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NOTE ALLA DISCOGRAFIA ITALIANA: I "JUKE-BOX"

 

 

 

 

Esaminando la discografia italiana dei singoli non si può far a meno di notare la notevole presenza di speciali edizioni per "juke-box", uscite di solito insieme o subito dopo l'edizione originale. Anche negli altri stati, soprattutto negli U.S.A. ed in Europa (Francia, Germania e Inghilterra), ci sono state stampe simili, ma mai quanto il mercato italiano, che presenta anche delle piccole particolarità rispetto al resto del mondo. La particolarità di queste interessanti stampe risiede in diversi fattori, che ne fanno dei pezzi unici nella storia del vinile.

 

 

 

I Juke Box.

Il juke-box nasce nel periodo più fiorente del "sogno americano" Nel 1936 la Wurlitzer vendette più di quarantamila esemplari, record mai più eguagliato nella storia. In pochi anni, il mercato fu invaso anche dagli altri due colossi del settore, la Seeburg e la Rock-Ola. Queste, e forse in misura leggermente minore la Ami, furono le grandi case d’oltreoceano che si diedero battaglia dal 1930 al 1960 per conquistare il mercato americano del juke-box. Una battaglia senza esclusione di colpi, vinta o talvolta persa dalla decisione del costruttore di permettere la selezione di un disco in più, o dal gusto di un designer che sistemava al posto giusto una cromatura. Il primo fonografo a moneta fu presentato nel 1927 dalla Ami, una fabbrica che già si era distinta nella produzione di pianoforti automatici. Nonostante questa casa anticipasse tutte le altre di almeno tre anni, non riuscì mai ad avere la leadership nel mercato americano, mentre invece fu la maggiore costruttrice di juke-box in Europa. Nel 1933, appena superato il periodo della grande depressione seguita alla crisi del ’29 la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio. Anche la Wurlitzer, così come la Rock-Ola, costruiva pianoforti automatici, funzionanti a moneta; la grande diffusione che ebbe in quegli anni la radio, mise in crisi questo settore. I pianoforti a gettone, un tempo troneggianti e richiestissimi in tutti i luoghi di ritrovo, vennero rapidamente accantonati a favore del nuovo, stupefacente "compagno sonoro". Le grandi case dovettero difendere i loro prodotti; un apparecchio capace di permettere la selezione tra vari dischi, sembrò una scelta vincente. In effetti la diffusione della nuova macchina musicale ebbe dell’incredibile, dato che solo nel 1936 la Wurlitzer vendette più di quarantamila juke-boxes, record mai uguagliato nella storia. In pochi anni, il mercato fu invaso anche dagli altri due colossi del settore, la Seeburg e la Rock-Ola. Gli apparecchi prodotti in questi anni avevano il mobile in legno, e permettevano di selezionare un massimo di 12 dischi tutti rigorosamente a 78 giri. I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e suonati.

La Seeburg fu la prima, nel 1938, a produrre un juke-box decorato con le ormai famose plastiche illuminate. Il modello spopolò e la concorrenza non tardò ad imitare queste rifinitura che rendevano l’apparecchio più vistoso, ossia più appetibile, e consentivano un aumento delle vendite. La concorrenz atra le case produttrici in questo periodo fu agguerritissima. Ogni anno veniva prodotto un nuovo modello che doveva essere venduto per lo più ai noleggiatori, i quali a loro volta si occupavano di affittarlo ai gestori dei locali pubblici. Apparecchi ancora perfettamente funzionanti venivano rimpiazzati da modelli più nuovi, in quella sorta di corsa al consumismo che era dettata dalla moda. Gli apparecchi ritirati dalle città venivano "passati" ai locali di campagna e in seguito ritirati e demoliti a colpi d’ascia anche se erano tutt’altro che da buttare. I designer proponevano apparecchi dalle forme sempre più accattivanti; nel 1940 fu realizzato, per la prima volta, un juke-box la cui sommità invece di essere squadrata era ad arco. L’idea si rivelò brillante, tanto da determinare la linea di tutti gli esemplari dei successivi dieci anni. Nell’immediato dopoguerra fu portata a compimento la più grande campagna pubblicitaria mai ideata per una macchina a moneta. Per la prima volta un juke-box venne pubblicizzato non solo agli operatori del settore, ma al grande pubblico; il Wurlitzer 1015 divenne in poco tempo il simbolo della voglia di divertirsi che contagiava come una febbre gli americani alla fine della guerra. Il battage pubblicitario fu talmente forte che la fornitura di un locale poteva cambiare drasticamente se non si possedeva il 1015. Riviste e giornali pubblicavano intere pagine con fotografie di giovani che si scatenavano ballando attorno a questa macchina, furono prodotte decine di gadget raffiguranti il mitico giocattolo musicale e gli americani attribuirono a questo apparecchio un trionfo che vede ancor oggi nel 1015 un modello molto ricercato da collezionisti e amatori. Ne furono costruiti più di 50.000 esemplari e contrariamente a quanto successe ai modelli che lo precedettero, il 1015 non fu ritirato dal commercio per essere sostituito con modelli più nuovi, anzi, molti di questi apparecchi, funzionanti in origine con dischi a 78 giri, furono convertiti per poter funzionare anche con i 45 giri che ivasero il mercato nel giro di qualche anno.

