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Dall'underground
a Dark Side of the Moon
Connor McKnight, Notes towards the illumination of the Floyd apparso su "Zig Zag" N° 32 del 1973 |
Tre anni fa, quando l'Arsenal
era una squadra di calcio interessante e io avevo tempo, andavo alla partita
a Highbury. Li incontravo di solito un vecchio conoscente dell'Università,
accompagnato da uno strano tipo grande e grosso che non parlava molto ma che
avrei giurato di conoscere. Un'altra faccia vista all'Università, pensavo.
Dopo due anni di saluti appena accennati finii per domandare al tipo che cosa
facesse nella vita. "Sono musicista", fu la sua risposta. "Oh
davvero? Ma che tipo di musica precisamente?", ripresi io. "Suono
in un gruppo chiamato Pink Floyd", fece quello, con lo stesso tono che
potresti usare per dire a qualcuno che hai lavorato per J. Walter Thompson.
Era Roger Waters. Dopo quel chiarimento finii per trovare la necessaria sfrontatezza
per chiedergli che mi dedicasse qualche ora del suo tempo per rispondere ad
alcune domande. II solo problema era costituito da quello che Waters aveva confidato
a Michael Wale nel suo libro Voxpop, che cioè non sopportava la gente
che gli domandava l'origine del nome del complesso, e a me pareva che fosse
proprio quello il tipo di domanda che volevo porgli, più alcuni altri
quesiti niente affatto banali su cui speravo potesse essere illuminante. Giungemmo
infine all'accordo di incontrarci a casa sua ma quando arrivammo là fummo
dirottati a casa Mason, distante circa mezza sterlina di taxi. Quello che segue
è stato
spigolato qua e là in una serie di domande e risposte con Roger Waters
(RW) e Nick Mason (NM).
Qual è l'origine del nome Pink Floyd?
RW e NM [gemiti]: Oh no... inventa tu quello che vuoi.
La storia che abbiamo pubblicato sul numero 25 di Zig Zag, a proposito di come incontraste Peter Jenner, corrisponde alla vostra versione dei fatti?
RW: Sì, per quanto me ne posso ricordare. Venne ad una nostra esibizione, forse una di quelle cosine divertenti che si facevano al Marquee. Lui e Andrew King si avvicinarono e ci dissero: "Voi, ragazzi potreste diventare più grandi dei Beatles", e noi li guardammo in faccia e rispondemmo in tono un po' dubitoso: "Ah sì? Be', ci vediamo al ritorno dalle vacanze", perché eravamo tutti in partenza per qualche giorno di sole in Continente.
Eravate tutti studenti al Politecnico di Regent Street, vero?
RW: No, solo io e Nick. Rick aveva cominciato con noi al Politecnico ma dopo un anno circa se n'era andato.
Avevate un gruppo, gli Abdabs, durante quel periodo studentesco...
RW: Ne avevamo uno prima chiamato
Sigma 6.
NM: Esatto. II manager era Rick Chapman. Da qualche parte conservo ancora un
foglietto pubblicitario dov'è scritto che i Sigma 6 sono disponibili
a suonare in feste e club, e cose del genere.
RW: Imparavamo le canzoni di quel tizio, Ken Chapman... cosa studiava al Politecnico?
Forse a quel tempo se n'era già andato. Be', conosceva Gerry Bron e noi
imparavamo le sue canzoni e poi le suonavamo a Gerry Bron.
NM: ...e nello stesso tempo nutrivamo la speranza di essere scoperti.
RW. Erano canzoni fantastiche come [canta]: "Have you seen a morning rose",
e la musica era un preludio di Ciaikovskij o qualcosa del genere, era tutto
preso da Ciaikovskij...
NM: Ce n'era un'altra, quella più movimentata, cos'era? Oh Cristo, la
memoria mi è sfuggita. Comunque il vostro articolo era molto buono.
RW: Ci piace pensare che ce l'avremmo fatta comunque, magari dopo ma ce l'avremmo
fatta. Non crediamo assolutamente al mito dei manager che costruiscono i complessi.
Eravate influenzati dai complessi americani, no?, a parte il R&B. Interstellar Overdrive, per fare un esempio, mi pare che abbia un accentuato gusto Velvet Underground...
NM: Non è che abbiamo mai
ascoltato molto dei Velvet.
RW: Prendemmo a prestito qualche idea dei Love, no? Una combinazione di Steptoe
& Son e di un pezzo dei Love sul primo album che non ricordo.
NM: Non ho mai ascoltato nessuno di quei gruppi. Qualcuno nel complesso aveva
un album di R&B originale, ed erano i tre volumi dell'Authentic R&B,
con su un bel po' di Bo Diddley, ma non abbiamo mai ascoltato altre cose americane.
Restammo assolutamente sconvolti quando li ascoltammo negli Stati Uniti.
RW: Conoscevamo i nomi per sentito dire, tutto qui.
NM: C'era una tale confusione! Venivano a parlarci di certi complessi da sballo
West Coast come i Jefferson Airplane e i Sopwith Camel, e giù una filza
di nomi, metà dei quali erano di complessini bubble gum.
RW: E l'altra metà di gruppi country blues.
Ma se ascoltavate i Love... erano abbastanza sconosciuti all'epoca.
NM: Non eravamo noi che ascoltavamo i Love, era Peter Jenner. Noi ascoltavamo i Cream e i Who, Hendrix, quel genere di roba. Fu quella la musica che mi convinse a tornare a far parte di un complesso.
E vero, hanno scritto che Jenner lo ha dichiarato all'epoca, che fu lui a convincervi a eliminare i brani R&B dal vostro repertorio?
RW: No, falso su tutti i fronti
porcherie belle e buone. La sua influenza su quel che suonavamo era minima.
NM: Nick Jones lo scrisse, nella prima recensione che il Melody Maker ci dedicò.
Una bugia.
RW: L'idea che Peter Jenner ci distolse da Roadrunner indirizzandoci verso i
nuovi regni della psichedelia è falsa.
