La ragazza invidiosa         

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera". 

"La mia ragazza è invidiosa. E’ bella, intelligente, di ottimi principi, ma  vede sempre negli altri qualcosa che non va. Soprattutto se teme che siano più belli, più felici, più ricchi, o più “qualcosa” di lei. Ho cercato di farglielo notare, ma lei si difende dicendo che è normale e giusto vedere cosa non va negli altri, che tutti lo fanno, e  mi accusa di ingenuità. Nella sua famiglia, in effetti, è un’abitudine di cui neppure si accorgono, e a dirigere il concerto di maldicenze è la madre, una donna che mitizza le sue origini, e vive il suo presente come frustrante A me sembra un comportamento insopportabile, e un vero guaio nell’educazione di bambini, se mai ne avessimo. Che si può fare?" Luca, Roma

Caro amico, in effetti l’invidia, per chi non lo è, corrode come un tarlo la felicità delle giornate della coppia, e finisce con avvelenare le loro comunicazioni. “Quella persona mi piace veramente”, pensa il non-invidioso,”ma potrò parlarne con lei? O farà comparire nello scenario piacevole della nostra amicizia qualche ragione per cui diffidarne, non spendersi affettivamente, mostrare un viso sorridente ma, dentro, non mollare di un pollice?” Nell’incertezza, il partner fiducioso comincia, a tacere, a non esprimersi. Così la comunicazione tra i due tende a restringersi, fino ad atrofizzarsi del tutto. A meno che il partner più generoso non si lasci contagiare dall’invidia, perdendo così il suo slancio, e la sua genuina fiducia verso il mondo. Il che non è un buon affare, dato che è proprio sulla fiducia, verso noi stessi e verso gli altri, che poggia un buon equilibrio psicologico nella vita di relazione.  Che fare dunque? La strategia verso l’invidia, un avversario temibile per chi tiene a una vita felice, è diversa a seconda di quali siano le sue radici. Anche lei si è accorto che “a dirigere il concerto delle maldicenze” in cui si esprime l’invidia, è la madre della sua ragazza, e che questo sguardo malevolo sul mondo è legato ad un vissuto di frustrazione. Nel caso specifico, mi racconta,  la donna manifesta risentimento per l’impressione di aver perso qualcosa di prezioso, nel passaggio dalla famiglia di piccola nobiltà da cui era originaria alla condizione borghese assicuratale dal marito, il padre della sua ragazza. E’ questo un tratto ricorrente nell’invidia: il legame con un “falso Sé”, grandioso, narcisistico, che si ritiene ingiustamente negato dalle circostanze della vita, e che si proietta sui successi (veri o immaginati) degli altri, cui non vengono perdonati. Nella storia della sua amica però, siamo alla seconda generazione di questo “complesso”, che le figlie, come la sua ragazza, potrebbero vivere più per condizionamento dalla cultura e dal costume familiare, che come complesso personale, effettivamente presente nelle loro psiche. Nel caso più benevolo, insomma, si potrebbe pensare che la sua ragazza pensi effettivamente che “si fa così”, perché è “così” che ha sempre visto fare, e non sia quindi in grado di coglierne l’aspetto patologico. In questo caso si tratterebbe dunque soprattutto di staccare la ragazza dalla cultura familiare, come del resto ogni compagno deve fare, per costruire una coppia effettivamente autonoma, e l’invidia cadrebbe assieme col legame  al narcisismo materno. Se invece la struttura narcisistica si fosse ripetuta nella ragazza, o il legame madre-figlia fosse troppo forte per lasciare a lei, Luca, una possibilità di intervento significativo tra le due, solo una psicoterapia potrebbe provare ad affrontare la questione.

Claudio Risé

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