Gli
rispose Marta: "So che risusciterà nell'ultimo giorno". GV 11 Vs 24
Titolo: L'ultimo giorno.
Argomenti: La morte è una
testimonianza della vita. Lo scorrere del tempo. Il tempo non è
circolare va a senso unico. Cristo è l'ultimo giorno. La
vita ci costringe a scegliere. La soggettività ci impedisce di trovare la
Realtà.
5/settembre/1993 Casa di preghiera Fossano.
Esposizione di Luigi
Bracco:
Siamo giunti al versetto 24 del capitolo XI di s.
Giovanni. Qui si dice: “Marta rispose a
Gesù: «Io so bene che risusciterà, al momento della risurrezione nell’ultimo
giorno»".
Anche qui dobbiamo chiederci il significato di queste
parole, perché sono argomenti che Dio ci presenta, ormai sono mesi che Dio ci
fa sostare sull’argomento della morte e sull'argomento della risurrezione. Dico,
anche qui dobbiamo chiederci la lezione per la nostra vita personale (presso
Dio tutto è persona e tutto è personale), il significato di quanto Dio ci vuole
dire e soprattutto ci vuole dire di Sé attraverso questa affermazione di Marta.
A noi interessa poco il pensiero di Marta o la mentalità
di Marta o che cosa Marta intendesse coli queste parole. A noi interessa
cercare il Pensiero di Dio nelle cose che Dio ci fa arrivare,: il Pensiero di
Dio! Non conta il mezzo attraverso cui Dio ci fa arrivare le sue lezioni. Contano le sue lezioni. E la lezione di oggi è questa: "io so che mio fratello risusciterà al
momento della risurrezione nell'ultimo giorno".
Teniamo presente le conclusioni degli incontri
precedenti. Noi per grazia di Dio abbiamo constatato (e quello che si constata
ce lo portiamo dietro, e direi, non
soltanto dietro, ce lo portiamo anche davanti, perchè ci determina il futuro,
ce lo condiziona) che nonostante la morte fisica la vita continua; non c'è
interruzione di vita. La vita non cade nel nulla, ma continua.
Non soltanto abbiamo visto che la vita continua, ma abbiamo
anche visto, ed é la cosa più importante,
che le persone non sono annullate: non sono annullate e non sono
annullabili. Non si può annullare la
persona umana. Noi in quanto esistiamo, ed esistiamo non come corpo ma come
persona, noi siamo immortali. Dio ci ha voluti con un Pensiero eterno perché ci
ha voluti con un Pensiero che è fuori del tempo, per cui presso Dio non v’è il
sì e il no; presso Dio c'è soltanto il si. Noi siamo voluti con un Pensiero che
è eterno, tanto che la nostra persona e essenzialmente costituita dal Pensiero
di Dio, cioè è costituita da un Tu, e da un Tu che non è volontà nostra. Noi
incominciamo a vivere ed esistiamo non in quanto capiamo cosa vuol dire vivere,
cosa vuol dire esistere, ma per volontà di un Altro.
Noi incominciamo a vivere e ad esistere senza che noi lo
sappiamo, per volontà di un Altro, quindi per la presenza di un Altro.
Per questo dico così: noi siamo essenzialmente come
persona costituiti dal Tu Divino, dal Tu di Dio, tant’è vero che noi portiamo
in noi la passione dell'Assoluto, e la passione di-, che é poi l'attrazione
per-, è sempre conseguenza di una Presenza.
Se noi non avessimo in noi una Presenza e una Presenza
assoluta, noi non subiremmo la passione dell'Assoluto, quindi se avvertiamo la
passione dell'Assoluto, questo è testimonianza della presenza in noi
dell'Assoluto.
L'Assoluto è infinito, perché assoluto, è eterno perché
assoluto; e proprio perché è assoluto, eterno e infinito è Uno, è uno solo. L'infinito
è Uno; non c'è una pluralità di infiniti; è una Persona.
Noi siamo costituiti da questo Uno che è infinito, che è
eterno, che è assoluto, e che essendo assoluto è trascendente. Trascendente
cosa vuoi dire? Trascendente vuol dire che non può essere modificato da
nessuno, non può essere infirmato da nessuno, non può essere toccato da
nessuno. Noi possiamo urlare da mattino a sera: "Dio non c'è", tutti
i miliardi degli uomini possono urlare,
scrivere, cantare che Dio non c'è, ma Lui resta lì, immobile. Non c'è nessuno
che possa mutarlo. È trascendente: trascendente ogni creatura.
Dico, noi siamo costituiti da questo Essere trascendente.
Ora, è proprio perché siamo costituiti da questo Tu Divino trascendente che la
nostra persona non è annullabile: proprio perché noi non possiamo cambiare il
Tu di Dio. Noi non possiamo dire a Dio: "spostati!"; Dio non si
sposta. Noi possiamo spostarci perché noi siamo volubili, noi non siamo
assoluti, infiniti ed eterni. Dio è assoluto. Ma noi siamo costituiti da questa
Presenza, per cui noi non possiamo spostare l'Assoluto da noi. Noi non possiamo
dire a Dio: "togliti da me", non possiamo infirmare la volontà di Dio
o Modificare la volontà di Dio. 'Dico, proprio per questa presenza
dell’Assoluto in noi, del Tu Divino in noi, la nostra persona non può essere
annullata.
