Gesù voleva
molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Gv 11 Vs 5
Titolo: "Se tu sapessi il dono di
Dio!"
Argomenti: Amore e assenza Il Pensiero di Dio nell'uomo lo caratterizza.
Vicinanza e conoscenza. Conoscenza e reciprocità.
Come il Pensiero di Dio è con noi? Dio
soggetto del nostro pensare. Essere con Dio.
14/marzo/1993 Casa di preghiera Fossano.
Siamo giunti al versetto 5 del capitolo XI di s.
Giovanni. Qui si dice: “Ora Gesù amava Marta e sua sorella Maria e Lazzaro”.
Questo viene detto dopo che Gesù aveva dichiarato
(l'abbiamo visto le domeniche scorse): "Questa malattia non è per la
morte". Gesù era stato avvisato da Marta e da Maria, sorelle di Lazzaro,
che Lazzaro il suo amico era gravemente ammalato. Però quando arriva l'avviso a
Gesù, Lazzaro era già morto. Eppure Gesù dice: "questa malattia non
conduce alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché il figlio di Dio ne sia
glorificato”.
Le domeniche scorse ci siamo soffermati per cercare di
capire cos'è questa gloria di Dio e cos'è la glorificazione del Figlio di Dio.
Ora c'è questa dichiarazione ("Gesù amava..."),
che pare strana dopo gli argomenti che ci son stati presentati sulla gloria di
Dio, sulla gloria del Padre e sulla glorificazione del Figlio. Perché questa dichiarazione (proprio dopo
questi argomenti) che "Gesù amava Marta, sua sorella Maria e
Lazzaro"? Che rapporto ci può essere
tra la gloria di Dio e la glorificazione del Figlio e questa dichiarazione:
"Gesù amava queste sorelle e il loro fratello"? Entriamo nel campo
dell'amore.
Se però noi teniamo presente che subito dopo viene
dichiarato che quando Gesù seppe che Lazzaro era ammalato, si fermò ancora due
giorni, possiamo capire perché è dichiarato questo amore. È in preparazione a
questo fatto: Gesù riceve la notizia che Lazzaro che Lui ama è gravemente
ammalato, eppure si ferma ancora due giorni. Sembra quasi che si disinteressi,
anzi che si renda assente. Ecco, è in relazione a questa assenza, a questo
soffermarsi due giorni prima di tornare dall'amico gravemente ammalato, che
sorge il dubbio: ma Gesù aveva amore per Lazzaro e per le sue sorelle? La
caratteristica dell'amore è di rendersi presente. Eppure qui Gesù non si rende presente. E
allora c'è il dubbio. Che significato ha?
Eppure questa dichiarazione dell'amore di Gesù verso
Lazzaro e le sue sorelle ha un significato profondo se è collegata con questa
assenza, quasi a farci pensare che anche l'assenza, il silenzio, la lontananza
di Dio rientra in un disegno di amore, rientra nel programma dell’amore. Ed è questo su cui dobbiamo soffermarsi
questa sera, perché Gesù vuole farci capire qualche cosa, come evidentemente volle
far capire qualcosa, e lo vedremo in seguito, sia a Marta che a Maria.
Infatti mentre all'inizio di questo capitolo c'è la
grande presentazione d'impronta tipicamente giovannea delle due sorelle: prima
Maria e poi Marta, non è senza un significato che adesso abbiamo un
capovolgimento: prima si nomina Marta e poi Maria. Come mai qui le nomina in
ordine invertito? perché? Perché qui, e lo vedremo, in questa malattia del
fratello, Maria si è sottomessa a Marta; l'azione è prevalsa sul sogno, perché
ad un certo momento la malattia di Lazzaro e diventata tanto imponente da
portare le due sorelle a far servire Gesù al loro desiderio, per cui anche
Maria è diventata Marta: anziché far prevalere l'interesse per conoscere Dio,
per capire da Dio il significato della malattia e della morte del fratello, è
prevalsa la preoccupazione per il fratello. Ecco perché Gesù se ne sta lontano:
per far maturare in Maria e Marta la dedizione del pensiero a Dio, non a
Lazzaro. E' per le sorelle che Gesù se
ne sta lontano!
Però in queste sorelle, abbiamo detto e in questo
fratello che muore, che è morto, poiché tutto ha un significato, c'è un segno.
Tutto quello che avviene attorno a Gesù è Parola di Dio per noi, quindi c'è un
segno per noi, un significato per noi.
Riflettendo su questa famiglia di Bethania che, avevamo
detto, è una famiglia strana (presso Dio poi tutto diventa stranezza, perché è
singolarità), abbiamo visto che Lazzaro, Marta e Maria, significano l'uomo:
l'uomo che porta con sé un sogno e una realtà: il sogno è rappresentato da
Maria, la realtà da Marta. Quindi “uomo
- sogno – realtà” rappresentano l’“uomo”, tutta l'umanità. Ecco, quando qui si dice che Gesù amava
Lazzaro, Marta e Maria, vuol dire che Gesù ama l'uomo. E cos'è questo amore?
