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Una
suite in rosa
Di Paolo Bertrando apparso su Pink Floyd - volume secondo |
La ricerca della suite
I Pink Floyd che si affacciano sulla
scena degli anni '70 sono un quartetto ormai ben consolidato, che ha il suo
centro musicale e umano nel bassista e autore Roger Waters, il miglior musicista,
nel chitarrista David Gilmour, mentre Nick Mason e Richard Wright evolvono insensibilmente
verso un amabile anonimato. II gruppo e però ambizioso, insoddisfatto
della dimensione ristretta della canzone.
È quell'inquietudine che lo spingerà per anni a cimentarsi con
progetti sempre più ambiziosi, dapprima suites, quindi grandi opere concettuali.
Gia A SAUCERFUL OF SECRETS aveva indicato l'amore dei mancati architetti per
le forme complesse, con uno svolgimento articolato. L'idea di un rock d'ampio
respiro, del resto, è ben viva in tanti gruppi inglesi dell'epoca, anche
se spesso risolta con idee pseudo sinfoniche di gusto alquanto discutibile.
La scelta dei Pink Floyd è, almeno da principio, differente. Prima di
SAUCERFUL viene un'embrionale suite, mai conosciuta perché mai approdata
alla registrazione. Si tratta in realtà d'una semplice giustapposizione
di canzoni e intermezzi strumentali: The Man, che nelle intenzioni del suo artefice
Roger Waters vuol essere la descrizione della giornata d'un uomo medio contemporaneo,
e che si giova anche - almeno nelle prime rappresentazioni - di supporti visivi
e rumoristici, con il gruppo a mimare in scena risvegli e colazioni. The Man,
che ha una durata complessiva di circa quaranta minuti, e utilizzato come introduzione
ai concerti del periodo 1969-70, per essere infine abbandonato. A parte alcune
canzoni preesistenti, l'unica sezione di The Man ad arrivare su disco è
Daybreak, pubblicata su ATOM HEART MOTHER sotto il titolo Alan's Psychedelic
Breakfast.
Dopo un secondo analogo tentativo, The journey, i Pink Floyd sono pronti per
progetti più ambiziosi. Atom Heart Mother, pubblicata nel 1970 come brano
guida dell'album omonimo, sembra condurre il gruppo negli ambigui territori
del rock classico, con orchestra e coro a contrappuntare il quartetto rock.
Ma prima che lo scozzese Ron Geesin - che gia aveva collaborato con Waters nella
bizzarra colonna sonora del film The Body - ne curasse l'orchestrazione scrivendone
anche la magniloquente ouverture, Atom Mean Mother pareva, a detta di Gilmour,
"un tema da film western con sequenza d'accordi". Tema la cui prima
versione si dice fosse stata improvvisata da Waters e Mason con il solo ausilio
di basso e batteria.
Spogliata del rivestimento orchestrale, dei giochi stereofonici tentati con
i cori, Atom Heart Mother rivela un'intima inconsistenza, appena diminuita da
un discreto lavoro di Gilmour e Wright. Maggior coesione ha invece la suite
dell'anno successive, Echoes, anch'essa posta a occupare una metà dell'album
corrispondente, MEDDLE.
Echoes nasce dall'ennesima crisi creativa, che i Pink Floyd cercano questa volta
di risolvere provando nuove tecniche di composizione, come registrare i nastri
di base uno alla volta, senza ascoltarsi a vicenda. Gilmour:
"Alla fine di gennaio [1971], riascoltammo quel che avevamo inciso e ci ritrovammo con trentasei diversi frammenti, che a volte avevano una relazione gli uni con gli altri, a volte no. Echoes fu costruito con quelli."
L'architettura del pezzo e più compiuta, un tema iniziale ripreso più volte con diverso arrangiamento e tempo lievemente alterato, mantenendo insieme unità stilistica e varietà d'ambientazione. E sempre accurato il lavoro sui suoni: la nota di piano che apre e chiude il brano e stata attentamente studiata, dopo essere nata per caso dall'inserimento del piano in un'unita eco Binson. E c'e qualche raffinatezza, come questa citata da Gilmour:
"Considerate il coro finale, l'infinito coro finale. Esistono effetti musicali attraverso i quali una melodia sembra continuare... come nei disegni di Escher, dove le scale salgono salgono e non arrivano da nessuna parte. Beh, c'e una melodia che continua ad essere suonata, e ancora e ancora, e al tempo stesso sale verso frequenze più alte, in modo quasi impercettibile, e non arriva da nessuna parte. Così e il coro di Echoes alla fine".
Va dato atto a Gilmour d'aver definitivamente affinato per quest'album il proprio stile di chitarra, che gli permette magnifici passaggi solistici. Le canzoni, in questi dischi, sono relegate in posizione secondaria rispetto alle suites e poco aggiungono alla figura degli autori, di cui non fanno che delineare meglio le preferenze musicali: intimismo per Waters, country rock per Gilmour, canzone classica o cocktail jazz per Wright. A parte forse l'accordo in Sol maggiore di chitarra acustica, fuso con il coro (autentico) di tifosi del Liverpool, a sottolineare il testo coraggioso e sconsolato di Fearless. Oppure l'ostinato di basso e il crescendo inquieto di One Of These Days, che testimonia una seconda modalità compositiva. Gilmour:
"I dischi rendono le improvvisazioni del giorno in cui ci troviamo in studio, e possono essere di un genere diverso da quello che proponiamo in pubblico. Un pezzo come One Of These Days e stato composto in un quarto d'ora."
