Un rimpianto tardivo

 

Dalla rubrica info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 15/03/03. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

Non ha impedito all’ex fidanzata di abortire. Ma il rammarico, a distanza di anni, si fa pungente. Perché ogni maschio ha una relazione profonda con il suo potere riproduttivo.

«Una mia ex fidanzata, ora felicemente sposata, mi ha detto di aspettare un bambino. Sono stato contento per lei e per il bimbo, ma contemporaneamente sono entrato in uno stato di forte disagio. E’ tornato, più vivido di allora, il ricordo di un aborto che lei ha fatto quando eravamo insieme, e che io non ho cercato in alcun modo di evitare. Le dissi, allora, di decidere lei. Se avesse tenuto il bambino, l’avrei riconosciuto, e magari avremmo fatto una famiglia, se avesse deciso di  abortire, le avrei dato una mano e le sarei stato vicino. Tutto chiaro, tutto razionale, tutto corretto. Temevo, se avessi insistito perché lo tenesse, di forzarla in qualcosa di suo. Ma ora mi accorgo che mentre recitavo questa saggia parte, mi sentivo un vigliacco. E penso anche, da indizi che mi ritornano in mente adesso, ma cui allora non diedi importanza, che lei si deve essere sentita molto sola. Infatti dopo poco la nostra storia finì, nell’imbarazzo. Eppure, non so dove ho sbagliato. Il figlio riguarda soprattutto la donna, come potevo prendere una posizione più decisa? Tuttavia, forse io quel bambino lo desideravo moltissimo. Perché non ho avuto il coraggio di dirglielo?».

Lettera firmata

Caro amico, in quell’occasione lei fu “agito”, manovrato dall’inconscio, da due condizionamenti diversi. Nel primo confluivano, probabilmente, le sue resistenze ad assumersi la responsabilità di dare il via ad una famiglia, dove lei sarebbe stato padre e marito, rinunciando quindi alle “comodità”  dello status di figlio in cui (come mi racconta in altre parti della sua lettera), ancora si trovava. Ma oltre a queste motivazioni personali, in gran parte inconsce, lei é stato condizionato dal pregiudizio collettivo circa il ruolo maschile di fronte all’aborto. La nostra cultura, fortemente materialistica e quindi psicologicamente assai rozza, pensa che, poiché il bimbo si trova nel corpo femminile, il maschio non abbia praticamente rapporto con lui, il suo ruolo sia essenzialmente quello di “assistere” nel modo più adeguato le decisioni della donna. Nel profondo, però, le cose vanno diversamente. Innanzitutto c’é l’identificazione con la figura del “marito e padre” attraverso la quale, nella relazione col padre, ogni maschio costruisce, nell’infanzia e adolescenza, una parte molto consistente della propria identità complessiva. Dopo di allora, ogni esperienza di paternità interpella energicamente l’identità maschile. Accettarla significa uscire dall’esperienza rafforzati nella propria   maschilità, rifiutarla porta quasi sempre ad un vissuto, più o meno inconscio, di debolezza. Ogni maschio ha inoltre una relazione molto profonda, anche se ancora poco studiata, con la propria potenzialità riproduttiva, col proprio seme. Lo psicoanalista americano Eugene Monick, spiega il fondo depressivo frequente nel maschio dopo il coito, con la tristezza per gli organismi viventi cui egli ha dato luogo con l’emissione del seme, in gran parte destinati a morire. Infine, a smentire la neutralità psicologica del maschio nei confronti della riproduzione, c’é la forza archetipica dell’immagine del Fanciullo, che viene sempre attivata quando é concepita una nuova vita.  Essa si manifesta dall’inconscio, prima ancora che il futuro padre sappia che c’é un bimbo sulla sua strada. Spesso, dopo la fecondazione dell’ovulo, nei sogni dell’uomo appaiono immagini di bambini, di cambiamento, di nuova vita, senza che egli nulla sappia di cosa sta accadendo nel corpo della donna. Tradire il richiamo dell’archetipo che si é contribuito ad attivare comporta, come dimostra Jung in tutti i suoi lavori, un notevole rischio psicologico. E’ anche per questo che l’uomo che non si prende la responsabilità del figlio alla cui vita ha dato inizio, deve poi affrontare una fase depressiva che l’aiuti a prendere coscienza dell’accaduto, e ad integrarne il lutto, elaborandolo. Subito, o anche anni dopo, come sta capitando a lei.  

Claudio Risé

Torna all'Archivio Psiche Lui Anno 2003

Vai al sito www.claudio-rise.it