Abbiamo detto in un primo tempo che amare vuol dire
rendersi presente. Ed effettivamente quando si ama si cerca la presenza: la
presenza dell'essere amato e ci si rende presenti all'essere amato. L'amore
tende sempre a realizzare una presenza.
Si tende anche umanamente a realizzare una convivenza, una unione.
Eppure qui c'è una contraddizione, perché si dice: “Gesù amava...”, eppure
resta assente: un'assenza di due giorni (in una situazione tanto tragica!),
tant’è vero che quando ritornerà là, Marta e Maria Gli diranno: "Se tu
fossi stato qui... E' già da quattro giorni che è sepolto ... già puzza!"
(Gv 11,21.32).
Dico, come si può conciliare questo amore con questa
assenza, con questa indifferenza?
Eppure, dico, se questo amore è stato annunciato e se Gesù si è
comportato così è perché attraverso quest'assenza c'era qualcosa che doveva
maturare in Marta e Maria, cioè,
maturare nell'uomo, nell'uomo che Gesù ama.
Ora è proprio dopo che noi abbiamo visto che cos'è la
gloria di Dio e cos'è la gloria del Figlio, che noi adesso abbiamo la
possibilità, tenendo presente questi due termini di gloria, abbiamo la
possibilità di capire il significato di questo amore, di capire come sia amore
per l'uomo questo comportamento di Gesù e dove vuole tendere, perché, abbiamo
detto, nell'uomo c'è il Pensiero di Dio. L'uomo è caratterizzato da una cosa
che lo fa singolarità in mezzo a tutta la creazione. La singolarità dell'uomo è
questa: porta in sé il Pensiero di Dio: è “il” dono di Dio. E' questo che forma l'uomo. L'uomo è fatto essenzialmente dal Pensiero di
Dio. Ed è questo Pensiero di Dio che
costituisce l'elemento determinante della vita dell'uomo. L'uomo, cioè l'uomo e la donna, portano in sé
una passione di assoluto, per cui tutto quello che amano, tutto ciò per cui
vivono vogliono che sia assoluto.
L'uomo cerca Dio in tutto (anche se non lo sa), in tutto
ciò che ama, in tutto ciò per cui vive, e tutto ciò che ama e tutto ciò per cui
vive vuole che sia Dio e soffre quando scopre che ciò che egli ama e ciò per
cui vive non è l'assoluto, non è Dio, perché muta, è soggetto al tempo, muore.
Grande scandalo, per l'uomo, per ogni uomo, è la morte. Perché c'è la
morte? Dico, è un grande scandalo nel
campo dell'assoluto che è l'uomo.
L'uomo capisce la vita eterna, l'uomo capisce l'assoluto
in tutte le cose, l'infinito, capisce l'eterno, ma non capisce ciò che non è
assoluto, ciò che non è eterno, anzi, questo gli crea una situazione di
angoscia: ha bisogno di un perché, di un significato. E' ciò che muta che
provoca nell'uomo il bisogno di capire, l'interrogazione, il bisogno di
giustificare. Non è l'infinito, l'Eterno, l'assoluto, non è Dio che ha bisogno
di giustificazione. E' ciò che non è Dio che ha bisogno di giustificazione!
L'uomo soffre fintanto che non trova un perché, fintanto che non ha una
giustificazione di questo passare delle cose.
Dico, l'uomo è caratterizzato da questa presenza del
Pensiero di Dio che porta in sé e che lo costituisce, e in quanto lo
costituisce evidentemente lui porta in sé questo Pensiero di Dio prima ancora
di saperlo. L'uomo esiste e vive prima di capire cosa vuol dire esistere e
prima ancora di capire cosa vuol dire vivere.
E' la presenza del Pensiero di Dio nell'uomo che forma
l'uomo, che dà esistenza all'uomo, che dà vita all'uomo. Però questo Pensiero
di Dio proprio perché costituisce l'uomo, è dato all'uomo prima che l'uomo lo
sappia. Tutto ciò che arriva a noi senza di noi, quindi senza che noi lo
sappiamo, tutto quello che è dato a noi senza di noi, noi non possiamo
ignorarlo perché è dato a noi, ma non possiamo conoscerLo.
Per conoscere una cosa noi dobbiamo vedere il Principio
della cosa stessa. Dicevamo ieri sera: è soltanto avendo in noi la ragione di
una cosa che noi possiamo dire: "la conosco". Però anche se non abbiamo la ragione di una
cosa, anche se non conosciamo il principio della cosa stessa, noi non possiamo
ignorare la cosa. Tutte le opere di Dio, tutta la creazione, noi non le
ignoriamo mica: che il sole splenda noi non lo ignoriamo, ma che cosa sia il
sole ci è un po' più difficile capirlo. Così anche tutto il mondo che ci è
attorno: l'acqua, i monti, la vegetazione, le creature, gli uomini, le donne,
tutto quanto, noi non li ignoriamo, li abbiamo presenti, però noi non li
conosciamo. Così anche questo Pensiero di Dio che portiamo in noi, non lo
possiamo ignorare, tant’è vero che ne subiamo la passione, ma non Lo
conosciamo.
