Il peccato nasce in quanto noi non diamo a Dio ciò che è di Dio.

Quindi la stessa vita nostra è di Dio e dobbiamo riportarla a Dio; la nostra anima è di Dio e dobbiamo darla a Dio; la nostra mente è di Dio e dobbiamo riferirla a Dio. Tutte le cose dobbiamo sempre riportarle a Dio. Se invece noi non mettiamo Dio al centro, non riferiamo le cose a Dio, non le rapportiamo a Dio, introduciamo il peccato dentro di noi.

Il peccato sta in questo: riferire le cose a noi.

Giovanni: Siamo dei ladri!

Luigi: Siamo dei ladri, perché rubiamo a Dio quello che è di Dio. È la ingiustizia essenziale che non facciamo. Noi parliamo tanto di giustizia, ma un giorno Dio ci farà toccare con mano che la vera ingiustizia eravamo noi che la facevamo. Perché noi magari pretendiamo i nostri diritti verso il prossimo, e poi rubiamo a Dio quello che è di Dio, in quanto attribuiamo a noi. Invece la vera giustizia sta nel riconoscere che tutto è di Dio. Che niente è nostro lo tocchiamo con mano, perché Dio ce lo fa toccare con mano. Oggi ci siamo e domani non ci siamo più; oggi abbiamo questo e domani il Signore ce lo porta via. Non c'è niente che dipenda da noi. Anche il nostro corpo si disfa; la nostra volontà, la nostra intelligenza, il nostro cuore, tutto è di un Altro, perché oggi l'abbiamo e domani non c'è più. Quindi tutto è di Dio. Allora se tutto è di Dio, diamo a Dio quello che è di Dio, cioè riconosciamo che è di Dio. Quindi riportiamolo a Dio, riferiamolo a Dio. Soltanto riferendolo a Dio capiremo la volontà di Dio.

Se invece noi non riferiamo le cose a Dio, non capiamo la volontà di Dio.

Faccio questo perché mi conviene; quell’altro perché mi torna utile; quell’altro perché mi piace; "vado con questa persona qui perché mi fa comodo, quell’altra persona mi dà un aiuto, quell’altra mi conviene". In tal modo tutta la nostra vita la risolviamo sempre in funzione dei nostri interessi, del pensiero del nostro corpo, del mangiare, del vestire, dello star bene. Al centro di tutto questo vivere cosa c'è? C'è il pensiero di noi stessi! E noi siamo ladri perché il centro della nostra vita c'è il nostro, quando deve esserci Dio. Allora le cose vanno capovolte: tutte le cose le dobbiamo sempre riferire a Dio, per cercare di capire quale è la volontà di Dio.

Giovanni: Si, anche nelle cose materiali.

Luigi: Tutto è di Dio e tutto va riferito a Dio. Se noi riferiamo a Dio capiamo qualcosa di nuovo, se noi non riferiamo a Dio incominciamo a seminare la morte in noi; seminiamo la schiavitù, seminiamo la dispersione, la nostra confusione, le tenebre e all’ultimo abbiamo la morte. E qui siamo nel peccato mortale. Si chiama peccato mortale perché ci conduce a morte, perché non siamo orientati a Dio.

Siccome Dio è la vita, solo quando siamo orientati a Dio, anche se manchiamo, non siamo in peccato mortale. Invece anche fossimo virtuosissimi, facessimo tutto bene, tutto il mondo ci dicesse che siamo bravi, buoni, però tutte le cose le riferiamo al nostro io, noi siamo in peccato mortale, perché siamo disorientati da Dio e concluderemo nella morte.

Per cui non accettando la parola di Dio, riveliamo che al centro del nostro cuore abbiamo un altro pensiero, perché il Signore dice: “Chi rifiuta me, non rifiuta me, ma rifiuta Colui che mi ha mandato”.Cioè se noi non accettiamo la parola di Dio, non è che noi rifiutiamo la parola di Dio, rifiutiamo Dio.