NM: E abbiamo schiere di testimoni che possono provarlo.
Per quale motivo allora abbandonaste il vecchio repertorio?
RW: Non so, suppongo per la semplice
ragione che ce n'eravamo stancati.
NM: Syd scriveva più canzoni. Un motivo fu quello.
RW: E vero. Mano a mano che Syd scriveva nuove canzoni noi ne eliminavano altre
dal repertorio. Ma abbiamo continuato a fare Roadrunner e Gimme A Break e quelle
cose lì per anni.
NM: In special modo quando Bob Clarke era nel gruppo. Quando se ne andò
ci fu un ulteriore motivo per sbarazzarci del vecchio materiale.
RW: Per la semplice ragione che non ce la facevamo più a suonarlo.
Cosa fu l'"UFO" per voi? Fu magia e leggenda come oggi si ricorda?
NM: II tempo ha un po' addolcito
i contorni della vicenda ma c'è un germe di vero in quell'opinione,
perché per un breve momento parve davvero che dovesse esistere come centro
di una serie di attività. La gente andava all'"UFO" e altra
gente faceva altre cose, non era la solita routine del gruppo che si esibiva.
C'erano attori pazzi, un paio di light shows, magari qualcuno recitava i suoi
versi e un po' si vagava, un po' si chiacchierava amabilmente.
RW: Ricordati anche dei freaks in piedi di fianco al palco che gridavano di
piantarla.
NM: A dire il vero, Roger, erano di solito quelli che dovevano suonare dopo
di noi. Una sera ci esibimmo con un complesso chiamato "I Fratelli Grimm"
e, quella volta almeno, o era il gruppo o erano gli amici della loro donna.
Lo ricordo bene perché fu una botta dura.
E l'altra leggenda, il "Great Technicolor Dream", cosa ne dite?
NM: Oh, fu uno scherzo. Fu la stessa
sera che suonammo anche a East Deerham.
RW: Non dimenticherò mai quella sera. Facemmo colpo doppio, quella sera.
Prima suonammo in una sala stipata di 500 vagabondi, che si lanciavano insulti
e si picchiavano, poi ci esibimmo all'Alexandra Palace.
NM: Quanto alla leggenda, noi di certo non eravamo leggendari. Arthur Brown
lo era. Fu quello il suo grande lancio.
RW: Girava tanta droga e tanto acido in quei giorni che penso nessuno si ricordi
niente di niente.
Che storia c'è dietro a Arnold Layne?
RW: Sia mia madre sia quella di Syd
affittavano stanze alle studentesse, perché c'era un collegio femminile
dall'altra parte della strada. Così c'erano delle lunghe file di reggiseni
e mutandine, sui nostri fili per stendere, e Arnold, o chi mai fosse, pescava
qualcosa qua e là. Non lo presero mai. Smise di farlo dopo un po', quando
le cose si erano fatte troppo rischiose per lui. Forse si è trasferito
a Cherry Lynton o a Newnham, forse.
NM: Forse ha deciso di smettere e si è dato alle rapine in banca o cose
del genere.
Che ne pensate di Pete Murray e di quello che disse in una edizione di Juke Box Jury, che voi eravate solo un culto?
RW: Be', non disse proprio così.
In questo caso la memoria non mi gioca scherzi, perché avrò sempre
ben chiaro in mente quello che disse [minacciosamente]. Disse che eravamo dei
truffatori. Era dell'idea che i nostri fossero degli espedienti schifosi con
cui soddisfare certi desideri morbosi.
NM: La pensiamo allo stesso modo, oggi come allora.
Cioè?
RW: Be', quell'uomo è un idiota.
Un idiota patentato, e lo è sempre stato. Ricordo David Jacobs, o forse
era Pete Murray, che una volta, parlando di Stevie Wonder disse che era una
disgrazia il fatto che la casa discografica sfruttasse la sua cecità
come un trucchetto, e un'altra volta quando affermo solennemente, come un giudice:
"So che in America c'è della psichedelia ma io spero con tutto il
mio cuore che qui non attecchisca".
NM: Fantastico. Quel programma naturalmente produceva una grande impressione
sulla gente. Il bello è che, a ricordarsi delle cose a distanza di anni,
si può vedere come fossero fatte per sembrare stupidissime.
RW: Ma i nostri singoli erano talmente innocui, cazzo! Non c'era niente di ostico
né in Emily Play né in Arnold Layne.
NM: Eppure la gente è ancora convinta di quello. Sai: "Devo ascoltare
quei pezzi con molta attenzione e non riesco a comprendere la musica precisamente
".
La BBC vi censurò un paio di volte, no?
RW. Fummo costretti a cambiare tutto
il testo di una canzone perché parlava di farsi uno spinello. Era Let's
Roll Another One e dovemmo cambiare il titolo in Candy In A Current Bun, e c'erano
versi come...
NM: "Se lo mangi come si deve, troverai che è buono".
Storie come queste non contraddicono un po' l'immagine dell'Underground, che voi avete sempre sposato?
NM: Cristo, no. Noi eravamo un complesso
rock e se tu sei un complesso rock e hai un disco che vuoi che arrivi in testa
alla hit parade, devono pur suonarlo alla radio, e se ti dicono di levare qualcosa
o che diavolo, tu lo fai. In effetti quello che stai facendo tu è quello
che si decise di fare allora; dare il massimo risalto stampa possibile alla
cosa. Per esempio, telefonammo all'Evening Standard per dire: "Lo sapete
che la BBC non vuole trasmettere il nostro disco perché cita il vostro
giornale?"
RW: Cambiammo un verso scrivendo Daily Standard anziché Evening Standard
per far loro piacere; ma nessuno lo ha mai sentito perché era un disco
schifoso.
A quell'epoca vi è capitato spesso di giudicare malissimo più di un disco che avete pubblicato. Una volta avete definito It Would Be So Nice: "spazzatura in tutti i sensi", aggiungendo che gli acquirenti di quel disco avrebbero dovuto farsi vedere da un medico...