E allora ci troviamo con questi dati:
-
abbiamo la vita che continua,
-
abbiamo la persona che non può
essere annullata,
-
eppure qui si parla di
risurrezione all'ultimo giorno.
Ora, chiedo: come può darsi un ultimo giorno se la vita
continua? In quanto dice ultimo vuoi dire che dopo non c'è più niente e quindi
nemmeno la risurrezione. Dico, come si
può pensare che ci sia un ultimo giorno là dove la vita continua? Se la vita
continua non c'è ultimo giorno. Là dove la persona continua e non può essere
annullata, come fa ad esserci un ultimo giorno?
E poi dobbiamo chiederci: se c'è, cos'è questo ultimo
giorno? E soprattutto cosa significa questo ultimo giorno? Il tema di oggi è
proprio: “L'ultimo giorno”. Ci chiediamo il significato di
quest'ultimo giorno e perché esista nella nostra vita un ultimo giorno.
Tutti quanti lo esperimentiamo, lo sappiamo: c'è la
morte! Come c'è una nascita, così
c'è una morte. Ma noi dobbiamo chiederci
il significato dì questa morte, soprattutto il significato dì questa morte là
dove la vita continua, e come può esserci una morte se la vita continua, e
soprattutto come può esserci la morte là dove la persona non può essere
annullatala, allora che cosa significa questa morte: che significato ha, che
portata ha, che lezione ha per noi questo ultimo giorno, che diventa un po' un
incubo perché è sulla strada di ogni uomo.
Uno parte in macchina e non sa se arriva al capo della strada.
E c'è sempre questa paura, tant’è vero che quando si
annuncia la venuta di Gesù, Lo si annuncia come Uno che viene a portare una
speranza a "coloro che vivono
all'ombra della morte" (Lc 2,79). Ma tutta l'umanità sta vivendo
all'ombra della morte! Vivere all’ombra della morte vuol dire vivere sotto
l'incubo della morte. Tutti gli sforzi
umani sono per cercare di rinviare la morte il più a lungo possibile. La
partita è persa in partenza, perché quando si lotta in difesa si è sempre
perduta la partita.
Ora, l'abbiamo detto molte volte, la morte
certissimamente non si vince lottando contro la morte. La morte si vince
scoprendo la vita. E Cristo ha vinto la morte. Noi lo diciamo a parole, lo
diciamo anche per fede, ma tutto questo non basta, perché non basta la fede,
non basta credere, non basta quello che sentiamo dire, non basta anche quello
che noi stessi magari professiamo o diciamo, per salvarci. Quello che ci salva
è la conoscenza.
Ecco, soltanto capendo (ecco. capendo!) cos'è la morte si
su pera la morte. E capendo la morte nel processo della vita, perché la morte
non è altro che una testimonianza della vita, meglio, dico, è una categoria
della vita, quindi un predicato dei la vita. È la vita che continua. La morte è una tappa, ma una tappa della
vita, non è la fine della vita. È una tappa della vita la morte.
Però queste cose vanno capite, non basta sentirle, non
basta professarle, non basta dirle, non basta predicarle, non basta crederle:
bisogna capirle! perché è la luce che cambia noi e se abbiamo il dono della
fede, la fede è soltanto un anticipo per sollecitarci ad arrivare a capire
quello che si dice nella fede.
Guai a coloro che si fermano nella fede e non cercano di
arrivare a capire quello che la fede professa!
Dico, ci troviamo con questi dati, e sono dei dati che
certissimamente (e noi non possiamo smentirli data la presenza di Dio) non
fanno altro che affermarci che la vita è continua, che non si può annullare,
che la persona non si può annullare, eppure si parla di un ultimo giorno, e
quando si dice ultimo si dice ultimo", cioè "fine", fine di
tutto.
Dico, dobbiamo capire il significato di questo.
Ora quando parliamo di "giorno" cosa
intendiamo? Il giorno è un segno del tempo.
Quando abbiamo parlato del tempo abbiamo detto che il tempo è questo
passare dì tutte le cose, questo morire di tutte le cose, e abbiamo detto che
il tempo, anche qui, é una categoria dell'Eterno, è un predicato dell'Eterno là
dove non si ha presente l'Eterno. Quindi fintanto che noi non avremo presente
l'Eterno e non saremo capaci di restare nell'Eterno, noi subiremo il predicato
dell'Eterno, perché l'Eterno manda la sua voce ovunque.
Come l'acqua fa sentire la sua voce, come ogni creatura
fa sentire la sua voce là dove non è presente, così l'Eterno fa sentire la sua
voce là dove non lo si ha presente. L'infinito fa sentire la sua voce là dove
non si ha presente l'infinito. L'Assoluto fa sentire la sua voce dove non è
presente l'assoluto, ma è sempre tutto un predicato ed è un predicato di Dio.
Ora se è un predicato di Dio, evidentemente soltanto in
Dio e da Dio noi possiamo capire le cose, capire cos'è il tempo, il finito,
ecc.; sola da Dio noi abbiamo la luce delle cose, altrimenti no.
Allora, dico, questo tempo, che è questo passare di tutte
le cose che non sono eterne e che è un significato di ciò che è eterno (è
l'Eterno che fa passare tutte le cose), va a senso unico.
