Peleticu
 
L'Assimov ra conca r'uoru
 
A càitta ra muòitti
 
Lo School-bus d'altri tempi
 
Garibaldi
 
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Mani di fata
 
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Platero y Yo
 
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Una piccola raccolta di racconti, curiosità, aneddoti, che hanno a che fare con la città.

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Peleticu

di Antonino Patti

Francesco se ne stava sui gradoni della curva nord ad aspettare che iniziasse la partita. Era assai scaramantico Francesco, mai avrebbe cambiato il suo posto sul cementone dei popolari, lato Mondello, di quel tempio calcistico, il suo stadio, La Favorita.
L’attesa era snervante, la squadra viaggiava nelle zone alte della serie cadetta ed una vittoria avrebbe potuto significare molto verso il cammino della tanta agognata serie A. Chi camurria aspettare, i giocatori non erano ancora entrati per il riscaldamento di rito e Francesco aveva già esaurito la sua scorta di passatiempu, u scacciu, rigorosamente rappresentato da un cuppitieddru di arachidi, più genericamente nocciolini, ed uno di simienza. Mai calia, per carità, chiddra puittava attassu.
Francesco era inoltre depositario di una sua personalissima teoria. Se la sua squadra attaccava nel primo tempo da sinistra verso destra (guardando dalla tribuna) ed al contrario, ovviamente, nel secondo tempo, c’erano buonissime probabilità che la squadra vincesse. In caso contrario la cosa diveniva molto, molto incerta.
Così, giusto per passare il tempo, cercava di cogliere gli umori dei suoi compagni di ventura (la   sventura la riservava alla squadra avversaria).

  • uèèè Giuvà, satasti?
  • se eheheheh, e tu Fulè?
  • io puru uhuhuh, cuinnutu cu paa
  • ma l’ha vistu a Giuseppe?
  • no, Giuvà, chiddru si nni va nna trippuna

Era un poco ntiniri Francesco, non sentiva bene, trippuna o tribbuna?

  • se, vabbè
  • ma chi ddrici? chiddru trasi franchesballu, chiddru è peleticu

Tribuna, Cicciu, tribuna
Peleticu, peleticu. Francesco non aveva mai sentito pronunciare quella parola, cosa volesse mai dire  peleticu si chiese smarrito.
Ma cuomu, t’annachi tuttu, ah io il palermitano lo conosco bene, pensò fra se e se, e poi non sai cosa vuol dire peleticu?
Politico? No, Giuvànni non avrebbe avuto alcun dubbio sul fatto che Giuseppe entrasse a gratis.

  • aibbitru, un ti ricu nìanti, già cc’abbasta to mugghieri.
  • ma viri ca ancora a paittita unn’accuminciatu.
  • se ma megghiu riri chi sacciu, ca riri chi sapìa, prevenire è meglio che curare

Peleticu…….peleticu, polemico? naaah.
No ma io cc’addrumannu nzoccu voli  riri, pensò Francesco, pentendosene ancor prima di aver posto la domanda al suo vicino. Ma chi ffiura ci faccio, si disse. In primis perché sarebbe stato evidente il suo origliare riscuissi che a lui non avrebbero dovuto interessare, quella signora dalla ancor più che prominente pancia , a trippuna, poteva far sembrare un pò scabroso il loro parraciuniari. Cocchi cavigghia, va. No, Cicciu, tu scuiddasti? di tribuna si trattava. Si ma metti che quello se ne spuntava, a ttipu sfuttimientu, ma scusassi lei chi è triestino? no, un si nni riscurri. Ma poi sei sicuro, Cicciu, che quello sa comu si rici peleticu, si, peleticu, in lingua?
O mamma mamma mamma, o mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazòn ho visto i rosanero, ho visto i rosanero, sai mammà innamorato son.
Peleticu, peleticu, buhhhh?
E chi non salta è catanese oh oh oh oh    oh oh oh    oh oh oh  oh oh oh  e chi non salta è catanese oh oh oh  oh oh oh. (sulle note di Oh bella ciao)
Parbleu (minchia -  n.d.r.), sa ta  Ci cciu, sa ta.  pele ticu
Fischio d’inizio, finalmente, e cchi cci vulia.
La squadra gioca bene, stà iinnata cci faciemu i trapianti.
Un goal, un goal, un goal, un goal, un goal, è la curva che lo chiede, dai Palermo facci un goal.
Un c’à lievi a palla a Totò, scemu.
Peleticu, questa palora si sta puittannu u cirivieddru pensava Francesco.
Golle, golle, golle.
Palermo in vantaggio.
Serie A, serie A, serie A.
Ma che siete venuti, ma che siete venuti, ma che siete venuti a fa, oh oh oh oh oh oh.oh. oh.oh ……….
Neanche quell’anno la squadra riuscì a risalire nella massima serie e ben più tristi momenti il popolo rosanero avrebbe vissuto sino alla retrocessione in serie C e persino l’onta della radiazione nella stagione 86/87 anno in cui la società venne dichiarata fallita.
Il Totò al quale era alquanto difficile togliere la palla  era il calciatore della squadra rosanero Antonio Lopez detto per l’appunto Totò per aver lungamente militato nella squadra della lazzie prima di accasarsi al Palermo.
E Francesco? Vi chiederete.
Fu solo verso sera, a scurata,  che Francesco riuscì a risolvere il suo personale enigma, quel termine gli aveva caidduciuliatu u cirivieddru per tutto il pomeriggio fino al lampo di “genio”. Giuseppe era un disabile, come non averci pensato prima, si disse. Peleticu stava per epilettico.  

 

 

L'Assimov ra conca r'uoru

di Antonino Patti

Johnny volle alzarsi molto presto quella mattina d'estate.
Si, l'aveva vista tante volte la nuova alba, l'effetto del doppio sole certamente non dovuto ai fumi dell'alcool, era in effetti astemio, lo affascinava tutt'ora e non aveva ancora fatto l'abitudine, dopo tanti anni, a cotanto splendore.
Il lastrico di casa sua nel centro storico di Palermo sembrava fatto apposta per godere dei giuochi di fuoco del 586° festino della santuzza ma si adattava altrettanto magnificamente ad osservatorio dei due sorgenti soli.
Aveva ben tre ore di tempo da dedicarsi prima di andare al lavoro, le dodici linee della metropolitana gli permettevano d'altro canto di essere in ufficio nel breve giro di dieci minuti e Johnny amava tanto runniarisilla occupandosi nei suoi innumerevoli passatempo.
Era troppo presto comunque e nell'attesa decise di leggere un pò di posta elettronica.
Che camurria lo spam, migliaia di offerte di lavoro provenienti dal polo industriale palermitano, si,
una più appetibile dell'altra ma l'intasamento della casella di posta ci rumpieva i cabbasisi.
Certo che, alla facciazza dell'atavica ma ormai quasi dimenticata crisi idrica della città, ne era passata di acqua sotto il ponte Ammiraglio.
I politici avevano dovuto da tanto tempo rinunciare al voto di scambio e la meritocrazia era l'unico parametro di scelta che li portava ad essere eletti.
Pispisino XII attuale sindaco della città, Stakanov s'avia gghiri ammucciari, lo chiamavano bonariamente pitrusinu, era alla sua quinta elezione. I suoi concittadini erano in ansia per il suo stato di salute a rischio causa il superlavoro cui quotidianamente si sottoponeva nonostante le raccomandazioni(staccura, riservati, prenditi una vacanza ogni tanto(che pensavate!)) dei suoi più stretti collaboratori tutti scelti secondo criteri di indiscutibile professionalità ed ineccepibili doti personali.
Palermo risultava sempre nei primi posti delle attendibilissime classifiche di vivibilità stilate dalle più autorevoli testate giornalistiche mondiali tra le quali, per tiratura e completezza d'informazione, spiccava il GdS, quotidiano cittadino assurto a quella dignità giornalistica che la città meritava.
La squadra di calcio del Palermo festeggiava il suo ennesimo scudetto e la dirigenza si accingeva al nuovo calciomercato con l'intenzione di sfoltire la rosa in perfetto equilibrio con la nera non tanto per necessità di bilancio quanto per porre rimedio a qualche sparuto malumore sorto nello spogliatoio. Quello, per esempio, di certo Lionel XVIII, discendente, molto probabilmente clone dell'antesignano calciatore argentino, che si era abbuttato di fare la spola tra la panchina e la tribuna del Renzo Barbera e scalpitava(tirava calci in senso solo metaforico) per essere ceduto.
Palermo era diventata una città multietnica nel vero senso della palora. Gli extracomunitari non stavano più ai semafori a pulire vetri. La città poteva permettersi di offrire loro lavori ben più remunerativi.
A ben pensarci erano ormai pochi coloro i quali potevano essere definiti extracomunitari, la comunitarietà abbracciava ormai quasi tutta l'Europa, inglesi a parte(mizzica rifaiddi), ed i restanti continenti, Oceania compresa, tranne una decina di staterelli sparsi per il globo che avevano voluto mantenere la loro autonomia economica.
Per la prima volta nella storia la Regione Sicilia aveva un governatore di colore. I suoi antenati senegalesi avevano toccato le sacre sponde un paio di secoli prima su uno dei tanti barconi della disperazione.
Aveva, così, a pelle, incentrato, quattro precedenti legislature, il suo programma elettorale all'insegna della lotta contro il diffuso malcostume di quei tempi votati al "a ccù affierra un tùiccu è suu".
Le promesse che mai avrebbe assaggiato un cannolo, giammai ne avrebbe offerto guantiere agli amici, che mai avrebbe dato un incarico ad un suo parente manco se fosse so cucinu o suo "nepote" avevano fatto il resto.
Gente allegra ddriu(Dio, n.d.r.) l'aiuta soleva dire con un'inconfondibile inflessione dialettale palermitana ed in netto contrasto col fare siddriatu di qualche suo antico predecessore.
Negli affollati ristoranti assieme alle tradizionali pietanze quali pasta chi saiddi, involtini di pescespada, caponata di melanzane, carcioffe alla bambinetta di provincia(a viddranieddra, senza offesa), venivano serviti ben più esotici piatti. Furoreggiavano l'iguana a pick pack, l'onomatopeica ricetta a base di pomodoro, e la carne di siippìanti a matalùatta, in umido, và, senza comunque disdegnare la pasta col forno, gli inconfondibili anillietti cu sucu, u capuliatu ed i piselli (lo strato ri muddrica (pan grattato) a ricoprire il tutto giusto per non far seccare i gustosi cerchietti sottostanti era d'obbligo).
Tampasiando tampasiando si era fatto tardi e Johnny si era perso l'alba, quella dei due soli, nel senso di stelle, iddru era sulu già di suo a quell'ora. Gionni arruspigghiati chè tardu ed il tuo principale poi se la mutrìa e ti licenzia. Chiffà parramu ra luna? ahhhhiiiiaaaa!!!!, ma che stiamo sghezzando, aspettiamo l'alba di domani.

