Calabria

La Calabria si affaccia sul mar Tirreno a ovest, sul mar Ionio a est e a sud, e confina con la
Basilicata a nord. Comprende le province di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e
Vibo Valentia; capoluogo regionale è Catanzaro.
Il nome della regione ha una storia singolare. Era chiamata nell'antichità Brutium, dal nome
degli abitanti, mentre, sempre dal nome della popolazione, era denominata Calabria l'attuale
cartina Calabria penisola del Salento, in Puglia. Dopo la caduta dell'impero romano il nome Brutium cadde in
disuso né fu mai più ripreso, probabilmente anche per la scarsa influenza esercitata dai bruzi,
un popolo numericamente esiguo di pastori e di agricoltori seminomadi. Gli eventi storici, con
il succedersi delle conquiste e delle perdite territoriali dei vari dominatori in Italia,
portarono dapprima - a partire dal VII secolo - a chiamare col nome di Calabria sia la penisola
salentina sia l'attuale penisola calabra; in seguito, con l'estendersi del termine di Apulia
all'odierna Puglia, quello di Calabria rimase a indicare l'attuale regione.
La Calabria ha una superficie di 15.030 km2 e una popolazione di 2.075.375 abitanti (1995);
è dunque una regione non vasta e scarsamente popolata (la densità, di 138 abitanti per km2, è
di molto inferiore alla media nazionale, che è di 190).
La Calabria forma come si è detto una penisola, l'estrema diramazione della penisola italiana.
Forse nessuna regione d'Italia ha una così marcata delimitazione fisica: su tre lati è
circondata dal mare mentre a nord il confine è segnato dal massiccio del Pollino, il più
imponente dell'Italia meridionale.




