VISIONE NEGATIVA
DELLA CORPOREITÀ
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LA CORPOREITÀ COME VALORE (ROCCHETTA, op. cit, 50-53; PASQUALE GIUSTINIANI, In compagnia dell’uomo, appunti di antropologia, Roma, Paoline, p. 58-62).
Il nostro corpo qualifica il nostro essere personale, e ci fa capire di essere un «Io» che può intessere rapporti con gli altri e con il mondo. La corporeità ha, quindi, un valore che bisogna riscoprire, che troviamo soprattutto nel mondo greco. La Grecia aveva interesse per il corpo, ma la filosofia greca presupponeva l’autonomia e la superiorità dell’intelletto sul corpo. Pindaro giunge al punto di divinizzare l’anima e negare ogni valore al corpo. È soprattutto Platone che dà forma a questa riflessione, facendo propria la tradizione pitagorica. Egli interpreta il corpo come «carcere dell’anima»; un carcere nel quale l’anima sarebbe stata precipitata per un castigo divino (Cf. PLATONE, Pedone e Gorgia). Si comprende, in questo contesto, perché la biografia di Plotino, scritta da Porfilio, cominci con queste parole: «Plotino sembrava un uomo che si vergognasse di esistere nel corpo». Il vero uomo è colui che - come Socrate - va incontro alla morte, per liberarsi dal corpo. Negli scritti della vecchiaia, Platone sembra attenuare la sua posizione, ma il corpo rimane sempre, comunque, uno strumento dell’anima, determinante l’esistenza individuale e quindi l’individualismo. Aristotele fa sua la concezione strumentale del corpo, e anche se riduce la negatività e il dualismo di Platone, rimane tuttavia legato ad una concezione di subordinazionismo del corpo rispetto all’anima. Questa concezione negati va è predominante fino alla Scolastica: secondo Clemente, l’uomo è immagine di Dio solo nell’anima; per Origene il nucleo essenziale dell’essere umano è l’anima razionale, creata da Dio. Agostino, poi, per combattere il manicheismo, dà all’uomo una visione dualistica, ispirandosi al neoplatonismo. In pratica, anche non arrivando a considerare, come Platone, il corpo come carcere dell’anima, arriva a definire anima e corpo come due sostanze unite, ma con attività separate e spesso in lotta fra loro. Sono tre gli orientamenti derivanti da tale visione, e cioè:
Dal punto di vista cristiano, la tradizione neoplatonica aveva condotto a ritenere il corpo, un ostacolo alla perfezione spirituale, oppure una fonte delle passioni più indegne e basse. In quanto cristiani e credenti, non possiamo misconoscere il valore del corpo; infatti senza di esso l’uomo, in primo luogo, non potrebbe esistere nello spazio e nel tempo, e inoltre, non avrebbe più senso parlare di resurrezione dei corpi. L’uomo, pur essendo soggetto a ritmi biologici come gli altri esseri viventi, vive l’ambiente in maniera diversa rispetto agli animali, riuscendo infatti a gestire, in proprio, i suoi istinti di ambizione e di riproduzione. Naturalmente, la corporeità lega l’uomo alle leggi della materia ma questa specie di deficit corporeo viene compensato dalle sue capacità di adattamento e di trasformazione. Nasce, a questo punto, la domanda sulle origini della corporeità. L’evoluzionismo ha risposto a questa domanda, parlando di un salto qualitativo e quantitativo da specie animali inferiori. L’uomo deriverebbe dal basso della scala biologica, in un tragitto caratterizzato dalle leggi della selezione naturale, sessuale, dopo lunghi periodi di lotta per la sopravvivenza e di adattamento alle difficili situazioni ambientali di una terra ancora giovane geologicamente. Le teorie evoluzionistiche hanno trovato consenso anche nel mondo cristiano con il gesuita Teilhard de Chardin (1881-1955), il quale considerò la vita come corsa che iniziata da un punto «alfa», attraverso fasi intermedie, giunge a un punto «omega», che segna l’incontro fra l’umanità e Cristo. Ma l’evoluzionismo lascia aperte molte altre domande, cioè come spiegare l’anima, e come conciliare questa teoria con l’affermazione della fede che le singole anime sono create direttamente da Dio. Alcuni ricorrono al «caso», vedendo l’uomo come una vicenda del cosmo. Altri sostengono la prospettiva creazionista, perché l’ipotesi di una corporeità spiritualizzata spiegherebbe l’eccedenza della persona umana rispetto agli altri esseri viventi. |