 

 

A càitta ra muòitti

di Rita Parisi

Compravamo la frutta e la verdura da Michele. Lo sapevamo che ha prezzi da gioielliere, carissimo…però ha merce di prima scelta. La putia lascia molto a desiderare, il servizio è lento però io e mio marito ci fermavamo sempre lì, uno perché era vicino casa nostra e due perché il filosofeggiare di Michele ci divertiva e il prezzo esagerato lo mettevamo nel conto “svago e divertimento”. Ne aveva per tutti, politica, economia, morale…con azzardate ipotesi e teorie complesse che alla fine ti rintronava e quasi gli credevi. Non erano cose di tutti i giorni attipo “che caldo…tempo di terremoto!” no, lui ha argomentazioni molto più originali secondo le quali, ad esempio, il caldo era frutto della agitazione delle persone che andavano troppo di corsa e che le donne non cucinano più e per questo lui vende le fave sbucciate e le verdure pulite, eve’? E che fai? Non gli dici avaraggiuni?
Un giorno però Michele, ce ne siamo accorti subito, aveva un aspetto triste, sbattuto, opaco…e cosa assurda: non parlava! Alle nostre domande rispondeva con monosillabi deboli, sconfortati…ma si capiva che voleva sfogare. Infatti cominciò a raccontare di come la sua vita fosse alla fine, di come stu focu granni lo aveva colpito, così all’improvviso e a tradimento. La barba lunga, l’occhio rosso, l’aspetto ancora più strapazzato del solito mentre ci diceva della sciagura che lo aveva colpito: era andato in ospedale per fare una gnizione n’e spaddi perché il dottore ci domandò questo esame del spinale e lì era maturata la tragedia perché una ‘nfirmera gli aveva fatto firmare “‘a carta ra muorti” dove qualmenti si diceva che lui doveva morire dopo o durante questo esame spinale. Durante non era morto…e quindi ormai che aveva firmato questione di giorni ed era fatta.
Non c’era da ridere, Michele era in uno stato pietoso, stava veramente male e la disperazione gli si leggeva in faccia. Mio marito interrompendo il racconto gli disse: e perché vossia non ci manda una carta dove chiede di annullare la firma? E Michele lo guardò con interesse estremo dicendo: picchì si può fari? Si annulla? Vieru sta diciennu? Mio marito gli porto all’indomani una bella carta tutta piena di bolli e francobolli e Michele ci misi na bella firma…e mio marito si occupò di spedirla. Fu così che Michele si arripigghiò e ritornò quello di sempre: un fruttivendolo sicuramente milardario perché vive di niente con una sorella avarissima e se vuoi un broccolo, bello però, ci devi posare almeno 5 €. Noi abbiamo cambiato casa e adesso lo vediamo raramente.

 

 

Lo School-bus

d'altri tempi

di Antonino Patti

I ragazzini di un bel pò di tempo fà non potevano non averne conoscenza a San Lorenzo, borgata fuori le mura della città, tanto fuori ca pi scinniri mpalieimmu dovevasi pagare un supplemento del biglietto dell'autobus. A proposito di mezzi di trasporto era necessaria una buonissima dose di fantasia per pensare a lei come ad uno schoolbus ma Ciccina accompagnò a scuola diverse generazioni ri picciuttieddri.
Piccola di statura, dall'età indefinibile ma vista agli occhi dei bambini "vecchia" da sempre, col suo incedere da personaggio dei cartoons faceva chilometri su chilometri.
Percorreva le strade del quartiere tanti e tanti vuòti, quel bus unn'avieva ruòti.
Autunno, inverno, incurante del fatto che il tempo fosse brutto o bello, quell'autobus non aveva uno sportello.
Rigorosamente sul marciapiedi solo lei e i bambini, quell'autobus non aveva nemmeno i finestrini.
Camminava su e giù, ra matina a sira, come mossa da fili, su quell'autobus non c'erano sedili.
Lei ci metteva i piedi, le gambe e pure il cuore, ma manco a parlarne di motore.
Per poche lire, anche a gratis se del caso, accompagnava a scuola i picciriddri delle elementari.
Metteva in fila i bambini e nel suo percorso che abbracciava tutta la borgata raccoglieva casa per casa i picciuttieddri fino a scuola dove pazientemente aspettava che il bidello, l'assistente scolastico del tempo, desse il segnale di entrata, quella campana che era superfluo chiedersi per chi suonasse, essa suonava per te e non potevi certo pensare ri iccaritilla.
La ritrovavi all'uscita di scuola, sempre li ad aspettare.
In effetti, nel merito, si scatenavano le fantasie dei più piccoli; Cosa faceva Ciccina fra un'entrata e uscita di scuola? come occupava il suo tempo?
Chi la immaginava a cavallo di una scopa da befana, nessuno avrebbe mai pensato a lei come ad una strega, scorazzante per i cieli della borgata. Altri la vedevano assorta tra gnomi ed elfi nel bosco incantato che solo lei conosceva.
Ciccina aveva una sua normalissima vita, aveva pure una figlia ma non le si conobbe, almeno fra noi ragazzini, mai un marito, forse morto chissà quando, forse mai avuto.
La trovavi li comunque, all'uscita di scuola pronta per il percorso inverso. Guai a rompere la fila, Ciccina minacciava "viri ca cciù ricu a to matri ca fai u tuostu" ma mai lo fece neanche con i più rivieissi. Mai minacciò il non più accompagnarti a scuola. Ciccina voleva bene a tutti i picciriddri del quartiere e si ricordava sempre i nomi di tutti i bambini anche quando questi divenuti grandicelli non godevano più del suo "servizio". I ragazzini ricambiavano forse inconsapevolmente, almeno allora, quel sentimento ed io mai scorderò quei suoi grossi fari, gli spessissimi vetri di quegli occhiali che continuamente aggiustava sulla manopola del cambio, il suo naso.
Chissà in quale autorimessa si trova adesso Ciccina a godere del suo giusto riposo, no, ma quali spasciu.
Riposati Ciccina, un ti stancari, riposa ancora, avuogghia i tiempu chi c'è, il tempo dei ricordi.

 

 

Garibaldi

Garibaldi fù feritu
Fù feritu nnò viddricu
U puittaru a Paittinicu
E u pigghiaru a cuoippi i ficu
Garibaldi a Palermo sullo sfondo Porta Termini

di Antonino Patti
Se noi picciuttieddri cantavamo come sopra è perché doveva esserci un grosso centro ospedaliero nella ridente cittadina dell’ex Regno Delle Due Sicilie. Non si sarebbe spiegato altrimenti il trasportare il ferito futuro eroe dei due mondi dall’Aspromonte a Partinico.
D’altro canto non è che i bambini vadano tanto per il sottile, tutt’ al più veniva da chiedersi comu cciù puittaru. A dorso di mulo? in lettiga? a cavaddru o scieccu? con l’elisoccorso?
La ferita, originariamente al piede, veniva collocata nell’ombellico. Licenza poetica?
Cosa ancora più strana appariva il lancio di quei gustosi, appetitosi, invitanti, morbidi, frutti.
Ma qualche, che so, ficurinnia, cocchi muluni, no?
Certo, si sarebbe dovuta riformulare la strofa tipo …

Garibaldi fù feritu
fù feritu nnò tistuni
u puittaru o Giacaluni
e u pigghiaru a cuoippi i muluni

Si, non sarebbe stata male ma lasciamo stare il rifacimento del rifacimento, torniamo a Paittinicu.
Qui, ad onor del vero, un dubbio non può fare a meno di insinuarmisi. Colgo, no, non fichi, ma un certo astio dei bambini palermitani nei confronti del primus fra i mille.
In primis il tragitto. Si auspicavano gli innocenti picciriddri della conca d’oro un lento dissanguarsi del ferito?
In secundis la collocazione della ferita. Vuoi mettere una lacerazione, contusione, ecchimosi, tumefazione che fosse, al piede, gamba che sia, ed una all’ombellico? vuoi mettere la maggiore pericolosità, la delicatezza del sito? Signori miei il piede è u pieri e l’ombellico è u viddricu. A primu tappu, così, a lume di naso, sembra più grave la seconda.
In terzis (?) i cuoippi i ficu che per quanto indolori possano sembrare sempre di tiro al bersaglio si tratta.
Per non parlare infine dell’irridente ilarità che pervadeva tutta la canzoncina in fatto di organizzazione della campagna, la spedizione, che avrebbe dovuto portare, che portò in effetti, all’unità d’Italia.
Pecciò tu hai un ferito  in terra calabra con evidenti problemi di deambulazione e lo fai arrivare sino a Paittinicu? Ora cci vuoli, “e arrivi granni” (Parti-piccolo e arrivi grande, nel senso di vecchio (per i valdostani)).  Ma picchì qualche ospedale a Villa San Giovanni un c’iera?     
Erano certamente più buoni, molto più clementi, i bambini del nord che si limitavano a sostituire nell’originario testo tutte le vocali secondo l’ordine alfabetico.

