Cocaina per il boss

Dalla rubrica  info/psiche lui di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 7/01/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

"Ho 34 anni e da due anni mi è stato offerto il “salto” nel lavoro: più responsabilità, soldi, visibilità. Lo avevo fortemente cercato. Poco dopo, non so perché, ho cominciato con la cocaina. All’inizio la mia capacità di lavoro, lucidità e intraprendenza sono aumentate. Ora ho una persistente gastrite, ricorrente stanchezza, e una specie di tensione mentale che non mi lascia mai, e riduce il sonno, di cui ho bisogno. Perché ci sono cascato, e come uscirne?"  

Matteo, Milano

Caro amico, il suo, purtroppo, è un inferno condiviso con molti giovani brillanti: persino nei fiumi vicini alle nostre metropoli industriali si trovano tracce di polvere bianca. Prima i pochi soldi, la giusta ambizione di affermarsi. Poi quando arrivano le responsabilità e l’agiatezza, una specie di stordimento, che anche lei (come altri), racconta nella sua lettera. Subito seguito dalla ricerca di sostanze euforizzanti. E’ così che ha ri/scoperto la   “white lady”, che aveva appena intravista nell’adolescenza, al tempo delle pasticche da discoteca. Ed adesso non sa come liberarsene. E’ opportuna l’assistenza di un medico esperto in tossicomanie; qui, intanto,  possiamo cercare di capire come mai tanti giovani “capi” di   nomina recente, e nuove responsabilità, assumano cocaina. La comprensione, da sola, per solito non basta, ma può agevolare un cambiamento. Attraverso  l’impressione di brillantezza e lucidità che  la cocaina fornisce, lei ha cercato di coprire il tradizionale rischio (percepito inconsciamente), che minaccia l’uomo di potere. Il capo è  amato, seguito, apprezzato per i suoi successi, in cui coinvolge i collaboratori, grati di appartenere, come  racconta, a una “squadra vincente”. D’altra parte però, se i suoi successi dovessero diventare delle sconfitte, in quanto capo diventerebbe il “capro espiatorio” di ogni difficoltà. Come i capi politici,  rovesciati dopo le sconfitte. Questo è lo scenario che distingue l’esperienza del comando: il capo o vince, o cade nel cono d’ombra del capro espiatorio, e  viene allontanato. Lei però, come tanti suoi coetanei, questa situazione la percepiva solo inconsciamente. Dell’”ombra” del comando, la situazione che aveva per tanto tempo desiderato e per la quale si era battuto, non sapeva, a livello di coscienza nulla.  Di qui l’angoscia,  e il tentativo di coprire con sostanze euforizzanti: cocaina ed alcool, quell’”ombra” che  percepiva dall’inconscio. Questa rimozione dell’ombra del comando è relativamente recente. Non solo nelle società tradizionali, ma anche fino a mezzo secolo fa era ancora viva un’interpretazione “sacrificale” del comando: chi diventava capo sacrificava qualcosa, appunto per non diventare lui un “capro espiatorio”. E’ questa, anche, l’origine di molte donazioni, o “voti”. Cose viste come superstizioni dalla nostra società “acquisitiva”, che di sacrifici non vuol sentir parlare. Nella quale però il giovane capo rischia, così, di sacrificarsi direttamente (magari pensando di divertirsi), agendo egli stesso quell’ombra del comando che dall’inconscio lo inquieta.

Claudio Risé

   

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