Il Pensiero di Dio, pensiero dell'Assoluto (Dio è
l'Assoluto, l'Eterno, l'Infinito) è in noi, quindi noi non lo ignoriamo e ne
subiamo la passione, cioè ne subiamo la presenza; infatti tutto ciò per cui noi
viviamo vogliamo che sia assoluto, appunto per questo, data questa presenza del
Pensiero di Dio che portiamo in noi. Però questo Pensiero di Dio che è in noi e
che non è ignorato da noi, non Lo conosciamo, per cui diventa in noi un bisogno
di capire, un bisogno di conoscere.
Questo Pensiero
di Dio in noi è un seme che ha bisogno di uno sviluppo: è un inizio, un
principio di vita in noi; è un incompiuto che portiamo in noi. Noi portiamo in
noi questo Pensiero di Dio, ma non Lo conosciamo, non sappiamo che cosa sia; e
quando ci troviamo di fronte ad una cosa posta in noi e che quindi non possiamo
ignorare, ma non conoscere, questa porta in noi (che siamo campo di assoluto,
quindi campo di conoscenza), provoca in noi un movimento, un'istanza, un
movimento. Suscita in noi un movimento, una passione, appunto, la passione
dell'assoluto, cioè suscita in noi questo bisogno di arrivare a capire.
E noi ci troviamo così con questi due grandi termini che
ci mettono in movimento: il Pensiero di Dio che è un "seme" in noi,
un incompiuto, e il bisogno di arrivare allo sviluppo di questo seme, alla
conoscenza di questo Pensiero di Dio che non possiamo ignorare.
Il Pensiero di Dio è seme: seme che attende da noi uno
sviluppo per arrivare alla conoscenza di questo Pensiero stesso, alla
conoscenza di ciò che non possiamo ignorare. Dio è in noi, non Lo possiamo
ignorare: abbiamo detto, basta un filo d'erba per farci capire che c'è Dio, che
c'è un Creatore, perché certamente non siamo noi a fare il filo d'erba, e così
tutto l'universo, e così tutta la creazione: tutto è testimonianza che c'è un
Creatore. La nostra stessa passione che portiamo in noi, bisogno di Verità,
bisogno di capire, bisogno dì conoscere (bisogno di conoscere che è fame, fame
di luce), tutto questo è testimonianza che Dio c'è. Il Signore stesso dice: "Voi stessi dite
che lo sono" (Lc 22,70). Noi stessi, con i nostri problemi che ci portiamo
addosso, diciamo, urliamo, gridiamo, testimoniamo che c'è un Creatore, che
l'Assoluto è i Creatore di tutto ciò che non è assoluto, che c'è Dio.
Quindi: noi non
possiamo ignorare Dio, ne sentiamo il bisogno, però non siamo con Lui. Che cosa manca a noi? in noi c'è questo
Pensiero di Dio. Dio è con noi! Dio è con noi! E, dico, noi sentiamo, avvertiamo
questa sua Presenza, ma noi non siamo con Dio. Che cosa manca a noi?
Ci chiediamo: che cosa manca a noi? Manca la conoscenza
di ciò che è già presente in noi, di ciò che già è con noi ma che non
conosciamo e con il quale non sappiamo stare. E noi di questo ce ne accorgiamo perfettamente, perché noi
diciamo molte volte: "Dio è con noi, ma noi non siamo con Dio".
Ora, che noi non siamo con Dio anche questo lo
esperimentiamo e quanto lo esperimentiamo! Tutta la fatica che si forma in noi
dopo che abbiamo capito che Dio è presente in noi, che Dio parla con noi ce lo
testimonia, ce lo dimostra. E quanta fatica, dico, dobbiamo fare per cercare di
congiungere noi con questa Presenza!
Dio è con noi e noi con chi siamo? Dio parla a noi, ma
noi chi ascoltiamo, Dio ci ama, ma noi chi amiamo?
Ecco, c'è questa frattura, c'è questo vuoto, c'è questo
salto che minaccia di diventare un abisso tra noi e Dio. C'è questa frattura tra noi e Dio, tra ciò
per cui viviamo e ciò che non possiamo ignorare: Dio certamente è presente in
noi, e noi non possiamo dimostrare nel modo più assoluto che sia assente, però
quanto noi siamo assenti a Dio!
Ho detto: Dio è con noi, noi non siamo con Dio. Dove
siamo noi? Noi siamo con ciò per cui viviamo, con ciò cui pensiamo. Noi soprattutto
siamo pensiero, e tutto il nostro vivere, e anche tutti i nostri problemi e
tante nostre angosce e paure, sono determinate da ciò che noi portiamo nel
pensiero. Noi siamo là dove pensiamo. La nostra parte più nobile, quella che
costituisce la nostra persona, è là dove c'è il pensiero. Evidentemente noi non
pensiamo Dio. Dio è con noi, pensa noi ed è con noi perché pensa a noi, Dio è
con noi, ma, dico, noi non siamo con Dio, perché non pensiamo a Dio, e fintanto
che non pensiamo a Dio, noi non siamo con Dio "come" Dio è con noi.