Il Figlio di Dio si caratterizza in questo: giunge a noi proponendoci Dio. Allora, la parola che giunge a noi proponendoci Dio, se non è accolta, rifiutiamo Dio. E si verifica quello che diceva s. Paolo: “La nostra conversazione è nei cieli”. E nel Miserere diciamo: “Il mio peccato l'ho fatto proprio davanti a te”; cioè noi, senza rendercene conto, le scelte che facciamo, non le facciamo davanti alle creature, davanti alle cose, davanti alle parole, alle proposte che ci arrivano, ma le facciamo davanti a Dio, perché in ogni cosa c'è Dio che ci propone Se Stesso.

Cina: Ogni tanto si intravede un raggio di luce ma che magari non dura; allora viene da chiedere al Signore di non staccarci mai più da Lui…

Luigi: Il Signore ci illumina in determinati momenti (i momenti della Trasfigurazione), nei quali ci fa vedere un raggio della sua luce per attrarci, per farci capire come è bello stare li; ma nello stesso tempo capiamo anche come sia difficile poter restare li, abitare li. Se Lui non ci facesse vedere un raggio della sua luce, noi non potremmo nemmeno sognarcelo di restare con Lui, l'abitare con Lui, la vita con Lui; ma in quanto noi lo desideriamo vuol dire che ce l'ha già fatto trovare, ci ha fatto toccare con mano la bellezza della vita con Lui. Questa è l'invocazione, perché è Dio che chiama.

La chiamata di Dio si presenta come una ferita di luce. I suoi raggi di luce ci feriscono, ma le ferite create dai raggi di luce, possono essere guarite, curate, soltanto dalla luce di Dio, non c'è nessuna altra luce, non c'è nessun altro rimedio che possa curare queste ferite, perché è Lui che le provoca.

Ora, le ferita d'amore (Sant’Agostino le chiama ferite d’amore) possono essere curate soltanto da Colui che le ha fatte; nessun altro le può curare. Dunque se il Signore ferisce, ci ferisce affinché noi dobbiamo andare da Lui a farci curare, perché ci chiama a quella vita. Ma per chiamarci ci deve far vedere qualche cosa di quella vita. E ce la fa vedere non per merito nostro, ma per dono gratuito, per grazia sua.

Cina: È un pensiero benedetto quello!

Luigi: Si, però dopo ci impegna…

Cina: Quando si è nel buio e si stenta a vedere, mi sembra che si stia indietreggiando.

Luigi: È la fatica che il Signore ci chiede per inserirci nella vita che Lui ci ha fatto vedere in un lampo: deve diventare tutta vita nostra.

Giovanni: Si deve aver paura quando non si ha paura; noi magari siamo nelle tenebre e crediamo di essere nella luce…

Luigi: Si, è vero anche quello…

Giovanni: Invece quando uno ha paura, è perché è nella luce.

Luigi: Si, perché quando uno ha paura c'è quel timore…

Cina: C'è una lettura della Bibbia che dice: “Portiamo questo tesoro in vasi di creta..”

Pinuccia: Come fare nei momenti di oscurità?

Luigi: Quella frase che abbiamo letto stasera di Padre Maclouf: lui sospirava la vita da eremita, non solo nel convento, ma chiede al suo superiore di lasciarlo andare all’eremitaggio, perché vuole diventare tutto pensiero di Dio. Ma come potrebbe lui sognarsi di diventare tutto pensiero di Dio? C'erano tanti monaci, come mai non tutti chiedono di andare all’eremitaggio? Perché Dio lo chiamava.

Dio gli aveva fatto vedere, ecco il momento della trasfigurazione, il momento del Tabor, gli aveva fatto vedere un raggio di luce: “come sarebbe bello diventare tutto pensiero di Dio”, cioè vivere solo nel pensiero di Dio.