Garabalda fa farata
fa farata ad ana gamba
Garabalda ca camanda
ca camanda a sa saldà    
Gherebelde fe ferete……. Etc. etc.

Si, sembravano proprio degli angioletti i bambini torinesi nel loro cantare. Tant’è, cosa era costato loro che si erano presi puru u làusu, il vanto, di fare una ed una sola l’Italia?.
E se l’avessimo fatta noi l’Italia? Dal Monte Pellegrino, previa propiziatoria acchianata alla santuzza, passando per l’Etna, le sue falde, non esageriamo, ed attraversando lo stretto,  su, su, sino in Piemonte.
Aveva ragione quel noto anchorman palermitano secondo il quale noi siciliani avremmo dovuto dichiarare guerra agli americani che a conflitto certamente vinto ci avrebbero annessi. Addrivintavamu tutti miricani.
 

 

 

U primu maggiu
di Antonino Patti

Riflessioni al termine di una giornata contrassegnata dalle eccessive libagioni.

A sasizza…………..fici na vulata;
A cainni i crastu…..un si vitti;
I stigghiuola……… sinnieru tutti.

E’ proprio vero, le cose buone se ne vanno sempre.
Conosco alcuni politici, amministratori della nostra città, che non se ne vanno mai e intanto volano a ritroso i tuoi pensieri, vedi in un istante lo scorrere della tua esistenza  e continui ad arrovellarti la mente cercando di capire r’unni sinnieru i migliori anni della tua vita.
Nnò mientri pensi che forse sarebbe stato meglio iricci cchiù a lièggiu cu vinu.

A fìesta ru primu maggiu, a fìesta ri travagghiatura.
U paleimmitanu per quanto attiene a schiticchi non si fa mancare niente.
Pasquetta o lunedì dell’angelo che dir si voglia, la liberazione, u primu maggiu, chiffà non ti fai la classica gita fuori le mura? È nel rispetto delle tradizioni la spinta portante, è quasi un dovere ed il palermitano, spirito libero per natura, animo scarsamente propenso alle imposizioni, cerca di rifarsi immediatamente alternando al dovere il piacere. Quel piacere della carne che qualche chianchieri particolarmente fantasioso usa come richiamo a caratteri cubitali nell’insegna della sua bottega.
Organizza pertanto in occasione delle feste, per l’appunto dette comandate, schiticchi e manciatuori  che al paragone è come se Lucullo tenesse perennemente a dieta i suoi commensali.
La pianificazione fra parenti ed amici ha luogo qualche giorno prima dell’evento. Sasizza, cainni i crastu, stigghioula,  scuimmi, alacci, saiddi, cacuocciuli, nzalata i mussu, pasta o fuinnu, ed il rigorosamente in lingua mangia e bevi. Per quei pochi sprovveduti che pensano al mangia e bevi come a quel succo di frutta tanto reclamizzato qualche tempo fa  si precisa trattarsi invece di una pietanza composta da una cipuddra scaluogna attorno alla quale viene avvolta in senso obliquo un’oblunga fetta di pancetta, di quella cruda però,  a puntina i maiali come dicono a Trieste. Non si lasci ingannare l’ingenuo abitante del nord-est dal congiunto gesto del mangiare e bere perché alcuna azione viene svolta contemporaneamente. In effetti prima mangi e poi bevi, è la particolare “leggerezza” della pietanza che ti vedrà costretto ad irrorare il tutto con l’irrinunciabile bicchiere di vino.
I ruoli e le assegnazioni sono ben definiti e duraturi nel tempo.
Alcuni verranno espletati nell’immediato approssimarsi del fatidico giorno. A zzà Maria si occuperà ra pasta o fuinnu, a zzà Rosa i milciani a paimmiciana, a zzà Prurè (Provvidenza) u spinciuni, u zzù Jachinu u vinu. Qui è d’obbligo una piccola precisazione; abbasso la pastorizzazione, nzamaddriu il vino imbottigliato. Rigorosamente mpietra, nnò biruni i reci (ma no unu sulu).
Il tutto all’insegna del meglio abundare che deficere ovviamente.
Altri compiti avranno il carattere dell’estemporaneità. Cicciu farà u crastu, Giuvanni porterà seco i ligna cosa della quale sembra essere particolarmente fornito.
Partenza ca matinata priestu giusto per arrivare in tempo utile per la scelta della migliore location,  cu arriva prima macina o mulinu dice un vecchio proverbio, e, dopo breve sosta per i bisogni fisiologici ri picciriddri durante la quale si consumerà il primo “sacrificio” culinario della lunga giornata, u spinciuni ra zzà Prurè, arrivo alla meta.
Sistemazione degli accessori con appropriazione indebita di uno spazio due volte quello necessario. U zzù Ninu seduto scompostamente che, causa pantaloncino di due misure più largo tirato su sino alle ascelle, lascia inconsapevolmente intravvedere parte delle sue parti basse con grave disappunto della moglie che furtivamente lo redarguisce scrupuliata. Totuccio che dopo aver ingurgitato nell’ordine: menza tigghia i pasta o fuinnu, tri caddruozzi i sasizza, stigghiuola a tignitè e dopo aver di soppiatto, ma quali piattu,  sottratto na para i fieddri i cainni i crastu direttamente dalla graticola, candidamente afferma di non volere più niente. Machì ste scoppiannu sussurra tra l’abbuturatu e lo sbutrato. Ouhh  u vinu, ma chi nn’amu a ripuittari i bbiruna chini?  Iiiisa, a saluti. San Brasi chiustu è u primu chi trasi.  Mariiia, sta picciuttieddra non mi mangia niente, Jessica manciati a cainni o papà ca poi t’accattu a bbella. Giuvanni è mmriacu comu na scimia, vabbè tanto non deve guidare. A zzà Ngustia, e putia iessiri, si lamenta perché i cacuocciuli cuotti direttamente sulla brace vinniru scipiti. Ma cciù mittistivu u sali?  se, a miettiri cci siemu a livari no.
Ad un certo punto mentre a zzà Maria sta liberandosi dell’ultimo seme ri muluni perfidamente insinuatosi nella protesi, Abbeitto, il capo carovana, decide che è meglio cominciare a togliere le tende, (i ruimmusi, l’ombrelloni, i seggi a trippieri) le partenze intelligenti impongono certo anticipo sugli altri gitanti  e Abbeitto quanto a cirivieddru è u megghiu. (iddru si sienti u megghiu)
Cumpà, m’ha ccririri, nn’allianamu, racconterà il giorno dopo al collega di turno nonostante alcun esercizio ginnico abbia caratterizzato la sua giornata. Ci siamo divertiti, un tu pozzu riri, nni ficimu i cianchi e, se la compagnia è stata particolarmente allegra, si sarà fatto pure quattru cianchi che non è l’esatta numerazione dei precedenti, sul generico, gonfiori ai fianchi dovuti alle eccessive libagioni ma vorrà significare di aver abbondantemente riso. (Minchia, ddroppu tuttu ddru manciari puru u risu?)
 

 

        

Mini glossario della cucina palermitana

 

 

di Rita Parisi
Anche la cucina palermitana, come in qualsiasi altro ambito, dispone di una serie di termini ad uso esclusivo di chi nel capoluogo siciliano è nato.
Se dovessimo dettare la ricetta per la pasta con le sarde ad un’amica di Milano utilizzando i nostri termini l’effetto sarebbe il seguente: Allura… Pigghi ‘i finucchieddri e arrimunni, poi cci cali e ‘i fai cuociri…poi ci runi ‘na capuliata e ‘i metti ‘i latu. Fai ‘ngranciari ‘a cipuddra e ci metti a iddri…etc…etc… A questo punto l’amica di Milano ha già deciso che non è cosa…e allora ecco una breve elencazione dei termini che mi sono venuti in mente.

‘ngranciari: genericamente rosolare a fiamma vivace al fine di ottenere una coloritura dei cibi e la formazione di una crosticina se trattasi di carni «Pigghi 'a cipuddra e 'a fa' 'ngranciari».

‘ncastagnari: cottura che prevede una coloritura quasi bruciacchiata del cibo e una consistenza simile alla tostatura «'a pasta fritta mi vinni bella 'ncastagnata».

A iddri: genericamente riferito all’ingrediente base della ricetta
esempio: nella pasta con le sarde la voce “ci metti a iddri” vuol dire “ci metti le sarde”.