Ho detto: Dio è con noi, noi non siamo con Dio. Manca
questo.
Dio ci conosce, noi non Lo conosciamo. Manca questa
conoscenza. Cioè noi portiamo in noi un dono, il Pensiero di Dio e non Lo
possiamo smentire, però noi non conosciamo questo dono. Non lo ignoriamo, ma
non conosciamo che cosa è questo dono, che cosa è questo Pensiero di Dio che
portiamo in noi.
Ho detto che il Pensiero di Dio in noi è un'istanza, un
bisogno di conoscere, di capire. E che cosa si richiede per questo? Perché non
basta la presenza, la vicinanza, l'essere Dio con noi, per essere anche noi con
Dio?
Quando nel mondo fisico, nel mondo naturale noi mettiamo
una cosa vicina ad un'altra, anche l'altra è vicina a questa, quindi c'è una
reciprocità nel campo dei segni, nel campo della natura. Nel campo della natura
c'è questa reciprocità: una cosa non può essere vicina ad un’altra se
quell'altra non è anche vicina a questa. Ma per poco che noi ci portiamo nel
campo del pensiero, dello spirito (ad esempio, nel campo delle persone umane),
ci accorgiamo che non c'è più questa reciprocità. Nel campo dell'umano non
basta che un uomo sia vicino ad un altro, perché l'altro sia vicino a
quello. Come mai?
Se metto une pietra vicino ad un'altra pietra, l’altra
pietra è vicino a questa. Ma se metto un uomo vicino ad un uomo, non è vero che
l'altro uomo sia vicino a questo. Non parliamo poi di un uomo vicino ad una
donna: non é detto che se un uomo è vicino ad una donna, anche la donna sia
vicina all'uomo, o viceversa, nel modo più assoluto. Come mai non c'è questa
reciprocità?
Se ci portiamo poi in Dio abbiamo addirittura
l'abisso! Dico, si forma addirittura un
abisso! Dio è con l'uomo, Dio è vicino
all’uomo, ma l'uomo può essere abissalmente lontano da Dio!
Tra persone quindi si può essere fisicamente molto
vicini, spiritualmente molto lontani. Quello che determina tutto è lo
“spirito”.
Allora dobbiamo chiederci: quand’è che lo spirito è
vicino?. Abbiamo detto: Dio è certamente è con noi. Dio è vicino a noi. E cosa
c’è in noi o che cosa manca in noi per cui noi non siamo vicini a Lui come Lui
è vicino a noi?
Abbiamo detto che il tema di oggi è: “SE TU CONOSCESSI IL
DONO DI Dio!”. È Gesù che lo dice alla samaritana e l’abbiamo visto stamattina
nel Vangelo di oggi. La samaritana si stupisce che Gesù le abbia chiesto da
bere. A questo viandante che veniva da Gerusalemme e che chiede un bicchier
d’acqua e lei che era samaritana, chiede stupita: “Come mai tu che sei giudeo
chiedi da bere a me che sono samaritana?”. Ma Gesù le risponde: “Se tu
conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti chiede un bicchier d’acqua” (Gv
4,10). Ecco: “se tu conoscessi…!” Ecco il difetto, ciò che manca a noi: la
conoscenza!
Ho detto: coma mai Dio è con noi, Dio parla con noi e noi
non siamo con Lui? Ce lo dice Gesù: “Se tu conoscessi!”. Ecco, Dio fa a noi il
dono di Sé, ma noi non conosciamo questo dono.
Dico, non lo possiamo ignorare, perché ce lo portiamo
addosso, pero non conosciamo questo dono. Gesù dice: "se tu conoscessi
questo dono!”. “Se tu
conoscessi...": quindi il problema é conoscenza.
Evidentemente è la conoscenza che ci fa essere con-
"come" l’altro è con-. E' soltanto la conoscenza che mi fa essere con
Dio "come" Dio è con me.
Fintanto che non conosco, Dio è con me, me io non sono con
Dio, allora è la conoscenza che realizza la vicinanza. E' nella conoscenza che
si realizza! diciamo meglio; è nella conoscenza che si realizza le reciprocità
soltanto nella conoscenza! Ecco perché quando noi ci portiamo nel campo delle
persone umane che appartengono al campo della luce, al campo della conoscenza, al campo
dell'intelligenza, non c'è reciprocità nella vicinanza: l'uno è vicino
all'altro, ma l'altro può non essergli vicino; cioè per essergli vicino deve
condividerne il pensiero.
