Il campetto vietato   

Dalla rubrica  "Psiche lui" di Claudio Risé, in Io Donna, allegato al "Corriere della Sera", 29/04/06. E’ possibile scrivere a Claudio Risé, rubrica Psiche lui, Io donna, RCS Periodici, via Rizzoli 4, 20132, Milano; oppure collegandosi al sito www.claudio-rise.it  

   

"Sono molto preoccupata per mio figlio, di 13 anni. Il caso di Tommy non ha fatto che aumentare la mia angoscia, ma già prima non mi fidavo. Di nessuno. Nel quartiere in cui siamo c’è un terreno incolto, dove i ragazzi vanno a giocare a calcio: lui è stato invitato, ma io ho rifiutato, e ora finalmente non lo cercano più. Anche delle baby sitter, oratorio, scout, non mi fido. Mio marito dice che esagero. Lei che ne pensa?"

Una mamma di Pioltello (Mi)

Cara amica, il caso del piccolo Tommy non c’entra, e ci richiama alla (dura) attenzione a  non aprire la nostra intimità a dei criminali riconosciuti. Per il resto, purtroppo, l’angoscia dei genitori per la sicurezza dei figli è ciò che li  rende più insicuri, e a rischio. Fin da molto piccolo il bimbo percepisce se la mamma (la persona con la quale ha ancora un fortissimo legame simbiotico, fusionale, che non si sviluppa, in questa forma, col padre), lo sente fragile e a rischio, e come  tale incomincia a percepirsi. Appena più tardi poi, quando cominciano le varie forme di socializzazione, cui è legata anche l’identificazione col proprio genere, la protezione eretta dall’ ansia materna impedisce al bimbo di avere relazioni tranquille con gli altri. Il comando: “non andare con gli altri al campetto di calcio” fonda un vissuto di separatezza, di diversità, a volte anche di insicurezza sessuale, che occorrono poi anni di analisi per smontare, recuperando  fiducia in sé stessi e nella propria capacità di comunicare semplicemente con gli altri, anche con un tiro al pallone. Naturalmente i rischi ci sono, ed è giusto che i genitori  stiano attenti. Devono però anche sapere che il migliore aiuto per i figli è non intaccare, anzi rafforzare,  la  fiducia che i bimbi hanno in sé stessi, e nella vita. L’ “angelo custode” cui la devozione popolare affida la vita del figlio è innanzitutto il bambino stesso, quel suo lato che istintivamente ama e crede  nella vita e nel suo sviluppo, ed è pronto ad intervenire immediatamente, con la prontezza di riflessi e di intuizioni di cui un bimbo sano è perfettamente capace, in caso di pericolo. L’angoscia e l’insicurezza dei genitori mette in pericolo proprio quella salute profonda, quella solarità “angelica” che consente al bambino di avventurarsi radiosamente nella vita, e di difenderla. Naturalmente, non è “colpa” dei genitori se sono così insicuri. C’è oggi tutta una cultura della sicurezza, che non fa altro che generare ansia e insicurezza, e diminuire le capacità istintive di reagire ai pericoli. Anni fa, quando un bambino scivolò in un piccolo stagno in Inghilterra, partì una colossale campagna per l’interramento di piscine, ed ogni specchio d’acqua nei giardini privati, che si risolse in una ancora maggiore perdita di contatto con l’acqua, e in una minor capacità di averci a che fare. Le webcam che consentono ai genitori di vedere cosa fanno i bambini nei nidi e asili privati, la pubblicità mediatica al “pericolo dell’estraneo" (stranger-danger), sono tutti aspetti paranoidi della vita contemporanea che minano l’equilibrio dei genitori, e precipitano nell’insicurezza i loro bambini.

Claudio Risé

Torna all'Archivio Psiche Lui Anno 2006

Vai al sito www.claudio-rise.it