I FONDAMENTI BIBLICI DELLA GESTUALITÀ RITUALE

LA DANZA

«Presso tutti i popoli antichi la danza è nata naturalmente dal bisogno di esprimere esteriormente alcuni sentimenti dell’anima; quando questi sentimenti raggiungono un alto grado d’intensità, il corpo entra in movimento come per mettersi all’unisono con le vibrazioni dell’anima. Questo movimento istintivo del corpo è stato sottomesso a delle regole, ed è diventato la danza, come l’espressione verbale del pensiero e l’emissione della voce, sottomesse a delle cadenze particolari hanno dato origine alla poesia e alla musica» (La traduzione è dell’autore. H. LESÈTRE, Danse, in DB Il, 2, Letonzay et ané, 1899, 1285-1286). Il «Dictionnaire de la Bible» fa notare che esistono in ebraico almeno Otto verbi per esprimere la danza. Infatti: «Ciò che dimostra quanta importanza ha la danza nelle abitudini degli antichi Ebrei è che hanno non meno di Otto verbi per esprimere l’azione del danzare.

«Hul e hil, Gdc 21,21, da cui derivano i due sostantivi che significano danza, dùs: saltare, Gb 41,13 (che non bisogna leggere rus: «correre»), hagag: «danzare,» 1Sam 30,16, verbo che ha questo altro senso caratteristico di «celebrare una festa», un hag; qui danza e festa appaiono come cose connesse: karar: «saltare», fare girotondo, «danzare», 2Sam 6,14,16; pazaz: «saltare e danzare», 2Sam 6,16; pasah: «zoppicare» da cui per ironia danzare in modo ridicolo, i Re 18,26; -raquad: «saltare di gioia e danzare», 2Cr 15,29; Gb 12,21; Eccl 3,4; Is 13,21; -sihaq: «saltare»; pihel de sahaq, che vuoi dire: «ridere, giocare», Gdc 16,25; 2 Sam 6,5,22; 1Cr 13,8; Ger 30,19; 31,4; cfr. Pr 8,30. Il verbo greco paizein, «fare il bambino, giocare» ha ugualmente il senso di danzare. Odissea, 8,251; 23,147; Esiodo, Scut. 277; Aristofane. Thesmophor 1227» (La traduzione è dell’autore. H. LESÈTRE, Danse, 1286).

Nella Scrittura abbiamo molte testimonianze sulla danza nei riti liturgici. La liturgia ebraica si svolgeva non solo col canto, ma prevedeva anche esecuzioni musicali, accompagnate da danze.

Subito viene alla nostra mente il grande «cantore di Dio», il re Davide che, in tal modo, rende lode al Signore:« Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore» (2Sam 6,14; 1Cr 15,27). Ancora: «Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra, vide il re danzare e saltare dinnanzi al Signore» (1Cr 15,29) e nello stesso libro abbiamo la dichiarazione del re stesso a Mikal figlia di Saul: «Voglio danzare alla presenza del Signore» (2Sam 6,21).

Non solo Davide esprimeva con la danza la lode al Signore, ma tutto il popolo esultava di gioia davanti all’arca. Infatti quando Davide e tutto il popolo si recarono a prelevare l’arca a Baala, in Kiriat-Iearìm: «Davide e tutto Israele danzavano con tutte le forze davanti a Dio, cantando e suonando cetre, arpe, timpani cembali e trombe» (1Cr 13,8).

La danza è stata sempre un mezzo fondamentale per manifestare la gioia di essere popolo di Dio, e di lodarlo con tutto il corpo. Ricordiamo benissimo l’episodio del passaggio del Mar Rosso. Dopo che ebbero attraversato le acque, Mosè intonò il canto della vittoria: «Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato…» (Es 15,lss).

Subito dopo la vittoria, Maria e le altre donne danzarono in onore del Signore: «Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano il timpano: dietro di lei uscirono le donne con i timpani formando un coro di danze» (Es 15,20).

Questo aspetto festoso di rapportarsi a Dio, si trova anche nei Salmi. Il salmista esprime con il suo corpo la gioia traboccante dalla quale è stato invaso dopo un segno di salvezza operato da Dio nei suoi riguardi. Luciem Deiss a questo proposito afferma: «Il canto è la gioia della voce; la danza è la gioia del corpo» (L. DEISS, Louez Dieu par la danse, Levian, Paris-Montreal, 1981, 24).

Potremmo dire che il contenuto di questi brani è un invito a osannare il Signore, cantando e danzando.

Si legge:

- «Lodino il suo nome con la danza» (Sal 149,3);

- «Lodatelo con timpani e danze» (Sal 150,4);

- «Danzando canteranno» (Sal 87,7).

Ma la danza non era solo un gesto per dar lode al Dio d’Israele: essa veniva praticata anche dai pagani per i loro riti.

Questo tipo di «liturgia pagana» viene citato nella Bibbia: quando Mosè discese dal monte Sinai e «si avvicinò all'accampamento, vide il vitello e le danze» (Es 32,19).