Ora, nessuno di noi può desiderare una cosa se questa cosa non è già arrivata a noi; però l'arrivo di una cosa non è opera nostra, è Dio che la fa arrivare. Cioè noi non possiamo sognarci un articolo, se quell’articolo non lo vediamo in vetrina; e la vetrina è un Altro che la fa; la fa, la presenta proprio perché noi passando vediamo l'articolo e incominciamo a desiderarlo e a dire: “Oh, guarda come sarebbe bello se io avessi quella cosa”. Però, tra il vedere l'articolo in vetrina e il possederlo, c'è ancora tutto l'intervallo del denaro necessario per comperarlo. Per cui c’è l'articolo ma c’è il denaro necessario, però incominciamo a sognare: “Come sarebbe bello se io avessi quell’articolo li”. E se incominciamo a dire: “Quell’articolo costa tanto!”, ci diamo da fare per procurarci il denaro necessario per arrivare a possederlo. È tutto significazione di Dio. In un primo tempo Dio ci fa vedere, poi ci dice: “Guarda che per averlo c’è un prezzo da pagare”, e allora incominciamo a darci da fare: qui inizia la liberazione da tutto per poter essere disponibili per-. Perché soltanto un’anima che è tanto disponibile per -, può ottenere; perché per restare bisogna essere tutto disponibile per-: solo così diventiamo “tutto pensiero di”. Si diventa degni di una cosa, quindi si ha il capitale, il denaro per comperare quella cosa, in quanto si è disponibili per quella cosa.

Si diventa degni di un amore, quando ci si rende disponibili per quell’amore. Uno che non ha mai tempo, perde l'amore perché non è mai disponibile.

Più uno si rende disponibile per una cosa e più diventa degno di quella cosa. “Se c'è un figlio degno della pace, altrimenti la vostra pace ritornerà a voi; voi annunciatela, se c'è un figlio degno…” cioè se ha fame. Si è degni di una cosa in quanto si desidera la cosa, si ha fame. Ora, quando uno ha tanto desiderio sacrifica tutto! “Vai, vendi quello che hai, dallo ai poveri… ma renditi disponibile per poter occuparti di me”.

Pinuccia: È nei momenti di oscurità in cui uno si sente incapace di pensare Dio; rimane soltanto la nostalgia di ciò che si era intravisto di grande…

Luigi: Teniamo sempre presente che Gesù è cammino e in quanto cammino, quindi strada per arrivare, è quel tratto che collega la situazione in cui ci troviamo, con la situazione alla quale dobbiamo arrivare. Allora, anche se noi siamo in una situazione di notte, di tenebra, incapaci addirittura di pensare, teniamo sempre presente che Gesù è un tratto che collega la nostra situazione di oggi alla meta, è un filo con cui ci collega con la meta. Non dobbiamo mai, anche se siamo aridi, staccarci dal suo Vangelo, dalla sua Parola. Quindi dobbiamo sempre riferire a Lui. Per cui, se noi non siamo capaci a pensare, andiamo da Uno che ci aiuta a pensare; se so che c'è Uno che mi collega con la mia meta, col mio desiderio, in qualunque situazione in cui io mi trovo (per es.: incapacità di pensare), troverò la parola di Gesù per quel momento, parola che mi raccoglie e che mi unisce, perché è strada.

Quindi non dobbiamo andare da un altro e dire: “Vado da un altro che mi prepari all’incontro con Gesù”, perché Gesù ci dice: “Io sono la strada…”; e se dice “strada”, vuol dire: “Sono io che ti collego tra il punto in cui sei e il punto in cui devi arrivare”.

Pinuccia: Però delle volte sembra che non si sa dove aprire il Vangelo…

Luigi: Non importa, qualunque punto…

Pinuccia: Allora bisogna aprirlo a caso…

Luigi: Aprilo a caso, fai come vuoi; l'importante è non staccarci da Lui, perché Lui è la strada. Quindi Lui ci dà un appiglio. Ci butta giù una corda in modo che ci possiamo afferrare. Ecco, noi abbiamo bisogno di un aggancio.

Dobbiamo sempre tenere presente che a Dio si arriva per partecipazione, non si arriva per immaginazione, cioè non si arriva per fantasia nostra, non si arriva per sforzo di pensiero o altro. A Dio si arriva ascoltando, perché è l'Altro che ci fa arrivare.

Io partecipo in quanto resto in ascolto della parola dell’Altro; è l'Altro che mi conduce, non sono io che con la mia fantasia, con i miei pensieri, con le mie meditazioni, posso attingere.