Dico, il giorno non è altro che un segno di questo tempo;
ogni giorno passa. I giorni sono tutta
una serie, ma il tempo non è circolare e quindi anche i giorni non sono
circolari. Apparentemente un anno è
uguale all'altro: è tutto un cerchio, si gira! si ripete, si rinnova. In realtà
il tempo non è circolare e i giorni non sono circolari. Nessuno può rivivere il
giorno che è passato: se fosse circolare si potrebbe sempre rivivere, si
potrebbe sempre rivivere il giorno di prima. Ma invece non si possono rivivere
i giorni passati, il che vuol dire che non sono circolari. Allora vuol dire che il tempo passa a senso
unico e i giorni passano a senso unico.
E cosa vuol dire passare a senso unico? Passare a senso
unico vuol dire che lasciano una traccia: lasciano una traccia dentro di noi! Noi
ci accorgiamo che man mano che i giorni passano non si è più come prima. Non si
è come prima! Tutti quanti questo lo percepiamo perfettamente. Tutti dicono:
"si invecchia…, il tempo passa, la vita passa...". Noi diciamo:
"la vita passa", ma non ci rendiamo conto di cosa diciamo, non
sappiamo nemmeno cosa vuol dire, però diciamo secolare questo. Ed
effettivamente facciamo questa esperienza, come facciamo esperienza di morte
che il tempo passa, che la vita passa e che passando ci cambia.
Infatti se uno vede un bambino in via Roma trascinare con
un cordino un cavalluccio di legno non si stupisce: un bambino di tre anni può
fare questo. Ma se uno vede un uomo di cinquanta o sessant'anni trascinare con
un cordino un cavallino di legno... beh, c'è una differenza! E tutti quanti ce
ne accorgiamo, perché non possiamo giustificare la cosa. E che differenza c'è
tra un bambino e un uomo di cinquanta o sessant'anni? Che differenza c'è?
tant’è vero che, dico, noi non sopportiamo di vedere un uomo di cinquanta o
sessant'anni trascinare con un cordino un cavallino di legno. Dico, ma perché?
Son passati dei giorni e questi giorni hanno lasciato una
traccia e questa traccia ad un certo momento ci impedisce di trascinare un
cavallino, di trascinare un giocattolo. Ecco, ci costringe a mutare.
Il tempo ci fa mutare. E abbiamo l'irreversibilità. Altro
che essere circolare! Il tempo è irreversibile! Ora, se il tempo è
irreversibile, evidentemente si va verso un punto ben preciso. Quando si è su un'autostrada a senso unico si
va verso un punto ben preciso, non si può andare avanti e indietro.
Quindi dico, certissimamente c'è questa irreversibilità:
non possiamo rivivere due volte lo stesso fatto, non possiamo ritornare bambini
e trascinarci il cavallino di legno. Non è possibile! Eppure il fatto che il
bambino trascina il cavallino di legno a tre anni, ha un significato ben
preciso per la formazione della sua vita. Per il bambino ha un significato
preciso il trascinarsi un cavallino di legno, ma per l'uomo di cinquanta o
sessant'anni non ha un significato preciso, tanto che noi diciamo: "quello
è diventato scemo!".
Quindi i giorni passando lasciano una traccia nell'uomo,
formano l'uomo. Formano qualcosa nell'uomo! E cosa formano nell'uomo tanto che
non può più rivivere le cose di prima? Questa modificazione che l'uomo subisce
nel tempo, è opera di Dio, poiché il tempo è opera di Dio e, abbiamo detto, non
è altro che la voce dell'Eterno. Quindi se è voce vuol dire che Dio sta
parlando attraverso il tempo. E quando uno parla con noi, anche se noi non ce
ne rendiamo conto, ci cambia.
Sempre, in un modo o nell'altro, ci racconti barzellette
o ci dica delle Verità profonde, quando uno parla con noi ci informa e ogni
informazione ci muta, ci cambia in qualche modo e noi siamo cambiati,
soprattutto dal tempo. Perché? Perché nel tempo abbiamo l'Eterno che ci
informa. Ci informa, quindi ci cambia, noi diciamo: "ci matura"
(magari!).
Però, abbiamo detto, il tempo va a senso unico e se va a
senso unico, va verso un fine e se va verso un fine, questa serie di giorni che
stanno passando, segni del tempo, questa serie di giorni che stiamo vivendo
certissimamente va verso un limite. Un limite! un ultimo giorno. C'è 'un ultimo
giorno.
Ma noi abbiamo detto: come può esserci una fine là dove
non c'è fine? Dico, la vita continua. E allora come c'è una fine? E che senso ha questo? Come ci può essere una
fine là dove la persona non può essere cambiata, o meglio, annullata? Che senso
ha? che significato ha?
Se noi siamo su di una strada certissimamente quella
strada finisce. Eppure quando la strada finisce noi non finiamo. C'è però un
rischio: se noi viviamo per la strada, quando arriviamo alla fine della strada,
cioè alla meta cui conduce la strada, noi corriamo il rischio di finire, anche
se non finiamo. Cioè noi corriamo il rischio di subire la morte.
Dico, se noi viviamo per la strada e per la fine cui
conduce la strada, quando la strada finisce noi siamo finiti, spenti. "Guai a voi che avete trovato la vostra
soddisfazione" dice Gesù (Lc 6,24). Infatti quando raggiungiamo quello
che desideriamo, quello per cui viviamo, quando cioè la strada finisce,
termina, noi non sappiamo più per che cosa vivere. È come quando, ad esempio,
noi desideriamo una cosa: fintanto che noi la desideriamo ci sentiamo vivi,
cioè siamo mossi da un desiderio, siamo attratti; ma il giorno in cui questo
desiderio viene soddisfatto, quando noi raggiungiamo quello che desideriamo,
noi ci spegniamo. È sempre la parabola del sabato e della domenica: al sabato
uno desidera il riposo della domenica, ma la domenica è piena dì noia: si è
spenti!