È soltanto nel campo del pensiero che si realizza la
vicinanza. Quindi l’essere vicini è fondato sulla conoscenza. Ecco perché
tante, molte unioni non stanno su: non sono fondate sulla conoscenza! È
soltanto nella conoscenza che c’è l’unione. Dico, Dio, il Pensiero di Dio, è
con noi. La conoscenza sta in quel “come” il Pensiero di Dio è con noi. La
conoscenza sta in quel “come”, nella conoscenza di quel “come”. Già domenica
scorsa l’avevamo accennato questo fatto e ci eravamo chiesti: “come” il
pensiero di Dio è con noi? Perché è lì che si rivela “come” si è con-.
Quando abbiamo accennato a questo, abbiamo detto che Dio
dà a noi il suo Pensiero in quanto fa il suo Pensiero oggetto del nostro
pensiero. Il nostro pensiero è finito, il nostro pensiero è creatura. Eppure Dio
per essere con noi, dà a noi il suo Pensiero e lo fa oggetto del nostro
pensiero, tanto che noi possiamo pensare Dio! Possiamo pensare Dio; non è detto
che noi lo pensiamo.
Che noi possiamo pensare Dio, dico, anche questo è
testimonianza di tutti noi. Noi possiamo pensarLo, ma possiamo anche non
pensarLo. E se non pensiamo Dio, pensiamo le creature: pensiamo quello che Dio
ci presenta.
Però possiamo anche pensare Dio, e più noi pensiamo a Dio
e più noi ci accorgiamo dei pasticci in cui ci troviamo, perché la vera nostra
miseria, la nostra vera povertà, la nostra lontananza da Dio, si fanno
esperimentare da noi soltanto quando noi incominciamo a pensare a Dio.
Il vero problema lo avvertiamo soltanto in quanto
incominciamo a pensare Dio, prima no.
Prima ci crediamo di essere chissà che cosa! Di essere magari giusti,
buoni, perfetti, tutto quello che vogliamo... Ma per poco che noi ci
soffermiamo a pensare Dio scopriamo la nostra lontananza e la nostra povertà,
ed è la prima grazia che noi otteniamo.
basta che noi ci fermiamo a pensare Dio un minuto, forse
nemmeno, basta che noi ci fermiamo a pensare Dio un istante che immediatamente,
la prima grazia che Dio ci dà è di capire la povertà in cui ci troviamo:
l'incapacità di pensare! Povero è colui
che è incapace di pensare.
L'incapacità di pensare! Quante volte per poco che noi
pensiamo Dio, noi scopriamo che dentro di noi c'è un guazzabuglio di pensieri,
un vortice di pensieri! pensieri che vanno, che vengono, che dominano, che ci
dominano,.. tutto quanto! E soprattutto scopriamo la nostra incapacità di
fermarci con Dio e di pensare Dio. Ho detto, questa è la prima grazia perché ci
fa toccare con mano la povertà in cui ci troviamo.
Infatti Gesù dice: "beati i poveri dello spirito,
perché di questi è il Regno di Dio!"(Mt 5,3). E' questa povertà che ci dà la possibilità di
incominciare a camminare verso Dio.
Prima no!
Fintanto che noi ci crediamo ricchi, noi siamo fuori
dimensione, fuori dimensione dell'uomo. Ora fintanto che l'uomo è un essere
gonfiato, un essere fuori della sua dimensione ha bisogno di essere riportato
nella sua vera dimensione. Ecco perché la maggior parte di tutta la nostra vita
passa attraverso queste opere di Dio che tendono a riportarci al
"Principio", cioè al niente
che noi eravamo, tendono a riportarci in questa povertà in cui noi ci
trovavamo, per dare a noi la possibilità di iniziare il cammino verso Dio. Purtroppo, dico, la maggior parte della vita
di tanti giunge fino alla morte, senza capire il significato di tutte queste
lezioni attraverso le quali Dio tende a sgonfiarci e a riportarci nella povertà
per darci la possibilità di incominciare il cammino.
L'uomo ha la possibilità di pensare Dio perché Dio si è
fatto oggetto del suo pensiero. Ma abbiamo anche detto che fintanto che l'uomo
pensa Dio (e quindi è lui che pensa ed è lui che lo pensa perché anziché
pensare un fiore anziché pensare un albero, anziché pensare un avvenimento,
ecc., si ferma a pensare Dio, e lì, noi diciamo, prega) non può conoscere Dio. L'uomo che prega è un uomo che pensa. La
preghiera senza pensiero non è preghiera. La vera preghiera è elevazione della
mente: elevazione della mente a Dio.
Quindi l'uomo che prega è l'uomo che pensa: che pensa Dio
superando tutto ciò che non è Dio. Ma qui, quando supera le creature per
fermarsi a pensare a Dio, l'uomo è il soggetto di questo pensare: è l'uomo che
pensa. Ora, fintanto che l'uomo è soggetto, cioè fintanto che l'uomo è principio di questo
pensiero, evidentemente l'uomo non ha la possibilità di entrare nella Verità,
perché nella Verità non è l'uomo che è principio del suo pensare.