Territorio

La posizione geografica è stata favorevole per la Calabria agli
albori della sua storia quando, più di duemila anni or sono, i greci dominavano i commerci del mare Mediterraneo; in seguito la
regione divenne essenzialmente terra di conquista. Infatti, a differenza di altre regioni marittime,
come la Liguria, la Calabria non seppe mai trarre vantaggio dai suoi mari: lo conferma anche il fatto
che ben quattro dei suoi cinque capoluoghi di provincia sono situati nell'interno.
Sicuramente le caratteristiche fisiche della Calabria non sono particolarmente propizie.
Più del 91% del suo territorio è formato da montagne e colline, queste ultime un poco più estese (49,3%).
Le pianure (8,9%) sono limitate a fasce costiere, lunghe e strette, talvolta paludose. La regione è inoltre
spesso soggetta all'attività sismica. In corrispondenza della Calabria la penisola italiana volge bruscamente
il suo generale andamento, che è da nord-ovest a sud-est, verso sud-ovest, quasi a saldarsi con la vicina Sicilia: nel
punto più stretto, in corrispondenza dello stretto di Messina, la coste calabre e quelle siciliane distano appena 3 km.
costa jonica I rilievi della Calabria includono a nord il versante meridionale del massiccio del Pollino (Serra Dolcedorme, 2267 m),
con il quale termina l'Appennino lucano; al di là del solco segnato dal passo dello Scalone
inizia l'Appennino calabro. Questa sezione degli Appennini si distingue da tutte le altre sia per la natura delle rocce
sia per la loro morfologia. Prevalgono infatti le formazioni cristalline, paleozoiche, del tutto diverse quindi da quelle,
argillose e calcaree, dominanti negli Appennini. Il rilievo, inoltre, è caratterizzato da forme arrotondate se non da
veri e propri altipiani; finisce di articolarsi in catene, presentandosi come successione di grandi blocchi
a sé stanti. Nelle remote epoche geologiche i massicci calabri formavano delle isole, le cui rocce
furono erose nel corso di circa 200 milioni di anni, saldate tra loro per il sovrapporsi di strati sedimentari.
I due massicci più importanti ed elevati sono la Sila (che tocca i 1928 m) e l'Aspromonte (1955 m),
situati rispettivamente sul lato orientale e meridionale della penisola calabra. Sul fronte occidentale,
tirrenico, la Sila è orlata, al di là di un profondo solco, il Vallo (o valle) del Crati, dalla cresta
dirupata della catena Costiera (chiamata anche catena Paolana, dal nome del centro più importante, Paola); lunga
una settantina di chilometri, culmina nel monte Cocuzzo (1544 m) ma costituisce una specie di muraglia compatta
che si mantiene sui 1100-1300 m di quota.
Un'altra depressione chiude a sud la Sila, in corrispondenza del cosiddetto istmo calabro,
una vera e propria strozzatura della penisola, largo appena 30 km, tra il golfo di Sant'Eufemia, sul mar Tirreno
e il golfo di Squillace, sullo Ionio; al di là dell'istmo - chiaramente un antico braccio di mare - il suolo si rialza
in una orlatura lunga una cinquantina di chilometri, chiamata Le Serre (monte Pecoraro, 1423 m), che giunge in prossimità
dell'Aspromonte. Tra i massicci montuosi e le coste si distende una serie ininterrotta e irregolare di colline;
costituite da rocce calcaree, sono profondamente incise dai corsi d'acqua che le dilavano in modo impetuoso durante le piene,
dando luogo a frequenti e rovinosi fenomeni di erosione. Così ai profili tondeggianti delle zone di montagna,
la Calabria contrappone pendii in genere ripidi, e soprattutto gravemente franosi, in quelle collinari.
Le coste si sviluppano per 780 km; e, poiché la regione si allunga per circa 250 km, nessun punto della Calabria
dista dal mare più di 50 km. Le coste tirreniche si arcuano nel golfo di Squillace e nel golfo di Gioia,
che giunge sino allo stretto di Messina, e tra i quali si interpone il capo Vaticano; le coste ioniche
hanno le principali rientranze nel golfo di Squillace e nel vasto golfo di Taranto, ripartito con
la Basilicata e con la Puglia. Nonostante il rilevante sviluppo delle coste, che sul versante tirrenico
si affacciano al mare con formazioni a terrazze, la regione non possiede nessun buon porto naturale.
Le pianure costiere terminano in genere sul mare con un rialzo sabbioso o ghiaioso; nella fascia retrostante
perciò i corsi d'acqua si impaludano e i suoli richiedono quindi opere di bonifica. Sul Tirreno le principali
pianure prendono nome dai rispettivi golfi (piane di Sant'Eufemia e di Gioia); la più vasta area pianeggiante
è affacciata però sullo Ionio, ed è precisamente la piana di Sibari (180 km2), formata dalle alluvioni del fiume
Crati e del suo affluente Coscile. La pianura deriva il nome da una fiorente città fondata dai greci
nell'VIII secolo a.C. Il Crati (81 km di lunghezza; 1470 km2 di bacino) è l'unico fiume della Calabria: nasce nella Sila e sfocia nella
costa ionica dopo aver attraversato la piana di Sibari. Gli altri corsi d'acqua non solo hanno bacini limitati ma sono tutti soggetti
a uno spiccato regime torrentizio, in quanto alimentati solo dalle piogge, e alternano assolute magre estive a brevi
e rovinose piene tardo invernali-primaverili. A questo tipo di regime si connette la formazione delle cosiddette "fiumare",
i larghi greti ghiaiosi che formano il fondo delle valli, che dai rilievi interni scendono verso il mare.
Completamente asciutte o al massimo ridotte a esigui rigagnoli per gran parte dell'anno, le fiumare durante le piene - perlopiù
all'inizio della primavera - si riempiono all'improvviso d'acqua, scorrono con grande velocità, vorticose di ciottoli e sfasciumi
strappati dai monti, frequentemente inondando i terreni circostanti in basso, distruggendo coltivazioni e manufatti.
La Calabria non ha laghi naturali; qualche bacino artificiale (di Arvo, di Ampollino ecc.) è stato creato con sbarramenti
di corsi d'acqua sulla Sila.


Popolazione e città

Pur essendo da sempre una regione di non elevato popolamento, la storica debolezza economica della Calabria ha costretto
i suoi abitanti a ripetute e marcate emigrazioni. Nel ventennio in cui tutta l'Italia fu più coinvolta in massicci
spostamenti di popolazione, sia in arrivo sia in partenza, cioè tra il 1951 e il 1971, circa 700.000 calabresi lasciarono
la regione. Tuttavia un tasso di natalità che si mantiene ancora relativamente alto (almeno rispetto alla media nazionale)
e una certa emigrazione determinano oggi una fondamentale stazionarietà demografica.
La distribuzione della popolazione registra squilibri meno forti che in altre regioni: si passa da una densità massima
nella provincia di Reggio Calabria a una minima in quella di Crotone. Eccetto Vibo Valentia,
che ha solo 35.000 abitanti, gli altri capoluoghi oscillano tra i 60.000 di Crotone e i 180.000 di Reggio Calabria.
Tra gli altri centri principali si annoverano Palmi e il centro portuale di Gioia Tauro (in provincia di Reggio Calabria),
nonché lo scalo aeroportuale di Lamezia Terme (in provincia di Catanzaro), con ben 71.000 abitanti, cioè più del capoluogo.
Sui rilievi la popolazione si raccoglie in grossi centri ammassati sui terrazzi montuosi, in posizioni isolate,
alti e lontani tradizionalmente dalle coste. Nell'Aspromonte si trovano nuclei di popolazione discendenti da
genti immigrate dalla Grecia nei secoli passati (roghudi ecc.). Lungo le coste si impone sempre più l'insediamento sparso.