‘ngriddra: solitamente riferito alla pasta o al riso con significato di “al dente” «'a pasta a me maritu ci piaci ca ccc'ìà scinnu 'ngriddra».

Un pezz’i sali: gustosa di sale e riferito a qualsiasi cibo «Sti spitina su' un pezz'i sali.

Grevia: insipida o per mancanza di sale o per mancanza di gusto dato dalla qualità scadente «'stu spinciuni è greviu comu 'a pagghia».

Vugghiuni: solitamente uno, bollitura rapida e a fiamma alta, sottolinea la rapidità della cottura «Ci cali a iddri e cci fa' rari un vugghiuni».

Calariccilla: quasi sempre riferito alla pasta con il senso di immergerla nella pentola dove l’acqua già bolle, in generale immergere il cibo da cuocere in acqua che bolle (quindi…riso, verdure etc..) «Cc'ià po' calari...».

Scinnilla: porre fine alla cottura di un cibo «È 'ngriddra...si po' scinniri».

Capuliari: tritare finemente «Capulia 'a cipuddra e 'a fai 'ngranciari a fiamma allegra».

Mettiri ‘n capu: iniziare la cottura di un cibo mettendolo sul fuoco «Metti 'a pignata 'n capu».

Arrimunnari: riferito alle verdure con il senso di scartare le parti più dure o non buone da mangiare «Arrimunna 'a viiddura e mettila 'ncapu».

Ammataffata e/o ammarbata: riferito alla pasta quando rimane per troppo tempo già cotta e condita e assume un aspetto gonfio, lucido e di consistenza molliccia e appiccicosa «Sta pasta è ammataffata e 'un si po' manciari».

Squarata: riferito alla pasta per indicare assenza o carenza di condimento «Mettici un puocu ri cuonza ch'è squarata».

Schittu: riferito al pane privo di companatico «Mi manciavu un puocu ri pani schittu».

Addimuratu: qualsiasi cibo privo della qualità della freschezza «Sti pruna su' addimurati».

Ciurusu: uovo alla coque «Ci po' scinniri c'a mmia l'uovu mi piaci ciurusu».

‘mmuttunatu: cibo farcito tramite inserimento di ingredienti all’interno di piccole incisioni praticate allo scopo «'sti milincianeddri su' buoni pi falli 'mmuttunati».

Atturrari: riferito alla cottura del pan grattato in padella con poco olio, sale e zucchero fino a tostatura completa «Nn'a pasta c'anciuova ci va 'a muddrica atturrata».
Spàiddusa: fetta di carne panata e fritta posta all’interno di un panino e consumata a strappo «P'u viaggiu mi puortu 'na spàiddusa.

 


Mani di fata

di Patti Antonino

Frequentavano la stessa scuola Margherita e Antonio. Erano stati per ben quattro anni senza manco rivolgersi la parola se non un distaccatissimo saluto. Galeotto fù quel quinto anno, (ma non era un libro?) la classica ngrizzatina preceduta dalla "dichiarazione", d'obbligo per quei tempi, con successivo matrimonio figli etc. etc . (ma questo è un altro discorso)
Lei spesso gli rinfacciava che il cupideo dardo si era materializzato in quel premio vinto quale miglior tema in ambito scolastico, il fratello povero dei premi letterari insomma. Lire trecentomila comu triccentumila ancilieddri. Per quanto parente povero potesse sembrare erano pur sempre una bella cifra per le tasche dei due spicciulati studenti.
L'infondata percezione che il di lei padre fosse ricco avrebbe fatto il resto sosteneva Margherita. Lui assentiva sorridendo (n'cà cieittu) chiedendole quale altro motivo se non quello economico avrebbe potuto spingerlo a rivolgere le sue attenzioni alla di lei persona.
Entrambi fautori del conosciutissimo detto tanto caro ai bolzanini, u iouinnu un nni vuogghiu e a sira spriu l'uogghiu, passavano spesso i loro pomeriggi, quei tanti pomeriggi sottratti allo studio, tampasiando per le vie cittàdine.
Una cosa che avevano certamente in comune era l'indiscriminato amore per quella terra che aveva dato loro i natali.
Avevano eletto a loro quartier generale il piazzale antistante l'allora chiuso teatro Massimo nel centro della città panormita.
Spesso, giusto per passare il tempo, intentavano piccole scommesse il vincitore delle quali avrebbe consumato, per esempio, l'ultimo del coppo di due chili di cachì acquistato dal parrucciano di fiducia o come quelle altre volte che, seduti sui gradoni del palazzo di giustizia, non avevano ancora costruito l'aula bunker, affidavano al fato nell'occorrenza costituito dal colore della macchina che avrebbe transitato da li a poco, il diritto alla consumazione dell'ultimo cioccolattino dell'intera scatola spudoratamente sbutriata.
Chissà perchè Antonio lasciava sempre cadere la sua scelta sul bianco il colore del quale erano verniciate la maggior parte delle macchine di quei tempi.
Gravitava di frequente in quel piazzale un artista di strada meglio conosciuto come Mani di Fata per le sue non indifferenti doti di prestidigitazione, di magia spicciola, per intendersi.
Leggenda popolare voleva che avesse fatto la gavetta, mai divenuta aurea pentola, assieme al noto comico palermitano Franco Franchi quando anche questi sbarcava il lunario girando per le strade cittadine offrendo al pubblico le sue esibizioni.
Giochi di carte, apparizioni, sparizioni. Molti sostenevano che addirittura si stesse esercitando per la levitazione cosa che ben gli riusciva comunque per quella parte del suo corpo fra il braccio e l'avambraccio che come in un gesto involontario alzava non di rado durante i suoi spettacoli per sollevare quell'inseparabile bicchiere dall'idivisibile bottiglia del dolce nettare di bacco.
Soleva coinvolgere gli astanti con piccoli giochi di abilità e fra questi primeggiava quello che prevedeva il riuscire ad ingurgitare una broscia da gelato, ben inteso, senza gelato, nel tempo di circa 10 secondi da lui previsto.
Prima mostrava al pubblico la sua non indifferente nonchalance nell'ingoiarla nel tempo stabilito attipu.... dai prova, u viri ch'è facili? poi invitava uno spettatore a fare altrettanto. Il tutto aveva un prezzo ovviamente, se l'avventore fosse riuscito nell'impresa si cuccava la moneta posta in palio, nel caso di una tutt'altro che probabile defaiance avrebbe dovuto consegnarne una di uguale valore all'ideatore del gioco.
Non videro mai, i due zziti, qualcuno riuscirci. Antonio non aveva l'animo di esibirsi, un poco affruntusu, in verità, lo era ma bastò, quella volta, un piccolo cenno d'intesa con la sua dolce metà e fù cosa fatta.
Immediato acquisto di intero pacco di broscine, uguale la pezzatura, lo stesso il tempo previsto.
E la posta in palio? Concordarono dettagliatamente, si accordarono. Antonio avrebbe, in caso di riuscita, mangiato il quarto di chilo di reginelle, quei biscotti di esclusiva produzione palermitana ricoperti di sesamo, contestualmente acquistate in panificio lasciandone due, due di numero, alla fidanzata. Il contrario sarebbe accaduto in caso di fallimento.
Lontano da occhi indiscreti ha inizio la prova, al secondo morso era già paonazzo Antonio. Affucatu, cu sugghiuzzu, gli occhi lacrimanti fuori dalle orbite e stranamente sghignazzante.
Non vale, non vale, mi facisti rririri. La performance era obbiettivamente da ripetere.
Ma fussi un pocu zziccusu? gli chiese Margherita sarcasticamente.
Nuovo tentativo, stesso risultato. Alla fine i due etti e menzo ri 'nciminati vennero "amorevolmente" divisi con buona pace dei due contendenti. Ma erano in numero pari o dispari? qualcuno fra i più pillicusi vorrà chiedersi. Beh! questo non è dato saperlo.
Capitò un giorno, molto tempo dopo, ad Antonio di vedere Mani di Fata a Piazza Caracciolo, alla Vucciria. Si accompagnava ad un uomo che lo teneva sottobraccio, i suoi occhi fissi nel vuoto lasciavano intuire una grave cecità, le sue tremanti mani non armeggiavano più mazzi di carte, nulla più appariva, niente ormai spariva. Non lo raccontò mai a sua moglie ma i suoi occhi si riempirono di lacrime come in occasione della brioche ma erano di commozione stavolta.

 


La signora dei gatti
Via Dei Quartieri-Palermo

di Antonino patti

La siepe non c’era, il buio era oltre la facciata di quella casa in Via dei Quartieri nella borgata di San Lorenzo Colli proprio al limitare dell’omonima piazza ed i bambini di quel tempo ne avevano una paura terribile.
Il quartiere sorge nella parte a nord-ovest di Palermo e fu sede residenziale di diverse famiglie nobiliari grazie alla favorevole posizione ed alla presenza, nel circondario, di diversi parchi.
Il nucleo centrale era costituito per l’appunto dalla piazza nella quale insistevano diverse botteghe e putieddri. Tre carnezzerie, u tabacchinu, u putinu (vi si giocava il lotto) un paio di salumerie, due bar, una torrefazione, due distributori di carburante, due vaibbieri, uno dei quali meglio conosciuto come passaru giallu, un laboratorio fotografico, un chiosco di giornali, a piscaria, a putia ra frutta e vveiddura, quella fissa, per distinguerla dai diversi venditori che di ambulante poco avevano posto che erano sempre li, in piazza, e l’unico elemento distintivo era il fatto che esercitassero la propria attività allo scoperto. Vi erano la sede di un istituto bancario ed un cinema che nei periodi estivi fungeva da arena. Esercitavano inoltre il commercio nel cuore pulsante del rione ben tre venditori di frattaglie, uno di  roba fredda, uno di caldume ed uno di frittola.
Uno di essi era u  zzù Ninu u sciancatu. Una missione la sua dedita a deliziare i borgatari con mussu, caiccagnuola, masciddraru e virina
Zzù Ninu mi l’aa ffari tastari? Chiedevamo noi picciuttieddri al burbero rivenditore.
Vattinni ti rissi, miii tutta a innata.