Ecco, dico, c'è o ci può essere questo rischio. Il tempo
è una strada, i giorni che passano sono una strada. Dico, la strada finisce, ma
l'uomo non finisce, a meno che, dico, viva unicamente per la strada: allora
subisce la morte senza annullarsi. L'uomo non finisce anche se la strada
finisce. Il tempo finisce, il tempo è finito, i giorni sono finiti. Ora, se noi
mettiamo in un campo finito questo passare a senso unico di giorni, di tempo,
certissimamente noi arriviamo ad un limite, ad un fine: all'ultimo giorno. Allora
c'è questo ultimo giorno!
Che ci sia questo ultimo giorno noi poi abbiamo la
testimonianza della Scrittura. Gesù stesso dice: “Io lo risusciterò nell'ultimo giorno...” (Gv 6,54), già in Giobbe:
"io so che all'ultimo (ecco,
all'ultimo!) io vedrò il mio
Salvatore..., ecc." (Gb 19,25-26). Ecco, c'è tutto questo riferimento
all'ultimo giorno, al la morte (anche in Isaia, ecc.).
L'uomo porta con sé questo senso della morte, questo
senso del finire di tutte le cose mentre porta il senso dell'Eterno. Ma succede
che c'è questa Parola di Dio nell'esperienza dell'uomo che dice: “all’ultimo tu vedrai DIO”.
Ma, è logico questo? soprattutto, è vero? Lo troviamo
nella Scrittura, lo troviamo nella stessa Parola di Gesù, e va bene... sono
parole! ...Ma noi abbiamo sempre bisogno di riscontrare dentro di noi le parole
che udiamo con la Verità che portiamo dentro di noi. Noi portiamo in noi la
Verità, perché se noi non portassimo dentro di noi la Verità non avremmo nessun
potere critico, nessuna capacità di dire: "questo è vero". Ma noi
dobbiamo arrivare a poter dire non per fede, non per sentito dire, non perché
ce l'ha detto un'autorità; noi dobbiamo arrivare a poter dire e dobbiamo avere
la radice in noi stessi di quanto diciamo, dobbiamo arrivare a poter dire:
"questo è vero!", e dobbiamo averne la radice in noi stessi.
Ora, certissimamente troviamo nella Parola di Dio, nella
Scrittura questo annuncio, questa promessa: “all'ultimo
tu vedrai Dio!”. Noi diciamo che è
parola di Dio, ma potrebbe anche essere parola di uomini. Ma noi dobbiamo
essere sicuri che questa promessa è Parola di Dio, dobbiamo essere sicuri di
questa promessa, perché dobbiamo riscontrare con Dio che la cosa è vera.
Ecco, dico, nella Scrittura si parla che all'ultimo
giorno c'è la risurrezione... la visione di Dio. Ecco, si parla che c'è un
ultimo giorno, una fine di tutto, e che in questa fine di tutto deve succedere
una meraviglia. Infatti Giobbe dice: “I
miei occhi vedranno...”. E abbiamo Gesù che dice: “all'ultima io lo risusciterò... io vi farò risuscitare: nell'ultimo
giorno!”. Quindi Gesù stesso parla di ultimo giorno e che in quest'ultimo
giorno deve succedere una meraviglia.
E noi ci chiediamo: qual è questa meravigliai e perché
questa meraviglia deve succedere proprio all'ultimo giorno? Come è possibile
che succeda all'ultimo giorno questa meraviglia? Siamo proprio sicuri che
succeda questa meraviglia? Perché se noi fossimo proprio sicuri che succede,
noi ci butteremmo nell'ultimo giorno per scoprire questa meraviglia. Invece noi
stiamo rinviando il più che sia possibile l'ultimo giorno che evidentemente con
tutti i nostri sforzi non può essere rinviato; anzi, più noi lottiamo contro e
più vi precipitiamo dentro, cioè lo subiamo. Dico, però ci è assicurato che
succederà una meraviglia, ci è promesso: "È promessa di Dio!". Quando
Gesù dice a Marta: "Tuo fratello
risorgerà", non la prende in giro.
Adesso qui, in questo versetto, abbiamo la creatura che
parla: “Sì, lo so che risorgerà
all'ultimo giorno". Ma, dico, a noi non
interessa quello che dice la creatura; invece interessa quello che Dio fa dire
alla creatura, e c'è anche qui una verità: all'ultimo giorno c'è questa
risurrezione. Abbiamo visto domenica scorsa la promessa di risurrezione che
Gesù fa dicendo: "Tuo fratello
risorgerà"; e avremo poi il terzo argomento di domenica prossima che
ci fa capire che l'ultimo giorno è Lui: “Io
sono la risurrezione”. Incontrare Lui è incontrare la risurrezione. Allora incontrare Lui è incontrare, l'ultimo
giorno.
E allora qui dobbiamo chiarire un pochino i fatti.
Abbiamo già detto che l'esperienza della morte tutti
quanti la fanno, lo vogliano o non lo vogliano; tutti quanti la fanno, perché è
il passaggio obbligato, come c'è la morte del Cristo, il passaggio obbligato
per arrivare a ciò che è eterno, per arrivare alle cose invisibili.