RW. [ride] Penso sia la verità.
NM: E un disco noioso, non è così? A quell'epoca non avevamo orientamento.
Ci spingevano fino alla paranoia a incidere altri dischi di successo. E quando
molta gente ti dice che è importante, tu cominci a pensare che sia davvero
importante.
Vi preoccupo il fallimento dei 45 giri dopo See Emily Play?
NM: No. Non so spiegare, in effetti, il perché, pero non ce ne preoccupammo.
Non avete mai avuto l'impressione di non valere niente, che forse avevano ragione gli altri?
NM: Forse ci è capitato di
pensare che non fossimo dei buoni musicisti ma che loro avessero ragione, mai.
È buffo ma non ho mai avuto coscienza dei nostro fallimento, non ho mai
pensato che tutto fosse finito anche quando quei due singoli crollarono in quell'orribile
modo. Continuavo ad essere ottimista e non so perché, visto che c'era
gente che pensava che tutto fosse finito.
RW. Furono solo It Would Be So Nice e Apples & Oranges.
NM: E Point Me At The Sky.
RW. Apples & Oranges era una canzone molto bella e anche Point Me At The
Sky. Mi è capitato di riascoltarla circa un anno fa e, nonostante gli
errori e la produzione, non credo sia un cattivo pezzo. Apples & Oranges
fu rovinata dal produttore - è una bella canzone.
NM: Avrebbe potuto esserlo lavorandoci su di più, credo.
Nel 1968 faceste domanda per una borsa di studio dell'Arts Council. Che razza di idea fu mai quella?
NM: [fra esplosioni di riso] Fu l'ennesima
idea di Peter Jenner.
RW. Cazzo, una gran bella idea!
NM: Ma all'Arts Council non sovvenzionano complessi rock.
Jenner è una fucina di idee: i free festivals e altre cose del genere...
NM: Più questa di quella, direi. Comunque possiamo dire quello che vogliamo ma sono stati loro a scoprirci e per certi versi hanno scoperto i T. Rex Hanno senz'altro del talento, in un modo che l'altra gente non ha. Per esempio, Robert Stigwood ha del talento nel collezionare premi... Lo sai che una rivista americana gli ha conferito un premio, un trofeo d'oro o qualcosa del genere, per avere inventato l'idea dei free concerts a Hyde Park solo perché pensavano che il concerto dei Blind Faith fosse il primo dei genere? E la storia della "Blackhill" in concentrato. In realtà erano stati Peter Jenner e Andrew King a dare inizio a tutta la storia.
Ad ogni modo, a cos'era destinata la borsa di studio?
NM: Penso che non lo sapesse nessuno.
A finanziare un film o "qualche spettacolo", fondamentalmente a far
quadrare i conti, direi. Siamo sempre stati in grave debito da quando abbiamo
cominciato fino a poco tempo fa, e la "Blackhill" cadde nel momento
di nostro massimo indebitamento. Lo zenith dei nostri debiti.
RW: Alla fine della settimana passavamo alla "Blackhill" a ritirare
i nostri assegni e col tempo ognuno di noi prese l'abitudine di andarci sempre
prima; prendevamo l'assegno, ci precipitavamo alla banca e ce lo facevamo cambiare,
perché non c'era abbastanza denaro per pagare tutti e chi ritirava per
primo l'assegno incassava i soldi. Gli assegni venivano continuamente rifiutati
perché non c'erano abbastanza soldi sul conto e fino a che il direttore
della banca non aumentava il nostro "castelletto" nessuno vedeva una
lira.
NM: Di solito lo scoperto arrivava a 7, 8, anche 9 mila sterline ma d'altro
canto quelle operazioni ci costavano una fortuna.
Le vostre esibizioni in quei primi tempi erano davvero così terrorizzanti?
NM: No, no davvero; eravamo annoiatissimi
ma terrorizzati no. Continuavamo a suonare, a suonare, a suonare. Non ci siamo
mai detti: "Al diavolo, smettiamo". Ci trascinavamo qua e là
per la quotidiana dose di bottiglie in frantumi.
RW: Dove fu che ci spaccarono letteralmente dei boccali di birra contro la batteria?
NM: East Deerham e Dunstable, alla "California Ballroom".
RW: Alla "California Ballroom" di Dunstable ci gettarono pinte di
birra addosso dalla balconata, una cosa assai sgradevole e anche molto, molto
pericolosa.
NM: E poi al "Top Rank" non ci lasciarono bere al bar, e fu una cosa
che ci mandò su tutte le furie. Giurammo che non ci saremmo più
tornati ma non abbiamo mantenuto la promessa.
Quanto prendevate per quegli spettacoli?
NM: Duecentocinquanta sterline, perché
eravamo un gruppo da classifica e attiravamo pubblico.
RW: Poi però siamo scesi a cento sterline, più o meno.
NM: No, Roger, così in basso mai, forse centotrentacinque, una volta
o due.
RW: Se devo essere sincero ricordo ... La peggior cosa che mai mi sia capitata
è stata al "Feathers Club" di Ealing e fu una monetina, che
mi causò una vasta ferita sanguinante nel mezzo della fronte. Persi un
bel po' di sangue. E così ferito mi misi davanti al palcoscenico a guardare,
se mi riusciva di vedere chi l'aveva lanciata. Ero incazzato sul serio, con
aria minacciosa, e fui ad un passo dal fare un salto tra il pubblico ad acciuffare
quel tizio. Per nostra fortuna tra gli spettatori c'era uno sballatone che,
si scoprì, era un nostro ammiratore, e il pubblico passò la serata
a suonargliele di santa ragione e ci lasciò in pace.
Vi siete mai dedicati a sfasciare alberghi o cose dei genere?
RW: No.
Che cosa fate in America per combattere la noia?
RW: A differenza di molti altri complessi
non ci piace fare stupidaggini quando siamo in giro. Ci piace andare in piscina
e viaggiare per vedere o fare qualcosa. Se riusciamo a trovare qualche attività
che piace a tutti, vi ci dedichiamo. Giochiamo a calcio, andiamo alle partite
di football americano.
