Lei mi vuole in sella         

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 13/01/08. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

 

"E’ già la seconda ragazza che mi vorrebbe su una moto. Dicono (quella di adesso, e quella di prima), che in sella sarei affascinante. Mentre appiedato, o al volante sono – secondo loro – sprecato. Pare che la mia aria avventurosa diventi scialba senza l’animale ruggente sotto il sedere. Io, però, ho paura. Non bestiale, ma quasi. Temo di farmi male, che mi vengano addosso, o di tirarmi addosso lei, la moto. Perché sono così fissate, e perché io resisto così tanto?"

Caro amico, nella sua lettera lei aggiunge molti elementi che ci aiutano a capire sia come mai le sue ragazze la vorrebbero “in sella”, sia perché lei resiste tanto a mettercisi. A quanto mi racconta, la sua stazza e il suo look informale spingono  le donne a proiettare su di lei un’immagine avventurosa e veloce, tutt’altro che prudente e ferma. E’ di quest’immagine che le sue ragazze si sono innamorate. Lei però non è così, o meglio non è solo così. A lei  questo potenziale cowboy metropolitano fa solo paura. Anche se esiste veramente dentro di lei, non è una sua  abile mascheratura, per questo le donne lo vedono, e ci credono. Il perché è il solito che sta dietro alla maggior parte delle paure maschili: la mamma che la adora, che non la vorrebbe affatto “in sella”, e quindi pronto a partire con una ragazza dietro, attaccata ai suoi fianchi. La mamma che le fa trovare il bagno caldo e che le fa il massaggino dietro alla nuca quando lei, figlio fin troppo affettuoso nonostante la trentina sia passata, passa a trovarla dopo l’ufficio. La mamma che prima si lamentava, con lei, del papà “troppo freddo”, e adesso della solitudine. Del resto, accanto a lei, c’è un esercito di centauri appiedati, che mi scrivono lettere quasi identiche  alla sua, anche se meno autoironiche. Lei, non dà spazio alla sua natura di cowboy metropolitano proprio perché questo la porterebbe molto rapidamente via dalla mamma, facendola soffrire. E siccome questo gioco tra voi dura fin dalla sua infanzia, lei non riesce più a liberarsene. Non si tratta, naturalmente, solo di una banale questione di immagine, più o meno seducente, e non è per quello che le ragazze ci insistono tanto. La riprova della profondità del problema gliela danno le paure di cui lei si serve per non salire in moto: essere maldestro, cadere, venire investito. Vale a dire paura di non essere cioè abbastanza virile per mettersi qualcosa di potente tra le gambe e governarlo, portarlo e farsi portare dove vuole lei. Il rapporto tra il maschio e la moto è –anche – una metafora del suo rapporto con la sessualità: per questo genera tanti entusiasmi, e paure. Soprattutto, la simbolica della moto è quella del movimento, della velocità, e del saper tenere l’equilibrio anche cambiando direzione. Tutti elementi che contrastano con la staticità, e il timore di cambiare l’attuale situazione, che caratterizzano l’assetto psicologico di chi è ancora trattenuto in un complesso materno, fatalmente castrante. Dunque, caro amico, dia retta alla sua bella (e a quelle che l’hanno preceduta), e si metta in sella.

Claudio Risé

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