Il lavoro mi allontana dai figli

Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 25/06/05. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

"Per lavoro, vivo lontano dai miei figli, 1 anno, 2 anni e 5 anni.  Questa mia lontananza dovrebbe servire a migliorare la loro qualità di vita. Ma intanto la bambina, due anni, sembra soffrire più di tutti di questa mia assenza: quando io sono presente; di notte viene nel letto matrimoniale, dicendo che in camera sua c'è una signora (talvolta una vecchietta) che la guarda. Può la mia lontananza provocare  questi problemi?"

Ludovico

Caro amico, é vero che tutta l’esperienza clinica ci continua a dimostrare  che i figli hanno bisogno di una presenza autentica, consapevole, di entrambi i genitori, per stare bene,  e crescere serenamente. Tuttavia, vediamo anche che l’efficacia paterna è più segnata dalla qualità della presenza, che dalla quantità. Ci sono padri a casa tutti i giorni, che si piazzano davanti alla televisione e per i figli sono del tutto assenti, mentre altri, lontani da casa con la loro costante attenzione e comunicazione con la famiglia, sono percepiti come assolutamente presenti. La “presenza” simbolica, del padre che invece é fisicamente da un’altra parte, è però assicurata appunto dalla sua costante partecipazione alla vita della famiglia e dei figli (ed alle relative decisioni), e da quanto la madre comunichi ai figli questa partecipazione. Quando la partecipazione del padre alla vita dei figli non è percepita (o perché è insufficiente, o perché la madre non la comunica adeguatamente), può accadere che i figli si sentano  “assediati” da un femminile inquisitorio, e invadente. A volte sono le bambine che si sentono più in pericolo per questa costante, ed unica, presenza materna, quando sentono  fortemente il bisogno del confronto con l’altro da sé, il maschile, il padre, visto anche come protezione da una pericolosa simbiosi con la madre. Questo sembrerebbe appunto il caso della sua figlia più piccola. A volte sono invece i maschi a soffrire: per loro il padre è figura di identificazione anche sessuale e culturale (in senso antropologico), indispensabile per differenziarsi dal mondo materno. Spesso in tutti questi casi, di dominanza della madre, percepita come inquietante, compare, nei sogni o nell’immaginazione dei bambini, la figura che nelle fiabe e nei racconti tradizionali era “la strega”. Vale a dire una donna, probabilmente potente e di cui non puoi liberarti, che forse vuole  qualcosa da te, e comunque invade anche il tuo spazio più intimo. Questa donna compare quando il bambino ha bisogno di prendere una maggiore distanza dalla madre ma, per una serie di ragioni, soggettive  (ad esempio la paura, contrapposta, di separarsi da lei), od oggettive (invadenza della madre, assenza del padre), non ci riesce. Più il bambino non riesce a mettere tra sé e la madre la  distanza  di cui ha bisogno per crescere, più la figura femminile diventa inquietante, come nell’evoluzione, descritta nella sua lettera, della “signora” sul letto di sua figlia. Prima di prendere difficili decisioni lavorative, conviene forse verificare se lei non sia assente, oltre che sul piano fisico, su quello delle decisioni di vita familiare, e  della loro comunicazione.

         Claudio Risé

   

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