Il faro
era una lacrima di freddo quella mattina, solitario come sempre osservai il
mare, ascoltai il vento ed il rumore dei gabbiani, quanta musica in quei
lamenti, quanta poesia in quelle danze.
La natura mi circondò, mentre gli elementi cercarono l’immagine che potesse
far possedere la loro anima e solo allora “divenire”. Il mare, il vento
trovarono una forma che fosse in grado di racchiudere dentro di loro ogni
contraddizione, ogni contrasto, senza spezzare il senso di continuità che
veniva dal soffio e dalle onde.
Ben presto mi sentii intrappolato dentro ai miei sogni, come una foglia
racchiusa all’interno di strati di ghiaccio taglienti, chiuso in un vortice
delirante, come imprigionato in una gabbia di cristallo ed incominciai ad
osservare con gli occhi dell’anima.
Il tempo si dilatò, cominciò ad accorciarsi…a tornare indietro.
Quel sogno cominciò a risucchiare in un buco nero la mia anima frantumata
dall’esplosione della mia stessa immaginazione.
Fu in quel momento che vidi lei. Vidi quel gabbiano che stava cercando cibo per
i suoi due piccoli appena affacciatisi alla vita che, tremanti, ignari di quello
che stava accadendo, la stavano osservando con impazienza dalla scogliera.
Non ci riuscì, la malattia l’aveva indebolita troppo, con immane fatica tornò
dai suoi piccoli che, guardandola, ancora una volta implorarono cibo.
In quei giorni la sua vita divenne un palcoscenico per indicibili tragedie,
espressione dell’agonia, la sua presenza sulla scogliera diventò inquietante,
torturata da incubi e pensieri, avvolta ed allo stesso tempo travolta da un
imperscrutabile silenzio, da una misteriosa immobilità, il silenzio della
sofferenza, ma soprattutto dell’incapacità di poterla evitare. Era come se
nulla ormai le interessasse più se non sprofondare nel suo silenzio diventato
oramai agonizzante.
Il suo compagno tornò proprio durante quei giorni, tornò da uno dei suoi
viaggi, uno dei tanti, durante i quali ricercava la dimensione su cui poter
decidere di costruire qualcosa che non fosse solo passione, ma un motivo per
esistere ed ora che era tornato temeva lui stesso ciò che aveva lasciato.
Lei lo guardò, con gli occhi spenti, facendo traspirare l’energia di un
destino crudele, un destino incomprensibile ed inaccettabile, i suoi piccoli
ridotti allo stremo, provati da lunghi giorni di digiuno.
Poi gli sorrise, uno di quei sorrisi che raggiungono il cuore, che non temono
fraintendimenti, per me fu inutile tentare di capire, di sciogliere il filo che
univa i suoi sentimenti con il peso dei suoi pensieri, perché per farlo avrei
dovuto compiere il suo stesso percorso di emozioni, seguire meccanismi che non
fanno altro che amplificare l’intensità del dolore.
Si sa, ci sono gesti che diventano i tuoi, anche se chi li compie non rientra
nella tua dimensione di quotidianità; quanti dubbi dà l’amore. Dà più
dubbi l’amore della sua assenza.
Fu un attimo, con un colpo deciso del becco la gabbiana si squarciò il fianco,
riversando il sangue, la poca vita che ancora le rimaneva, sui suoi piccoli,
liberando la sua energia, sacrificandosi in un doloroso rito di metamorfosi: e
la tempesta arrivò.
La tempesta, opera d’arte della natura, quasi fosse un richiamo, un evento che
riflette quello che abbiamo dentro, dandoci l’illusione di star semplicemente
osservando qualcosa che ci è estraneo.
Quella tempesta sembrava portasse con se tutti i lamenti del mondo, fu qualcosa
di tangibile, ma allo stesso tempo inafferrabile, qualcosa di familiare, ma allo
stesso tempo tremendo, qualcosa di assolutamente inspiegabile, come può essere
la bellezza o come può essere l’amore.
Morente, si lasciò cadere in mare, sorda alle grida di dolore degli scogli
investiti dalle onde, condannando la crudeltà del destino, inabissandosi nel
mare lanciò un ultimo sguardo al suo vecchio mondo, un mondo dal quale era già
esclusa.
Pianse. Ne sono certo, il suo compagno pianse. Coprì con le sue ali i piccoli
fino a quando la tempesta passò; nei giorni che seguirono insegnò loro a
volare, a giocare, a rincorrersi, a procurarsi il cibo, a trovare significato
nelle cose che imparavano.
Spesso li vedo volare insieme, lui già vecchio e stanco, un macigno di ghiaccio
sul cuore e quando riesco a cogliere il tragico scintillio dei suoi occhi mi
rendo conto che nulla, nulla può spezzare il magico equilibrio tra la potenza e
la crudeltà della natura, che mai nulla ha risparmiato durante il suo divenire.
Una natura che può essere irriverente ed implacabile allo stesso tempo.