Carlo Lucarelli, L'isola dell'angelo caduto, Einaudi, 1999, 219 p. (I coralli)

Il romanzo

Come altre opere di Lucarelli, anche questo romanzo è ambientato nel periodo fascista: siamo nel 1925, su un'imprecisata isola dove vengono confinati delinquenti comuni e prigionieri politici. Come in altre opere, il personaggio principale del romanzo è costituito da un commissario di polizia, alle prese con una moglie esaurita e depressa, il cui unico desiderio è costituito dalla decisa volontà di lasciare l'isola in cui il marito viene relegato per avere arrestato alcuni squadristi ubriachi. Il commissario si trova a dovere indagare su una serie di morti sospette: un miliziano donnaiolo, un informatore della polizia e l'ispettore postale, responsabile degli unici contatti tra l'isola e la terraferma. Il capomanipolo della milizia, coadiuvato dal federale, cercano di far passare le tre morti come suicidi. Con l'aiuto di Valenza, medico confinato, il commissario riesce ad uscire da un intricato groviglio in cui si mescolano possibili diverse motivazioni: il delitto passionale, quello a sfondo politico, l'opera di un folle o dello straniero presente sull'isola. Come recita il dorso della copertina del volume la conclusione della vicenda darà luogo ad una "... verità inaudita, feroce e diabolica come l'isola che l'ha generata: l'Isola dell'Angelo Caduto, un luogo dove soffiano tutti i venti, dove le stagioni coesistono, dove la nebbia è nera, un luogo dimenticato da Dio, tanto piccolo da ricordare il mondo."


Le prime righe

Da allora, anche anni e anni dopo che gli eventi si furono conclusi, conclusi e mai dimenticati, ogni volta che guardava il mare, e vedeva la schiuma di un'onda spaccarsi su uno scoglio, e sentiva le gocce che si schiacciavano sul vetro della finestra a cui appoggiava la fronte, ogni volta, ovunque si trovasse, gli tornava in mente la notte che arrivò sull'isola.

Era così buio quella notte che il cielo e il mare erano la stessa cosa, talmente neri e stretti e lucidi che sembrava di stare sospesi nel vuoto. E se serrava le palpebre, e le copriva con la mano, e premeva, forte, lo spazio che vedeva dietro agli occhi, cieco come quello in cui si formano i pensieri, era nero come quel mare e quel cielo, infinito e nero. E anche il sale che gli toccava le labbra, e quel sapore sottile di petrolio e motore e il sospiro appena soffiato del legno che sfiorava il mare sembravano venire dal niente e svanire subito nel silenzio opaco e nell'odore immobile di quella notte. Mentre sedeva rigido in fondo alla barca, schiacciato dalla nausea e dall'angoscia, sentiva Hana rabbrividire di un freddo innaturale e stringergli il braccio, attaccata a lui come se avesse paura di cadere in acqua.

C'era luna piena quella notte ma non la si poteva vedere, così nascosta dietro alle nuvole blu che gonfiavano il cielo. Solo ogni tanto un riflesso riusciva a passare tra quelle nocche strette come pugni di piombo e a scivolare veloce e livido sull'increspatura di un'onda. E vicino all'isola la nebbia era un velo umido e nero, che striava il buio rendendolo più fitto, appena un po' più scuro là dove iniziava il molo.

Appena mise piede sulla banchina, un brigadiere si staccò dal nulla e gli corse incontro alzando la lucerna. Quasi gli schiacciò addosso il volto, allungato e scavato come un teschio dalle ombre rosse della fiamma a carburo.

- Benvenuto, commissario, - continuava a ripetere, il braccio teso a prendergli di mano la valigia, - benvenuto sull'isola, buona permanenza all'Eccellenza Vostra e alla Signora.

Fu allora che lui strinse Hana per le spalle e le sussurrò all'orecchio: - Vedrai, vedrai che non sarà per molto, Hana, vedrai, vedrai, - sempre più forte, sempre più forte, sempre più deciso, finché non le vide tremare un sorriso sulle labbra, anche se breve e livido e incerto, e svanire rapido nel buio, come un riflesso di luna in quella nebbia nera.

Il primo giorno

C'era qualcosa nel vento. Se girava il volto su una spalla l'aria del mattino gli scivolava silenziosa sulla fronte appena riscaldata da un sole liquido e giallo come il tuorlo di un uovo vecchio. Ma se lo piegava sull'altra, allora il vento gli riempiva la testa, fischiava contro un timpano e gli portava quella voce, quella nota più acuta e dissonante che si confondeva con i sibili ruvidi dell'aria in movimento e ne usciva all'improvviso con un salto, a metà tra un gemito e un singhiozzo. Non pensò cos'è quel suono, perché lo conosceva bene, era una canzone e veniva da dietro una finestra chiusa di casa sua, una canzone stupida, che ripeteva Ludovico sei dolce come un fico e lo ripeteva all'infinito, e allora lui piegò la testa sulla spalla, per non sentirla, e sarebbe rimasto così anche tutta la mattina se non fosse stato per l'ombra scura che si era allungata, silenziosa e rapida, sul giornale che con le mani aperte teneva steso sulle ginocchia.