Nel 1948 la Seeburg, sempre all’avanguardia per la tecnologia, aveva presentato il modello M100A, che consentiva la sceltra tra 100 dischi contro i 24 dei juke-box convenzionali. Fu un duro colpo per la Wurlitzer e per le altre marche concorrenti, che faticarono non poco per realizzare un prodotto competitivo. Come se non bastasse, in pochi mesi la Seeburg produsse l’M100B che utilizzava 50 dischi da 45 giri incisi su entrambi i lati. Il primo modello della Wurlitzer in grado di contrastare i predominio dei nuovi Seeburg venne commercializzato a partire dal 1952, con tre anni di ritardo.

 

 

 

La copertina.

Innanzi tutto, la copertina vera e propria (quella, per intenderci, colorata o fotografica) non esiste: qualcuno aveva una copertina neutra bianca o nera forata, ma era solo un fattore temporaneo; la maggior parte erano conservati nelle c.d. "copertine neutre" (cioè, le facevano bucando le copertine in rimanenza di altri artisti, da cui deriva il nome neutra, cioè, "qualsiasi"). Questo perchè era inciso un'artista diverso per ogni facciata e case discografiche per ogni facciata, creando così delle tirature limitate, che non suggerivano certo un costo d'impianto grafico per la stampa. Il numero esatto di massima tiratura (appunto, solo per i pochi artisti più famosi e solo nel periodo di massimo splendore del JB) fu di 42.000 copie, perchè tanti erano i juke-box schedati in tutta Italia allora (e solo per questi erano effettivamente prodotti). In verità, la solita e normale tiratura era di poche migliaia di pezzi (per la disperazione delle case discografiche!), per finire nell'ultimo periodo, addirittura, con 1000/2000 copie! Considerando che tali promo venivano "massacrati" dall'uso e che poi venivano quasi sempre buttati, ecco la risultante della rarità di questi pezzi. In qualche caso, era la stessa casa discografica che faceva uscire il singolo con una copertina bianca stampata, non con fotografie, ma solo pochi e semplici scritte promozionali, come per esempio alcune della EMI. Ma di solito i juke-box erano senza copertina. Da notare che tutte le copertine stampate appositamente per un pezzo juke-box non erano originali, come quelle della serie "Sales Promotion Service" o quelle del "Servizio Juke Box"; allo stesso modo, le copertine che riportavano l'ndicazione del Circuito SPER non erano autentiche: queste non erano delle copertine ufficiali, ma furono fatte da alcuni venditori dei primissimi anni '80 per diversificare la vendita dei singoli juke-box. Comunque, in poche parole, una copertina fotografica normale era vietata per legge per le incisioni promozionali juke-box, per evitare che fossero venduti come dischi regolari, in quanto assolvevano in modo diverso i diritti S.I.A.E.; per cui, ogni copertina diversa da quelle bianche o nere forate è del tutto casuale e non ufficiale.

 

 

La "title-strip".