Interludio cinematografico
A dispetto delle proprie stesse ambizioni, Roger Waters resta per tutto il periodo ricordato come un ottimo autore di canzoni. Ma le migliori, escluse dai dischi ufficiali, le riserva alle colonne sonore di due film del regista francese Barber Schroeder, More (1969) e La Vallee (1972). I film, in se per se, non sono granché, impregnati come sono di moda hippy all'europea; ecco come li vede Fred Dellar, critico del New Musical Express.
More: "Studente tedesco a Parigi coinvolto da droghe e da una storia d'amore con ex lesbica, in un risibile melodramma che tenta di provare che la droga uccide"
La vallèe: "Graziosa hippytudine d'un ricco capellone e del suoi amici, che in Nuova Guinea cercano una valle nascosta, diventando selvaggi lungo la strada. Quanto radicale, quanto chic".
Eppure le colonne sonore sono buona
palestra per scriver canzoni dolci o lasciarsi andare a godibili improvvisazioni
di blues, senza l'assillo di comporre la "grande opera". Waters, con
Cymbaline o Free Four, scrive testi di sicura presa, ricchi di visioni secondo
una mai soppressa cifra stilistica del gruppo, ma di un immaginario sempre meglio
disposto e controllato. In Free Four s'inserisce per la prima volta il correlato
autobiografico del padre di Waters ucciso in guerra, che tanta parte avrà
in THE WALL e THE FINAL CUT.
In contrasto con l'apprezzamento incondizionato di Barbet Schroeder stanno le
difficoltà incontrate dai Pink Floyd in altri progetti culturali voluti
da un Waters irrequieto quanto velleitario: ore e ore di sedute in uno studio
di Roma di fronte ad Antonioni, per la colonna sonora di Zabriskie Point, non
partoriranno che il topolino di tre pezzi alquanto anonimi. Poi verrà
il tentativo di comporre un balletto su temi della Recherche proustiana, che
nessuno dei quattro riesce a leggere, seguito da quello di scrivere la colonna
sonora d'un cartone animato di Alan Aldridge, Rollo, che non vedra mai la luce
per problemi di bilancio.
Saranno forse queste frustrazioni accademiche, o forse il ritrovato agio delle
canzoni, come sempre composte rapidamente, d'istinto; in ogni caso, nell'autunno
del 1972 i Pink Floyd tornano ad incidere canzoni. Questa volta, però,
come parti di un progetto complesso e articolato.
Il lato oscuro
La fortuna commerciale di THE DARK SIDE OF THE MOON, ottavo album dei Pink Floyd, ne ha forse offuscato le qualità artistiche. Ma il successo enorme, le vendite cospicue quanto persistenti, mutano vita e personalità del gruppo, e in un certo senso anche il rapporto tra i suoi membri e il mondo, come ha osservato, quasi scusandosi, Rick Wright nel 1974:
"Mi ha cambiato in tanti sensi, perché ha portato un mucchio di soldi, e ci si sente assai sicuri di sé se si riesce a vendere un disco per due anni. Ma nonostante il suo successo, non é stato fatto in maniera diversa dagli altri nostri album... certo, sapevamo che aveva più melodia dei precedenti, e c'era una concezione unitaria che lo percorreva dall'inizio alla fine. La musica era più facile da assorbire, e la presenza di voci femminili supplementari aggiungeva un tocco commerciale che nessuno degli altri nostri dischi aveva."
Eppure, quando il gruppo si riunisce in uno studio di West Hampstead nel gennaio del 1973 le idee sono poche e l'unica canzone gia pronta è Us And Them, scartata da Zabriskie Point. Secondo i ricordi di Gilmour:
"Ci ritrovammo in una sala prove, e Roger se ne usci con l'idea di parlare di tutto quanto può portare la gente alla pazzia."
E Waters sceglie di farlo usando, dice:
" un tema che corra per tutta l'opera, la vita esemplificata dal battito del cuore, e cosi via. Ma anche altro, tutte quelle pressioni che sono anti-vitali "
Con sole e luna a simbolizzare "vita
e morte, luce e oscurità" ("And everything under the sun is
in tune / But the sun is eclipsed by the moon") Waters elenca i modi e
i tempi di quella che in Time definisce una "quieta disperazione, al modo
inglese". Che, sul finire dell'opera, in panorami sempre più sconsolati,
sfocia nella follia d'un lunatic che ricorda da vicino il sempre incombente
Barrett.
