Via dalla madre        

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 1/05/07. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Ho 29 anni, i miei  genitori si sono separati quando ne avevo due. Sono cresciuto all'ombra di una madre iperprotettiva, e di una sorella maggiore (ora di 35 anni) ostile. Sono un "figlio/amante della madre",  a disagio con gli altri maschi, non assertivo. Non so che fare della mia vita, vivo a casa con mia madre, pensionata, sono fuori corso. Cerco una figura maschile da imitare, un adulto  che mi inizi al mondo dei maschi". Enzo

Caro amico, la sua lettera così prosegue: “Non ho una ragazza, e non so se potrò averne, e  sposarmi,  perché mi sento in colpa verso mia madre, all'idea di lasciarla sola. I miei sentimenti nei suoi confronti sono ambivalenti, da una parte amore e riconoscenza, dall'altro un forte risentimento per avermi tarpato le ali da bambino”. E’ su questa ambivalenza che lei deve lavorare, prima di  cercare l’adulto iniziatore al maschile. Prima occorre separarsi dalla madre. Un fatto non solo  logistico e organizzativo, anche se questi aspetti sono importanti. E’ la separazione psicologica che non è ancora  avvenuta, proprio perché il padre, la figura che poteva interrompere naturalmente la sua simbiosi con la madre, è stato espulso dalla sua vita. Quindi quella simbiosi, cominciata da prima della nascita, non si è mai completamente interrotta. Lei non lascia la madre non perché le sia riconoscente: tutta la sua lettera racconta come non perdoni la ferita inferta da sua madre alla sua identità di giovane maschio, fin dalla prima infanzia. Lei, caro amico, non lascia la madre perché una parte ancora consistente di lei si sentirebbe abbandonata (assieme alla madre) da questo giovane uomo che  sceglie di vivere la propria vita, e non quella della donna che l’ha generato e cresciuto. La spiegazione affettiva (non la lascio perché le voglio bene) è la versione razionale, di buon senso, di un vissuto ben più profondo: non posso lasciarla perché sono (almeno in parte) lei. E’ questa la trappola nella quale il figlio-amante rischia di cadere: continuare nel rapporto fusionale con la madre, senza raggiungere una propria, differenziata, identità maschile. Un rischio, quello della fusionalità, dal quale sua sorella (più in pericolo di lei, essendo donna come sua madre), s’è messa al riparo andando, come mi scrive, a lavorare nel “wellness” intorno al mondo. Dunque prendendosi cura (degli altri ma anche di sé), e mettendo intere fette del globo terrestre tra sé e la madre, come distanza di salvaguardia. Tuttavia, per fortuna, lei non è completamente “fuso” con la madre. Un suo lato, quello che ha scritto questa lettera, vuole andarsene, aspira ad entrare nel mondo negli uomini, ad avere una vera donna, non una madre-amante. Quella parte deve agire, andarsene. Con un lavoro qualsiasi, forse non quello cui l’università la sta lentamente preparando. Solo una volta fuori dal circuito materno potrà utilizzare gli incontri coi maschi-padri (che, ahimé, non sono moltissimi), per rafforzare la propria indipendenza ed il proprio gusto di vivere autonomamente.  

Claudio Risé

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