Un legame malato

Dalla rubrica info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 9/02/03. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it

Per liberarsi dalla morbosa dipendenza da una madre invadente e possessiva è necessario uscire di casa. Perché solo la distanza fisica permette di riprendere in mano la propria vita.

«Ho 21 anni, sono piuttosto bello, intelligente, e sensibile. Non ho mai conosciuto mio padre. Sono vissuto con due donne: madre e nonna materna, legate da un rapporto simbiotico, e dalla comune avversione per gli uomini e per la sessualità. Purtroppo mi sembra di non pensare con la mia mente, ma di essere posseduto dai pensieri di mia madre, dalla sua ostilità verso la vita normale, le ragazze, il divertimento. A scuola, non piacevo a nessuno, soprattutto alle ragazze: così dai 15 anni mi chiusi in casa e feci gli esami da privatista. A 18 anni, per la prima volta ero uscito a mangiare una pizza con la compagnia della palestra; mentre ero al tavolo mia madre mi telefonò 4 volte, e continuava a dirmi: “a che punto sei ?“ Sempre dopo i 18 anni, quando mi venne un brufolo sul pene lei, che é medico, volle venire dal dermatologo, e chiese al dottore se avevo avuto rapporti. Naturalmente, invece, io non avevo mai avuto nessuna ragazza: ero sempre il piccolino da rincorrere, da vestire, a cui si doveva raccomandare cosa dire e fare nelle varie circostanze. Mia madre si infastidisce se gli altri mi chiedono se ho la ragazza, se parlo con qualcuno si agita e mi chiede cosa gli altri dicono di lei. Ha voluto accompagnarmi anche alla visita medica per fare il militare. Vorrei essere una persona normale, vivere una vita normale, e non essere più intrappolato in questa solitudine irreale».

Damiano, Milano

Caro amico, a immobilizzarla in una “solitudine irreale” é purtroppo la sua mamma che, al di là della normalità invocata per giustificare i suoi comportamenti morbosi, é invece una persona gravemente malata. La maternità “sana” é infatti spontaneamente orientata all’autonomia del figlio, indispensabile per  renderlo un uomo forte, e possibilmente felice.  Il voler invece controllare il figlio, insinuarsi nei suoi rapporti, ritardarne la socializzazione, condizionarne la sessualità esprime una maternità patologica, che si serve della motivazione affettiva per mantenere il figlio sotto la propria influenza, impedendogli di vivere la sua vita. Da questa madre, caro amico, é necessario che lei si allontani il più rapidamente e decisamente possibile, se vuole vivere davvero. Lei é ormai maggiorenne e quindi un allontanamento anche fisico (che negli altri paesi occidentali sarebbe assolutamente ovvio), é comunque realizzabile. Questa strategia di autonomia comporterà probabilmente dei sacrifici, magari la ricerca di un impiego e un momentaneo rallentamento degli studi, ma proprio da questo allontanamento dipende la sua vita. La soluzione, come sempre nei casi di rapporti familiari patologici, non può realizzarsi esclusivamente sul piano della comprensione psicologica del problema; ma é anche, lo ripeto, prettamente fisica. Non é possibile liberarsi di un’affettività tendenzialmente endogamica (cioé tutta rivolta all’interno del nucleo familiare, senza aperture verso l’esterno), senza spostare anche la propria vita quotidiana al di fuori del nucleo familiare malato. Nelle dipendenze psicologiche, accompagnate da manifestazioni abusive, come quelle di sua madre verso di lei, il cambiamento ambientale é indispensabile. Se ho ben capito lei parte per il servizio militare: ne approfitti per rendere l’esperienza “fuori casa” non un intervallo destinato a chiudersi con un nuovo e più morboso (anche perché più anacronistico) rientro sotto il controllo materno, ma per entrare nel mondo dei maschi adulti, che si avviano alla costruzione delle propria vita personale, e della propria famiglia. Sapendo però, come lei già mi dice in questa lettera, che la presenza più pericolosa é quella della madre “dentro” di lei: é questa madre interiore che le ha finora impedito di liberarsi della patologia materna. Mentre prende la necessaria distanza dalla madre anagrafica, é quindi indispensabile impegnarsi in ogni esperienza di  socializzazione, valorizzandola a fondo, per spegnere gradualmente la voce della madre possessiva “dentro” di sé.

Claudio Risé

 

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