NM: Mangiamo, chiacchieriamo.
RW: Se è estate passiamo tutto il nostro tempo seduti sul bordo della
piscina, a leggere e a giocare alla "corda". Le piscine americane
hanno sempre una corda tesa che divide la parte con l'acqua bassa da quella
dove non si tocca, che se tu premi si abbassa a circa un metro sott'acqua. Allora
uno ci salta su e l'altro si alza e si abbassa, e si può giocare tutto
il giorno a Robin Hood e a Little John, e l'unico inconveniente è che
alla fine sei tutto pesto e malconcio.
NM: Poi andiamo matti per Monopoli e Backgammon. Di preferenza lavoriamo anche
quasi tutti i giorni, che è importante per vincere la noia; nessuno di
noi sfascia alberghi, ad ogni modo.
Agli inizi deve esservi capitato di andare in tournée con altri complessi...
NM: Non conosciamo altri complessi,
davvero. Con i Who siamo andati vicino a conoscerci, abbiamo suonato tre volte
insieme. E un'area di vita sociale che abbiamo sempre tralasciato.
RW: Penso che i Who siano ancora il gruppo che preferirei incontrare in tournée,
perché davvero sono gente come noi. Non tutti sfasciano gli alberghi.
Moony lo fa ma in una maniera molto sofisticata; è arrivato a farne un'arte.
Quando non sfascia alberghi è incredibilmente divertente.
NM: E un gran compagnone, fa piacere sedersi con lui a bere qualcosa. Parecchi
altri sono solo dei maniaci ubriachi, che non stanno in piedi, noiosi.
RW: Ai Who piace scambiare due chiacchiere; a tutti meno che a Roger Daltrey.
NM: Non ti sei piu rimesso da quella volta che scambio Rick per Eric Clapton.
Accadde in un camerino non ricordo piu dove.
RW: Al "Fillmore".
NM: Si avvicino a Rick e gli disse: "Salve, piacere di conoscerti".
E Rick, dentro di sé: "Cazzo, che situazione buffa!"
RW: E quando capì che si era sbagliato se la svigno, e da allora non
lo abbiamo visto piu.
Nel 1968, Roger, dichiarasti che volevi organizzare un circo rock.
NM: II circo arrivò a uno
stadio avanzato di allestimento. In effetti avevamo una grande cupola ma per
qualche fantastica ragione tolsero la tenda per raccogliere il pubblico.
RW: La settimana scorsa, suonando a Earl's Court, abbiamo provato un po' quella
stessa impressione. Mentre montavamo il palco ho pensato che un po' di somiglianza
con un circo c'era, con tutti quei fili protesi verso il pubblico. E l'aeroplano
che abbiamo usato a Earl's Court ricordava molto quei razzetti da circo che
la gente fa girare a tutta velocità; era color rosso e argento, e lungo
quasi due metri, come un grande razzetto di alluminio. Mandava lampi e fumi,
fantastico.
Come la pensi ora sulle luci? Te lo chiedo perché ricordo che avevi dichiarato che ti andavano bene ma che un pochino te n'era passata la voglia; perlomeno così hanno riportato le tue affermazioni.
RW: La mia opinione era che le luci, all'epoca dei primi spettacoli di quei tipo, erano una trovata molto carina e sorprendente ma poi, viste una volta, tutto finiva lì. Mi stancai completamente di quei tipo di light shows un po' a caso; avevo l'impressione che dovessero essere usate solo per creare uno specifico effetto e, ora che la nostra musica è più controllata, ora che va più precisamente nella direzione che noi vogliamo, tutti gli elementi visuali dei nostro spettacolo sono specifici e si collegano a qualcosa della musica. Quando la musica si fa molto intensa noi creiamo qualche grande effetto: emissioni di fumo arancio, lancio di razzi verso il cielo.
Avete mai avuto problemi con i contratti per le vostre esigenze speciali, perché pesavano sui conti degli organizzatori?
RW: Non è questione di problemi.
Dobbiamo fare in modo che chi organizza ci procuri 50 chili di ghiaccio secco
e così via. Non ho ancora visto il nostro nuovo contratto con le clausole
aggiuntive ma deve avere l'aspetto di un piccolo atlante, con tante pagine così.
Abbiamo fatto questa scoperta durante la nostra ultima tournée americana;
il contratto erano tre paginette di protocollo e gli organizzatori non lo prendevano
sul serio. E in una tournée come quella tu hai disperatamente bisogno
che certe cose ci siano quando arrivano i roadies, non venti minuti dopo. Se
tu sbatti tutte queste cazzatine nero su bianco, che ne so, la porta dei camerino
deve avere 4 serrature e occorrono 2 casse di scotch, allora il tipo dell'organizzazione
pensa: "Cristo, è meglio che procuri tutte queste cose", e
allora magari ti danno anche la corrente elettrica che serve e il numero giusto
di puntiluce. E il palco della misura giusta, montato in tempo.
NM: Cazzo, non lo fanno mai giusto, cercano sempre di ridurre in proporzioni
o immaginano di cavarsela senza costruire i supporti laterali o qualcosa dei
genere.
Vi siete mai rifiutati di suonare perché il palco non soddisfaceva le vostre richieste?
RW: Siamo sempre intenzionati a farlo,
quando arriviamo per qualche esibizione e il bastardo che organizza non ha cominciato
a montare il palco dal mezzogiorno, e noi sappiamo che ci vorranno 3 ore per
il montaggio e lo spettacolo è in programma alle 7 e gli elettricisti
non sono ancora arrivati. Per un po' diciamo, in variabilmente: "Se non
si preoccupano loro, noi ce ne andiamo", ma poi veniamo sempre a più
miti consigli perché ci fermiamo a pensare che gli unici che ne patirebbero
le conseguenze sarebbero gli spettatori.
NM: Ce ne siamo andati da posti dove era chiaro, ben prima ancora di cominciare,
che il disgraziato non poteva procurarti l'energia elettrica; comunque puoi
sempre chiarire agli organizzatori che non lavorerai mai più con loro,
o per loro...