E anche qui è proprio necessario chiarirci bene le idee
perché alle cose invisibili non si arriva magicamente come magicamente si nasce
qui in terra. Non si arriva per opera magica alle cose invisibili. Alle cose
invisibili non si arriva toccandole, esperimentandole con i nostri sensi. Alle
cose invisibili si arriva soltanto in un modo solo, unico, puro: conoscendole! Dio
è Verità e la Verità la si trova soltanto in un modo solo: conoscendoLa, quindi
per via di intelletto. È inutile che noi
bariamo al gioco; ci potrà far comodo o non comodo, quello che si vuole, però
la Verità è così. Alla Verità si giunge soltanto conoscendola. Nessuno può
dimostrare il teorema di Pitagora con il cuore o con i sentimenti.
Quindi le cose che riguardano la Verità si trovano
soltanto conoscendole. Le cose invisibili del Cielo sono eterne, contrapposte
alle cose visibili che non sono eterne: le cose visibili le troviamo
toccandole, con i sentimenti, con il cuore, questo senz'altro: le cose
visibili!
Ma la Parola di Dio ci dice di non fermarci alle cose
visibili, perché nelle cose visibili c'è il pensiero del nostro io, c'è il
trionfo del nostro io, c'è il dominio del nostro io. Dio dice: "non fermarti alle cose visibili, ma
sforzati, ecco, di accedere alle cose invisibili... sforzati di entrare nella
vita eterna perché le cose invisibili sono eterne. La vita eterna tu la trovi
soltanto in quanto conosci, in quanto trovi le cose eterne, le cose invisibili.
Qui c'è la vita eterna: nelle cose invisibili” (cf Cor 4,18), nel Cielo di Dio.
Nel Cielo di Dio si entra soltanto con l'intelletto, e
l'intelletto che guarda da Dio, perché il nostro intelletto da solo non può
scoprire assolutamente niente. L'intelletto è questa nostra capacità di
guardare le cose da un punto di vista, da una causa.
La vera Causa è Dio. Soltanto guardando da Dio si conosce
e quindi si entra nella vita eterna, si scopre la vita eterna.
Ritorniamo a questo “ultimo giorno” che riserva una
grande sorpresa per noi e dobbiamo chiederci, che tipo di sorpresa, perché in
diversi punti della Scrittura si dice: "arrivando
all'ultimo giorno scoprirò, vedrò.... perché all'ultimo Lui si ergerà e Lo
vedrò con i miei occhi". Sembra
quasi un atto magico, la lanterna magica: “all’ultimo
giorno io vedrò”.
Allora dobbiamo capire bene questa Parola, perché questo
“vedere” con i nostri occhi del corpo non c'è nell'ultimo. giorno. Il
"vedere" dell'ultimo giorno deve essere "conoscenza" perché
a Dio si arriva soltanto con la conoscenza: la Verità tu la trovi soltanto
capendola.
E allora dobbiamo chiederci com'è questo Regno di Dio che
ad un certo momento ti conduce all'ultimo giorno, alla morte? O forse l'ultimo
giorno non è la morte? noi chiamiamo ultimo giorno "morte", e questa
morte ci fa scoprire qualcosa di nuovo. Ho detto, sembra un atto magico e non
lo è.
Quando abbiamo parlato della morte abbiamo detto che la
morte è esperienza di assenza. È essenzialmente esperienza di assenza. Ma
abbiamo anche detto che nessuno di noi farebbe esperienza di assenza se non
avesse una presenza, per cui l'esperienza di assenza è sempre abbinata ad una
presenza. Cioè noi partiamo da un mondo che è presente. Il mondo dei sensi, quello
che vediamo e tocchiamo è presente (noi tutte le creature le vediamo presenti)
e noi diciamo è presente, perché lo vedo, lo tocco, lo conosco, lo esperimento.
Lo esperimento! È sempre riferito al
nostro io, questo è vero.
Quindi partiamo da un mondo presente. Poi vivendo..., il
tempo che passa, i giorni che passano, le presenze che passano, perché
sostanzialmente il giorno che passa è una presenza che passa...; eh, qui
incomincia la faccenda a guastarsi: io vivo per una persona, per una creatura e
mi accorgo che questa creatura passa. Gratry,
da giovane, sognava, e proiettandosi nella vita e diceva: “farò questo, farò
quell'altro..., farò quell’altro...”; e poi ad un certo momento si accorge: “ma
forse i miei genitori non ci saranno più a quel punto e poi... ad un certo
momento anch'io morirò...”: ecco che la cosa si guasta e si guasta al punto
tale che gli capovolge tutta la vita.
Ecco, dico, noi viviamo in una presenza: la presenza
materiale, la presenza fisica, la presenza corporea e riteniamo, ed è lì
l'errore grosso, che sia realtà e non ci accorgiamo che dicendo questo è
"reale" noi facciamo fuori Dio, ed è colpa, perché Dio non Lo
possiamo ignorare, perché la realtà, quella che vediamo, tocchiamo ed
esperimentiamo, questa realtà qui fisica, corporea che abbiamo presente, tutta
la natura, tutto l'universo, non può essere staccata da Dio: forma una cosa
sola con Dio! Tutto è impregnato di
Spirito: c'è lo Spirito che parla in tutto, c'è il Pensiero di Dio in tutto,
poiché tutto è fatto nel Pensiero di Dio: “Omnia per Ipsum facta sunt":
tutte le cose sono fatte in questo Pensiero di Dio e noi non dobbiamo
permetterci di separare, di staccare, di togliere il Pensiero di Dio dalla
realtà delle cose!