Si arriva a Dio in quanto ci manteniamo in compagnia di Uno che ha Dio con sé. Allora a poco per volta, chi ha Dio con sé discende dall’Alto, “Nessuno può salire se non Colui che discende”, e discenderà fino a livello in cui ci troviamo. Però deve discende senza perdere di vista la meta (perché noi quando discendiamo perdiamo la meta). Gesù discende dall’Alto, discende incontro a noi, ma resta sempre là. Infatti Lui dice: “Nessuno può salire al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio di Dio che è…”; non dice che “era”, ma che “è”, e che continua ad abitare qui. Soltanto il Figlio di Dio ha la possibilità, perché Lui scende a noi ma resta sempre nel seno del Padre. Per cui tutte le volte che noi, credendo che sia con noi, incominciamo a strumentalizzarlo (ad esempio la massa, la folla, che dicono: “Ah, costui è il re che doveva venire: facciamolo nostro re”),Lui scappa. Lui difende i suoi diritti, Lui è nel seno del Padre, per cui non accetta assolutamente di avere altri padri, non accetta di avere altre lezioni. Lui è sempre li. Lui viene da noi, ma non è mai nostro; Lui è nel mondo ma non è del mondo; Lui viene a darci una mano, ma non resta con noi nei nostri capricci. Gesù viene a darci una mano per portarci via da quello che ci disperde, non per confermarci in quello che ci disperde.

Per cui, siccome nella nostra dispersione ci facciamo portare via dalle cose del mondo, Lui non viene ad aiutarci per i nostri affari nel mondo, o per la nostra giustizia, per difendere i nostri diritti, ma viene per liberarci, per portarci via da queste cose. Lui scende fino al piano nostro, ma non scende per confermarci nelle nostre passioni, ma per liberarci dalle nostre passioni.

Ecco per cui, se non crediamo a Lui, siamo già giudicati. Noi siamo già nei pasticci. Lui viene per salvarci, ma se non aderiamo a Lui, rimaniamo nei pasticci. Quell’essere “già giudicati”, vuol dire essere già nei pasticci. Lui viene non per metterci nei pasticci, viene per liberarci dai pasticci, ma se non crediamo in Lui, rimaniamo nei pasticci.

Non è che Lui venga qui per restare con noi, nei nostri pasticci, perché Lui è nel seno del Padre. Non si può spiegare con termini umani, perché a noi sembra impossibile che uno venga a noi senza lasciare il posto in cui si trova. Invece Lui viene a noi senza lasciare il posto in cui si trova: scende però non accetta; perché se accettasse lascerebbe il posto in cui si trova.

Lui viene per portarci nel posto in cui si trova, e non accetta che noi lo stacchiamo dal suo posto. Appena cerchiamo di affermare dei nostri diritti su di Lui, Lui ci saluta, ci fa capire che non appartiene a noi. Allora incominciamo a sentire la solitudine, la distanza, non ci sentiamo più in sintonia, perché c'è qualcosa da correggere in noi.

Sono tutte lezioni che dobbiamo imparare, e ci vuol molto tempo per impararle.

Dio…, ci rendiamo conto cos’è. Noi, creature, non ci rendiamo più conto, tanto siamo lontani da quello che Lui ci chiede di essere. Lui ci vuole far essere tutto pensiero di Dio.

Quindi noi potremmo essere spaventati dal fatto di non riuscire ad arrivare, ma Dio è strada e Lui è l'Onnipotente, presso di Lui tutte le cose sono possibili; quindi noi da soli non arriveremo mai, però se chi ci conduce è Lui certamente arriveremo.

Ecco l'importanza della partecipazione; ora, certamente Dio ha la possibilità di condurci là dove Lui vuole condurci, purché noi aderiamo a Lui; la sua pazienza è infinita.

Se c'è un peccato grave verso Dio è quello di dubitare della sua pazienza, della sua misericordia, del suo perdono; perché da parte sua Lui fa tutto il possibile. La sua pazienza è infinita. Tutto è infinito in Lui, quindi anche la sua pazienza è infinita, anche la sua misericordia è infinita. Noi non dobbiamo mai dubitare. Le sue possibilità sono infinite, l'importante è che noi aderiamo; e poco importa se aderiamo e poi dopo manchiamo, l'importante è non dubitare della sua pazienza infinita, perché Lui essendo strada, ci collega sempre.

Pinuccia: Quindi noi dobbiamo solo ascoltare.