Era il profilo obliquo di un uomo che tagliava a metà il titolo al centro della pagina, LE DICHIARAZIONI DELL'ONOREVOLE MUSSOLINI ALLA CAMERA, e anche le tre righe sotto, più piccole e scolpite in un corsivo grassoccio, dai bordi arrotondati: La chiusura senza discussione né voto. L'assemblea sarà riconvocata a domicilio. Un chiarimento entro 48 ore.

Il commissario alzò lo sguardo, forzando indietro il mento, sulla spalla, così tanto che il vento gli entrò nell'altro orecchio, fischiandogli Ludovico. Socchiuse gli occhi, per il riverbero del sole. Oltre la siepe del giardino, indistinta e sfocata sui bordi come una fotografia scattata controluce, la sagoma dell'uomo che si era alzato sulle punte per leggergli alle spalle tornò ad abbassarsi sui talloni.

- Incredibile, - mormorò.

Il commissario spostò le gambe sulla poltroncina di vimini, perché a stare così storto gli faceva male il collo, e si piegò anche, per coprirsi il riverbero. rapido "Ludovico" scomparve.

- Incredibile - ripetè la sagoma che così, da quell'angolazione, aveva assunto rilievi e contorni e particolari. La giacca abbottonata sul gilet arabescato in giallo. La sciarpa di lana che scivolava attorno al collo, a coprire appena la cravatta tra gli spigoli rialzati del colletto. La stretta del nodo, larga, alla repubblicana. Valenza di solito sorrideva, stirando le labbra in un ghigno ironico. Ma quella volta, al commissario, sembrò serio.

- Cosa c'è di incredibile? - chiese il commissario.

- Che sia già il 4 gennaio del 'novecentoventicinque. Per me fanno ormai quasi due anni di domicilio coatto su quest'isola. E più o meno anche per voi. Eccellenza.

Il commissario pensò "vedrai, Hana, vedrai", poi scosse la testa, con forza, per cancellare il pensiero. Disse: - Io non sono al confino, - e valenza si toccò la fronte, con uno schiocco.

- Che diamine, lo so... Non intendevo questo... era solo per far notare come sia incredibile come passa il tempo.


Il commento

Lucarelli prosegue il filone di romanzi di ambientazione storica già sperimentata con successo con Carta bianca (1990) e L'estate torbida (1991). La vicenda, questa volta, è ambientata nel 1925, su un'imprecisata isola, l'isola dell'angelo caduto (per via di una leggenda che affermava che uno degli angeli ribelli fosse lì precipitato cadendo dal cielo), dove vengono confinati delinquenti comuni e prigionieri politici. Tuttavia, rispetto alla produzione precedente, l'autore procede ad una maggiore articolazione delle vicende narrate, dà luogo ad una più incisiva caratterizzazione dei propri personaggi e, soprattutto, realizza, come meglio si vedrà successivamente, un'astrazione del romanzo dal contesto storico di riferimento.

Così scrive Sergio Pentsu su "tuttoLibritempoLibero" del 17 luglio 1999: "... Con quest'ultimo lavoro Lucarelli ha sfiorato il romanzo senza etichette, poichè l'intrigo giallo è mitigato dall'analisi umana e psicologica dei caratteri, con dolenze e passioni credibili, ansie quotidiane ben rese dall'ambiente e dalla rivisitazione, crudeltà che non hanno epoca, ma solo il malvagio dovere di esistere. L'isola è un confino sperduto per delinquenti comuni e prigionieri politici, fuori dal tempo e dalle geografie nonostante il calendario (1925) e le figure di primo piano - Mussolini - costituiscano le coordinate di un disagio già ben focalizzato."

Per dare un'idea della capacità dello scrittore di caratterizzare i propri personaggi, si riporta la sanguigna descrizione di Mazzarino, capomanipolo della Milizia e responsabile del carcere, "la Cajenna", in cui sono reclusi i confinati: Mazzarino.

Come già fatto in "Almost blue", Lucarelli arricchisce il contesto in cui si svolge la vicenda attraverso una colonna sonora. Il tema che accompagna tutto il romanzo è rappresentato dalla celebre canzone "Ludovico" (Ludovico, sei dolce come un fico / più vero amico / di te non ho...). In questa scelta Lucarelli precorre i tempi: la canzone, in effetti, così come scrive lui stesso, è successiva alle vicende raccontate, in quanto scritta nel 1931. Non si tratta, d'altronde, dell'unica licenza che si prende lo scrittore poichè l'utilizzo del confino da parte del regime è storicamente collocato alcuni anni dopo rispetto a quelli narrati dallo scrittore. Si tratta questa di un'operazione letteraria che, come si diceva più sopra, dà luogo ad una marcata separazione tra mondo reale e mondo fantastico, perseguita volutamente dall'autore nella non precisazione geografica dell'isola.

La colonna musicale del romanzo è arricchita dagli innumerevoli effetti sonori causati dal vento che soffia incessantemente sull'isola. Una presenza fisica, spesso fastidiosa, di volta in volta sospiro tiepido e leggero, scarica di raffiche nere, seducente, insistente, diabolico. Un presenza in grado di generare una serie innumerevoli voci di strumenti musicali: violini, trombe, tube, tromboni, grancasse, tamburi e flauti. Le pagine in cui Lucarelli descrive i venti dell'isola sono tra le più belle del libro e vale sicuramente la pena darne uno sguardo: il vento


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