Nella Verità si entra in quanto Dio è il Principio del
nostro pensare, perché Dio è il Principio di tutto. Dio è il Creatore, Dio è il
Principio di tutto. In Dio c'è la ragione di tutte le cose, non è in noi la
ragione delle cose. Se noi pensiamo Dio non è in noi la ragione del nostro
pensare Dio. La ragione del nostro pensare Dio è in Dio, non è in noi. Quindi
fintanto che noi riteniamo di essere noi a pensare Dio, noi non possiamo conoscere
Dio.
E' necessario pensarLo, è necessario questo, perché Dio
si offre ad essere pensato da noi, Dio si offre come oggetto del nostro
pensiero: come oggetto! ed è necessario questo. Ed è necessario questo, perché,
soltanto attraverso il Pensiero di Dio noi riceviamo comunicazioni di Dio. Dio
per comunicare con noi deve avere un punto in comune: se non c'è un punto in
comune, se dentro di noi non c'è qualche cosa di Dio, Dio non può comunicare
con noi, così come noi non possiamo comunicare con un cane se non per qualche
cosa di comune che c'è tra noi e il cane. Ma certamente se noi tentiamo di
parlare di Dio ad un cane, certamente noi facciano fallimento.
Ed è Gesù stesso che dice: "non date le vostre perle
ai cani, ai porci" (Mt 7,6).
Evidentemente questo è per farci capire che se non c'è nell'altro
qualche cosa in comune con noi non è possibile comunicare. Quanta esperienza
noi facciamo di incomunicabilità! Noi crediamo di parlare, di comunicare e poi
ci accorgiamo che non comunichiamo assolutamente niente. Perché? Perché l'altro non ha niente in comune con
noi, con quello che abbiamo presente noi. Se quindi quello che abbiamo presente
noi nel pensiero non è presente anche nell'altro, non si può comunicare niente.
Così anche nei riguardi di Dio, perché d'altronde tutto è
segno di Dio: Dio non può comunicare con noi, se non c'è in noi qualche cosa di
divino. Ecco perché Lui, Dio, mette in noi indipendentemente da noi, senza di
noi, mette in noi il suo Pensiero, perché soltanto avendo in noi il Pensiero di
Dio, attraverso il Pensiero dì Dio c'è la possibilità di comunicazione da Dio a
noi.
E' vero che c'è questo rischio dì dire: "sono io che
penso Dio". C'è questo
rischio! E Dio opera certamente per farci
toccare con mano che è Lui che si fa pensare da noi, d'accordo; però questo
rischio è necessario perché è la condizione perché ci sia la comunicazione tra
Dio e noi.
Ora Dio comunica attraverso il suo Pensiero che è
presente in noi, ed è attraverso questa comunicazione (che avviene attraverso
questo suo Pensiero) che Lui ci fa capire, quando noi pensiamo Dio che è Lui il
Soggetto del nostro pensiero. E ce lo fa capire quando noi pensiamo Dio, perché
se noi non pensiamo Dio non c'è nessuna comunicazione: noi ci illudiamo, ma non
c'è comunicazione con Dio. Quando noi pensiamo Dio, attraverso questo Pensiero
di Dio che è in comune tra noi e Dio, Dio ci fa capire che è Lui il Principio
del nostro pensiero, che è Lui il Soggetto del nostro pensiero, che non siamo
noi il soggetto.
Intanto però ci ha fatto capire una cosa grande: che è
soltanto attraverso il suo dono, dono del suo Pensiero a noi, e quindi il farsi
Lui oggetto del nostro pensiero, che Lui si rende presente a noi e che
rendendosi presente ci dà la possibilità di pensarLo.
Ho detto: ci fa capire una cosa grandissima qui, perché
ci fa capire "come" si è con-, cioè
ci fa capire qual è il vincolo dell'unione.
Dio è con la creatura, quindi Dio è con noi in quanto
offre a noi il suo Pensiero e lo fa oggetto del nostro pensiero. Questo
Pensiero di Dio viene a morire in noi, perché noi diciamo "sono io che
penso Dio", però nello stesso tempo ci fa capire che ci dà una possibilità
che è una meraviglia: ci fa capire perché noi non siamo con Dio. Ci fa capire
perché Dio è con noi, e ci fa capire perché noi non siamo con Dio.
Ho detto: Dio è con noi perché offre a noi il suo
Pensiero, noi non siamo con Dio "come" Dio è con noi fintanto che non
offriamo a Dio il nostro pensiero.
Dico, se il dono del Pensiero di Dio a noi, quindi Dio
che si fa oggetto del nostro pensare, determina l'essere presente di Dio in
noi, così soltanto se noi offriamo a Dio il nostro pensiero e lo facciamo
oggetto del suo Pensiero, cioè se facciamo il nostro pensiero oggetto del suo
Pensiero, noi siamo con Dio.
Ecco perché non c'è questa reciprocità fintanto che noi
non facciamo a Dio quello che Dio fa a noi!
Dio offre a noi il suo Pensiero. Fintanto che noi non
offriamo a Dio il nostro pensiero, noi non possiamo essere con Dio come Dio è
con noi. Ecco il “come”!