Luigi: Sì, ascoltare: “Sarete veri miei discepoli se resterete”. Ecco, vedi che Lui ci raccoglie sempre dalle nostre situazioni; “Come fare?”, “Sarete veri miei discepoli se resterete…”; discepolo è colui che va dietro, quindi: “Se resterete nelle mie parole…”.

Chi crede, chi ascolta le sue parole non ascolta me ma ascolta colui che mi ha mandato”, siamo sempre li: Lui ci parla solo di questo.

Pinuccia: Chi non crede in Lui è già giudicato, non perché si trova già nei pasticci, ma proprio perché rifiuta Dio; quindi non interessandogli l'argomento Dio, non segue Gesù.

Luigi: Gesù dice ai Farisei: “Come mai voi non accogliete le mie parole? Perché voi avete per padre il diavolo”, “Come mai le mie parole non penetrano in voi? Perché voi avete un altro padre”, perché ognuno di noi ascolta le parole di quel padre che porta dentro di sé. Per cui se io ho per padre il mondo, ascolto le parole del mondo, e non posso ascoltare le parole di Dio, perché mio padre è il mondo.

Pinuccia: Vuol dire che dipendo dal mondo.

Luigi: Sì, per questo chi non crede è già giudicato. Se noi abbiamo per padre il mondo, non ci interessa aver per padre Dio. E se noi non abbiamo interesse ad aver per padre Dio, siamo già giudicati, perché abbiamo rifiutato Dio; per cui le parole di Colui che arriva a noi parlandoci di Dio non ci interessano, non entrano in noi.

Pinuccia: Non vengono per giudicarci, anzi vengono proprio per salvarci.

Luigi: Non vengono per giudicarci, vengono per salvarci; perché la parola di Dio è sempre per salvarci; arriva a noi da Dio sempre per salvarci, perché Dio vuole salvare tutti. La volontà di Dio è questa: Dio vuole. Parola rivelata: Dio vuole. Quindi tutte le sue opere, tutto quello che Egli fa, tutti gli avvenimenti sono in questa intenzione.

Non dobbiamo mai intendere i fatti, gli avvenimenti, come punizioni, come condanne, come disgrazie, perché tutte le cose, in quanto avvengono, sono opere di misericordia di Dio per salvare l'uomo e bisogna vederle in un disegno di misericordia.

Tutto arriva non per punirci, non è mai punizione, ma è sempre disegno di salvezza, perché è in questa volontà: “Dio vuole che tutti si salvino”.

Quindi se vuole, siccome la sua volontà è continua, tutte le sue opere sono in questa volontà, in questa sua intenzione. Allora non dobbiamo mai pensare che sia punizione, Dio non punisce, Dio opera per salvare.

Se invece noi non abbiamo per padre Dio, se a noi non interessa Dio, abbiamo altri padri, abbiamo il nostro io al centro; allora non accogliamo la parola di Dio, la lezione di Dio, l'aiuto di Dio, quella corda che Dio ci butta giù la rifiutiamo. In tal caso siamo già giudicati, e siamo già giudicati perché abbiamo un altro padre, abbiamo preferito altro.

Il giudizio sta in quanto uno ha preferito altro a Dio. E come mai hai preferito altro a Dio?

Ecco che c'è la componente di peccato, perché c'è l'inversione dei valori.

Come mai hai capovolto i valori? Questo era bianco, come mai l'hai fatto nero?

C'è in noi qualche cosa di sbagliato, per cui abbiamo cambiato i valori delle cose. Colui che dovrebbe essere il centro di attrazione, noi lo abbiamo messo da una parte e ci siamo lasciati attrarre da altro; come mai ci siamo lasciati attrarre da altro? Cosa è successo? Chi ci ha fatto sapere che eravamo nudi? Cosa è successo? Chi? Come mai ad un certo momento abbiamo preferito una cosa che vale niente alla cosa che vale tutto? Cosa è successo?

È lì che noi non siamo giustificati, perché nell’ordine divino noi dovremmo essere attratti dal sole, il massimo centro. E come mai ci siamo messi guardare la candela? Cosa ha determinato questo capovolgimento in noi?

Qualche cosa che non è giustificato! Nudo vuol dire non giustificato; e una cosa che non è giustificata, non è secondo Dio. Quindi noi non possiamo giustificarci.