Avete qualcuno fra i vostri roadies che ha il compito di impaurire gli organizzatori?
NM: Tutti i nostri collaboratori
hanno vari modi di fare le cose e tutti godono di una buona reputazione. Di
solito non saltiamo addosso alla gente; lo facciamo solo quando c'impediscono
di allestire il miglior spettacolo per noi possibile. Se c'è qualche
miserabile porco che ficca il naso in qualcosa allora siamo capaci di diventare
pesanti come chiunque altro. Tutto quel che c'interessa fare è allestire
lo spettacolo nel modo migliore e, se ce lo lasciano fare, allora del resto
non c'interessa niente.
RW: Avere un po' di birra in più è facile, meno facile procurarsi
da un momento all'altro due prese da 40 ampère, 110 volt, trifase a mezz'aria.
C'è qualcosa che si deve preparare prima che il complesso arrivi, non
è immaginabile che tu vada a prendere 150 metri di cavo al supermarket,
anche se non poca gente lo pensa. Ed è tutto scritto nel contratto, se
solo, cazzo, ci dessero un occhio! E sono queste cose che ci fanno montare
su tutte le furie. Ci sono dei buoni organizzatori ma la maggior parte di loro
pensa solo a vendere i biglietti e a contare l'incasso.
NM: E grande lavorare con un buon organizzatore e lo spettacolo sarà
migliore anche per lui. Un buon promoter manda sei uomini a dare una mano a
scaricare senza che sia scritto nel contratto.
Che parte hanno, secondo la vostra impressione, gli effetti, sonori?
RW: Se devo dire come la penso io, senza impegnar nessun altro, ho sempre avuto l'impressione che la differenza tra effetto sonoro e musica sia una merdosa bugia. Che tu produca un certo suono con una chitarra o con un rubinetto dell'acqua è irrilevante, non fa alcuna differenza. Abbiamo cominciato a lavorare su un pezzo, un anno fa circa, che porta al suo estremo logico, o a uno dei suoi estremi logici, questo discorso; è un brano dove non usiamo affatto strumenti musicali riconoscibili e invece bottiglie, coltelli, un po' di tutto, asce da boscaiolo e cose del genere. L'idea è quella di cucire i vari suoni in qualche punto e sta venendo un bel pezzo davvero.
Dove, a parer vostro, avete usato con maggior successo gli effetti sonori, dove i risultati sono stati particolarmente buoni?
RW: A dire il vero penso che le cose
più semplici siano spesso le migliori; ad esempio, il semplice suono
del vento al principio di Cut You Into Little Pieces è dannatamente suggestivo.
NM: Alan's Psychedelìc Breakfast è senz'altro interessante; per
quanto siamo tutti d'accordo a giudicare il brano non riuscito, gli effetti
sonori per certi versi costituiscono la parte più forte.
RW: Li abbiamo ottenuti straordinariamente in fretta, no?
NM: Sì. L'idea era fantastica ma per la fretta le cose non sono andate
come avrebbero dovuto.
RW: Mi piacerebbe pensare che tutti i pezzi sono riusciti, naturalmente, senza
stare a scegliere questo o quello.
NM: Money penso che vada benissimo. E la cosa interessante al riguardo è
che, quando Roger lo scrisse, il brano fu praticamente completato quello stesso
giorno.
RW: Sì, era un tema piuttosto semplice, costruito sulle settime, e io
già sapevo che doveva esserci una canzone sul denaro e pensavo che quel
tema fosse adatto; e avendo deciso quello fu estremamente facile inventare una
introduzione di sette battute che si accordo bene col resto. Penso sovente che
le migliori idee siano le più ovvie e quella di Money è una cosa
incredibilmente semplice da fare, e per questo suona così bene.
E il lato negativo di una tal musica "fantascientifica", "spaziale"?
RW: Cristo, mi capita ben raramente di leggere della fantascienza, adesso. Lo facevo regolarmente una volta, ora solo molto di rado. Credo che la ragione per cui mi piaceva leggere le novelle di fantascienza fosse perché davano all'autore la possibilità di spiegare e di esplorare idee molto ovvie. Proiettare qualcosa nel futuro, o in tempi e luoghi diversi, ti consente di esaminare le cose senza pensare quello che già tutti sanno, e senza reagire automaticamente, facendone un'abitudine. E poi se leggi fantascienza ti imbatti in certe storie inverosimili belle davvero, e a me piacciono le storie così.
Si collega la cosa con il termine "musica spaziale", con cui si è soliti definire la vostra musica?
RW: Non molto.
NM: E una etichetta comoda.
RW: Che si sono tenuti di scorta per un pezzo, accidenti. La gente lo chiama
ancora "Space rock". La gente viene ad ascoltare Dark Side Of The
Moon e usa quel termine, "space rock", che è folle. Solo perché
c'è la parola "luna" nel titolo pensano che sia fantascienza
ed è una baggianata, e l'altra cosa che dicono è che siamo passati
dallo spazio esterno a quello interiore, ed è stupido.
Ma dev'essere difficile per la gente dei grandi giornali, devono ascoltare tanta di quella musica che hanno bisogno delle etichette per sapere cosa stanno ascoltando...
NM: Non è affatto difficile.
Lo trovano molto facile e continuano a farlo.
RW: Non abbiamo inciso molte canzoni che hanno a che fare con la fantascienza.
Tutto dipendeva da cosa ci leggevi dentro. Solo tre canzoni: Astronomy Domine,
Set The Controls e Let There Be More Light.
NM: Saucerful non c'entrava niente.
RW: II titolo ti lasciava libero di pensare a quel che volevi e siccome c'era
l'eco la gente diceva: "Wow! Fantascienza", ma poteva essere qualsiasi
cosa.
Diversi scrittori hanno usato analogie con la pittura per descrivere quello che provano ascoltando la vostra musica. E un'opinione che condividete in pieno?