E' un Waters gia amaro, sarcastico a tratti, ma senza gli eccessi che guasteranno
certa sua produzione successiva. II gruppo lo segue bene, con musicalità
morbida, sintetizzatori discreti e ampie aperture di slide guitar o di sognante
chitarra solista. Sono canzoni fatte d'un rock semplice per quanto sofisticato,
prodotto con scrupolo esemplare da Alan Parsons, che ottiene una perfetta presenza
dei suoni registrati. Sfuggire alla pompa sinfonica giova ai Floyd, che ritrovano
vena abbandonandosi alla modestia.
E c'e spazio anche per qualcosa d'inconsueto, quella Money che è probabilmente
il primo singolo di successo su ritmo di 7/4, annunciato da un iniziale montaggio
percussivo di registratori di cassa (ottenuto con certosina pazienza, sincronizzando
frammenti di nastro). Waters:
"Avevo una melodia su quei 7/4, e sapevo che nell'opera ci doveva essere una canzone sui soldi, e pensavo che la melodia potesse diventare una canzone sui soldi. Deciso questo, e stato di una facilita estrema costruire un'introduzione in 7/4 che le si adattasse. Spesso penso che le migliori idee siano le più ovvie; quella e una cosa di una fantastica ovvietà, perciò suona cosi bene."
Non è tutto dolce per questi
Pink Floyd arresi al fasto dell'ovvietà. II successo è arduo da
vivere, specie se sofferto. Così per due anni i Floyd si raggelano, privi
d'idee e voglia d'averne, quasi stanchi d'essere un gruppo. Provano ad incidere
un album di musica non musicale, quasi uno sberleffo per quel rock che li sta
ingabbiando, con elastici e bombolette d'aerosol al posto degli strumenti, ma
lo abbandonano dopo aver arrancato per tre pezzi. Insistono con i concerti,
innumerevoli e sempre più colossali, ricavandone denaro e seguito ma
anche stanchezza ed esasperazione.
Rientrano infine in studio nei primi mesi del 1975. Faticosamente nascono tre
brani, assai lunghi: Shine On You Crazy Diamond, Raving And Drooling, You Gotta
Be Crazy, che sono immediatamente portati in tournée per ricevere feedback
dal pubblico. Quello che insiste nelle registrazioni, con rifacimenti continui,
è un collettivo di uomini "mentalmente malati" (Mason); eppure
emerge pian piano la struttura d'un album. Crazy Diamond, che ormai ha raggiunto
una durata di venti minuti e oltre, ne occuperà la massima parte, mentre
gli altri due brani saranno eliminati in favore di canzoni più brevi
e più vicine al tema del disco, che si chiamerà WISH YOU WERE
HERE: l'abbandono.
Shine On You Crazy Diamond è infine suddiviso in due parti, tra le quali
s'inseriscono: Welcome To The Machine, glaciale pulsazione elettronica con interpunzioni
di chitarra acustica, Have A Cigar, straight rock serrato affidato alla voce
di Roy Harper e Wish You Were here, ballata watersiana bella e sconsolata. Ed
è su Crazy Diamond che poggia la globalità dell'album. La suite,
che appare più che altro una canzone enormemente dilatata, è apertamente
dedicata da Roger Waters a Syd Barrett:
"Quella canzone parla di lui. L'insieme del disco parla dell'assenza, d'un genere o dell'altro, e la sua follia ne era un grande, impressionante esempio."
Tutta costruita a partire da un'elementare frase di quattro note, suonata da Gilmour alla chitarra, s'avvale di tastiere ambientali, sintetizzatori che si stratificano costruendo una sorta di delicato wall of sound (e che saranno l'ultimo rilevante contributo di Wright ad un'opera dei Floyd). II tema, di per sé quasi risibile, è ripreso con una serie di variazioni: prima un assolo di sintetizzatore, poi di chitarra, poi di sassofono; quindi il tema è cantato, ripreso su base di basso percussivo, ricantato, ripreso da strumenti ritmici, fino a concludere con una ripresa dell'iniziale nota di sintetizzatore. La tecnica è ancora quella di MEDDLE, qui però affinata e messa al servizio di un testo che per una volta è lutto e rimpianto vero. Waters:
"Non so perché ho iniziato a scrivere quel testo su Syd. Credo sia stato perché quella frase di Dave suonava come un estremo rimpianto. Sono triste per Syd. Non lo sono stato per anni. Per anni, penso, Syd è stato una minaccia, per via di tutte quelle balle scritte su lui e noi. Naturalmente è stato molto importante, e il gruppo non sarebbe mai partito senza di lui, che scriveva tutto il materiale. Non sarebbe mai successo nulla senza di lui, ma d'altra parte non saremmo mai andati avanti con lui. Ma quando arrivo alle sedute di WISH YOU WERE HERE - fatto ironico di per sé - vedere quest'uomo grosso, grasso e matto il primo giorno in cui arrivò io ero in lacrime."
