I FONDAMENTI BIBLICI DELLA GESTUALITÀ RITUALE

CON LE BRACCIA ALZATE

Un altro gesto che viene messo in evidenza nei gruppi di «Rinnovamento nello Spirito» è quello di alzare le mani verso il cielo.

Nella Sacra Scrittura abbiamo moltissimi esempi in cui si pregava con le braccia elevate. «E tutto il popolo, alzando le braccia, rispose: Amen, amen» (Ne 8,6); «Onia... con le mani protese pregava per tutta la nazione» (2Mac 15,12).

Essi sono il simbolo di uno spirito rivolto verso l’alto, di tutto un essere che tende a Dio: «Così ti benedirà finché io viva, nel tuo nome alzerà le mie mani» (Sal 63,5), «Come incenso, salga a te la mia preghiera, le mie mani elevate come sacrificio della sera» (Sal 141,2).

Nell’Antico Testamento l’esempio più emblematico, più significativo di questo modo di rapportarsi con Dio, è certamente quello di Mosè.

Questi era un uomo che la tradizione biblica presenta come il mediatore fra Dio e la comunità e come modello di intercessione. Sono le sue mani elevate che ottengono la vittoria contro Amalek: «Quando Mosè alzava le mani) Israele era il più forte, ma, quando le lasciava cadere, era più forte Amalek»(Es 17,11).

I Santi Padri amavano paragonare questo atteggiamento di Mosè, con quello di Gesù sulla croce.

Tertulliano diceva: «Si statueris hominem manihus expansis, imaginem crucis feceris» (Se metti un uomo con le braccia aperte, ottieni la figura della croce -Nat. 1,12.7).

«il Maccabeo dopo (...) alzò le mani al cielo e invocò il Signore» (2Mac 15,21); «Tutte, con le mani protese verso il Cielo, moltiplicavano le suppliche» (2Mac 3,20).

L’uomo, nel pregare, alza gli occhi ed eleva le mani verso il cielo, con la fiducia di rivolgersi non più ad un «Dio lontano», ma ad un Padre. Lo stesso Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare, come ci testimoniano i Vangeli, sicuramente avrà insegnato loro anche ad alzare le braccia verso il cielo, invocando Dio «Padre». Quando pregate dite così Padre nostro (Lc 11,1-5; Mc 6,9-13).

Nella comunità dei primi albori del cristianesimo, i fedeli alzavano le mani verso il cielo con molta semplicità. Ciò ci è testimoniato anche da alcuni affreschi e sarcofaghi antichi (Per uno studio più approfondito cf. Loc. DE BRUYNE, L’imposition des mains dans l’an chrétien ancien, in «Rivista di Archeologia Cristiana», XX, 1943, 113-266). Che i cristiani pregassero così anche nei primi secoli, ci è largamente attestato dagli scrittori di quel tempo, a cominciare da Clemente Romano: Avviciniamoci dunque a Lui in santità di animo, levando a Lui, pure e nette le mani...» (I lettera ai Corinzi, XXIX. a cura di Igino Giordano, Roma, Paoline).

L’uso di pregare con le mani levate è anche attestato da Giustino nel dialogo con Trifone (XC,4) e da Minucio Felice (Oct. XIX) che, tra l’altro, farebbe intuire la perfetta identità di atteggiamento tra pagani e cristiani, ma Tertulliano, a tale riguardo, tiene a precisare: «Noi (cristiani) non solo leviamo, ma anche stendiamo le nostre mani verso il Signore, e prendendo a modello la Passione di Cristo (dominica passione modulantes), noi lo confessiamo pure con la preghiera... Del resto, adorando Dio con modestia ed umiltà, gli raccomandiamo molto meglio la nostra preghiera, se non gli rivolgiamo esageratamente le nostre mani, ma ad un’altezza moderata e conveniente, e se non eleviamo) più il nostro volto con arroganza...» (De oratione, 14 e 17; 1 CCL 1, p. 256-266).

Con l’avvento del Cristianesimo, l’atto perde la spontanea e naturale significazione, che aveva nella genesi classico-pagana, di supplica, di richiesta di intervento, di adorazione, di tensione verso gli dei, per adombrare invece la posizione di Cristo sulla croce.

Tertulliano, nel De oratione, paragona il volo degli uccelli, che stendono le loro ali a formare il segno della croce, al modo di pregare degli uomini con le braccia aperte. Anche S. Cipriano (De domenica oratione, XXII), S. Giovanni Crisostomo, fino a Sant’Ambrogio testimoniano la preghiera fatta con le braccia alzate. Il Can. 20 del Concilio di Nicea ne fece espresso comando.

Elevare le mani verso il cielo significa voler offrire il mondo, e voler offrire tutto il nostro essere al Signore «che dà la vita». Con le mani alzate, per abbracciare tutto il mondo, e stringere specialmente tutte le anime in qualunque modo a me affidate o raccomandate, per tutte offrirle a te e a tutte applicare il merito e l’azione tua!.

Nella XIV Convocazione Nazionale del «Rinnovamento nello Spirito», nel giorno della festa dei giovani, tutti i ragazzi hanno elevato al cielo una sfera raffigurante il mondo intero.

L’alzare le mani è anche segno di resa nei confronti del Signore. E’ sempre Lui che prevale:« Tu mi hai sedotto (...) hai prevalso» (Ger 20,7).

È affidarsi completamente nelle Sue mani, come il bambino che si affida nelle mani del proprio papà.

Alzare le braccia è anche un darsi slancio verso il Signore Dio.

Alzando le mani verso l’alto, le palme sono aperte. Segno di colui che chiede, che riconosce la propria povertà, che aspetta, che mostra ricettività di fronte al dono di Dio.

Mani aperte: l’opposto del pugno violento e delle mani chiuse dall’egoismo. Le mani aperte indicano anche la ricettività nell’amore, l’uomo mostra la propria disponibilità nel farsi amare da Dio, perché il lasciarsi amare non è meno divino di amare.

Gesù, nel mistero della Trinità è pura accoglienza dell’amore: se il Padre è l’eternamente donante, il Figlio è l’eternamente ricevente quel dono. Anche se sembra paradossale, nella Trinità è divino il donare quanto il ricevere.