L'originalità di questi "pezzi unici", poi, veniva dimostrata da una speciale targhetta colorata lucida, che riportava il nome del gruppo, della canzone e altre povere informazioni pubblicitarie. Questa era la famosa "Title-Strip", prerogativa unica del mercato italiano: inizialmente (ma solo i primissimi!) era un semplice pezzo di cartone lucido con stampati i titoli dei brani. Poi, con il passare del tempo, è diventato sempre di più complesso, con l'aggiunta di colori e disegni, che ne evidenziavano i brani, più completo dal punto di vista grafico, persino con piccole fotografie. Infine, quasi sempre stampata dalla stessa casa discografica, divenne più "tirata" graficamente, contenendo anche solo i titoli dei due brani del disco. Alcuni esempi di "Title-strip" italiane degli anni '60-'70.

La targhetta poi veniva messa dal gestore del bar all'esterno del juke-box, accanto al numero che corrispondeva al disco da ascoltare; ma poi venivano buttate ed ecco il motivo che esse sono ancor più rare dei dischi stessi! E' vero che si conoscono delle "title-strip" provenienti dai juke-box del mercato americano ("Money" e "Wish You Were Here"), ma risultano tutte uguali e non variegate come quelle del mercato italiano.

 

 

I brani.

I brani incisi su una copia da juke-box erano, di solito, appartenenti a due artisti differenti, e cambiava anche la casa discografica da facciata a facciata. Per esempio, nel caso che ci interessa, erano incisi un brano dei Pink Floyd da un lato, mentre nell'altra facciata era stampata la canzone di un altro artista (di solito era uno dei brani più ascoltati dell'epoca), particolarità proprio dei dischi da juke-box, che, non dimentichiamoci, rappresentarono un'epoca precisa ed un modo per i giovani di andare al bar ad ascoltare la musica! Non frequentemente, ma con una certa regolarità, troviamo anche due brani dello stesso artista, sempre caratterizzati da una etichetta promozionale e dalla solita scritta, che riportava quasi sempre la frase:

 

"DISCO PROMOZIONALE"

"VIETATA LA VENDITA AL PUBBLICO".

 

Ma tra i collezionisti di vinile, i juke-box erano considerati ed erano davvero i soli e veri singoli promozionali: tutto il resto, che viene chiamato "promo", fu solo prodotto per un'opportunità commerciale. Tutte le edizioni, comunque, riportavano sia il timbro a fuoco della S.I.A.E., oltre a quello stampato, sia le famose date impresse sulla parte finale non incisa del vinile.

 

 

 

Ecco la discografia dettagliata dei juke-box italiani.

 

One of These Days / Fearless (marzo 1972 circa)

Free Four / The Gold It's in the... (luglio 1972 circa)

Money / La Canzone di Maria (Albano) (maggio 1973 circa)

Point Me at the Sky / 48 Crash (Suzi Quatro) (ottobre 1973 circa)

Have a Cigar / Shine on You Crazy Diamond (marzo 1976 circa)

Another Brick in the Wall part. II / Wonderful Christmastime (Paul McCartney) (novembre 1979 circa)

Another Brick in the Wall part. II / Le vent de l'Amour (Jean Pierre Posit) (novembre 1979 circa)

Another Brick in the Wall part. II / Crazy Little Thing Called Love (Queen) (novembre 1979 circa)

Run Like Hell / Black Orchid (Stevie Wonder) (maggio 1980 circa)

Run Like Hell / Don't Leave Me Now (1980)

Not Now John / Straniero (Bobby Solo) (maggio 1983 circa)

What God Wants, part. 1 (Waters) / Bellamore (De Gregori) (1992)

Wish You Were Here / '74-'75 (The Connells) (1995)

 

 

 

 

 

 

Copyrights & Credits.

Note sui juke-box italiani a cura di Franco Arnaboldi (giugno-luglio 2002©), con la collaborazione di Massimo Cremieux (luglio 2002). 

Dettagli dei dischi a cura di Stefano Tarquini (giugno-luglio 2002) e di Ugo Trapani (2000). Aggiornamento a cura di Stefano Tarquini (maggio 2016).

Fotografie delle copertine e delle etichette prese dalle collezioni private di Stefano Tarquini e Nino Gatti (settembre 2002), Ingo Brode (marzo 2003) e Andrea Amelotti (gennaio 2009), oltre ad altri amici collezionisti che mi hanno aiutato nelle ricerche.

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