Eccesso di tutela

Dalla rubrica  info/psiche lui, Io Donna, allegato al Corriere della Sera, 13/11/04. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

 

Un padre preoccupato di salvaguardare la spontaneità dei ragazzini.  E una madre ipernormativa, che non tollera consigli.

 

 

"Ho 41 anni, 2 figli maschi, di 9 e 11 anni. Mia moglie é possessiva con loro (tende a far sì che abbiano sempre bisogno di lei), e autoritaria. Orari assoluti, divieti assoluti. E' tabù non solo la parolaccia ma ogni parola un po’ colorita, ed ogni gioco in cui ci siano pistole o freccette, altrimenti “da grande sarà un delinquente”. Così i 2 bambini non prendono iniziative, si aspettano tutto dalla mamma “onnipresente” e “onnipotente”, non sono spontanei, e si chiudono. Il più grande non giocava mai a pallone con nessuno perché pensava al calcio come qualcosa di negativo....e allora l’ho portato allo stadio, e ora gioca con gli altri. Mia moglie è invece del tutto ostile ad ogni realtà che esula dalla casa, e dai figli. E non accetta che io veda l'educazione diversamente da lei. Come fare?"

Ivano

Caro amico, come padre lei sente, giustamente, il bisogno, e il dovere, di tutelare i suoi figli, fornendo loro un'educazione che li aiuti ad essere il più possibile felici. Entrambi i bambini si trovano in quel delicatissimo periodo della vita, il secondo settennio, nel quale, secondo Rudolf Steiner, fondatore delle scuole che da lui prendono il nome, il bimbo è impegnato a riconoscere quei tratti del carattere e quelle personali "vocazioni" da cui dipenderà la loro realizzazione affettiva, sociale e professionale. E' dunque più che giustificato che lei si preoccupi di bilanciare l’orientamento educativo iperprescrittivo che sua moglie predilige, che rischia di minare fin dall'infanzia-adolescenza la fiducia del bambino in se stesso, e quel patrimonio affettivo e comportamentale insostituibile che è la spontaneità, e la naturalezza. Questo tentativo di riequilibrio è però reso difficile dall’opposizione di sua moglie. Mi scrive nella sua lettera: "il fatto di dire “non sono d’accordo con te” provoca grida, sbattimenti di porte (con i bambini rigorosamente presenti), offese. Io dovrei essere la sua fotocopia, altrimenti divento un grave nemico". Un primo intervento psicologico è fallito. Come mi racconta: "Una psicologa di coppia aveva cercato di aiutarci. E’ finita con una sfuriata di mia moglie nei suoi confronti, non appena ha capito che occorreva mettersi in discussione". Tuttavia i suoi sforzi per esercitare il suo "mestiere di padre", di testimone della libertà dello spirito personale, nei confronti di ogni automatismo regolamentare, e di ogni chiusura, è bene che continuino. Lo scopo della paternità è proteggere i figli, e metterli in condizione di esprimere se stessi. La fase più delicata, e decisiva, della partita educativa e affettiva per mettere i ragazzini in condizione di diventare degli uomini liberi, in grado di valorizzare i propri talenti, andrà giocata da adesso a quando anche il minore compirà il quattordicesimo anno: un arco di tempo non lunghissimo, anche se passato nella relazione coniugale difficile che lei descrive. In questo periodo é giusto che, come scrive, lei esprima la "funzione paterna di introduzione alla realtà..... (se fosse per mia moglie i bambini conoscerebbero solo i loro trecento peluches, e curerebbero la loro ordinatissima cameretta con duecento piccoli soprammobili.....)". E che quindi tenda a "portarli il più possibile fuori casa, perché stiano con altri bambini, e si cimentino in attività e sport che li interessano, o emozionano positivamente". Anche questo è il suo mestiere di padre, e va continuato. Facendo in modo che le esplosioni della moglie avvengano quando i bimbi sono lontani, per turbarli il meno possibile.

                  Claudio Risé

   

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