Per ANIMALS, posteriore di altri
due anni, i Pink Floyd recuperano i due brani scartati da WISH YOU WERE HERE,
You Gotta Be Crazy e Raving And Drooling. Sono ribattezzati però Dogs
e Sheep per adattarli alla metafora animalesca dell'album, in cui Waters vuol
rispecchiare l'umanità in figure quasi orwelliane di animali: cani, porci,
pecore. La musica stessa risulta modificata, per meglio aderire ai testi, ormai
apertamente cupi, aggressivi e dissociati, tanto da far coniare a Karl Dallas
l'epiteto di "Punk Floyd". Perché Waters coglie anche, nelle
parole più che nei suoni, un segno dei tempi. II 1977 è l'anno
del punk e della sua protesta rabbiosa e destruente; il che permette al bassista,
ormai misantropo, di sfogare un livore che pare diretto a tutta l'umanità,
appena mitigato dalla breve dichiarazione d'amore di Pigs On The Wing, che incornicia
con le sue piccole note da folksong le tre canzoni dell'album.
Di canzoni lunghe si tratta, non più di suites. Dove un avveduto uso
degli strumenti consente di dilatare i tempi degli intermezzi tra le parti cantate,
ricamando su una o due note e giocando molto sulle sonorità. Tutto ciò
porta ad inevitabili fasi prolungate di stanchezza e ripetizione, com'è
spesso accaduto alla banda quando ha voluto abbandonare la forma rock. Cui ancora
tornerà, ma in maniera questa volta irrimediabilmente influenzata dall'amarezza
quasi paranoide di Roger Waters.
Interludio concertistico
Fin dai tempi dell'UFO Club i Pink
Floyd s'erano distinti per l'attenzione ai supporti scenici durante i concerti.
Il primo lightshow ideato dal gruppo, era stato l'impianto raccogliticcio messo
in opera da un paio d'americani durante uno dei concerti alla Roundhouse. L'idea
di "illustrare" i suoni tramite immagini astratte in movimento intrigò
immediatamente Barrett, ancora fresco di studi artistici. Ne derivarono rudimentali
marchingegni, legno di balsa e vecchi condensatori, dapprima messi in opera
dai versatili Jenner e King, quindi da un tal Jo Cannon, transfuga del Politecnico,
assurto così alla leggenda dell'underground.
Poche diapositive liquide bastavano a destare i sensi già iperstimolati
nelle cantine londinesi; ma ben altro serviva alla multimedialità di
un gruppo con pubblico internazionale. Così, insieme alle dimensioni
dei concerti, crescono per i Pink Floyd gli ausili extramusicali, resi necessari,
tra l'altro, dalle scarse attitudini eroiche degli interessati. Se un Hendrix
o un Jagger erano spettacolo nel loro stesso esser sul palco, personaggi statici
e alquanto legnosi come Waters e Gilmour non s'offrono al pubblico come degni
supporti di fantasie o identificazioni. Entrano così in campo giochi
di luce sempre più complicati, poi laser, poi pupazzi e manichini, poi
addirittura animazioni proiettate su schermi circostanti il palcoscenico.
Le dimensioni sono ormai quelle dell'"evento rock", stadi traboccanti
e tripudio di folla, mentre luci e filmati ottundono lo spirito critico. Gli
stessi Pink Floyd restano perplessi di fronte agli osanna tributati alla "prima"
di certi loro spettacoli, musicalmente ancora disuniti e raffazzonati (i Pink
Floyd hanno sempre modificato e affinato le loro musiche nel corso delle tournées,
i nastri illegali delle prime presentazioni di Crazy Diamond svelano Waters,
Gilmour e Wright impegnati in stonature invereconde del corale). Ma il gigantismo
degli spettacoli è anche fonte di frustrazione per gli stessi artisti.
Nel corso della massacrante tournée del 1975, Roger Waters concepisce
l'idea di erigere un muro tra sé e un pubblico vissuto in modo sempre
più persecutorio. E proprio nei concerti che deriveranno dalla musica
di quel muro Waters arriverà a far suonare un secondo gruppo, mentre
i quattro Pink Floyd si limitano a cantare e a stare sul palco. E una presa
di posizione ambigua, sospesa tra dissacrazione e disimpegno; ma l'ambiguità
è caratteristica del gruppo nel periodo in cui vede la luce THE WALL.
A proposito di muri
Roger Waters è in genere descritto
come uno schivo misantropo, professionista irreprensibile e uomo freddo, per
quanto sensibile e - specie nei tardi anni '70 - sottilmente paranoico. Man
mano che i suoi testi crescono d'importanza, la necessità d'espressione
autobiografìca acquista intensità crescente, da ultimo irrefrenabile.
Risultato finale d'una tale urgenza è il coinvolgimento dei Pink Floyd
in un ambizioso progetto multimediale, sorta di catarsi personale dai mali del
rock. L'opera assumerà dapprima la forma d'un lungo album, poi d'una
serie di concerti d'inusuale ricchezza teatrale, infine d'un film.
Per meglio chiarire l'atmosfera dell'opera, riporto per esteso la sinossi ufficiale
del film:
"Pink, un cantante
di R&R, se ne sta chiuso in una stanza d'albergo, da qualche parte a Los
Angeles. Troppi spettacoli, troppa droga, troppi applausi; un caso bruciato.
Alla TV, un film di guerra fìn troppo familiare tremola sullo schermo.
