Aiuto, forse mi sposo

Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 11/02/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

"Non ho mai tenuto una ragazza per più di un mese, mi piaceva cambiare. Due anni fa, a 28 anni, è cominciata un’impegnativa esperienza di lavoro negli U.S.A., con un capo duro, capace, e buono. Per due anni non ho fatto altro. Adesso, tornato in Italia, a 31 anni, mi sono innamorato. Per la prima volta, vorrei fare una famiglia. Questa prospettiva tuttavia mi spaventa. Perché questo cambiamento totale? Non sarà meglio prendere tempo per vedere meglio? Anche lei, però,  è innamorata, e insiste per il matrimonio". Giovanni, Pesaro

Caro amico, credo che  lei sia diventato un uomo. Infatti, l’identità maschile non è definita né dall’anatomia, né dall’età. Ma  piuttosto dalle esperienze educative che si hanno, dalla loro qualità, da chi ce le offre, e dalla loro capacità propulsiva, di spingerci avanti, nella vita,  nel mondo, e  nel riconoscimento delle nostre “verità” personali. Del nostro Sé. Lei è partito per l’America con una personalità ancora adolescenziale, orientata soprattutto sul principio del piacere. In quella fase l’”altro” per eccellenza, la donna, conta poco. L’importante è che ci faccia divertire. Tutto quello che potrebbe accadere dopo, la conoscenza, la condivisione di esperienze, l’assunzione di responsabilità, insomma la relazione, non interessa il giovane gaudente. Il suo  programma è a brevissimo termine: trarre il massimo piacere da ogni singola giornata. Egli vive ancora nella dimensione, tutta infantile, dell’immediatezza. La pulsione che lo spinge verso la donna non è affatto l’amore ma  la fame (come osserva  Freud nella sua prima visione). Fame di sesso, ed anche di accoglienza e di gratificazione, dove però chi sia quella che ci sfama conta molto poco; presi dall’avidità di godere, non riusciamo a interessarci a lei. Qualsiasi sia la relazione con nostra madre, noi siamo ancora nel suo mondo: quello dell’appagamento del bisogno. Cos’è che ci fa passare da quest’identità infantile, sostanzialmente predatoria, ad un’identità maschile adulta? Una vicenda complessa: l’iniziazione al mondo maschile, alle sue regole ed ai suoi valori. Quest’iniziazione può darla il padre, come accadeva ancora nella società ottocentesca studiata da Freud. Suo padre però, come la maggioranza degli uomini della sua generazione (protagonisti della cosidetta “ società senza padri”), non le ha dato nessuna iniziazione, per una pluralità di ragioni: assenza del padre (suo nonno) per le diverse campagne militari, cambiamento nei ruoli sessuali, negli stili di vita, e tutti i noti fenomeni che hanno condizionato la generazione degli oggi sessantenni. Lei però il padre se l’è trovato ugualmente, nella persona del capo “duro e buono” che l’ha fatta uscire dal mondo dell’appagamento, ed entrare in quello, assai più duro, dell’azione. Insegnandole un mestiere, ed anche la vita. E la vita degli uomini, che lei ha appreso guardandolo. Un’esistenza, quella dell’uomo, che si appaga non prendendo, ma donandosi: alla donna, ai figli, all’altro. Ecco perché è cambiato: non è, come dice, “un altro uomo”. E’ un uomo.

Claudio Risé

   

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