ODIO GLI INDIFFERENTI
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. L'indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza opera potentemente nella storia. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare;è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l'intelligenza. Tra l'assenteismo e l'indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa:e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. mentre i pochi si sacrificano, si svenano.
LA COSCIENZA A POSTO
Italo Calvino
Apologo
sull’onestà nel paese dei corrotti
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema
politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di
condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di
mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a
disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo)
e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li
aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di
favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in
precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare
e non privo di una sua autonomia. Nel finanziarsi
per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di
colpa, perché per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse
del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il
proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una
superiore legalità sostanziale. (...) Di tanto in
tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le
leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti
di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi
impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di
soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si
trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro
centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili
ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi
illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero
accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi
illeciti come tutti gli altri (...). Avrebbero
potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non
fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si
sapeva quale ruolo attribuire: GLI ONESTI Erano,
costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a
grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più
corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic
nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che
stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro
testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il
guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla
soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto,
gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento
che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che
fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che
riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede.
Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (o
almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che
in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste;
in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre
più probabile. Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte
le società durate millenni s’era perpetuata una controsocietà
di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà
che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di
sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo
di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé
(almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così
la controsocietà degli onesti forse
sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume
corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi
dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per
significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa
che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e
ancora non sappiamo cos’è
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