RW: Forse. Qualche volta penso che
ci possa essere qualcosa che va oltre le apparenze e il testo, e allora diventa
facile sbrigliare l'immaginazione.
NM: La gente spesso ascolta la musica e se ne esce con una visualizzazione della
cosa, e quando l'hanno fatto pensano di esserci arrivati, di aver scoperto il
segreto. Qualche volta si prendono addirittura la briga di scrivere per farci
sapere: "Ce l'ho - l'ho trovata la risposta, e bla bla bla".
RW: E quando ci dicono queste cose noi confessiamo loro la verità. Molto
semplice: "Se la credi così, è così", ma può
essere come vuoi - non importa cosa visualizza, non ha importanza.
NM: E invariabilmente restano delusi.
RW: La nostra musica colpisce la mente in maniera tale che diventa molto facile
evocare qualche visione, molto facile immaginare qualche scena. Se tu ascolti
John Cage o Stockhausen è molto difficile, perché la musica è
tutto un cigolare e un gorgogliare. Somiglia più a certi quadri astratti,
geometrici. Ci sono cose definite, in quei dipinti, come triangoli e quadrati.
Non ti danno un'impressione complessiva come la Battaglia di Waterloo o cos'altro,
sono triangoli e quadrati, a cui tu reagisci in maniera intellettuale. La nostra
musica è invece non-intellettuale e si rivolge al pubblico in maniera
immediatamente emozionale.
Sensuale?
RW: Sì.
E il famoso Azimuth Coordinator, cos'è?
RW: Semplice, è il nome che abbiamo ideato per il sistema quadrifonico che usiamo. Quando abbiamo cominciato a usare la quadrifonia, figliolo mio, nessuno ancora da nessuna parte lo aveva fatto.
Da dove viene il nome, da quel bizzarro scrittore di fantascienza?
RW: No, quello è Isaac Asimov.
NM: Oh, Cristo! L'Asimov Coordinator!
RW: Azimuth significa direzione, dov'è il vocabolario? ... "Arco
dei cieli che si estende dallo zenith all'orizzonte, che interseca ad angolo
retto". Ecco. Non ha una grande importanza, no?
Che contributo ha dato Ron Geesin ad Atom Heart Mother?
NM: Me lo ha fatto conoscere Sam
Cutler, ed è una delle poche cose buone che Sam abbia mai fatto - no,
non è vero. È uno scozzese che faceva degli esperimenti a Ladbroke
Grove e poi tu, Roger, lo hai incontrato e hai fatto The Body con lui.
RW: Io? Intendi quel disco prima di Atom Heart Mother?
NM: Sì. E poi quando cominciammo a registrare quell'album fummo tutti
d'accordo che occorreva un'orchestrazione, e Ron ebbe l'incarico. Avevamo già
del materiale grezzo?
RW: Sì, credo proprio. Avevamo registrato un po' di piste, che gli furono
fatte ascoltare perché avesse almeno una vaga idea di quel che stavamo
facendo. Rick lavoro con lui sui pezzi dove c'era il coro e Geesin scrisse l'introduzione,
frutto esclusivamente della sua testa scozzese; e certe altre cose per cui avevamo
vaghe melodie, ci lavorò su. Tutto qui, più o meno. Domenica è
venuto a un nostro concerto e se n'è andato prima della fine. Te l'ho
detto?
NM: Sì, tesoro. E lo sai chi ti aveva dato la notizia? Io.
Perché Syd Barrett se ne andò? Qual è la vera storia?
NM: Quale vera storia ti piacerebbe?
Ho sentito dire che fu l'America a farlo fuori...
NM: Hai mai sentito quella secondo
cui ci minaccio con una pistola?
RW: Buona questa.
NM: Vuoi la storia segreta?
Cosa avete provato?
NM: Eravamo titubanti, pensavamo
di non riuscire a cavarcela senza Syd; così sopportavamo una persona
che può essere definita solo come un maniaco inaffidabile. Non siamo
stati noi a scegliere di usare queste parole ma io penso che Syd fosse così
davvero.
RW. Syd si trasformò in una persona molto strana. Se fosse malato di
una qualche malattia o meno, non sono cose che dovremmo dire noi, in questi
tempi oltretutto in cui si discute della stessa natura della follia. Tutto quello
che so è che era un delitto vivere e lavorare con lui.
NM: [con tristezza] Impossibile.
RW: Finimmo per giungere a uno stadio in cui tutti eravamo molto depressi, per
il semplice motivo che era un terribile equivoco continuare a cercare di farcela.
Era diventato completamente incapace di lavorare nel gruppo.
NM: E pareva disposto solo a frustrarci, quella era l'impressione.
Nonostante ciò lo avete aiutato per il suo album...
RW: Ciò accadde perché credevo, e ancora oggi sono dell'idea, che Syd sia uno dei tre migliori compositori del mondo.
Cosa fa ora?
RW: Non so. Non molto. Comunque ti
spiego perché contribuimmo al suo album. C'era un grande progetto, ecco
qualcosa che non è uscito nel vostro articolo su Jenner, di espandere
il gruppo, di far entrare due altri tizi, due sballatoni che Syd aveva incontrato
da qualche parte. Uno di loro suonava il banjo, l'altro il saxofono. Noi non
eravamo proprio entusiasti della cosa ed era evidente che il gruppo era arrivato
allo sgretolamento. Una sera andammo all'"UFO" a suonare e Syd non
si fece vedere; suonammo da soli, allora, e fu grande. Tutto riuscì bene,
bello e ci piacque suonare insieme.
NM: E fantastica la tua storia, nel senso che non penso che sia vera.
RW: Tu non pensi, allora non pensavi che andasse bene?
NM: Penso che tu stia immaginando una situazione che non è mai accaduta.
Syd arrivò ma con le braccia allungate sui fianchi, strimpellando ogni
tanto la chitarra anziché suonarla. Era la sera che dovevamo fare...
RW: "Saturday Club".
NM: Giusto, e fu proprio quello il punto di rottura ma non la fine di tutto.
