Il natale di chi non crede       

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 23/12/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Ho 45 anni, due bimbi di 8 e dieci anni, non sono credente. Mia moglie però lo è, come tutta la mia famiglia, e abbiamo sempre fatto il Presepio, e festeggiato il Natale, cui i bambini sono molto affezionati, al di là dei regali. Ora che crescono, però, faccio sempre più fatica a partecipare a questo festeggiamento, mi sento un po’ ipocrita. Secondo che lei che senso può avere il Natale, per uno come me?"  Un’anima persa

Caro amico, il Natale, con i suoi riti, può avere un grande significato, anche per chi non crede. Tanto è vero che nel nostro emisfero questo periodo, col suo ridursi progressivo del giorno e della luce, che poi proprio dopo il Natale  ricominciano a crescere, è sempre stato considerato “sacro”, dalle diverse religioni e credenze. Ciò è dovuto  al primo significato, di grande importanza psicologica, del periodo di Natale, legato appunto al rapporto luce-tenebra, metafora abbastanza trasparente del rapporto coscienza-inconscio. Dopo l’assoluto dispiegamento della luce nella solarità estiva, la psiche (insieme al corpo) vive nell’inverno un periodo di progressivo oscuramento cui è necessario dare un significato. Questa diminuzione della luce, si può infatti vivere come un ottenebramento, una perdita di visione, oppure come un’entrata in nuove profondità, alla ricerca di un cambiamento. Si può prendere l’oscurità come un evento fisico, esterno, oppure seguire questa caratteristica del periodo dell’anno come percorso psicologico: profittare dell’oscurità come situazione nella quale possiamo vedere apparire qualcosa di nuovo. E questo è davvero il centro dell’esperienza di trasformazione psicologica che tutti possiamo vivere nel Natale: la notte santa, nel profondo della quale si manifesta improvvisamente una nuova vita. Che per il credente è il bambino Gesù.  Anche il non credente, però, ha bisogno di trasformarsi, di guardare al mondo con occhi nuovi, di sviluppare una freschezza con la quale entrare nella nuova fase dell’anno, e della vita. L’attesa, e poi l’incontro, con l’immagine del Fanciullo Divino risveglia, in tutti quelli che accettano di vivere con attenzione psicologica profonda questo periodo dell’anno, l’incontro con le proprie nuove forze vitali, che proprio nell’apice della tenebra e del freddo prendono forma dentro di noi. Quest’esperienza, che nell’adulto richiede, se non la fede, almeno la consapevolezza del significato simbolico del percorso attraversato nelle settimane dell’Avvento, il bambino la vive invece con spontanea immediatezza, e vi partecipa istintivamente, e con gioia. Ciò crea (ed è una grande ricchezza del Natale) una situazione molto favorevole ad un momento di unità familiare sul piano profondo, nella quale l’istintiva spontaneità del bambino si unisce alla meditazione e all’attesa degli adulti, nel predisporsi ad una rinascita, un cambiamento. Tutti, grandi e piccoli, ne hanno bisogno. E le forze, affettive e simboliche, di questi giorni, si svilupperanno poi nel nuovo anno, col ritorno della luce e del calore, in una nuova crescita.

Claudio Risé

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