Se il lavoro non nobilita 

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 25/02/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Si può vivere bene facendo un lavoro che non piace? Quanto conta il lavoro nella vita di una persona? Giovane laureato, da due anni lavoro in una  grande azienda. Non  voglio però subire lo stress necessario per la carriera. Mia madre (e la mia ragazza) mi dicono che dovrei farlo. Io invece vorrei cambiare lavoro, qualcosa di meno stressante, e soprattutto più interessante. Per esempio  l'insegnamento, anche se  si guadagna poco". 

Nicola

 

Caro amico, dopo le lettere di giovani manager, uomini e donne, scivolati nella cocaina per compensare lo “stress da carriera”, di lettere come la sua ne sono arrivate molte: risponderò a lei per tutti. Il  tema che proponete è: ma non è eccessiva l’enfasi posta oggi sul successo e la “carriera”? In questa forsennata competizione non si rischia di perdere se stessi, i propri interessi più profondi, esponendosi quindi a gravi pericoli, tra cui le droghe, assunte per reggere la situazione? A questo lei aggiunge poi il suo progetto di lasciare l’azienda per la scuola.  Cominciamo da quanto conta il lavoro nella vita di una persona: moltissimo. Dalle vostre domande traspare l’Ombra, oggi diffusa in Occidente, del mito della carriera,  che è la fantasia di potersi “realizzare” senza un confronto serio con un lavoro. Ciò non è possibile. Il lavoro è un’espressione insostituibile dell’esistenza umana, ad esso è legata l’autostima, il senso di sé, la tranquillità nelle relazioni interpersonali. Anche l’espressione creativa, che  a volte si tende a contrapporre all’esperienza lavorativa, passa, come sa bene chi la pratica, per un lavoro: con una disciplina da rispettare, degli impegni da mantenere, un sapere “professionale” da acquisire, e poi continuamente approfondire. Certo, proprio perché il lavoro è un aspetto così importante nell’equilibrio psichico, è importante che ti corrisponda il più possibile. Del “realismo” con cui guardare alla questione del lavoro, fa parte anche l’attenzione a quale lavoro sia più congeniale, perché questa corrispondenza profonda, tra un lavoro e noi stessi, ci farà fare meno fatica, e ci garantirà un miglior successo. Che non va idolatrato, ma neppure demonizzato: ognuno di noi sta meglio, se è apprezzato, e magari premiato, per quello che fa. Ciò non è il risultato di storture del sistema, ma una legittima aspirazione umana. Che è meglio riconoscersi consapevolmente, prima che sprofondi nell’inconscio e da lì rispunti come invidia o avversione verso chi ha successo, sentimenti che affliggono chi non ha onorato il proprio desiderio di affermazione.  La riuscita nel lavoro, tra l’altro, è un’importante spia per capire quanto un lavoro ci corrisponda. E’ rischioso lasciare, sulla base di considerazioni astratte, intellettuali,  un lavoro nel quale abbiamo successo, indice di una corrispondenza profonda tra noi e quell’attività. Se invece lei si sente estraneo al lavoro che fa, ed è interessato all’insegnamento, segua senz’altro questa inclinazione. Conoscendone i prezzi, tra cui qualche delusione sentimentale in più, a causa del reddito basso.

               Claudio Risé

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