La sera che ricordi tu fu quattro mesi piu tardi.
RW: Comunque... Nick ha quasi certamente ragione, perché la mia memoria
è un pochino traballante. I fatti più o meno andarono così:
ci esibimmo senza Syd. Forse c'era anche lui sul palco ma suonavamo proprio
senza di lui; Syd stava in piedi e si grattava il collo, una cosa che faceva
spesso, e dopo quella volta capimmo che ce la potevamo cavare.
NM: Ma non se ne fece niente ancora per diversi mesi. A Natale ci concedemmo
una lunga pausa di riflessione.
RW: Fu dopo quel Natale allora che prendemmo contatti con Dave e gli dicemmo:
"Wow, Dave, su su!".
NM: Cominciammo a insegnare i brani a Dave con l'idea di diventare un quintetto.
Ma Syd arrivò con dei pezzi nuovi. La canzone era Have You Got It Yet
e continuava a cambiare, nessuno riusciva a impararla.
RW: Syd si comportava proprio come un genio pazzo. Stavo a guardarlo per un'ora
mentre lui cantava: "Have you got it yet", cercando di spiegargli
che se lui continuava a cambiare il pezzo nessuno poteva stargli dietro. E lui
a cantare: "Have you got it yet" e io: "no, no". Terrificante.
Vi mortificò il fatto che quelli della "Blackhill" appoggiassero Syd?
RW: Ero dell'idea che fossero in errore, tutto qui. Fissarono un appuntamento decisivo a Ladbroke Road, un giorno, per dirci tutte le cose come stavano; io e Syd ci trovammo in una stanza e io ero giunto alla conclusione che c'era un solo modo di andare avanti, ci avevo pensato, cioè che lui continuasse a suonare all'interno del gruppo e a prendere la sua parte di guadagni ma che non si presentasse più in scena. Era un modo perché diventasse un personaggio alla Brian Wilson, se vuoi; doveva scrivere i pezzi e intervenire alla seduta di incisione. Alla fine del pomeriggio pensavo di averlo convinto che si trattasse di una buona idea e che anche lui fosse d'accordo, anche se non voleva dire molto perché era probabile che di lì a mezz'ora avrebbe cambiato idea su tutto il fronte. A quel punto Syd torno a casa e io mi incontrai con Peter e Andrew e feci sapere loro che era finita - se non andava la mia soluzione noi ce ne andavamo, e li invitai a lasciare solo Syd per un po', per una serie di motivi e soprattutto perché loro non vedevano le cose come me. Ma loro andarono a trovare Syd e lo condizionarono, e allora niente da fare. Non li abbiamo più visti se non quando abbiamo sciolto la società. Dovevamo stabilire chi prendeva cosa, comunque quel giorno fu la fine. Per un po' curarono gli affari di Syd e Peter Jenner passo un anno a cercare di fare un album, ricavando quattro pezzi o giu di lì, e tutti erano ben poca cosa a parte uno, e Jenner a un certo punto la pianto lì. Malcolm Jones, che fu il primo label manager della Harvest, disse che non ci avrebbe più messo un soldo ma poi Syd andò a trovare David Gilmour e gli chiese di aiutarlo, al che Peter e Andrew videro quelli della EMI e dissero che i Floyd erano disposti a dare una mano a Syd, di darci dunque un'altra possibilità. E la EMI diede il suo okay e ci concesse due giorni; solo che noi avevamo un'esibizione il secondo giorno e così tenemmo tre sedute, un pomeriggio e due sere, e in tre sedute registrammo 7 pezzi. Canzoni fantastiche.
Parliamo dei vostri progetti. Che n'è del balletto? Doveva essere basato su Proust, no?
RW: Non si è mai concretizzato. Prima doveva essere Proust, poi Aladino, poi qualcos'altro. Un giorno andammo a un pranzo importante; io, Nick e Steve [il loro manager]. A tavola con noi c'erano Nurejev, Roman Polanski, Roland Petit, e un produttore o chissà chi era. Che ridere! Si doveva parlare di un progetto con la nostra musica, Roland come coreografo, Rudy protagonista e Roman Polanski regista; un fantastico film-balletto. Fu una burla in tutti i sensi, perché nessuno aveva la minima idea di quel che voleva fare.
Non avevate subodorato qualcosa?
RW: Qualcosa sì; nessuno aveva la benché minima idea. Incredibile.
Ma all'epoca avevi dichiarato che ti eri comprato l'opera omnia di Proust per studiarla...
RW: L'avevo fatto.
NM: Ma nessuno ha mai letto niente. David ha fatto peggio, si è fermato
a pagina 18.
RW: Ho letto il secondo volume di Du coté de chez Swann, e quando sono
arrivato alla fine ho pensato: "Ma che diavolo, non leggero più
niente del genere, non sono in grado di farlo". Procedevo troppo lentamente.
NM: Andò avanti per un paio d'anni, questa idea di fare un balletto,
senza che nessuno avanzasse alcuna idea; noi, dal canto nostro, non facevamo
rientrare la cosa nei nostri programmi perché non c'era niente di specifico.
Ad un certo punto, come mossa disperata, Roland ebbe l'idea di un balletto basato
su delle nostre canzoni già note. Penso che sia stata una buona idea.
RW: Eravamo seduti a tavola e a un certo punto qualcuno diede un colpo al tavolo
e disse: "Allora, qual è l'idea?", e tutti si beveva e l'alcool
scorreva a litri, fino a che non so più chi suggerì Frankenstein
e Nurejev comincio a preoccuparsi un pochino, vero? Per un po' parlarono di
Frankenstein, io me ne stavo a parte, non aprivo bocca, mi gustavo il cibo e
le vibrazioni.
NM: Sì, con la mano di Roland sul tuo ginocchio.
RW: E quando Polanski fu abbastanza ubriaco, cominciò a suggerire di
fare un blue movie per farla finita con i blue movies e piano piano la conversazione
si esaurì, fra un cognac e un caffè; a quel punto balzammo in
macchina e ci dividemmo. Dio sa cosa accadde quando lasciammo Nick.