Per questo dico così: noi facciamo un errore grossissimo
quando consideriamo come realtà ("realtà"! cosa cioè che esiste
indipendentemente da noi), chiamiamo realtà quello che vediamo, tocchiamo ed
esperimentiamo. Noi dobbiamo sempre
tener presente Dio, perché non siamo noi a fare le cose: è un Altro che le fa,
e dobbiamo tener presente questo Essere Assoluto che sta creando, che parla a
noi le cose.
Dico, noi partiamo da questo principio sbagliato: quello
che vedo e tocco è la realtà; vivo allora per questo che vedo e tocco. E
vivendo per quello che vedo e tocco cosa succede? cosa vuol dire? è raccogliere
più che sia possibile il mondo attorno a me, perché più raccolgo mondo più
credo di vivere. Più raccolgo soldi e più credo di essere importante, più corro
per il mondo e più ho tante cose da dire e credo di essere più vivo perché ho
tante cose da raccontare... Vado qui e vado là, poi ritorno e racconto che sono
stato qui e sono stato là... e credo di avere più vita, e sono un povero
pezzente più di prima. Ma tanta è la nostra illusione e il nostro errore!
Dico, si parte da questa realtà che vedo e tocco...; poi
questa realtà giorno per giorno cambia, muta e ci mette in crisi. E ci mette in
crisi perché siamo fatti per l'Assoluto. Ora mettere un mutamento, un movimento
in ciò che è fatto per l'Assoluto è certamente mettere in crisi il bisogno di
assoluto. E allora c'è il bisogno di capire perché muta, per trovare una
ragione, perché cercando una ragione noi cerchiamo sempre di proiettare questo
movimento nell'Assoluto, cioè dobbiamo difenderci sull'Assoluto, non possiamo
farne a meno.
Ma la realtà, quella che per noi è realtà muta al punto
tale che ad un certo momento sparisce e diventa tragedia. La realtà per cui io
vivo ad un certo momento viene annullata.
Sparisce! Non c'è più! L'assenza è morte. Vivo trenta, quaranta,
cinquanta, sessanta, settant'anni magari con una persona e poi ad un certo
momento questa persona se ne va, sparisce. Non c'è più! Va sottoterra o è sepolta, chiamiamolo come
vogliamo, comunque non c'è più! Assente!
Morte! Crisi!
Però noi non potremmo notare questo, e non potremmo
subire questa crisi (l'animale non subisce la crisi) se non avessimo in noi la
presenza di quello che non c'è più! Ho detto: nell'assenza c'è una presenza.
Quindi morte uguale assenza, però a quel punto quello che prima per noi era
realtà fuori è diventato pensiero, dentro di noi, non c'è più fuori.
La realtà fuori è sparita, però io la porto come
pensiero. Se non la portassi come
pensiero, per me non sarebbe crisi. La porto in me come pensiero!
Ho
detto: vivevo con una persona cara, quella persona cara non c'è più, però la
porto nella mente, ed è la mente, è quel pensiero nella mente, che mi mette in
crisi, perché quando noi portiamo una cosa nella mente, noi tendiamo sempre a
realizzarla, a vederla fuori e quando non riusciamo a vederla fuori noi siamo
in crisi. L'errore fondamentale sta lì: siccome noi riteniamo che la realtà sia
quella che vediamo e tocchiamo, quello che portiamo nel pensiero lo vogliamo
vedere nella realtà fuori, per cui portando il pensiero di una persona, noi
vogliamo rivedere quella persona che portiamo nel pensiero, cioè noi la
vogliamo vedere fuori, altrimenti incominciamo a piangere da mattina a sera e
la vita perde di significato. Ecco l'uomo che incomincia a morire.
Prima abbiamo detto: l'ultimo giorno è la morte. Qui
dobbiamo dire: no, l'ultimo giorno non è la morte, o per lo meno, non è la
morte come la intendiamo noi, cioè non è la morte fisica. L'ultimo giorno è quando noi perdiamo la
presenza.
Notiamo una cosa che è abbastanza evidente. Ho fatto
l'esempio del bambino che a tre anni conduce il cavallino di legno (e va bene,
è normale) e dell'uomo che se ha cinquanta o sessant'anni conduce il cavallino
è considerato pazzo. Ho detto che la
vita, il giorno, il tempo passando ci mutano, ci cambiano. Ma come cambiano?
Ecco, la vita, il tempo che passa, i giorni che passano
sono estremamente selettivi. Cosa vuol dire che sono estrema mente selettivi?
Che man mano che ogni giorno passa ci costringe a fare delle scelte, ed è
questa la cosa importante, perché costringendoci a fare delle scelte noi
incominciamo a vivere per ciò che abbiamo scelto.
Scegliere vuol dire mettere prima di tutto. Noi ogni
giorno siamo costretti dal tempo che passa a fare delle scelte, perché non
possiamo vivere nello stesso momento per cinquanta o mille cose: in quel
momento e quel momento è il giorno, in quel momento che sta passando, io mi
posso dedicare ad una cosa sola, quindi il tempo che passa mi costringe ad
essere selettivo. Ed essere selettivo
cosa vuol dire? Vuol dire che ad un certo momento io resto soltanto più
afferrato a quello che ho messo prima di tutto.
