La vita in una stanza 

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 4/03/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Mio figlio quindicenne, sempre più spesso, tornando da scuola, si chiude in camera, e non ne esce più. Io e mia moglie ce ne siamo accorti rientrando casualmente prima dal lavoro, e notando che non usciva da lì. Anche la sua presenza alla cena serale, l’unico momento in cui siamo insieme, diventa sempre più corta, e puramente formale; si vede che gli pesa. Dagli amici non va, né vengono loro, le comunicazioni sono via S.M.S.  Il medico dice che è l’adolescenza, ma questa situazione non mi piace". Ernesto, Torino

Caro amico, nella relazione con i figli è importante non essere ansiosi, ma neppure distratti. La sua attenzione alla tendenza di suo figlio a rimanere sempre più spesso, e sempre più a lungo, chiuso nella sua camera, è, quindi,  assolutamente giustificata. Nei paesi occidentali, e in Giappone, sia sta sviluppando sempre più il fenomeno che i giapponesi appunto hanno chiamato  degli hikikomori, i giovani  autoreclusi (pare circa un milione in quel paese), che rimangono per anni  nella loro stanza, riducendo le comunicazioni con l’esterno all’indispensabile per la sopravvivenza. Spesso hanno  meno di 14 anni, e possono  restare  chiusi nella loro stanza anche  per molti anni. I giapponesi hanno studiato più accuratamente il fenomeno, spinti da  qualche caso in cui i giovani reclusi hanno poi manifestato atteggiamenti violenti (rivelatisi però sporadici, la tendenza è piuttosto quella all’apatia), ma questo comportamento si diffonde da anni, silenziosamente, anche in Europa e Stati Uniti. La psichiatria ha chiamato questo disagio: “acute social withdrawal”, ritiro dal sociale in forma acuta, che colpisce nell’80% dei casi i maschi. Anche nella psicoterapia il fenomeno è indirettamente visibile, attraverso i racconti dei genitori. Se guardiamo attentamente in questi comportamenti reclusivi, vediamo  che essi si manifestano assieme ad un progressivo spostamento delle preferenze del ragazzo dalle persone umane alle macchine. Amici, ragazze, genitori, vengono gradualmente sostituiti con playstation, computer, internet,  televisore, telefonino (utilizzato più per  mandare S.M.S. che per parlare, come se preferissero la parola  sul visore  alla voce umana). Alle storie sentimentali concrete, preferiscono  scambi virtuali, via internet, con sconosciuti. Le loro macchine  parlanti prendono il posto di ogni cosa che viva e respiri. Tutto il mondo organico, i corpi, ma anche il cibo, il mondo della natura, gli odori, i sapori, diventa per loro indifferente, se non disgustoso. Non vanno a tavola a mangiare ma sgranocchiano qualcosa, davanti alla TV della loro cameretta, a volte fingendo di fare i compiti. Come aiutarli? Cercando di riportare nel loro mondo freddo, il calore in un affetto “pulito” (le macchine sono pulite), senza secondi fini, non narcisista e richiedente, ma di dono. Occorre ricreare un calore attorno al “focolare”: il fuoco della cucina, e il tavolo da pranzo, che facciano da contrappeso nutriente (anche affettivamente) al fascino freddo delle macchine. Non è facile. Ma si passa da lì.

 Claudio Risé

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