Ben poca roba avrebbe venduto in effetti se avesse dovuto soddisfare le nostre continue richieste.
Poi benevolmente assentiva. Amunì, chi bbuoi?
Un pizzuddricchiu i mussu.
Lui quasi scenicamente prendeva quel coltellaccio che a noi bambini sembrava ancora più grosso di quanto potesse essere e tagliava l’oggetto della richiesta che intingevamo nella ciotola del sale e portavamo alla bocca con immenso piacere.
Quanti films visti in quel cinema di un non ben definibile ordine di visione. Certamente non il primo e molto probabilmente neanche i successivi se non a partire dal quarto.
Pistoleri, bandidos, poliziotti, intrecciavano i loro ruoli con inconfondibile disinvoltura in un turbinio di bambinesche confuse sensazioni. I films che più sollecitavano il nostro spirito di emulazione erano quelli western ovviamente. Esisteva all'epoca una pistola giocattolo, la mitica Lory. Era una pistola a tamburo alla quale i costruttori avevano otturato la canna per evitarne la pericolosità ma noi riuscivamo con un grosso chiodo a bucarla con risultati alquanto soddisfacenti. I due films rimasti più impressi nella mente, poco più che bambino, all’età di circa dieci anni, non avevano comunque alcun eroe western ne spietati nostrani difensori della legge ma uno sbarbatello Dustin Hoffman nel Laureato ed un ben più attempato Charlton Heston nel Pianeta Delle Scimmie, non il remake ovviamente, l’originale.
Dalla Piazza percorrendo l’intersecante Via San Lorenzo addentrandosi ancor più nella periferia ed allontanandosi dalla città si incontravano l’antica friggitoria ra zzà Prurè, la chiesa di Santa Rosalia, un collegio di suore e, ancora più avanti, Villa Adriana crocevia verso il limitrofo quartiere di Pallavicino, la stazione e la borgata di Cardillo. Nel senso opposto, sempre partendo dalla piazza, c’era la scuola elementare Francesco Bentivegna frequentata da tutti i bambini del quartiere e zone adiacenti. Fra questi un ragazzino che destava un pò le invidie di buona parte dei compagni di scuola. Lui poteva godersi come e quando volesse, ne era in effetti il fratello molto più piccolo, la compagnia di colui il quale all’epoca era l’idolo calcistico di un po tutti i ragazzini, e non solo, tifosi del Palermo.
Tanino Troja faceva letteralmente arrossire di vergogna quel Nemo profeta in patria che al confronto risultava essere un emigrante. Abitava a circa duecento metri dallo stadio e non di rado lo si vedeva per le strade del quartiere. Dicono che fosse un aficionado ru zzù Ninu o, quanto meno, della sua mercanzia e che non disdegnasse affatto gli interscambi “culturali”con gli altri due esercenti il commercio di quarume e frittola ma era solo leggenda popolare, o forse no, d’altro canto come dargli torto.
Proseguendo si incontrava l’istituto di agraria e giù sino allo stadio ultimo limite massimo che i genitori proibivano di oltrepassare ai ragazzini dell’epoca.
Lo stadio, noi picciuttieddri ci arrivavamo a piedi. Subito dopo la piazza un cartello ne indicava la direzione e la distanza,  Km.1
I ragazzini percorrevamo quei mille metri quasi tutti di corsa in occasione delle partite casalinghe del Palermo. Non è che si temesse di fare tardi ed entrare quando l’arbitro aveva già dato il fischio d’inizio, il rischio stava proprio nella malaugurata impossibilità di entrare, l’alea metteva le ali ai piedi. Avevamo in effetti un’ incombenza ben specifica da assolvere.
Dovevamo trovarci un falso genitore, zio, che dichiarasse alla maschera il vincolo di parentela.
In effetti non è che dovesse profferire alcunché, bastava che ti poggiasse la mano sulle spalle per certificare l’estemporaneo vincolo di sangue.
Abbassia mi fa trasiri? Le probabilità d’ingresso erano indirettamente proporzionali alla raggiunta altezza del ragazzino.
Un piccolo espediente nell’espediente era quello di scegliere un adulto particolarmente alto affinché ben più marcata fosse la differenza di statura ma non sempre bastava.
Alcuni si immedesimavano nel ruolo ed al primo accenno di diniego della maschera inscenavano un piccolo melodramma; allura chi ffà u lassu ccà o picciriddru? mi nn’avi
a fari iri puru a mmia?
Picciriddru? ma siddru pari me patri, rispondeva la maschera.
Male che andasse si entrava comunque a secondo tempo iniziato quando le porte venivano aperte al libero ingresso dei tifosi.
Dalla piazza si diramava ed ancor si dirama la Via Dei Quartieri, la strada che mi aveva visto nascere, che dal lato opposto incrocia la Via Duca Degli Abruzzi  attraversata la quale trovasi Villa Niscemi ed una delle due entrate della Palazzina Cinese.
Era all’epoca l’ex costruzione in legno dalle esotiche forme fatta ristrutturare nell’anno del Signore 1799 dal re Ferdinando IV di Borbone ed adibita a dimora personale, terreno incontrastato  di noi ragazzini del quartiere San Lorenzo che non potevano certo essere annoverati tra i pubblici utenti se da questo dovesse intendersi il dover pagare un biglietto d’ingresso.
La nostra privatizzazione era in effetti ben consolidata nel tempo e conoscevamo come e più del Sig. Marvuglia, il fu architetto di fiducia di re Ferdinando, ogni singolo particolare dell’asiatica palazzina.
La cosa che più ci affascinava comunque era quella strana diavoleria che serviva a sollevare le pietanze  alla superiore sala da pranzo. Conoscevamo un pò la storia della palazzina, poco in effetti, ma abbastanza per sapere a cosa servisse.
Mi  piace immaginare ancora adesso il meravigliato stupore ru zzù Fiidinannu, il re, che all’epoca non sapevamo nemmeno fosse esistito ma ad un re doveva pur servire quel marchingegno, al veder dal nulla comparire, per esempio, una bella tigghia di anelletti al forno o un bel piatto ri saiddi a beccaficu.
Percorrendo via dei Quartieri per andare verso la piazza si incontravano l'attuale caserma dei pompieri, la chiesa di San Vincenzo, la non più esistente cantina vinicola, un'antica torre d'avvistamento e quella casa che più di un'angoscia procurò a noi bambini di quel tempo.
Nessuno di noi aveva letto il libro, Il Buio Oltre La Siepe, qualcuno lo avrebbe fatto molto tempo dopo, ma chiunque fra i ragazzini del quartiere avrebbe potuto fornire più di uno spunto all'autrice di quel romanzo.
Il titolo originale fa riferimento all'assurdità di uccidere un usignolo, noi tutt’al più avevamo visto qualche passaru sbirru ma la paura dell'ignoto, del diverso, era la stessa.
Lei, la padrona di casa, un pò strana lo era, molto più di un pò.
Viveva in quella casa enorme per una sola persona, non proprio sola in effetti.
Un'innumerevole quantità di gatti condivideva l'immobile attratti dalla facilità di nutrimento che lei abbondantemente loro procurava. La si vedeva raramente per il quartiere e ciò accresceva la leggenda. Stava certamente preparando quei suoi poco commestibili biscotti di quegli ancor meno enunciabili ingredienti.
Andava in giro, quelle poche volte che lo faceva, di tutto punto vestita, alla moda di epoche abbondantemente passate. Colpiva molto lo spropositato trucco che la faceva apparire a noi bambini, specialmente i più piccoli, un'autentica maschera dell'orrore.
Chissà quali efferati delitti si consumavano oltre quelle mura, chissà in quale parte del giardino seppelliva le sue vittime.
Le mamme cc'abbagnavanu u panuzzu. Se non mangi ti porto dalla signora dei gatti, minacciavano.
Si fai ancora u tuostu ti lascio da lei. E no, pensavamo, se solamente mi ci porti posso sempre con te tornarmene a casa, se mi ci lasci non avrò scampo.
Che strani quei vestiti da lei indossati con altezzoso portamento, che fantasiosi quegli sdruciti cappellini nostalgici testimoni di tempi che già allora, purtroppo, non c'erano più. 

