Senza mammà

Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 2/10/04. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

 

La libertà di una vacanza nella natura rende più forte il bisogno di sentirsi uomo. Rifuggendo da un'educazione in cui è mancata una figura di riferimento maschile.

"Anche quest'anno, in una vacanza selvaggia, ho risentito l'energia che scorre    quando lascio che il mio corpo si muova liberamente nella natura,. Da bambino, sono   sempre stato in campagna. Le spedizioni a caccia di rane o di serpenti con i miei cugini, le avventure nelle fattorie vicine, le esplorazioni in bicicletta, sono i ricordi più vivi che ho. Mi chiamavano "molla",  perché non stavo fermo un attimo. Quel bambino però è imploso. Per mia madre era  male  ogni litigio, l'arrabbiarsi con i compagni di gioco, le parolacce erano abominevoli. Il padre non c'era, i miei erano separati, ed io mi sono chiuso a riccio. Ho sviluppato una tremenda balbuzie. Ho represso tutte le emozioni, in particolare la rabbia e l'aggressività.. Ora non so bene chi sono, e solo nella natura incontaminata ritrovo la mia forza".

          Giorgio, Vicenza

Caro amico, quando abbiamo perso la nostra forza per un eccesso di manierismo, come è capitato a lei per l'educazione impostale, la natura incontaminata rappresenta il luogo fisico (e simbolico) che ci rimette in contatto con la nostra, personale, natura primigenia. Quando un processo educativo sbagliato, perché costruito su falsi valori, non aveva ancora colpito la nostra vitalità. E' il nostro Sé ancora incontaminato, con i suoi ampi spazi e la sua visione non ancora costretta, che sperimentiamo, psicologicamente, e fisicamente, in una situazione di natura non ammaestrata. E' anche  la nostra totalità, che noi ritroviamo nell'interezza di una natura non ancora amputata. E lei è stato amputato. Sia per la separazione da suo padre, sia per l'educazione edulcorata ricevuta, che ha azzerato ogni momento di libera comunicazione maschile, con i suoi aspetti di aggressività, ed anche di libertà (e a volte incontinenza) espressiva. Dopo queste immersioni nell'energia primordiale, una volta riassaporata libertà e interezza,  tornati alla vita quotidiana, di quella forza ritrovata dobbiamo però fare qualcosa. Come? Nella storia che lei racconta è abbastanza chiaro che la sua implosione è dovuta alla mancanza di libertà, ad opera di una madre che non ha affatto rispettato e accolto le sue esigenze espressive, fisiche, e psicologiche, di giovane maschio. Non che le parolacce siano un bene, ma non vanno demonizzate, e il ragazzino va convinto a non dirle in presenza della madre, ed a farne eventualmente l'uso necessario nelle relazioni coi suoi coetanei. A quanto mi racconta, lei ha già fatto qualcosa di molto importante per sé: si è messo in terapia, dove la balbuzie è stata, a quanto pare risolta, e la sua vita si è faticosamente rimessa in moto. Però la libertà da sua madre, mi pare, non è stata ancora riconquistata. Lei mi scrive:"Sono spaesato, non so chi sono né cosa sento dentro. Ho ancora molta paura di tirare fuori le emozioni". E, tra i problemi persistenti, parla della: "mia chiusura con mia madre. Le ho raccontato poco della mia vita, dei miei amici, delle mie ragazze, dello studio, del lavoro." Questa preoccupazione mostra come la sua vita, di un uomo di trent'anni, sia ancora riferita alla madre come quella di un ragazzino. Ora, il primo passo per trovare quell'identità che stenta a riconoscere, è proprio distogliere lo sguardo dalla madre, che ha già occupato fin troppo spazio nella sua vita, e rivolgerlo liberamente verso il mondo: la comunità, il lavoro, le ragazze, la natura, appunto. I conti con la madre li farà dopo, quando avrà trovato la sua identità maschile adulta. Prima deve avventurarsi nel mondo. Conoscerlo e conquistarlo. Senza mammà.

         Claudio Risé

   

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