Se lui non vuole un figlio       

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 12/11/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Ho 33 anni. Convivo con un uomo che mi ama, sensibile ed intelligente, che purtroppo dice di non volere figli. Per amore ho sempre represso questo desiderio, ma gli anni passano e per "mio figlio" non voglio una nomma (nonna-mamma). Come aiutarlo a cambiare idea? Ha avuto per "madre" una donna eccentrica, egoista, che lo ha sempre colpevolizzato e mai valorizzato (ricorrenti sono i "sei un fallito", "sei come e peggio di tuo padre"...). Lui è una persona bella che, anche se non crede, ha tanto da dare".

Norma, Verbania

Cara amica, molte donne che condividono la sua difficile condizione faticano a capire che la paternità non è  tanto un’idea, un orientamento spinto dalle circostanze, bensì un modo di essere. Una condizione esistenziale, affettiva, e psicologica, nella quale ci si trova già prima di essere padri. Per questo, a mio modo, è assolutamente corretto parlare di   “istinto di paternità” (ben visibile nel lavoro analitico): quella spinta istintuale a realizzare la paternità che un uomo già sente fortemente presente dentro di sé. Il giovane “padre”, prima di esserlo per i suoi figli, lo è per gli amici, lo è in alcuni aspetti della sue relazioni sentimentali e affettive, lo è nella società, dove gli viene naturale di essere padre a chi ne ha bisogno. Si tratta di un modo di essere complessivo, che travalica e spesso precede la relazione di coppia, e che contrassegna una personalità maschile pienamente compiuta.  Purtroppo molti uomini, bellissime persone come il suo amico, non si trovano però in questa condizione. Per essere raggiunta, infatti, essa per solito richiede nella biografia del giovane maschio un padre affettivamente e spiritualmente presente, che rafforzi, con il suo affetto ed il suo orientamento, la crescita della personalità del figlio e la sua autostima. Un aspetto importante di quest’attività paterna, decisiva perché la paternità possa poi svilupparsi nel figlio, sono gli interventi  del  padre per separare il figlio dall’unità fusionale con la madre (che continua anche dopo la nascita). Di questo fa parte la difesa che il padre deve offrire al figlio verso eventuali aspetti distruttivi della madre, del tipo di quelli che lei descrive. Una madre che attacca e svaluta il valore del figlio, e quello del padre, fa pagare al figlio i propri conti aperti con il mondo maschile. In questo modo però ne rende molto difficile il pieno sviluppo come maschio, e quindi l’accesso ad un’autentica paternità, che non sia una scelta intellettuale, o di “dover essere”, ma l’espressione di una condizione, e di una capacità autenticamente vissuta. Dal punto di vista della vita quotidiana, la valorizzazione di figure maschili con forti potenzialità paterne, di “padri simbolici”, e lo sviluppo di relazioni significative dell’uomo con altri maschi, spingono verso lo sviluppo di una maggiore maschilità, e quindi verso l’avvicinamento alla paternità. Dal punto di vista terapeutico l’analisi del profondo con un terapeuta consapevole di questi passaggi, può essere assai utile.

Claudio Risé

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