  

 

 

800A

l'ottocentoA è un pò di rosa sulla palora ...

di Antonino Patti

Il sospetto che non fossero proprio tre angioletti l’avevo avuto dopo alcuni secondi essere salito sull’autobus della linea 101 che dalla stazione centrale a Palermo porta sino allo stadio.
Avevo varcato la bussola ad una delle prime fermate in via Roma e le tre pesti, tre ragazzine terribili  probabilmente  studentesse di chissà quale scuola media inferiore o del primo anno di un altrettanto sconosciuto istituto scolastico di grado superiore , si erano subito fatte notare. Ridanciane, chiassose, vocianti a parte che per i continui bisbigli che di frequente si scambiavano per additare i passeggeri che man mano salivano sull’autobus.
Vestivano come d’uso vestono le ragazzine dei tempi moderni. Jeans dal cavallo basso, scarpe del tipo che una volta veniva detto da tennis, adesso, più genericamente, da passeggio e maglietta che deve lasciar rigorosamente vedere l’ombellico.
Un sin troppo marcato, per la loro età, colore viola tracciava le palpebre delle tre, un appena accennato rosso delineava le loro labbra ed un abbondante fondo tinta rendeva i loro volti come quello di alcune attempate signore ca pari ca i “trucchi” cc’iarrialassiru. Si, sembravano la fotocopia una dell’altra.
Ne avevano sicuramente per tutti, u russu, u nasuni, u cuittu, occhialinu il tutto condito da ampi cenni d’intesa e grasse risate.
Fu comunque l’incrociare dell’autobus un “fuori servizio” carro funebre che lasciò un segno indelebile nell’anima dell’ ex picciuttieddru di strada, quale io ero, nell’ascoltare una delle ragazzine rivolgersi all’amichetta dicendole: talè a tò maghna. E cchi ffù, bastò quell’innocuo invito ad osservare quella “sua” macchina, passò un solo secondo di  naturale riflessione e l’altra le rispose con il più spontaneo, il più sentito, il più accorato dei suuuucaaaaaa che mi fosse mai capitato di sentire. Non basta il raddoppiare, neanche il triplicare, una o più vocali per rendere appieno il concetto. Per intonazione, musicalità, cadenza, era il colpo di suca alla massima accezione, pura poesia insomma. Almeno nelle intenzioni la meno esortante delle esortazioni del palermitano è tutt’altro che una richiesta. Qualcuno tra i più fini d’orecchio potrà pensare che sia una volgarità, in effetti non è proprio da educande, ma il suca del palermitano nulla ha di strettamente, ma neanche largamente,  morboso.            
Lo si usa in tono di scherno,  diniego, canzonatorio e soprattutto nessun palermitano, neanche il più
vastaso, si permetterebbe di rivolgerlo ad una donna.
La versione alfanumerica perde molto della sua valenza ma l’intenzione, spesso riconducibile al puro babbìo,  è la stessa  e trae origine dalla  necessità di doverla mimetizzare quelle volte che i compagni di scuola ti  riempivano il quaderno dell’originaria forma o tutte le volte che gli street writers nostrani ne riepiono le facciate dei palazzi. La S viene facilmente trasformata in 8 continuandone il tratto  sino al vertice opposto; la U, così come la C vengono chiuse in modo da farle diventare zero; la A rimane invariata. 
Eccone altre fantasiose versioni che confermano il goliardico carattere del termine:
U zzù Masu Carrieri (Uncle Thomas Cagain, nella versione inglese)
Cainni picca e suc’assai
Sei Un Caro Amico
E su ca cainni, arancini
Su calassi u colletto
Ma si tu ca mi lass’u catu rarrieri a puoitta?
Misu ca testa o muro
Si l’assu cari piiddiemu a paittita.
Nulla può minimamente paragonarsi comunque all’onirica liricità di quella ragazzina. Diverse volte ho provato ad imitarne la dizione, il tono, mi sono allenato, niente, non  ci riesco.
Mi sono organizzato allora con uno di quei piccoli registratori tascabili ed ogni mattina salgo sull’autobus 101. L’è ncucciari prima o poi. Basterà fingermi sceriffu, sarà sufficiente pronunciare il fatidico “biglietto” e lei di rimando ............ tac, fatto, registrato.
Già pregusto il divertimento alle prossime elezioni durante i dibattiti di presentazione del programma politico dei nostri uscenti e spero non più rientranti amministratori locali.       
Ecco, amici, questo è il mio programma, miglioriamola questa città, l’unione fa la forza. Adesso tocca a voi.
Mi prudono le mani già da adesso. Tasto di riproduzione, plaaaayyyyy con la speranza che non abbia un giorno a chiedermi, l’enfant terrible, i diritti d’autore. 

 

   

 

 

Platero y Yo

di Antonino Patti

Esistevano a Palermo a quei tempi diverse librerie di seconda mano. In effetti incerto era il numero dei proprietari che si erano avvicendati nella conduzione delle diverse botteghe della cultura che riempivano Corso Vittorio Emanuele in special modo nella parte compresa tra Via Roma sino alla cattedrale. I libri erano comunque riciclati e le mani che li avevano sfogliati superavano di gran lunga quel numero di due che le insegne ingannevolmente pubblicizzavano.
Vi si vendevano, specialmente nei periodi di inizio scuola, per l'appunto, testi scolastici. Nel resto dell'anno l'offerta veniva differenziata. Libri di letteratura, romanzistica, narrativa, enciclopedie. Diversi esercenti avevano un riservatissimo ambiente, ai più precluso, dedicato alle riviste osè, eufemisticamente parlando, ed altrettanto "eufemistici" fumetti.
Rivolgevano le loro attenzioni i due schiffarati a quelle collane di libri pocket edite qualche decennio prima, forse anche più, con tanto di prezzo prestampato proprio sul davanti della copertina.
I librai facianu i scaittruna, l'originario prezzo veniva maggiorato con etichette autoadesive all'uopo utilizzate applicando infine lo sconto del 50%.
Nonostante la furbata si potevano fare comunque buoni affari.
Hemingway, Steinbeck, Deledda, Moravia, Caldwell, come se dal ciel piovessero e con l'aiuto di qualche ombrello si potevano portare a casa, con pochi soldi, libri a tignitè.
Diversi erano i pomeriggi trascorsi dai due alla ricerca di questo o quell'autore in giro per librerie low price, diciamo così, miiccati e fù durante una di queste scorrerie che videro per la prima volta quello che per quei tempi e per quei luoghi era un'autentica curiosità.
Platero y Yo era il titolo del libro, il testo in lingua originale. Non era uno di quei libri che si trovano adesso nelle librerie nell'apposita sezione dei libri in lingua straniera. Chissà come fosse finito sugli scaffali di quella libreria in Piazza San Francesco di Paola ed era messo li, così, giusto per fare fuddra. Non era nemmeno prezzato o se lo era la valuta era quella spagnola.
Veniva a quel tempo molto apprezzato in terra italica il gruppo degli Inti Illimani, cileni, esuli dal regime di Pinochet. Conoscevano a memoria quasi tutte le canzoni di quel gruppo, erano in quella lingua, lo spagnolo, che entrambi avevano studiato a scuola.
Memorabili quelle musiche e quelle canzoni inneggianti ad una libertà a quel tempo negata al popolo cileno da colui il quale avevano "bonariamente" soprannominato, ma solo per facilità d'assonanza, Pinòscemu. Ben più "significativi" pensieri in effetti riuscivano ad elaborare le loro menti. Venceremos, Venceremos, mil cadenas habrà que romper, Venceremos, venceremos, la miseria sabremos vencer.
Alturas, ne ascoltavi la musica e chiudendo gli occhi avresti potuto avere la sensazione di trovarti sulla cima più alta delle Ande di poncho vestito ed un flauto pan tra le mani. Ai due non sarebbe affatto dispiaciuto approfondire da autodidatti la conoscenza della lingua dei loro cantores preferiti.
Aaaah ma chi è spagnuòlu? chiese Antonio a Margherita con l'intento di parlare all'immaginaria suocera a che l'altrettanto astratta nuora, rappresentata in quel momento dall'antipaticissimo libraio, ascoltasse. Quante volte aveva sentito pronunciare quel modo di dire molto in uso tra i palermitani, parru a mme suoggira e mi sienti me nuora, e lui, rispettosissimo delle tradizioni, voleva metterlo in atto. Però la copertina è grazziusa controbattè Margherita, sempre rivolgendosi a quella suocera di mera fantasia e giusto per lasciar trasparire quel pur minimo interesse che avrebbe potuto giustificarne l'ipotetico acquisto.
Era in effetti una di quelle rigide copertine che contraddistinguono un libro di maggior pregio rispetto a quelli delle edizioni a basso prezzo. Vi risultava, inoltre, disegnato un asinello dall'aspetto molto accattivante che ricordava il protagonista di quella canzone di canto popolare siciliano ... avia nu sciccareeddu ... ma veru sapuritu ... e quannu cantava faciia hiiaaa, hiiaaa, sciccareddu di lu me cori comu io t'haiu a scurdari.
C'era comunque da sperare che non avesse fatto la stessa fine.
Ma quanto costa? chiesero con imbarazzante sufficienza.
Non è dato ricordare quanto l'esercente avesse chiesto ma il prezzo era certamente esagerato rispetto agli usi e costumi ed in special modo rispetto a quanto i due avventori avrebbero voluto pagare.
Viri quant'è sdisonuratu pensò Antonio, ha intuito, nonostante i tentativi di fuorviarlo, che a noi interessa l'oggetto e vuoli appizzari a fucchietta. Un ci su sti priezzi pensò Margherita, è anche una questione di principio. Ma se non lo vende a noi, si dissero i due all'unisono, a ccu cciù vinni, a Don Chisciotte? che poi lo passa a Dulcinea che infine lo cede, a ddru priezzu, a Sancho Panza?.
Ad esclusiva spiegazione per coloro i quali non sono nati a Palermo vuolesi precisare che a ddrù priezzu non è quel prezzo immoralmente chiesto dal libraio. A ddrù priezzu è il quantum che ogni furbo acquirente vorrebbe pagare, cioè niente, a gratis. Quel prezzo, insomma, che nella spiccata gestualità dei palermitani viene espresso con il pollice e l'indice aperti e l'alternato movimento del polso.
A ben altra gestualità stava pensando Antonio, molto più universale ma tanto cara ai suoi concittadini. Quella, per intendersi, che prevede il distendere l'indice ed il mignolo col pollice a chiudere le restanti dita.
Si fa presto a pronunciare il termine, meglio non farlo, ma il palermitano quanto a distribuire il complimento in questione è molto preciso. Entra scrupolasamente nel dettaglio.
L'epiteto può interessare ben tre diverse aree della sfera umana.
La prima, in ordine sparso, è quella dell'ascendenza. Si ha in questo caso quello...... ra rrazza.
La seconda è riconducibile in ambito familiare e trova la sua massima espressione nell'indicare il malcapitato affermando ca so mugghieri spaghetti cci nni fa picca, ma ligna.......
La terza, la più comune, la meno invadente, trae ispirazione dal lato comportamentale del soggetto.
Si ha così..... chiddru rì fatti o i l'azziuoni, si, proprio delle azioni.
Il primo caso, la prima ipotesi, era da scartare per diretta conoscenza. Il genitore era sempre li ad aiutarlo nella gestione dell'azienda ma di solito non si occupava delle transazioni. Era addetto al controllo anti taccheggio e pur potendolo classificare per l'incarico espletato nella non menzionata quarta categoria, quella che oltre al possedere certa diramazione prevede anche l'attitudine a scatasciare gli altrui affari, veniva risparmiato per il suo bonario e mite aspetto.
Non se ne conosceva la consorte e, giusto per non macchiarsi l'anima, si escludeva pure la seconda.
La terza gli cadeva a pennello. Si, il libraio poteva senza alcuna ombra di dubbio essere annoverato nella terza elencazione, i fatti lo dimostravano.
Ma va rumpiti i ligna o muru, pensò Antonio sperando che il gesto lo conducesse a ben più miti pretese.
Si limitarono a rifiutare gentilmente l'offerta ed andarsene ma quello fu l'inizio del più estenuante braccio di ferro che la storia di quella libreria potesse ricordare.
Più e più volte si recarono in Piazza San Francesco di Paola non proprio per quel libro ma ogni volta guardavano lo scaffale cercando di capire se fosse passato El Quijote o se l'indomito cavaliere avesse dato mandato al suo fido scudiero di concretizzarne l'acquisto.
Che personaggio quello inventato dal Cervantes.
Uno legge storie cavalleresche e tutto d'un tratto si scopre cavaliere, dà quello che adesso chiameremmo un nickname, Ronzinante, al suo cavallo e si mette a combattere guerre in partenza perse. Mitica quella contro i mulini a vento. Come dire, strampalato si, ma cuoinna ruri.
Li faceva molto sorridere comunque il trasporre la situazione, con qualche piccola variante, ai giorni nostri (loro).
Metti un appassionato delle avventure di Arsenio Lupin che alla veneranda età di cinquant'anni nfuddrisci e si mietti a tappiari la gente, a fare bidoni a destra e a manca.
O come il patito di libri di fantascienza che cinquantunenne si mietti a cuntari fissarii cu buottu in ogni dove e ad ogni quando. Certo, i riscontri non mancherebbero, vero?
Platero se ne stava li sempre più afflitto ed ogni volta sembrava che il suo raglio d'aiuto si facesse più incalzante.
Chiancieva u cuori a doverlo lasciare ogni volta li su quell'anonimo espositore. Platero non lo voleva nessuno, manch'i cani.
Avrà avuto l'influenza quel freddo giorno d'inverno o forse un disturbo gastrointestinale, cocchi smuossa i stuomacu o più semplicemente si era preso un giorno di ferie. Sta di fatto che il destino, il fato, volesse che quel giorno in libreria ci fosse solo uno dei due gestori e questo non era u facci viiddi ma il di lui padre che sempre preso dal suo incarico di controllore, occhiu a via, poco a conoscenza era delle precedenti contrattazioni. Quando gli chiesero il prezzo non gli sembrò vero accarezzare l'idea di potersi disfare di quello che per lui era un autentico puorru, pensava probabilmente di ricevere pure i complimenti del figlio per la particolare destrezza mostrata nel portare avanti la trattativa. Sparò pertanto un prezzo ragionevole.
Ora si ca cci siemu, pensarono i due. Tutti furono convinti di aver fatto l'affare del giorno e fu così che Platero carriò i casa.
Chissà in quale recondito angolo di casa si trova adesso Platero. Forse nello sgabuzzino delle "neglie" introvabile, sepolto sotto quella miriade di cose delle quali non ci si disfa solo per lagnusia ma quanti ricordi può evocare un libro. Forse è per questo che un libro non lo si butta mai, è quasi sacrilego, magari lo si ricicla.