Ora per condurci ad esperimentare la morte, l'assenza,
non c'è bisogno, come dice Gesù parlando della fine del mondo, non c'è bisogno
che Dio distrugga tutto il mondo. No! Basta che distrugga un punto, quel punto
che attraverso la selezione della vita io ho messo prima di tutto. Per
distruggere tutto il mondo di una persona non c'è bisogno di distruggere tutto
il mondo.
Ora evidentemente qui capiamo che tutti questi fatti sono
fatti essenzialmente personali perché, se il tempo ci costringe a scegliere, la
scelta evidentemente è diversa in uno e nell’altro: è sempre un fatto
personale. Ciò che abbiamo scelto diventa l'unico valore a cui ad un certo
momento ci aggrappiamo, ci afferriamo.
Ecco, scegliendo noi stiamo andando verso una cosa sola,
volenti o nolenti: volenti o nolenti! La persona vecchia, la persona anziana è
afferrata ad una cosa sola, sbagliata o giusta, quello non importa. L'uomo
vecchio è afferrato ad una cosa sola. Ma perché?
Perché c'è la vita che passando l'ha costretto scegliere.
Ad un certo momento lui resta abbarbicato a quell'unica cosa che ha messo prima
di tutto. Ora basta toccarlo in quell'unica cosa che ha messo prima di tutto
per distruggergli tutto il mondo, al punto tale che lui non ha più voglia di
vivere.
Quando è toccato quel punto, quando è stato annullato
quel punto che per lui era il punto di riferimento della vita, lui non ha più
voglia di vivere, perché la sua vita ha perso di significato. E già! Quello che
dava significato era quel punto fisso di riferimento, era quello che lui
vivendo, ecco l'uomo del cavallino, ad un certo momento ha messo prima di
tutto, al di sopra di tutto. E adesso quando è toccato in quel prima di tutto
entra in crisi: può essere un’azienda, e può essere una famiglia, può essere
una casa, può essere una persona, e il più delle volte è una persona perché
tutte le scelte ad un certo momento si concretizzano in una persona: la persona
è il massimo valore che ci sia nel mondo e al di là della persona c'è Dio e Dio
è Persona.
Si va verso questa selettività, per cui uno ad un certo
momento resta abbarbicato ad una cosa sola: l'unica cosa necessaria. Lui dice: "Dio può toccarmi in tutto,
l'importante è che non mi tocchi in quel punto". Invece Dio non lo tocca in tutto, non lo
tocca in niente, lo tocca solo in quel punto, ed è toccandolo in quel punto che
gli fa esperimentare la morte: l'ultimo giorno.
Ecco l'ultimo giorno!
L’ultimo giorno è questa esperienza di assenza. Dico,
però l'uomo non esperimenterebbe l'assenza se non avesse una presenza dentro di
sé, ma questa presenza è pensiero. E già!
E qui, dico, la crisi grande è questa: perché l'uomo incomincia a dire:
“sì, quella cosa io ce l'ho presente nel pensiero: non la vedo, non la tocco
perché ce l'ho nel pensiero”.
Per lui la realtà in cui e per cui è vissuto è quella che
vedeva e toccava e non quella che portava nel pensiero. È lì l'errore grosso che noi facciamo. La
nostra vita dovrebbe essere nel pensiero e invece noi la facciamo consistere in
quello che noi vediamo e tocchiamo. E allora qui l'uomo entra nel dubbio:
"sono io che penso". “Già,
quella persona io l'ho persa, però io la penso; ma sono soltanto io che la
penso; quella non c’è più! sono io che la penso!”.
E notate che qui, da questo dubbio, non se ne esce perché
è l'uomo che pensa e lui non lo può ignorare: è lui l'autore del suo pensare:
"sono io che lo penso". E dicendo: “io lo penso” si mette in una
crisi eterna, ed è una crisi dalla quale non può uscire, perché? perché il
"io penso" gli impedisce di toccare la Realtà.
È qui, abbiamo detto, che ci può essere la risurrezione,
perché se la morte è esperienza di assenza, la risurrezione è esperienza di
presenza; ma per avere un'esperienza di presenza bisogna avere una presenza,
una presenza reale. E la presenza reale non è "io penso".
È vero che ad un certo momento tutto il mondo esterno
diventa pensiero nostro. Ma non dobbiamo fermarci qui, perché soltanto se noi
superiamo questo pensiero e incominciamo a guardare dal punto di vista di Dio (e
siamo di nuovo lì: "dal punto di vista di DIO"), soltanto da Dio noi
troviamo quella presenza che "non sono io che la penso", ma, che è
Dio che mi fa pensare, perché è Dio che realizzale cose, è Dio che fa la
realtà, è Dio che fa la presenza oggettiva! È Dio che mi fa trovare la
presenza!
Ecco allora, dico. tutta la crisi della morte dell'ultimo
giorno e per portarci a questa risurrezione; cioè portarci a scoprire che la
vera realtà non è quella che noi vediamo e tocchiamo perché noi la vediamo e
tocchiamo. La vera realtà è quella che discende da Dio.