Confondiamo tempo e spazio, realtà e incubo, man mano che ci addentriamo
nei ricordi dolorosi di Pink e nell'inevitabilità della sua pazzia.
II nostro eroe è un bimbo nato durante la Seconda guerra mondiale nello
stesso momento in cui suo padre è ucciso in servizio nella battaglia
di Anzio, perciò Pink cresce senza mai conoscerlo. Sua madre dedica la
vita al figlio e compensa la perdita del padre soffocando Pink con il suo amore.
Pink frequenta scuole che mirano a soggiogare i bambini invece di educarli.
E' esposto a insegnanti che castigano e reprimono i bambini cercando di liberare
le proprie miserabili frustrazioni. La sua risposta a simili esperienze alienanti
è di costruire lentamente un "muro" difensivo intorno ai propri
sentimenti, per proteggersi da ulteriori ferite. Pink sposa la fidanzatina della
sua infanzia perché è convenientemente disponibile.
II ragazzo è cresciuto, è diventato cantante di R&R, suona
in un gruppo, attratto dal "potere della fama" che lo aiuta a liberarsi
dalle tormentose sensazioni di distacco, non solo da moglie o amici, ma anche
da se stesso. E' una vita di ritorni in diminuendo. Come un tossicomane con
la sua droga, Pink necessità di crescenti dosi di applausi.
Ma non è mai abbastanza. Le interminabili separazioni rendono il muro
tra Pink e sua moglie sempre più alto, finché non accade l'inevitabile
- mentre lui è in tournée, lei s'innamora di un altro uomo. L'ultimo
mattone nel muro di Pink.
Pink si chiude a chiave nella sua camera con una manciata di pillole e una groupie.
Distrugge i mobili e spaventa la ragazza fino a farla fuggire. Infine solo,
drogato e con la TV come unica compagnia, si ritira sempre più in sé,
il muro è ora completo. In totale isolamento dal mondo reale, la sua
immaginazione vaga ai limiti estremi del suo incubo: le sue paure peggiori,
la probabile pazzia.
S'immagina come un gelido demagogo, cui non è rimasto che l'esercizio
del potere sul proprio pubblico, incapace sia di pensare sia di curarsi di lui.
II suo manager, come sempre preoccupato del prossimo spettacolo, irrompe nella
stanza e un medico recupera Pink quel tanto che basta a trascinarlo fuori dall'albergo
e dentro la sua limousine. Ma Pink è ormai lontano. E' selvaggiamente
allucinato, mentre il mondo svanisce, e s'immagina uno spettacolo malefico,
una Norimberga R&R, in cui è lui il capo: l'accumulo degli odiosi
eccessi del suo mondo e del mondo intorno a lui.
E' troppo per il suo nucleo di sentimenti umani, e Pink si ribella. BASTA! Segue
il suo auto-processo interiore, ove i testimoni della sua vita passata, le stesse
persone che avevano contribuito alla costruzione del muro, s'avanzano a testimoniare
contro di lui. La sentenza è che Pink deve "abbattere il muro"
prima che l'isolamento lo sprofondi nella disgregazione morale dei suoi incubi."
Questa la base narrativa prima dell'album,
poi del film. Forse discutibile, certo solida (e vissuta). Così solida,
purtroppo, da prevalere su qualsiasi idea musicale. La musica entra totalmente
al servizio del testo, non più pittorica né d'atmosfera, ma ormai
a sua volta "narrativa" (in questo senso, THE WALL merita la denominazione
di opera rock). Ma manca, nella musica, un'unità stilistica, un'idea
guida sonora. Troppi sono gli stilemi presi a prestito, dalla disco music al
country e al folk, fino all'elettronica e al rock forte, sinfonico dell'apertura.
Ma priva di un principio unificante, questa musica rischia pastiche stilistico.
Non basta, a pareggiare le ambizioni, l'emergere di qualche finezza, come la
ripresa delle frasi tematiche (ce ne sono due, l'Ooh Babe che ricorre fin dal
secondo brano e il tema di Another Brick In The Wall, che oltre che nelle tre
versioni del pezzo torna anche in Hey You, Waiting For The Worms e The Trial).
Alcune canzoni mostrano buona caratura, e la chitarra solista di Gilmour ha
il pregio consueto. Ma la musica è senza autonomia, è come affondata
nelle tante parole che affollano l'opera, e non l'aiutano la sezione ritmica
troppo pesante né l'orchestra pomposa voluta dal produttore Bob Ezrin.
Probabilmente era ambizione di Waters creare qualcosa che si ponesse al di sopra
e al di là del linguaggio del rock, un'opera in cui i tanti stili fossero
un modo di disquisire sul rock, ponendosi in posizione metalinguistica. Sembra
però che le capacità non stiano alla pari dei desideri, che manchi
la profondità di Frank Zappa o Brian Eno, o degli stessi Beatles del
1968. Forse la chiusura di In The Flesh voleva essere la riscrittura metalinguistica
dei vecchi Pink Floyd; così com'è, sembra la loro caricatura.