 

 

 

U papasgubbu

 

 

di Rita Parisi

Santino, a dispetto del suo nome, di cose di chiesa ne capiva poco. In verità capiva poco di un sacco di cose. Aveva un alloggio e una famiglia affollata con una grande confusione rispetto ai gradi di parentela. Aveva circa trent’anni ed erano più le volte che rideva che quelle che era siddriatu.Quando Tanino lo chiamò e gli disse "U sai ca vieni u Papa?" lui rispose che lo sapeva, quando Tanino gli disse con l’occhio complice che visto che veniva il Papa c’èra possibilità ri sgubbu allora Santino prestò attenzione. Chi buò riri? chiese, e Tanino preciso preciso gli riferì che u zzù Gnazziu aveva organizzato tutto: si compravano da lui (che era l’organizzatore) le bottigliette d’acqua a 1 euro e si rivendevano al Foritalico a euro 2, pulitu pulitu si raddoppiava l’investimento. Santino capiva poco di tante cose però trent’anni di allenamento nell’arte di sopravvivere lo portarono a formulare una bella domanda: e siddru io l’acqua ma v'accattu o riscaunt un ci guaragnu cchiossai? Nonzi, ci rispose Tanino, l’acqua chi si può vinniri è solo quella comprata nnò zzù Gnazziu. Santino questa cosa la capì subito e decise che doveva cercare di sgubbari qualche soldo pure lui. Nascosti in casa aveva belli 20 euro, li recuperò dal nascondiglio e li guardò con l’occhio di chi già ne vede 40 di euro. La domenica mattina alle 8 era già pronto con il borsone pieno di bottigliette d’acqua agghiacciate, rifiutò le offerte di aiuto dei piccoli di casa per non dover dividere il bottino con nessuno e cominciò a camminare alla volta del Foritalico dove il Papa doveva celebrare la messa. Una folla, un mare di gente, Maria santa chi cunfusioni, come il Festino pare! Santino si sentì contento, l’acqua era praticamente venduta. Accarezzò l’idea di chiedere 3 euro ma le direttive ru zzù Gnazziu erano chiare. Camminando tra la folla aspettava di essere interpellato da qualche acquirente ma nienti, e chi ffà unn’annu siti i cristiani? si domandava. Poi pensò bene di abbanniare la sua mercanzia a voce non troppo elevata per evitare qualche mala multa. Acqua, acqua ghiacciataaaa, cominciò a murmuriare e una signora che lo sentì gli disse: là, vede quel camioncino? Vada là, Vada. Mah! Forse u zzù Gnazziu aveva organizzato diversamente e non gli avevano fatto sapere niente sti curnuti. Con difficoltà si avvicinò al furgoncino e cominciò ad abbanniare con voce più sostenuta Acqua, Acquaaaaaaaaa ed a quel punto qualcuno da sopra il furgoncino gli mise in mano una bottiglietta d’acqua e un panino con il prosciutto! Santino non capì niente,fu subito spostato altrove dalla folla e quannu Santinu avi un paninu nnè manu chi fà? Su mancia! Mentre Santino cafuddrava il primo morso si sentiva dagli amplificatori la voce del Santo Padre che mandava la sua benedizione solenne. Appena finita la benedizione Santino cafuddrò il secondo morso al panino e si affucò, ma si affucò malamente. Non riusciva a respirare, si dava da solo pugni nel petto, si agitava fino a quando la gente non si accorse di lui che stava morendo blu in faccia. Voleva acqua ed indicava il borsone pieno.Una signora prese una bottiglietta dal borsone, la aprì e cercò di farlo bere. Come fu e come non fu attorno a Santino tutti si agitavano e gridavano Aiutatelooooo, muoreeeeeeee, prestoooo, e quelli più lontani chiedevano: che succede? Chi muore? Insomma cci fu agitazione, rivugghiu. Santino intanto a forza ri pugni nel petto, ri acqua un pò bevuta e un pò versata addosso s'avia arripigghiatu e la signora disse: l’acqua fù! Biniritta ru papa, ccà, nel borsone è, morto era e s'arripigghiò! E chi cci fù? Un lampo e si sparse la voce che c’èra un’acqua benedetta dal Papa che serviva contro le affucatine. Cci fu un corri corri per comprala. Santino arripigghiato questa volta vero non ci capì più niente, capì solo che l’acqua del borsone se ne volò, che invece di 40 euro ne aveva cchiossai e decise che siccome aveva rischiato di morire ò zzù Gnazziu un ci ricia nienti. Noi abbiamo capito che per una volta ci fu sgubbu puru pi Santinu e chistu fu un vieru miraculu!