E Rollo, il cartone animato con Alan Aldridge?
RW: Non volevamo pagarlo. Ci eravamo
fissati su certe vecchie cose di un progetto che avevano elaborato ma quando
hanno capito come avrebbero dovuto animarlo si sono accorti che il costo sarebbe
stato molto elevato; e gli unici che hanno denaro per sostenere qualcosa del
genere sono gli americani. Ma gli americani vendono Johnny Wonder che va a dieci
immagini al secondo o qualcosa del genere, cioè una schifezza, eppure
la gente sta a guardare e lo sponsor paga. Chi avrebbe pagato con Rollo quando
i loro prodotti li vendevano lo stesso con Johnny Wonder? Non gliene frega un
accidente della qualità delle cose.
NM: Questa storia ci ha fatto capire quante porcherie ci sono in giro; e li
accettiamo come cartoni animati! Paragonati al gatto Felix o a Topolino sono
delle vere porcherie.
RW: Alan Aldridge fece buona parte del lavoro iniziale e un gruppo di animatori
olandesi fece il lavoro sulle immagini, che erano molto belle.
NM: II modo di usare i colori era eccellente e le animazioni molto complesse,
con parecchie prospettive.
RW: Era una grande storia. L'idea di base era che questo tipo, Rollo, sta a
letto e comincia a sognare (o forse quello che accade è realtà)
e all'improvviso il suo letto si drizza e due occhi spuntano dalla spalliera
del letto e cominciano a guardarsi intorno e le gambe crescono e il letto sballotta
Rollo qua e là, costringendolo ad alzarsi. Allora il letto balza fuori
dalla casa e scende in strada, tutto con bei movimenti, punta verso il cielo
e vola via. E quando arriva in cielo c'è la luna, che fuma un grande
sigaro, ma si rivela essere una illusione ottica in realtà è
una navetta spaziale. E allora un piccolo aereo esce da questa navetta, come
un uccello, e prende su il letto con la sua bocca. Rollo è catturato
da un cane-robot nella navetta spaziale del professor Creato, che possiede e
governa il veicolo spaziale e si rivela essere un collezionista di animali
per uno zoo intergalattico. La serie prendeva in considerazione le loro avventure
durante i viaggi alla ricerca di animali rari. È uno degli esempi preliminari
riguardava certi giganti che vivevano sottoterra in una complessa serie di gallerie
e corridoi; una delle cose strane di questo pianeta era che la gravità
era diversa per loro rispetto al Professor Creato e a Rollo. I due erano penetrati
nelle viscere del pianeta usando una macchina chiamata La Talpa, una trivella,
e a un certo punto si vedeva una scena di caccia in cui i giganti cercavano
di acciuffarli e i giganti si muovevano sul pavimento mentre gli altri sul
muro. Cose fantastiche a vedere. Alla fine arrivano alla trivella ed escono
sulla superficie del pianeta, e non appena si affacciano cominciano a rimbalzare
come un pallone. A quel punto la navetta va in orbita intorno al pianeta e i
giganti strisciano sulla superficie, prendendo grandi colpi per via della navetta.
Avrebbe potuto essere bello davvero.
E Zabriskie Point?
RW: Andammo a Roma e alloggiavamo
in un hotel di lusso. Ci svegliavamo regolarmente alle 4 e mezza del pomeriggio,
ci fiondavamo al bar e stavamo seduti lì fino verso le 7, quando barcollando
ci infilavamo al ristorante, dove mangiavamo e bevevamo per due ore, più
o meno. Dopo una settimana circa delle due programmate, il tipo del ristorante
comincio a eludere le nostre richieste; noi chiedevamo dei vini ridicoli e lui
ce ne portava altri, certe bottiglie folli. Comunque si finiva di mangiare...
le Crépes Suzettes le tagliavamo alle 9 meno un quarto.
NM: Anche la pesca Melba era buona. Di solito cominciavo con una sogliola Bonne
Femme, seguita da un cosciotto di agnello arrosto, col rosmarino, poi la pesca
Melba e le Crépes, o tutt'e due.
RW: Si cominciava a lavorare alle 9, minuto più minuto meno; lo studio
distava pochi minuti a piedi, così ci incamminavamo barcollanti. Non
c'era molto da fare e avremmo potuto sbrigarci in cinque giorni. C'era Antonioni
e noi avevamo preparato dell'ottima musica ma quando la ascolto, ricordo che
aveva un terribile tic, si lancio in commenti tipo: "E beeeeellissimo ma
trooooppo triste" o "E troooppo fooorte". C'erano sempre errori,
e non da poco. C'era sempre qualcosa che impediva alla musica di essere perfetta.
Qualunque cosa tu cambiassi non andava bene e lui non era contento. Un inferno,
un vero inferno. Antonioni si sedeva ad ascoltare e ogni tanto, spesso, si addormentava,
e noi continuavamo a lavorare fino alle 7 o alle 8 del mattino, tornavamo in
albergo per colazione, poi a letto, su alle 4 e mezza e ancora al bar.
E il film a Pompei?
NM: E una storia lunga quasi quanto
quella del balletto. Dovunque andasse in prima visione Adrian Markham, il regista,
ci telefonava per dirci: "Sentite, mi serve un pochino di pellicola ancora".
Abbiamo aggiunto pezzettini di film per anni.
RW: Non è un brutto film. Ho visto la versione finale a New York. È
un film semplice, ci sono scene di noi che suoniamo nell'anfiteatro di Pompei
alternate a riprese un po' tipo "Top Of The Pops", di noi che camminiamo
sul cratere del Vesuvio e cose del genere. Dopo quelle riprese sono venuti a
Londra e ci hanno filmato in studio per un paio di giorni, il che ha reso la
cosa molto più vivace. E un film abbastanza piacevole e interessante.
Penso che ai nostri appassionati piacerà. Non so se anche ad altri. A
me è piaciuto perché è come un grande film fatto in casa.
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