Quanto al testo, è amaro e sarcastico quanto la narrazione, assai più
del già agro ANIMALS. L'ironia di Waters ha perso la levità e
la grazia di THE DARK SIDE OF THE MOON, è ora appesantita, inequivocabile
e quasi imbarazzante. Non stupisce che la tirannia di THE WALL (e del suo creatore)
inizi a dispiacere a qualcuno, all'interno stesso del gruppo. Richard Wright
si disimpegna dall'incisione, suonando tastiere incolori e anonime, fino a esser
spesso sostituito da altri strumentisti di passaggio. E nella tournée
che segue, partecipa già nelle dimesse vesti di sessionman: dopo oltre
dieci anni, il quartetto s'è smembrato.
Tutto ciò non sembra essere avvertito minimamente dal pubblico, che decreta
a THE WALL un successo enorme, mitico. Waters, incontenibile, procede immediatamente
alla produzione del film, che condurrà in porto in un paio d'anni tra
mille liti con il regista. E il film, a sua volta, susciterà entusiasmi
ulteriori, con i suoi disegni animati che portano sullo schermo tutto quanto
era stato finora visibile ai pochi privilegiati che potevano permettersi un
concerto dei Pink Floyd.
Reduce dai trionfi, Waters prosegue, di lì a un paio d'anni, la sua personale
saga di reminiscenze, che pare rivolta a dimenticare l'ombra del padre scomparso
in guerra (ovviamente nella battaglia di Anzio). Il tassello successivo di queste
affermazioni sempre più solipsistiche si chiama THE FINAL CUT, opera
che sembra davvero mettere la parola fine alla vicenda dei Pink Floyd.
THE FINAL CUT abbandona definitivamente il formato rock - già messo in
dubbio da THE WALL - e anche il formato quartetto: non solo per la fuoruscita
di Rick Wright, ma anche e soprattutto per la predominanza del dialogo tra voce
e orchestra (antica passione) in cui la strumentazione elettrica interviene
più che altro per punteggiare gli stacchi ed enfatizzare certe sezioni.
Non c'è unità ritmica, frammentata da cambi di tempo continui,
né c'è il tono costante del rock, in quest'opera che preferisce
alternare pianissimi e fortissimi.
Waters dialoga con se stesso, non a caso la voce mantiene un registro sommesso
e sussurrato, quasi esausto, a suggerire l'estremo approfondimento di un intimismo
nato ai tempi di Grantchester Meadows. La musica è anche qui alla ricerca
di referenti, si richiama a forme tradizionali quali ballate, lullabies, soul
music, persino cabaret, giocando spesso su melodie complicate, che tradiscono
la necessità di attenersi al testo: pochi album di rock sono programmati
come THE FINAL CUT. Anche il soul, che pretenderebbe istinto, è piegato
alle necessità dello scritto. Che Waters vuole per sé solo: Nick
Mason si ritaglia uno spazio soltanto per suggerire la ripresa del tema di Maggie,
What Have We Done, che diventa leit-motiv dell'opera, mentre Gilmour lavora
quasi da ospite, marginale quanto nelle canzoni di Bryan Ferry (di cui diventa
proprio in quei giorni collaboratore).
THE FINAL CUT è davvero il taglio ultimo. L'anno successivo sia Waters
sia Gilmour s'impegnano in opere soliste, l'uno per esplorare ulteriormente
il proprio pessimismo, l'altro per cercar respiro in più semplici canzoni.
Waters non ha più bisogno d'un gruppo; e nel 1985 ne sancisce unilateralmente
la fine, dichiarando conclusi i Pink Floyd.
Interludio personologico - musicale
Pink Floyd, nel decennio che separa
l'allontanamento di Barrett da THE WALL, è la risultante delle arti e
della personalità di quattro uomini. Prima era stato il supporto delle
fantasie di Syd Barrett, dopo THE WALL lo sarà di quelle di Roger Waters.
Introverso e sommesso, Waters si rivela guida nei momenti di passaggio quando
è lui a dar le direttive per superare le crisi. Gilmour gli somiglia
nel professionismo, ma è uomo più socievole e fattuale, deciso
e a tratti ruvido, certo più a suo agio nel ruolo di rockstar controvoglia.
Richard Wright sta al margine, tra mille velleità classicistiche, e lascia
sbiadire la propria figura con il passare degli anni. Nick Mason è forse
il più saggio: distaccato dal gruppo e dal crescente alone di grandezza,
ama sperimentazione e avanguardie sonore, ma non tanto da disprezzare la sicura
rendita del marchio Pink Floyd, cui continua a fornire una batteria sicura e
forte.
Le caratteristiche musicali dei Pink Floyd postbarrettiani sono più difficili
da tratteggiare, forse anche per le carenze innovative del quartetto, con gli
anni sempre più evidenti. Dimessi i panni dei ricercatori di suoni, ingenui
ma inventivi, i Floyd si rivelano prima della metà degli anni '70 un
gruppo di rock alquanto tradizionale, il cui carattere saliente è l'adozione
"d'una sorta di ritmo a quattro quarti lento". E l'altra cosa è
prendere una linea melodica e frustarla fìno alla morte. Può darsi
che una volta la suoniamo lenta e quieta, la volta dopo un poco più dura,
la terza più pesante". Sono considerazioni di Mason, a proposito
del "cliché Pink Floyd", che tratteggia con ottima sintesi
il suono del gruppo fino ad ANIMALS.