Un’altra pratica pagana viene descritta nel libro dei Re: gli Ebrei per onorare Baal «danzavano, davanti all’altare che avevano costruito» (cf. 1Re 18,26).

In questo modo venivano riveriti anche personaggi importanti: la figlia di Iefte, per rendere onore al padre vittorioso nella guerra contro gli Ammoniti, «gli uscì incontro con timpani e danze» (Gdc 11,34).

Anche in onore di Giuditta vi fu una danza: «… eseguirono tra loro una danza in onore di lei» (Gdc 15,12), ed ella stessa, «mettendosi al capo de/popolo, guidò la danza di tutte le donne» (Gdc 15,13).

Nel Nuovo Testamento credo che abbiamo solo due episodi di danza, ed entrambi si svolgono ad un banchetto.

Ma il fine per cui i personaggi danzano è diverso!

Nel primo banchetto, in casa di Erodiade, viene eseguita la danza proprio dalla figlia. Infatti si legge: «Entrata la figlia della stessa Erodiade, danzò e piacque a Frode e ai commensali» (Mc 6,22a; Mt 14,6).

Conosciamo bene la ricompensa di questa danza: la morte di Giovanni Battista.

Anche nella parabola «del figliol prodigo» si danza:

«Il figlio maggiore (...) udì la musica e le danze» (Lc 15,25).

Ma ci troviamo di fronte ad una danza con un fine diverso: essa è scaturita da un «ritorno», da una «gioia»: il padre disse: «... bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24). E questo significato della danza lo troviamo in alcuni passi antico-testamentari. Io oserei vedere una reminiscenza, del padre della parabola, nel Salmo 30 al v 12a: «Hai mutato il mio lamento in danza», oppure: «c’è un tempo per gemere e un tempo per ballare» (Qo 3,4h). E lo stesso è per il figlio «... uscirai fra la danza dei festanti» (Ger 31,4b).

Dopo questo rapido excursus biblico vediamo cosa dicono alcuni Padri della Chiesa in merito alla danza. I Padri e gli scrittori ecclesiastici ci dipingono volentieri gli angeli e i santi occupati nell’esecuzione di danze e nel canto di lodi a Dio. Questa concezione è rimasta familiare alla liturgia cristiana. Scultori e pittori come Donatello, Giudo Reni, Botticelli, per citarne solo tre, hanno rappresentato nelle loro opere gli angeli raggruppati in movimenti di danza.

San Basilio affermava: «la danza è l’occupazione più nobile degli angeli in cielo». S. Ambrogio dice: «Totum enim docet quid defertur religioni, ut nullum obsequium quod pertineat ad cuitum et observantiam Christi erubescamus», cioè: «È decoroso tutto quanto ha pertinenza con la religione; in tal modo non dobbiamo vergognarci di nessun ossequio che appartenga al culto e alla riverenza di Cristo». Il Pastore di Milano non condanna tutte le danze: anzi ammette le danze oneste che trova associate al culto (De poenitentia, II, 6).

«Senza ispirazione divina — disse Platone — non vi può essere né musica, né poesia, né danza». Per questo la Chiesa ha sentito e continuerà a sentire questo senso divino o santo che spira dalla danza. Così si esprime R. Montfort: «È desiderabile che la danza rituale sia presto ristabilita tra le cerimonie della Chiesa cattolica. Essa non è se non il risultato, come la conclusione, del movimento intrapreso dai Benedettini di Solesmes in favore del rinnovamento liturgico...» («La revue musicale», 247)

La liturgia che noi celebriamo è un riflesso della liturgia celeste e, per questo motivo, l’uomo nel celebrare deve cercare di impegnare tutta la propria fantasia per far sì che la celebrazione sia sempre più simile a quella del cielo. Quando parlo di fantasia intendo dire che la celebrazione deve anche dare spazio a momenti personali ove ogni partecipante dia un suo contributo.

Nel «Rinnovamento nello Spirito», in alcune celebrazioni c’è questa partecipazione attiva da parte dei fedeli più giovani.

Non mi riferisco solo alla proclamazione delle letture, alla preghiera dei fedeli, alla questua..., ma a segni che indicano un’esperienza personale con il Risorto.

Faccio degli esempi:

    • in una celebrazione penitenziale è bello vedere come ogni fedele riporti la propria esperienza con segni visibili;

    • una pietra per indicare il cuore duro; una brocca d’acqua per significare la purificazione; un fiore per indicare la purezza;

    • la danza per indicare, sulla scia di Lc 15, la gioia del ritorno alla «Casa del Padre».

Poi la fantasia, l’emotività suggeriscono altri esempi significativi per esprimere visibilmente l’esperienza vissuta.

Verso la fine del Il secolo, Clemente Alessandrino fa il confronto fra le danze dei riti pagani, con le sacerdotesse di Bacco, scatenate in balli orgiastici, e la danza delle ragazze cristiane; quindi invita il pagano perché venga anche lui a godere le gioie di altri «baccanali», dove non folleggiano più le Mènadi... ma le figlie sante d’Iddio: «Allora anche tu potrai danzare insieme con gli Angeli, intorno a Colui che non ha principio né fine, perché è realmente il solo Dio; mentre Iddio Verbo canterà inni insieme con noi» (CLEMENTE ALESSANDRINO, Protrepticos, XII, 120,1, a cura di QUINTIN0 CATUDEILA, Torino, SEI. Cf. Coronatio adgentes, XII).