E' qui il problema!
Si richiede a noi una dedizione di pensiero. Dio dopo aver dato a noi il suo Pensiero
(quindi dopo averci creati, data l'esistenza, formato l'uomo, l'uomo con il
Pensiero di Dio offerto come oggetto del pensiero dell'uomo, per cui Dio è con
l'uomo) Dio adesso chiede all'uomo qualche cosa. Dico, diventa un'istanza:
chiede all'uomo il pensiero: "Se tu sapessi chi è Colui che ti parla e che
ti chiede questo! se tu conoscessi il dono di Dio!". Chiede a noi il pensiero!
È questo il motivo per cui qui si dice: "Gesù amava
Marta, Maria e Lazzaro". Amava... e poi se ne sta lontano. Proprio perché
amava se ne sta lontano! Standosene lontano, sembra che trascuri l'annuncio
della malattia dell'amico, sembra quasi indifferente: che l'amico stia morendo
per Lui è quasi indifferente: non si muove!
Intanto, Lui dice: “Questa malattia non è per la morte". La malattia di Lazzaro non è per la morte!
Lui era morto, però Gesù dice: "questa sua malattia non è per la
morte". Apparentemente prende una
cantonata; in realtà Gesù risusciterà Lazzaro e ci farà capire che
effettivamente la sua malattia non era per la morte.
Qui c'è la ragione, il motivo per cui adesso si parla di
questo amore di Gesù per queste sorelle e per Lazzaro, e questo amore viene
messo in relazione a Lui che se ne sta ancora due giorni lontano da quella
famiglia di Betania. E qui si rivela la ragione di questa lontananza.
La ragione di questa lontananza è Dio che manifesta
questa esigenza: chiede a Marta e a Maria qualche cosa. Come quel re della
parabola di Gesù, che ad un certo momento, dopo aver dato i talenti ai suoi
sudditi o ai suoi servi, ecc. se ne va in un paese lontano per ricevere
l'investitura. Qui capiamo il significato perché Dio si rende assente nella
nostra vita, perché Dio non risponde, perché Dio è silenzioso, e perché noi
chiediamo e Lui non risponde. Lui non risponde, perché è Lui che chiede a noi
qualche cosa. Lui dopo aver dato a noi il suo Pensiero chiede a noi qualcosa.
Dando a noi il suo Pensiero, ha incominciato un'opera, ma è un'opera appena
iniziata, abbozzata, non conclusa: non siamo al compimento. Per giungere al
compimento bisogna che noi diamo a Dio il “nostro” pensiero, altrimenti non si
giunge affatto al compimento, si resta degli aborti: aborti eterni, ma non si
entra nel Regno di Dio.
Dio dà a noi il suo Pensiero e poi si allontana per
ricevere da noi il nostro pensiero, per ricevere l'investitura del regno e
questo è essenziale. Ecco per cui si dichiara che Gesù amava. E proprio perché amava esigeva. Esigeva la
dedizione di un pensiero: la dedizione del pensiero di Marta e di Maria; perché
è la condizione per giungere al compimento (per essere con Dio e vedere la sua
gloria), ed era la ragione per cui Lazzaro era gravemente ammalato e Lazzaro
era morto.
Ora, è nella lontananza che si incomincia a pensare.
Fintanto che si è presenti non si pensa. Dicevo ieri sera che il nostro occhio
uccide la nostra mente, perché fintanto che noi abbiamo presente qualcuno o
siamo con qualcuno noi non pensiamo. Ma
quando questo qualcuno si allontana da noi, si rende assente, noi incominciamo
a pensare: abbiamo bisogno di trovare un significato, perché per noi l'assenza
è come la morte, come il tempo che passa; per noi l'assenza è insopportabile,
ha bisogno di una giustificazione, perché siamo fatti per l’assoluto. L'assenza
ha bisogno di una ragione, per cui nell'assenza abbiamo bisogno di capire. E'
Dio che si allontana da noi perché chiede il nostro pensiero. E noi
incominciamo a pensare. Sta lontano,
però ci assicura che anche questa assenza di Dio che sembra mancanza di amore è
programma di amore. E' Dio che opera dopo aver donato il suo dono, opera in noi
per portare a compimento quello che Lui ha donato. Infatti non basta che Dio si sia dato a noi,
che sia presente in noi con il suo Pensiero perché noi siamo con Lui. No, noi non siamo con Lui. Lui è presente in
noi, Lui è con noi, ma noi non siamo con Lui: quindi l'opera non è compiuta.
Per giungere al compimento si richiede da noi il nostro pensiero, altrimenti
non si giunge a nessun compimento.
Ecco, dico, il significato dell'amore di Dio e
dell'assenza di Dio. L'amore di Dio si dona a noi, quindi dona a noi la sua
presenza indipendentemente da noi e poi si allontana e ci mette anche in crisi,
a costo di morire, e si allontana perché chiede a noi la dedizione del nostro
pensiero "come" Lui ha donato a noi il suo Pensiero. E questo rientra
nel suo disegno di amore, perché l'amore porta a compimento quello che si è
incominciato. L'amore è desiderio di giungere al compimento di quello che si è
iniziato. Dio ha iniziato in noi, ponendo in noi il suo Pensiero, la vita
eterna. Il suo amore opera per condurre
noi alla vita eterna e la vita eterna sta nel conoscere Dio come vero Dio.