Come le migliori intelligenze del rock, i Pink Floyd sono maestri d'economia
strumentale. Sanno sfruttare con cura i mezzi tecnici non sempre eccelsi, fino
a cavarne effetti che prendono forza dalla propria stessa semplicità,
come gli assoli del primo Richard Wright, elementari e immaginifici, o come
le linee di basso di Waters: la linea di due (due) note che sta alla base di
See Emily Play (1967) torna, appena rallentata e trasposta, in Careful With
That Axe, Eugene (1968), ricomparirà in brevi sezioni di Shine On You
Crazy Diamond nel (1975) per concludere la propria vicenda in Sheep (1977),
con longevità decennale.
Nick Mason stesso sa dar personalità alla sua pigra batteria dal rullante
robusto, un poco con l'abitudine di tenere il tempo sul crash (accentuando così
al massimo il battere scandito), un poco con una figura terzinata che pone a
mo' di firma in apertura a tutti gli album, da UMMAGUMMA fino a THE WALL. Quanto
a David Gilmour, suo è l'onere del lavoro strumentale più fino,
imperniato su una chitarra solista agile, dalle forti tinte blues, carica d'indimenticate
reminiscenze hendrixiane. I suoi timbri saturati sono rimasti il vero marchio
dei Pink Floyd, anche fino a THE FINAL CUT. Non è sorprendente, allora,
che sia proprio Gilmour il più riluttante a metter fine alla ditta.
Pink Floyd terzo
Nel 1985, dunque, poco è rimasto di quelli che furono i Pink Floyd. Barrett vive con la madre a Cambridge, dimentico della musica e forse del mondo. Wright cerca di ritrovare ispirazione in qualche disco svagato. Mason ha affidato il proprio presunto album solista a Carla Bley, che ne ha fatto una squisita operina di jazz eccentrico ove il contributo di Mason è quasi impercettibile. Roger Waters s'aggira nei meandri della sua autobiografia e giudica Pink Floyd un residuo fastidioso. Ma David Gilmour non sa trovar pace nel lavoro di chitarrista di Bryan Ferry.
"Avevo tanto lavoro da fare come Pink Floyd, e non capivo perché abbandonare il nome del gruppo."
In breve, Gilmour e Mason decidono
di chiamarsi ancora Pink Floyd, scontrandosi con la decisa opposizione di Waters,
che vuole il gruppo morto al suo comando. La controversia finisce in tribunale
(fatto questo che non contribuisce certo a smorzare i tratti paranoici di Waters),
perché la Pink Floyd Music, ragione sociale del gruppo, è ancora
di proprietà dei quattro a pari titolo. Per quanto molta critica internazionale
si metta dalla parte di Gilmour, anche per via della nota scontrosità
e antipatia propria di Waters, va detto che (da un punto di vista squisitamente
artistico) non ha torto quest'ultimo a sospettare che i Pink Floyd abbiano perso
definitivamente la propria spinta propulsiva. Aneddoticamente, si può
ricordare un dibattito televisivo indiretto tra Gilmour e Waters, dove all'aspetto
sciatto e obeso, agli occhi liquidi del chitarrista si contrapponeva un Waters
asciutto e intelligente, con occhi guizzanti d'ironia.
Infine il duo Gilmour - Mason vince il duello legale e acquisisce il diritto
a risuscitare il nome celebre, che debutta nell'autunno del 1987, con un album
intitolato A MOMENTARY LAPSE OF REASON, mentre a Waters, piccato, non resta
che uscire quasi in contemporanea con il suo RADIO KAOS.
A MOMENTARY LAPSE OF REASON è opera in netta discontinuità rispetto
alle precedenti. Con Waters se n'è andata l'orchestra, è scomparso
il tema unitario e anche il basso, sostituito da un Tony Levin impeccabile quanto
mercenario. Gilmour può infine sfogare la chitarra in meritevoli assoli,
non più imbracati da un copione, anche se la base del disco non è
chitarristica, forse perché composta con l'ausilio di un personal computer
al posto del registratore. Ci sono atmosfere tecnologiche, ritmi forti e uso
di rumori registrati, nella migliore tradizione del gruppo e c'è anche
quella chitarra così sognante, forse la più sentita dai tempi
di WISH You WERE HERE; poco di nuovo, quasi nulla. I Floyd di Gilmour sono un
gruppo borghese, tranquillo, pago di costruire le atmosfere consuete, di raccontare
sogni e, perché no? qualche incubo.