Pinuccia: Non è una spogliazione? Una situazione di spogliamento, di povertà…

Luigi: No, la nudità è la cosa non giustificata in Dio: “Chi ti ha fatto scoprire che eri nudo?”, chiede Dio ad Adamo dopo il peccato. Tutte le cose che noi riferiamo al nostro io non sono giustificate, perché la nostra giustificazione è Dio. Tutte le cose sono giustificate in quanto sono rapportate a Dio. Se noi facciamo qualche cosa non giustificata in Dio, ci accorgiamo che siamo spogli, non riusciamo a coprirci, a giustificarci; per cui dobbiamo nasconderci. Infatti noi, quando facciamo una cosa per il nostro io, per il nostro egoismo, dobbiamo nasconderla, perché non è giustificata; dobbiamo metterci un’etichetta, magari la nascondiamo con un ideale ma ad un certo punto ci ritroviamo spogli.

E cos'è che ci ha fatto capire che siamo nudi? spogli? Per cui se uno entra abbiamo bisogno di nasconderci. Noi ci nascondiamo, non possiamo dire: “Questo l'ho fatto per soddisfare il mio io”, magari diciamo che l'abbiamo fatto per un ideale; ecco il nascondimento. E come mai abbiamo sentito il bisogno di nasconderci? Perché era una cosa non secondo Dio, il nostro pensiero, il nostro desiderio non era secondo Dio.

Pinuccia: Questo si riferisce non solamente al Figlio di Dio. “Chi crede in Lui non è giudicato, ma chi non crede è già giudicato perché non ha creduto nel Figlio unico di Dio”. Si riferisce ad ogni parola di Dio che arriva a noi?

Luigi: Sì, perché il Figlio di Dio non è da fraintendere con qualunque persona che arriva a noi. Precisiamo bene: cos’è il Figlio di Dio? Il Figlio di Dio è Colui che viene a me proponendomi Dio. Gesù, certo, ma ci riferiamo alla presenza fisica. Però, siccome la parola di Dio, il Figlio di Dio, era ancora prima di Gesù, ed è ancora adesso, tutti noi siamo interrogati dal Figlio di Dio, continuamente; la parola di Dio arriva a noi proponendoci Dio. Il Verbo di Dio che è in tutte le cose.

Noi non potremo dire: “Ma no, Gesù è vissuto duemila anni fa quindi non sono interrogato da Dio!”. Lui ci dirà: “No, guarda che io parlavo con te ogni giorno, attraverso tutti gli avvenimenti, attraverso tutte le cose ero io che parlavo con te”. E noi: “Ma come facevo a capire che era la tua parola?”,e Lui “Perché ti proponevo Dio e tu lo scartavi; e come mai scartavi Dio? Perché avevi altri interessi”.

Noi ci accorgiamo che tutte le cose, ad esempio la morte, continuamente ci mettono con le spalle al muro; perché attraverso le cose ci viene proposto “Pensa a Dio; guarda che tutte le cose valgono niente, tutte le cose passano…”; sono tutte proposte: qui è il Figlio di Dio che arriva a noi. Se ci arriva una cosa e ci fa pensare Dio, lì c'è il Figlio di Dio, perché il Figlio di Dio è il Pensiero di Dio. Ecco, magari la scartiamo, ma c'è stato un momento in cui ci ha fatto pensare Dio; anche fossimo atei, arriva un momento in cui un fatto, un avvenimento, ci fanno pensare Dio: è il Figlio di Dio che ci parla.

Imparare ad ascoltare è imparare ad individuare il Figlio di Dio tra tutte le parole che arrivano a noi.

Per cui il Figlio di Dio parla a noi in quanto ci propone Dio prima di tutto, ci dice che bisogna mettere Dio prima di tutto. E se uno ci fa una proposta, in un modo o nell’altro, gli devo rispondere; anche se gli giro le spalle, una risposta la do. Un sì o un no lo dico.

Cina, usciamo un momento?”, ti ho fatto una proposta; in un modo o nell’altro tu mi dici si o no; non c'è altro da fare. Anche se taci, anche se scappi, qualcosa me lo dici: mi hai detto no!

