La madre sola

Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 26/03/05. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

Maestri, allenatori, guide. Per crescere i figli in equilibrio quando il padre non c'è servono figure di riferimento maschili. Che lo possano idealmente sostituire.

        

"Quando è morto mio marito ero madre di una  bimba di un anno, e incinta del secondo. Quattro anni dopo, mia figlia mi chiede spesso del padre, e dice che le manca. Coi nostri amici, lei cerca sempre l'attenzione di qualche maschio, magari accoccolandosi fra le sue braccia. Il fratello invece pare ignorare questa assenza, e all'asilo, quando disegna la sua famiglia, papà non c’é. Temo che la mancanza della figura paterna possa pregiudicare  il loro sviluppo emotivo. Uno psicoterapeuta mi ha liquidata dicendomi che non mi rimaneva che fare il padre oltre che la madre. Ma  può una madre, da sola,  crescere pienamente i propri figli? In particolare: potrò insegnare a mio figlio a diventare uomo e padre?" 

Elena

Cara amica, la difficoltà della  sua situazione, e delle moltissime donne che si trovano in una condizione come la sua, senza un padre presente per i loro figli, deriva proprio dal fatto che non si può “insegnare”  a “diventare uomini”, se non in minima parte, e su questioni abbastanza secondarie. Non si tratta di una questione teorica. Come diventare uomini lo si dimostra, essendolo. E’ quindi attraverso un processo di identificazione, imitazione, e contrapposizione, che il figlio (ma anche la figlia), assume dal padre le qualità, le energie, le forme e stili di vita di cui ha bisogno. E che poi, unite a quelle assorbite dalla madre, andranno a costituire l’insieme della sua personalità. Come diceva molti secoli fa un Padre del deserto: ”Si educa per ciò che si dice, ancor più per ciò che si fa, ed ancor più per ciò che si è”. Ecco quindi che mentre una donna svolge un’azione pienamente educativa per tutta l’ampia gamma di saperi ed affetti che si riferiscono alla parte femminile della psiche umana,  le è molto più difficile educare con pienezza il maschile, e al maschile. Questo problema è rilevante per entrambi i figli, il maschio, e la femmina. Per la bambina, lo sguardo del padre, e del maschile, è fondativo della propria autostima come persona complessiva, mentre la madre la rassicura nella sua femminilità. Cercando il contatto con uomini che la accolgano, sua figlia cerca, oltre che l’immagine del padre, seppur brevemente, amato, l’approvazione dell’altro da sé, il segno che essere femmina è apprezzato  anche dalla parte del mondo che non lo é. Per il figlio, è la sua  stessa identità sessuale, culturale, emotiva, che egli forma nel processo di identificazione col padre. La cui assenza quindi, come lei intuisce, provoca un vuoto, che va colmato. Anche per un’altra ragione. Si tratta del fatto che la simbiosi psicologica con la madre, di grande importanza nei primi anni dell’infanzia, deve essere poi interrotta. Perché questo avvenga però, non è sufficiente la (per solito vacillante) volontà dei due partner della relazione fusionale, madre e figlio/a. E’ necessario l’intervento di un terzo, appunto il padre, che, rompendo questo rapporto circolare, apra ai figli l’universo del mondo, in cui entrare affrontando il rischio di un’autentica autonomia affettiva. La madre sola è dunque chiamata a diventare l’organizzatrice di una robusta, e qualificata presenza maschile attorno ai figli, che svolga quel ruolo di identificazione con l’uomo, e di iniziazione al mondo, che è proprio del padre. E’ quindi importante provvedere i figli di figure di maestri, istruttori e allenatori fisici e sportivi, direttori spirituali, insomma tutte quei personaggi di cui anche un padre è meglio che si circondi, se vuole svolgere efficacemente il suo mestiere di padre.

 Claudio Risé

   

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