Di concerti vecchi e nuovi
Gli ultimi anni '80 sono un periodo
relativamente attivo per i vari membri dei Pink Floyd. Sotto la guida di Gilmour,
Nick Mason deve abbandonare le amate auto da corsa, e Richard Wright le anche
più amate isole greche, per confluire in una serie quasi infinita di
concerti in giro per il mondo. Ne deriverà anche un album doppio, il
primo dal vivo per i Floyd dai tempi di UMMAGUMMA: DELICATE SOUND OF THUNDER
mostrerà che cosa è diventato l'antico gruppo ambizioso nelle
mani di Gilmour: una perfetta multinazionale del divertimento, con tutti i suoni
al posto giusto, tutti i debiti effetti speciali, una serie di comprimari strumentalmente
impeccabili e capaci anche di rimpiazzare i titolari (ormai né Mason
né Wright hanno più allenamento e voglia per reggere un intero
concerto, e sono così affiancati da un batterista e un tastierista di
rincalzo).
Ma va ricordato che anche l'antagonista Roger Waters trova il modo di riproporsi
all'attenzione delle folle, dopo anni di oscurità. Lo fa con una versione
della "sua" THE WALL, offerta in mondovisione proprio dai residui
del distrutto Muro di Berlino, con ospiti di sicura presa spettacolare, da Van
Morrison alla Band, da Cyndi Lauper a Sinead O'Connor, da Brian Adams a Joni
Mitchell. Se non dal punto di vista creativo, da quello spettacolare i Pink
Floyd si dimostrano pronti al loro quarto decennio di esistenza.
Conclusioni provvisorie
Quale cifra, quale chiave di lettura
per orientarsi sui Pink Floyd? Vediamo: l'immagine, prima di tutto. I Floyd
sono all'inizio gli immaginifici del rock. Loro connotazione di base è
l'occhio, lo sguardo. I predicati visivi sono una costante della loro opera,
tra descrizioni e metafore, da See Emily Play (osserva Emily) a Let There Be
More Light (con la sua luce vivificante); dall'immagine celebre del Muro ai
due soli che chiudono l'epoca di Waters, fino alla ricca messe d'immagini dei
nuovi Floyd gilmouriani di LAPSE OF REASON. E le immagini sono sorrette, a volte
create, dalla musica, ove necessario con l'ausilio di suoni surreali - quelli
di Barrett, o anche quelli di SAUCERFUL OF SECRETS, - poi di suoni quotidiani,
quelli delle anatre di Grantchester Meadows o del Psychedelic Breakfast, quelli
nitidi e tecnicamente perfetti di THE FINAL CUT.
E la quotidianità potrebbe essere un'altra chiave. I Pink Floyd, dopo
tutto, trovano la loro dimensione più nel raccontare il quotidiano, la
quiet desperation, che nella fantascienza e nell'inconsueto, con una musica
che adotta artifici sonoramente complessi ma musicalmente semplici, rassicuranti,
appartenenti al luogo comune.
E poi c'è la follia, naturalmente. Quella non simulata di Barrett, poi
ricostruita da Waters e poi ancora utilizzata come espediente artistico, contraltare
inevitabile della banalità di ogni giorno. Una follia che per Waters
quasi s'identifica con la memoria, che assume nel suo ultimo periodo importanza
preponderante, tanto che anche la musica rinuncia all'autonomia e sembra vivere
di ricordi già ascoltati.
Certo è che la fase più fertile dei Pink Floyd si è presto
conclusa. E si sarebbe tentati d'affermare che Pink Floyd sia dopo tutto sinonimo
di promesse non mantenute, di ambizioni irrealizzate. Forse più che nei
vasti progetti, gli sprazzi di grandezza del quartetto sono da ricercarsi altrove,
nei momenti di più felice abbandono, di autentica vena collettiva. I
loro "quattro quarti lenti" segnano un'epoca del rock, così
come il contrasto tra la musica colorata e le liriche grigie del miglior Roger
Waters (per non dire delle creazioni oblique di Barrett). Intelligenti più
che intellettuali, i Pink Floyd stessi hanno ben conosciuto i propri limiti
- e in virtù di una tale coscienza sono riusciti tante volte a trascenderli.
Vale la pena di riportare, a mo' di conclusione, ancora un concetto del rude,
lucido Gilmour:
"Sono solo canzoni, il solito genere di dischi, con chitarre e voci ad alto volume e tutte le solite cose. Che cosa puoi dirne?"
gennaio 1988 / gennaio 1994
Nota bibliografica
Informazioni e citazioni tra virgolette derivano dalle seguenti pubblicazioni:
Connor McKnight, "Notes Towards
The Illumination Of The Floyd", in ZigZag, 32, 1973.
Jean-Marie Leduc, Pink Floyd, Albin Michel, Parigi 1974.
Michka Assayas, James Johnson, in Actuel, settembre 1982.
David Fricke, "Pink Floyd", in Musician, 50, dicembre 1982.
Luca Ferrari (a cura di), Pink Floyd, Arcana Editrice, Milano 1985. (Comprende
anche la traduzione di tutti i testi usciti).
Karl Dallas, Bricks in the Wall, Shapolsky Publishers, NewYork 1987.
Nicolas Schaffner, Pink Floyd. Uno scrigno di segreti, Arcana Editrice, Milano
1993.
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