epoche rimangono molteplici reperti, sempre più significativi per la prima età del Ferro e che
hanno nella necropoli di Torre del Mordillo il loro più completo sito archeologico. Alle popolazioni
protostoriche che popolavano le coste della Calabria si sovrappose la presenza di coloni ellenici,
a partire dall'VIII secolo, avanguardia di un movimento di emigrazione permanente che nei due secoli
seguenti toccò l'apice: sorsero così le fiorenti colonie della Magna Grecia, quali Reggio, Sibari, Crotone.
Le zone interne furono intanto occupate dai bruzi, da cui derivò il toponimo adottato in età classica
per designare il territorio odierno della regione, con esclusione della penisola salentina, chiamata Calabria.
Nelle guerre sostenute dai romani contro Pirro e Annibale, le genti calabre si schierarono con
i cartaginesi, riuscendo così a rinviare di qualche decennio il loro passaggio sotto il dominio di Roma.
Inserita nella regione augustea chiamata Lucania et Brutium, la Calabria rimase ai margini della storia
dell'impero romano, per poi acquisire identità e sviluppo sotto Teodorico e durante la prima diffusione del monachesimo.
L'occupazione longobarda separò le province settentrionali, annesse al Ducato di Benevento, da
quelle meridionali, ma nell'885, tornata sotto il governo di Bisanzio, la regione riottenne la
sua unità, e si aprì all'influenza della cultura greco-bizantina e del monachesimo di san Basilio.
I normanni, insediatisi nel 1060, operarono la conversione della Chiesa locale al rito latino e alla fedeltà pontificia.
Tra il Basso Medioevo e l'età moderna, svevi, angioini e aragonesi, che si succedettero nel
governo della Calabria,
inserita nel Regno di Napoli, esercitarono funzioni pressoché esclusivamente fiscali e militari,
lasciando di fatto il governo della società locale nelle mani del ceto nobiliare, composto per lo
più di grandi signori feudali. Anche i Borbone, al potere, con l'interruzione napoleonica, dal 1735 al 1860,
confermarono una linea di continuità, che ebbe tuttavia una parziale smentita nella seconda metà
del Settecento: dopo il devastante terremoto del 1783, si avviarono infatti tentativi di riforme
antifeudali e antiecclesiastiche, orientati a dare sviluppo all'agricoltura e ai commerci, e
a far crescere la società civile.
Nel periodo della repubblica giacobina di Napoli (1799) in Calabria furono reclutate le bande
legittimiste del cardinale Ruffo, protagoniste del moto reazionario che stroncò l'esperienza repubblicana.
Durante il governo di Gioacchino Murat, la Calabria espresse uno spiccato atteggiamento antifrancese.
Restaurati i Borbone nel 1814, in Calabria si formarono le prime associazioni repubblicane, attive
nei gruppi massonici e quindi nelle società mazziniane. Lo sbarco di Garibaldi a Melito di Porto Salvo,
il 20 agosto 1860, diede impulso a un'insurrezione antiborbonica che fiancheggiò e sostenne l'azione militare dei Mille.
Dopo l'unità (vedi Risorgimento) la Calabria fu teatro dell'episodio dell'Aspromonte (1862),
quando Garibaldi e i suoi volontari furono fermati dall'esercito italiano prima che muovessero su Roma.
I gravi problemi di un'economia arretrata vennero pienamente alla luce nell'ultima parte del secolo,
grazie anche alle analisi e alle denunce di diversi intellettuali meridionalisti (Fortunato, Villari, Salvemini).
Ma furono ancora i colpi inferti dagli eventi naturali a portare in primo piano
i problemi della regione, come si vide dopo il terremoto del 1908 (40.000 vittime nella sola città di Reggio),
ultimo di una serie di cinque sismi nell'arco di dieci anni.
Durante la seconda guerra mondiale lo sbarco degli Alleati nel settembre del 1943 servì a
mettere la regione al riparo dai conflitti militari e dalla guerra civile. Negli anni della
repubblica l'emigrazione, fenomeno che datava dalla fine dell'Ottocento, riprese consistenza,
dirigendosi ora verso le zone industriali del Nord Italia. Allo stato si rivolgevano attese e
richieste di interventi a sostegno dell'occupazione e del reddito; in un clima di sfiducia,
esplose una sequela di azioni pressoché insurrezionali durante la rivolta di Reggio del 1970 ("boia chi molla"):
l'obiettivo immediato era di ottenere la qualifica di capoluogo regionale, in alternativa a Catanzaro,
ma la protesta esprimeva un malessere più radicato, tipico di una regione che si sentiva lasciata
ai margini dello sviluppo. La protesta di Reggio fu orientata dall'estrema destra che tentò di
attribuirle un significato antipartitico e meridionalista.



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