IL CORPO NELLA

ANTROPOLOGIA BIBLICA

VOCABOLARIO ANTROPOLOGICO

NELL’ANTICO TESTAMENTO

(Per un approfondimento più sistematico: Carlo Rocchetta, Per una teologia della corporeità, 23-41; Leon X. Dufuor, Corpo, in DTB, Mariatti Casale Monferrato, 178-181; Cavador, Corporeità, in NDTB, Paoline, 308-321)

 

Il linguaggio dell’A.T è molto ricco di vocaboli per designare l’essere umano e la sua condizione corporea, ma i termini più significativi si riducono a sei o sette:

 

Adam - ‘Isb - ‘Isbsha (Cf. F. MAASS, Adam, in GLNT, I, 159-186: J.P. PLOEGER, Adamah, ib., 187-210; N.P. BRATSIOTIS, ‘Ish, ishsha, ib., 469-498).

Il termine Adam, ricorre fin dalla Genesi e indica l’umanità bi-sessuata: «... maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Evoca in particolare il legame dell’uomo con la madre terra (‘adamah) a cui deve tornare: «…dal giorno della loro nascita dal grembo materno al giorno del loro ritorno alla madre comune» (Sir 40,1); «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò» (Gb 1,21); «Quindi con odiosa fatica plasma con il medesimo fango un dio vano, egli che, nato da poco dalla terra, tra poco ritornerà là da dove fu tratto...» (Sap 15,8).

Adam è segno della condizione terrena e mortale dell’uomo.

Jsh e Jshsha (uomo e donna) richiamano la grandezza della persona umana, il suo carattere dialogico, la sua apertura all’altro (cf. Gn 2,23).

Questi tre termini parlano dell’uomo in modo totale; altre espressioni richiamano solo una sua dimensione specifica come basar, nephesh, ruach od un suo organo (leb/lebab). Ma questo non significa dualismo della persona umana. L’antropologia biblica è nettamente monista; non c’è in essa alcuna dissociazione tra anima e corpo.

 

Basar (Cf. N.P. . BRATSIOTIS, Basar, in GLNT, I, 1731-1766).

Basar ritorna oltre 270 volte nell’Antico Testamento. Questo vocabolo significa «carne», «condizione corporea», cioè l’essere umano nella sua interezza e con la sottolineatura della condizione precaria e relativa: «A te anela la mia carne» (Sal 63,2); «Ogni uomo (carne) è come l'erba... del campo» (Is 40,6).

Basar è sempre riferito al corpo vivente, mai al cadavere, e non è una dimensione esteriore rispetto all’io perché l’uomo della Bibbia si realizza non malgrado la sua corporeità, ma proprio mediante essa.

L’uomo, nella Bibbia, non solo ha un corpo, ma il suo corpo: il suo rapporto con se stesso, gli altri e Dio, è mediato anche dalla corporeità.

Per cui capiamo lo sgomento dell’Ebreo di fronte alla morte, percepita come evento limite che tocca tutto il suo essere, e dunque deve essere sfuggita ad ogni costo (cf. Sal 88 e in genere tutta la dottrina vetero-testamentaria sullo sheol).

Nel tardo periodo antico-testamentario per influsso dell’Ellenismo e della traduzione dei «settanta», si nota un certo pessimismo nei confronti del corpo. Questo è visto come sede delle passioni (Sir 23,16-18; 47,19), mentre nel libro della Sapienza si intravede una qualche distinzione tra l’anima immortale e il corpo mortale: «Ero un fanciullo di nobile indole, avevo avuto in sorte un‘anima buona o piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza macchia» (Sap 8,19-20);

con una nota di negatività del corpo: un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri« (Sap 9,15).

Comunque questa priorità dello Spirito sul corpo non significa che si crede ad. una preesistenza dell’anima.

La LXX traduce basar con:

  • Sarx in riferimento alla caducità della creatura umana;

  • Soma per designare l’uomo nella sua totalità visibile.

Ĕ ovvio che in questo modo si accentua il dualismo corpo-spirito del tardo giudaismo.

 

Nephesh

Il termine nephesh compare oltre 750 volte ed ha una vasta gamma di accezioni.

Originariamente significava «gola, respiro, soffio di vita», in senso traslato «l’essere umano che vive».

In seguito l’espressione prenderà un contenuto più vasto da poter essere sostituito da un pronome personale.

Dunque la corporeità (basar) non è altro che la nephesh diventata visibile in un essere vivente.

Nephesh indica che si è esseri viventi orientati ad una vita piena.

La vitalità dell’uomo ha la sua fonte nel soffio di Dio (neshamah) «l'uomo divenne un essere vivente» «nephesh hayah »(Gn 2,7).

Nephesh indica l’essere umano nella sua realtà totale.

 

Ruach

Ruach presenta delle affinità con nephesh per il fatto di respirare, quindi di vivere (Is 26,9; Gb 7,11). Si differenzia perché è molto spesso attribuito a Dio. Dei 389 usi veterotestamentari del termine, 136 sono riferiti a Dio. Riferito all’uomo indica il suo essere spirituale in senso globale.

Dunque ruach evoca la forza vitale dell’uomo ma anche la sua profonda dipendenza da Dio: «Togli loro il respiro (ruach), muoiono e ritornano alla terra. Mandi il tuo spirito (ruach), sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (cf. SaI 104,29-30).

 

Leb

Quando la Bibbia usa un termine che indica un organo, una parte dell’uomo, in realtà intende parlare dell’uomo nella sua globalità. Così Leb-Lebab . Compare circa 860 volte e significa «cuore» dal punto di vista fisico, ma in riferimento all’attività intellettiva e volitiva dell’uomo libero e responsabile di fronte a Dio.

Il Leb ebraico è nello stesso tempo la sede delle emozioni: «Il mio cuore esulta nel Signore...» (1Sam 2,1; 16,7b); «... Gioisca il mio cuore nella tua salvezza...»

(Sal 13,6); «Il Signore... mi ha dato aiuto ed esulta il mio cuore» (Sal 28,7);

e dei sentimenti: «... L'uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7b), caratterizzante la persona umana nella sua realtà emotivo-sensitiva.

Allora il «leb-cuore» è il luogo dell’origine del male dell’uomo. Il peccato ha la sua radice nel cuore, non nel corpo: «Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono intenzioni cattive fornicazione, furti, omicidi, adultèri, cupidigie malvagità inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,21s).