Il cuoco e la fame nel mondo   

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 10/06/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

"Sono nato in Turchia,  laureato in sociologia. Mio padre era alcolizzato, e in casa picchiava. La mamma mi insultava  perché  non facevo niente, ma io andavo all’università, studiavo. Un’ infanzia senza cibo e senza soldi. Ora sono sposato, ho 33 anni e soffro d’ansia. Qui lavoro in cucina come cuoco, felice di avere un lavoro. Ma in mezzo a tutto quel cibo mi è venuta paura che domani non ce ne sia più. Ho paura che  rimarremo senza cibo, del futuro, che il mondo vada male".

Lettera firmata

Caro amico, nella sua lettera mi dice di essersi messo in psicoterapia: la continui con fiducia. Scoprirà che le sue paure (come quelle della maggior parte delle persone) nascono non solo dai traumi che ha subito nell’infanzia, ma anche dalle sfide, e persino  dalle opportunità, che oggi la vita le propone. La psiche non accetta facilmente i cambiamenti, soprattutto quando ribaltano la situazione di partenza. Lei è cresciuto sotto l’incubo della mancanza di cibo. Oggi, mentre la sua coscienza si rallegra di tutta l’abbondanza che passa dalle cucine del ristorante, il suo inconscio le fa notare che il suo rapporto col cibo non è affrontabile solo sul piano della ragionevolezza, e le chiede tempo per abituarsi alla nuova situazione. La fobia corrispondente, la paura di rimanere senza cibo, è una manifestazione di questo grido d’aiuto: dammi tempo per digerire tutta questa roba. Non è semplice lasciarci alle spalle le paure, anche molto concrete, che hanno segnato la nostra infanzia, e la nostra famiglia. Un po’ più di vent’anni fa, ad aumentare il numero delle persone anoressiche, o bulimiche, erano ragazze d’origine meridionale, dove il cibo era stato fino a poco prima un problema, ed il mangiare molto era vissuto come segno di ricchezza e riuscita sociale. Era anche per ribellarsi a questo codice di comportamento, intriso da sofferenze secolari, che loro, pur essendo ormai in una condizione economica del tutto diversa, o rifiutavano il cibo, o mangiavano troppo. Il trovare la giusta misura nel rapporto col cibo richiese, spesso, qualche decennio. Il fatto è che molti disagi psichici poggiano a volte su condizioni esistenziali, e mutamenti antropologici, di cultura condivisa, molto complessi. In lei poi tutto è reso più faticoso dalla necessità di trovare oggi figure adulte, positive, che si sostituiscano a quelle genitoriali negative che hanno attaccato la sua autostima. Padre e madre negativi sono stati però sconfitti dalla sua tenacia: questo lei lo deve ricordare, e attribuirgli enorme importanza. La mancanza di cibo, l’alcoolismo di suo padre, l’aggressività di sua madre che le diceva – come mi scrive - che lei era “come una donna”, perché studiava, sono ormai alle sue spalle. Quello che le sta oggi dinanzi, e che consciamente la rallegra, ma  a livello profondo le fa paura, è essere ormai in un’altra situazione, ed avere davanti altre sfide, a cominciare da quella d’accogliere con fiducia  la sua nuova identità, e le sue prospettive, professionali e di vita. Dovrà essere per se stesso quel padre buono che non ha avuto. 

Claudio Risé

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