Alcuni pensieri tratti dalla conversazione:
Amare è manifestare se stesso: Dio ci ama e per renderci
capaci di ricevere la manifestazione di Se stesso, perché si realizzi la
reciprocità della presenza, si rende assente. Nell'assenza, si pensa. E
pensando matura qualcosa in noi: muore l'io vecchio e risorge l'uomo nuovo.
La conclusione dell'opera di Dio è la formazione di un
pensiero. Il pensiero è la possibilità
di essere informati da ciò cui si pensa: o Dio o le creature, con conseguente
libertà o schiavitù. Pensare è privilegiare, è mettere prima di tutto: lì si
trova Dio. Il luogo di Dio è il "prima di tutto" perché siamo
informati da ciò cui pensiamo.
Si può pensare Dio anche nel pensiero dell'io (per avere
pace, per star bene, ecc.); ma per pensarLo nel modo giusto bisogna
dimenticarci, sottomettendoci a Lui, a ciò di cui Lui ci parla.
Pensare è vedere tutto da Dio (perfino una foglia che
cade) (Cfr.: Giuseppe condotto schiavo in Egitto: era Dio che faceva tutto!)
Pensando Dio succede una cosa enorme! mi accorgo che sto
pensando al Principio di tutto, quindi a Colui che è il Principio anche del mio
stesso pensare. E' Dio che si fa pensare e si manifesta anche come Volontà
diversa da ciò che io vorrei (es: l'assenza di Gesù nonostante la richiesta di
Marta e Maria).
In questo versetto Giovanni nomina prima Marta, perché
Maria si è sottomessa a Marta: la preoccupazione del fratello ammalato ha preso
il primo posto per cui anche Maria è diventata Marta. Ecco perché Gesù se ne
sta lontano! se ne sta lontano proprio perché
amava Marta, Maria e Lazzaro, e voleva far maturare nelle due sorelle la
dedizione del loro pensiero a Dio, non a Lazzaro. La preoccupazione per Lazzaro
era diventata dominante: ecco allora che Gesù se ne sta lontano! tanto è vero
che quando arriverà piangerà: non per Lazzaro. Lui è Dio e quindi è Lui che
l'ha fatto morire. Forse che Lui piange su quello che Lui stesso ha fatto? No
certamente! Ma piange per la durezza di
cuore di Marta e di Maria che anziché far prevalere l'interesse per conoscere
Dio, per conoscere il significato della malattia e della morte di Lazzaro, per
capirla da Dio, hanno fatto prevalere la preoccupazione per il fratello,
facendo servire Gesù al loro desiderio.
E' proprio per portarci a conoscere il dono di Dio
("se tu conoscessi il dono di Dio!") che Dio si rende assente, perché
noi portiamo in noi un dono meraviglioso, il Pensiero stesso di Dio, ma Lo
trascuriamo, perché non Lo mettiamo prima di tutto. Allora Lui si allontana
perché si abbia a metterlo prima di tutto. Infatti quando una persona cara si
rende assente, incominciamo a pensarla molto e a metterla "prima di
tutto" nel pensiero.
Perché maturi qualcosa deve morire qualcosa: ecco che
Lazzaro, che rappresenta l'uomo, muore; deve morire l'io vecchio perché risorga
il sogno e il sogno diventi realtà (Marta e Maria), cioè l'uomo risorga.
Prima della morte di Lazzaro, le due sorelle speravano
ancora in un miracolo; quando Lazzaro morì, ormai non c'era più nulla da fare:
era finito tutto! Ormai l'attesa di Gesù in questa sua assenza è diventata
inutile; cioè priva di speranza, perché il motivo per cui attendevano Gesù era
un loro interesse, era legato ad un loro interesse che ormai era svanito
(“speravamo che…”). Ma è proprio quando crollano tutte le tue speranza (che
sono legate ad una tua mentalità, ad un tuo schema, ad un tuo desiderio), è
proprio li che ti devi aspettare il miracolo, la sorpresa, la novità. E' guardo
l'uomo vecchio muore, poiché è finito tutto, è lì che scopri la sorpresa, lì
scopri il tutto di Dio. E' nella fine di tutto che scopri il Tutto. Perché?
Perché in questa attesa senza più speranza della realizzazione dei tuoi
desideri, matura la capacità di morire a te stesso e quindi di conoscere Dio.
Anzi, quando tu perdi la speranza (determinata da una tua mentalità) sei già
morto a te stesso. L'attesa diventa
un'attesa che fa conto solo su Dio e su ciò che Dio vuole: lì matura il vero
interesse per prendere consapevolezza del doro di Dio: "se conoscessi il
dono di Dio!".