San Giovanni Crisostomo non esitava a dire che «dove c’è la danza, là c’è il diavolo» (GIOVANNI CRISOSTOMO, In Matth. bom. 48,3 (=PG 58,491); Cfr. O. PASQUATO, Gli spettacoli in S. Giovanni Crisostomo, Pontificium Istitutum Orientalium Studiorum, Roma, 1976, 258-265). San Gregorio Nazianzemo distingueva: «sì al ballo di Davide», ossia alla danza in omaggio a Dio; «no al ballo di Salomone», ossia la danza d’indole sessuale.

Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, dottore e moralista della Chiesa, afferma:« Le danze non sono di per sé da condannarsi, perché sono un segno di gioia. Quando i Padri le condannano, non intendono che quelle oscene ed i loro abusi» (ALFONSO MARIA DE’ LIGU0RI, Theologia morali, Romae, Ed. Vaticana).

Ma la saggezza dei nostri Padri diceva:«abusum non tollit usum», cioè gli abusi non devono far dimenticare il dovere dell’uso.

I moralisti, quindi, non hanno mai condannato la danza.

La danza è per sua natura religiosa, infatti, essa è conosciuta da tutti gli studiosi delle religioni.

Credo che oggi ci sia un’esigenza di portare nella liturgia anche la danza.

Questo il «Rinnovamento nello Spirito» lo sta già facendo in certa misura, però bisogna sempre tener conto degli usi dei partecipanti al gruppo di preghiera, della loro cultura e di tanti altri condizionamenti.

Occorre rispettare la sensibilità e le scelte di ogni comunità. Non tutti i santi e i mistici hanno danzato, ma molti di essi non ne hanno potuto fare a meno:

Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Filippo Neri... Quest’ultimo viene chiamato il «Giullare di Dio».

Ad ogni gruppo, dunque, spetta la scelta dei modi che gli sono più congeniali per esprimere il proprio amore e la propria gioia.

Se i fedeli desidereranno servire la liturgia con la danza, dovranno affrontare prima alcune questioni pratiche. Mentre il canto quasi sempre è alla portata di tutti, la danza «liturgica», invece, richiede una certa predispozione naturale e un minimo di preparazione artistica e fisica.

Allora ci domandiamo: «Chi può danzare?» in teoria, ogni persona di buona costituzione, coordinata nei movimenti, con il senso del ritmo.

Ma subito viene in mente un’altra domanda:

«Quando danzare?», oppure: «Ci sono dei momenti, all’interno della celebrazione eucaristica, che possano richiedere un intervento, danzando?».

Mi permetto di indicare alcuni momenti che forse potrebbero essere più appropriati: l’inno del «Gloria a Dio», l’«Alleluia», il canto di ringraziamento dopo la comunione o il canto prima di uscire dalla chiesa. Non occorre danzare in tutti i momenti indicati e in un’unica celebrazione. La danza può essere il veicolo dei nostri sentimenti davanti al Signore e della nostra gioiosa fraternità.

Infatti: «Nella liturgia del secondo Tempio, dei canti venivano eseguiti con accompagnamento di danze e ai suono del tamburino. Sal 147,7; 150,4» (La traduzione è dell’autore. H. LESÈTRE, Danse, 1288)

Danzare per Dio o davanti all’immagine della Vergine; portare in scena il «Padre nostro» o una parabola; accompagnare, battendo le mani, può essere non una profanazione, ma un ‘espressione più ricca della fede.

Quando il Papa, Giovanni Paolo II, è venuto a Napoli per la sua visita pastorale, ha incontrato i giovani napoletani nello stadio S. Paolo ed ha detto: «Ho seguito con grande interesse la rilettura che è stata fatta della parabola del buon Samaritano...» (Organizzare la speranza. I discorsi del Santo Padre Giovanni Paolo a Napoli).

Infatti i giovani, danzando, hanno raffigurato la suddetta parabola.

Noi Occidentali dobbiamo aspettare grandi eventi per celebrare il Signore anche con il corpo, come ad esempio un incontro col Papa...

Gli Orientali, invece, fanno molto uso della danza nelle loro celebrazioni liturgiche. Un famoso detto di Senghor: «Gli Occidentali dicono: Penso, dunque esisto; noi Africani diciamo: Danzo, dunque esisto» è emblematico.

Il mondo della liturgia appartiene non alle realtà che terminano in drammat-urgia, lit-urgia: è un’azione una comunicazione totale, fatta di parole, ma anche di gesti, movimenti, simboli, azione.

«Per me danzare è pregare (dice Padre Barhoza, missionario verbita). Una mediazione in cui il danzatore sperimenta Dio e cerca di trasmettere la sua esperienza ad altri».

Padre Barboza è conosciuto come il prete danzatore indiano, che predica il Vangelo, danzando secondo i ritmi della cultura e delle tradizioni del suo popolo.