Teniamo presente che noi siamo sempre, continuamente sollecitati dalle proposte di Dio. Dio ogni giorno, in tutte le cose, continuamente ci dice: “Pensa a Me; metti prima di tutto il Pensiero di Dio”.

Pinuccia: Quindi nella risposta o lo seguiamo o restiamo?!

Luigi: Si, aderire alla proposta vuol dire incominciare ad occuparci di-. Perché quando Gesù dice: “Cosa ne dite di quel padre che aveva due figli; a uno dice: “Va a lavorare nella vigna”,e questi “Vado subito!” e poi dopo non va. L'altro dice: “No, non ne ho voglia!” e poi dopo va.”. Noi possiamo anche illuderci di aver detto “si” alla proposta di Dio; ma se uno dice “si” alla proposta di Dio, siccome è un impegno, deve incominciare ad impegnarsi veramente in ciò che gli è stato proposto. Se uno dice: “si” ma poi dopo non si impegna è come se avesse detto "no!".

Dio non guarda le labbra; il linguaggio che Dio guarda è il cuore, cioè quello in cui uno si impegna. Dio ci dirà: “Tu con le labbra hai detto “si”, ma poi dopo a cosa hai pensato?”.

Il lavoro essenziale è pensare. Dio ci propone il suo pensiero, quindi ci impegna nel suo pensiero. Cioè se io dico: “si” e poi mi diverto a leggere articoli di moda, il mio pensiero ha detto “no”, ha scartato.

Pinuccia: Bisogna imparare a dominare il nostro pensiero…

Luigi: Lo credo, certo, logico!

Pinuccia: Come si fa ad imparare a dominare il proprio pensiero?

Luigi: Anche in questo è Lui la strada. È sempre Lui la strada. Bisogna restare nelle sue parole. Gesù dice: “Con la pazienza arriverete a possedere le vostre anima, i vostri pensieri…”. I nostri pensieri scappano continuamente, la nostra anima non è nelle nostre mani, è in balia di tutti gli avvenimenti. Infatti se uno ci dice: “Hai visto che cosa è successo là?” incominciamo a pensare a quell’avvenimento; “Hai visto che cosa è successo là?”; e i nostri pensieri dietro a quell'avvenimento. Siamo in balia di tutti gli incontri, di tutte le cose che ci dicono gli altri. Eppure Gesù dice: “Con la pazienza arriverete a possedere i vostri pensieri; in modo da poterli rivolgere a pensare a quello di cui io vi parlo”, soltanto quello, ed essere liberi da tutto il resto". Chi ci libera è Lui. Altrimenti abbiamo la schiavitù.

Quante volte ci proponiamo al mattino qualche cosa e poi dopo cinque minuti i nostri pensieri sono dominati da mille sciocchezze. “Eppure mi ero proposto quello… ma guarda!”. Ecco la constatazione della nostra miseria, della nostra povertà, della nostra lontananza da Dio. E questo ci deve sollecitare ancor più ad impegnarci con Dio, proprio perché il Signore ci fa toccare con mano quanto noi siamo fragili nel pensiero. È Lui che ci sollecita: “Corri da Me a comperare ciò che ti deve far forte, perché vedi quanto sei debole”.

Pinuccia: Quando ci fa toccare con mano la nostra miseria non ci dobbiamo scoraggiare…

Luigi: Mai! Mai! Mai!

Pinuccia: Però ce la fa toccare con mano…

Luigi: Tutto quello che viene da Dio è sempre misericordia, è sempre sul piano della salvezza; non è mai per giudicarci, non è mai per condannarci, non è mai per punirci. È sempre per salvarci. Quello dobbiamo mettercelo ben bene in testa. Lui ci fa toccare con mano la nostra miseria per sollecitarci, per farci correre di più, per intensificare.

Se accogliamo le cose dalle mani di Dio, dobbiamo sempre vedere tutto come aiuto suo. Anche le tentazioni, sono sempre aiuto che viene dalle mani di Dio, per mantenere il nostro pensiero unito a lui. Perché il problema centrale sta proprio nel riuscire a mantenere il pensiero unito a Lui. Dobbiamo sempre stare attenti al pensiero. Perché l'amore si rivela nel pensiero: è il chiodo.