La Città di Dio discende dall’Alto, discende da Dio e
Gesù precisa: "Nessuno può vedere la
Verità, cioè nessuno può vedere la Realtà se non nasce da Dio” (Gv 3,3). Nascere
da Dio vuol dire vedere le cose da Dio. Il che vuol dire che fintanto che noi
non vediamo da Dio e non discendiamo da Dio e non guardiamo dal punto di vista
di Dio, noi restiamo nel soggettivo: non possiamo arrivare a quella realtà che
ci dà la certezza, cioè noi restiamo nella morte che può diventare una morte
eterna, e la morte eterna è questa soggettività di pensiero.
Ecco, a questo punto siccome qui si richiede questo
guardare le cose dal punto di vista di Dio, noi ci accorgiamo che la
risurrezione è un fatto essenzialmente personale. Come la morte, la fine del mondo è personale,
proprio perché la si esperimenta in quanto si è toccati in quell'unico punto
fisso di riferimento che (attraverso la selezione che il tempo ci costringe a
fare nella nostra vita) noi mettiamo prima di tutto, così anche e soprattutto
la risurrezione ha un aspetto essenzialmente personale.
E allora capiamo che anche tutto il linguaggio di Gesù
sulla fine del mondo, ecc. è tutto un linguaggio personale, perché la fine del
inondo non è quella che avverrà quando questo mondo sarà distrutto, per cui
diciamo: “il mondo finirà di qui a miliardi di anni". No, il mondo finisce
prima che tu muoia, prima che la tua generazione passi! perché? Perché è personale: “Perché? Ma perché lo
dice Gesù: "due saranno in un letto:
uno o sarà preso, l'altro lasciato" (Lc 17,34). Quindi questo vuol
dire che è un fatto essenzialmente personale. E se tu non capisci questa parola
in senso personale, tutte quelle lezioni sono tutte inutili e tu resterai nella
tua morte.
Ecco, dico l'ultimo giorno è questa esperienza di
assenza, ed é questa esperienza di presenza, perché tu non esperimenteresti
l'assenza se non avessi una presenza. Però a questa presenza tu non ti devi
fermare. Come non ti devi fermare alla presenza che tu constati con i sensi,
così non ti devi fermare nemmeno alla presenza che tu constati con il pensiero:
"sono io che penso!". Ma tu devi attingere questa presenza che tu
porti dentro di te e che non puoi ignorare perché sei tu che la pensi (si fa
oggetto del tuo pensiero, come Dio si fa oggetto del tuo pensiero), tu devi
attingerla da Dio. È soltanto da Dio che tu ricevi quella Presenza che
nell'ultimo giorno ti la trovare la risurrezione.
Alcuni pensiero tratti dalla conversazione:
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La crisi in cui ti butta l'assenza
di una persona scomparsa che tu porti nel pensiero, ti spinge a vedere da Dio cos'è
questo pensiero che porti in te di quella persona, perché è Dio che te lo
realizza, cioè che ti fa scoprire in quel pensiero la presenza della persona
stessa. Invece l'errore che ti impedisce di cogliere la presenza di quella
persona sta nel dire: "io realizzo il pensiero di quella persona in quanto
la vedo fuori, in quanto la posso vedere e toccare!" No! Tu realizzi il tuo pensiero solo in quanto lo
veli da Dio. Lì Dio ti fa capire che il pensiero che porti in te è la persona
stessa, se lo vedi da Dio; perché se non lo vedi da Dio, lo vedi come una
proiezione del tuo pensiero e c’è un abisso tra le due cose
-
Quindi quando Gesù parla di
risurrezione, approfondendo, capiamo che si riferisce a noi: siamo noi che
siamo morti e che dobbiamo risorgere, perché quel morto che noi piangiamo non è
morto, ma è passato ad una vita superiore, trascendente per cui sfugge al
nostro vedere e toccare. Siamo noi che dobbiamo entrare (ecco la risurrezione!)
in quel regno in cui è già entrato colui che noi diciamo morto. Sei tu che sei
morto, non lui! Sei tu che devi risorgere, non lui! Infatti tu esperimenti la
morte in quanto esperimenti l'assenza (ed esperimenti l'assenza in quanto
sbagli "luogo"). Risorgendo
(cioè guardando da Dio) tu ritroverai la presenza. Risurrezione è ritrovamento
di "presenza".
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Chi muore, muore per farci fare
questo passaggio dalla presenza fisica alla presenza spirituale. Ritroverai la
persona risorta, se risorgi tu, cioè se fai questo passaggio.
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La grande scoperta che si fa
nell'ultimo giorno (che coincide con la risurrezione nostra) è che la realtà è
Spirito, non è la materia, ciò che si vede e si tocca. Nello Spirito si assorbe
anche tutta la materia come segno, come espressione di Dio. Nello Spirito si
ricupera tutto, si ritrova tutto e tutti perché vedi tutto e tutti come opera
di Dio per te, per ognuno di noi: ecco i “cieli
nuovi e terra nuova” (Is 65,17).
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L'ultimo giorno coincide con
Cristo perché nell'ultimo giorno c'è la risurrezione e Lui è la risurrezione,
quindi è l'ultimo giorno. Infatti il Cristo viene nella pienezza dei tempi e la
pienezza dei tempi è l'ultimo giorno: è l'evidenziazione del Pensiero di Dio. “Io sono il Primo e l’Ultimo". Egli
dice (Ap 22,13).
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Marta tende a trasferire la
risurrezione nel tempo ("so che
risorgerà quando..."). Ma Gesù le dice: "Io sono la Risurrezione...”. Quindi se mi porto nel suo
pensiero la risurrezione è immediata.