 

 

U Piliesi

 

 

di Vito Armetta

Se ne stava li, come sempre a godersi il tepore dell'ultimo sole del pomeriggio di quel giorno di aprile, seduto sul "vavusu"(1), posto all'angolo della strada che delimitava il confine della nostra proprietà dalla via principale che andava a spegnersi al Sanatorio.
Non ho un ricordo nitido del Piliesi (2), ma i racconti di mio nonno, che ne parlava spesso, me ne hanno lasciato traccia, quest'uomo, secco come una canna e curvo dalla fatica della zappa, viso scavato per la magrezza e per la completa mancanza di denti, se ne stava seduto fino a quando non si rendeva conto che il via vai della gente ormai era al termine.
In quegli anni cinquanta e sessanta, la tubercolosi, malattia molto diffusa, faceva molte vittime e ciò nonostante non si era riuscito a trovare a questa patologia una soluzione di cura efficace e definitiva, la gente affetta dal morbo moriva come mosche.
Quella zona, dove sorgeva il Sanatorio, uno dei pochi luoghi di cura all'epoca esistente, costruito alla fine del 1800 a ridosso dell'Inserra, limite occidentale di quella che fù la "Piana dei Colli", il traffico era quasi esclusivamente rappresentato dalla Fiat "Topolino" della Levatrice, dalla Moto Guzzi del Dottore; dai carretti degli ambulanti e dai carri funebri, molto frequenti, ancora trainati da pariglie di cavalli neri, con a cassetta uomini in divisa scura, con in testa copricapi di napoleonica memoria che rendevano quei personaggi austeri, così come il loro ufficio imponeva, quasi un'autorità' da rispettare.
I gnura, (3) in quella zona, conoscevano tutti, succedeva spesso che si fermavano a scambiare qualche parola con qualcuno o arrestavano il triste convoglio per bere un bicchiere, offerto, da qualcuno che poi si informava chi era il morto di turno che trasportava, quanti anni aveva, di dove fosse, se era sposato, se aveva figli, e così via.
Poi c'erano i congiunti degli ammalati, lungodegenti del Sanatorio che percorrevano quella strada a piedi, questi, avevano una confidenza più intima con gli abitanti del luogo, erano quasi di famiglia, si fermavano presso le abitazioni di coloro che avevano manifestato, in precedenza, più sensibilità al loro dramma, a volte si fermavano a mangiare un boccone e quando si presentava l'occasione prendevano perfino una stanza in affitto per potere avere un riferimento vicino e comodo in prossimità dell'ospedale, visto che quasi sempre si trattava di gente che proveniva dalle province.
Questa era la scena inserita in un contesto rurale e contadino, che conviveva con questa realtà, la scena di un piccolo mondo di estrema periferia o se si vuole anche paesano, dove il tempo trascorreva ogni giorno uguale, dove le novità, le notizie, nuovi avvenimenti, erano riportate dai pochi apparecchi radio, dall'unica televisione esistente nella zona, e dal Piliesi, che dal suo posto di osservazione ascoltava e vedeva tutto, era sempre informato senza informarsi, le notizie gli arrivavano dalla strada, lui sapeva; era il giornale parlante degli avvenimenti, se uno aveva bisogno di sapere se la levatrice era disponibile, u Piliesi lo sapeva; se tizio aveva bisogno del medico, lui sapeva se era libero, o se era in visita, conosceva persino i tempi che occorrevano per quella visita - bastava chiederglielo - U Piliesi era u Piliesi! Un personaggio sempre sulla bocca di tutti, una star paesana; anche i Gnura, specialmente quelli più anziani, avevano imparato a conoscerlo, tanto che ogni qualvolta si trovavano a Suo cospetto lo salutavano quasi con reverenza.
Si sà, la saggezza, la correttezza, il rispetto per gli altri, sono virtù spesso non possedute da tutti, e può così succedere che un Gnuri, un po' più estroso e spiritoso degli altri - nuovo della professione - quel giorno, al suo primo viaggio, incrociando u Piliesi, sempre seduto nel suo vavusu, non solo non gli fece nessun cenno di saluto, ma con irriverenza, lo guardò scuotendo ritmicamente il capo (tistiò) continuò per la sua strada; ebbe gli stessi comportamenti per altre due successive occasioni quel giorno…… al terzo viaggio, invece, u Gnuri fermò la pariglia e rivolgendosi al Piliesi gli disse: " a ssa chiana, ma ha fari fari natru viaggiu?" (salga, mi vuol far fare ancora un viaggio?). U Piliesi non disse nulla, accompagnò con lo sguardo il carro svanire nella strada, si alzò e fece ritorno a casa, quella fù l'ultima volta che si vide il Piliesi lì seduto. Dopo una settimana morì, e il caso volle che a guidare la pariglia del suo funerale fosse proprio l'irriguardoso Gnuri che così brutalmente aveva offeso la dignità del Piliesi.

1) grossa pietra posta a delimitare un confine di proprietà

2) non si trova un significato logico al termine ma in alcune zone si usa come di elemento magro (pelle e ossa)

3) cocchiere

 



A Blek List

 

 

di Antonino Patti

Lei, la lista del credito,  il quaderno ra cririenza, la baker’s list, se ne stava li, inerme, passiva, fra il registratore di cassa e la bilancia in quel panificio nel cuore del mercato di Ballarò a Palermo.
Tutt’intorno un’ esplosione di farfuglianti mafalde, scalette, torcigliati, parigini, signorine, a sfidarsi su chi fra tanto ben di Dio sarebbe per primo passato dallo scaffale alle mani dell’avventore di turno. Nella valle dei giganti i filoni, sicuri del fatto loro, quasi irridenti, guardavano tutti dall’alto verso il basso, altro che pane all’olio dei negozi delle zone residenziali della città.
In un angolo della vetrina assieme a collinette di nciminati, tetù, pupatielli o quaresimali che dir si voglia, viscuotta i sammaittinu sfogline, quelle che potevano ben definirsi le antesignane delle  merendine di adesso, le mitiche millefogli.
Quanti ricordi, me ne tornavano alla memoria ben tre versioni. L’economica a forma di torcigliatino, quella multistrato, non proprio mille, comunque, che da la specifica denominazione e l’accessoriata che prevedeva l’aggiunta di uva passa alla versione standard.
Un abbondante strato di zucchero, non quello in polvere, quello “semolato e raffinato”, ricopriva il prodotto che al mangiarlo rumoreggiava ancor più delle ancora a venire patatine. 
Credo che pochi bambini adesso la eleggerebbero a merendina dell’anno ma per noi picciriddri di qualche tempo fa era un’autentica leccornia.
Le mamme la compravano ancora calda lungo il percorso verso la scuola e la riponevano dentro quello che chiamavamo panierino, una specie di valigetta cubica, non avevano ancora inventato lo zainetto, accessorio obbligatorio dello scolaretto dell’epoca.
Io appena arrivato in aula la “custodivo” in quel ripiano sotto il banco e fra un “anche tu Bruto, figlio mio” di cesarea memoria ed un “vile, tu uccidi un uomo morto”  cc’azziccava un muzzicuni.  Tra una frase celebre e l’altra e spiegazioni che poco destavano la mia attenzione erano poche le volte che la millefogli integra arrivava a quella che solo molto tempo dopo enfaticamente veniva detta l’ora di ricreazione.
Me ne sto li in attesa del mio turno indeciso su due mafalde o due pizziati, mi precede un ragazzino dall’apparente età di dieci-undici anni. Codino alla cinese, brillantino all’orecchio, scarponi con linguetta penzolante tipo organo gustativo di cane stanco e jeans a cinta bassa, tanto bassa da far vedere almeno la metà dell’indumento intimo per antonomasia, le mutande. Insomma, cc’avissi ratu tumpulati, non a lui, al misconosciuto genitore che gli permetteva di andare in giro in tal guisa conciato.
Chi bbuoi? chiede il banconiere al ragazzino. Mi rissi me matri, mi rassi ru filoni.
Chi ffà l’è scriviri? Il ragazzino, imbarazzato, non risponde, lui capisce che deve farlo ed infastidito preleva dal bancone le due grosse forme di pane.
E se avessero avuto ragione loro? quelli del pane scrittu?, nel senso di annotato, segnato, a cririenza, a zzuzzù. Avevo sempre pensato che di pane schittu si trattasse, nel senso di schietto, senza companatico, ma anche scrittu aveva una sua logica. D’altro canto come puoi pensare di comprare qualcosa da accompagnare al pane se non hai manco i soldi per comprare quello? Sono ancora assorto nelle mie futili riflessioni quando sento il panettiere dire al ragazzino: ricci a to matri ca siti nnà black list.
Desidera?......scusi, lei, in cosa la posso servire? virissi ca lei a mmia un m’ha siibbutu mai, avrei avuto voglia di rispondergli...... mi rassi un bocconcino. Di tempo ne è passato ma ancora adesso mi diverte pensare il panettiere a chiedermi siddru avia mmitati.

 

 


Vincenzo

di Antonino Patti

Vicè, Vicè, Vicè,
rapi a puoitta e viri cu cc’è
cc’è u suicci ca rattaluora
e Vicè cu culu i fuora.

Si, ci andava giù pesante Vincenzo con le droghe pesanti, altro che sorridenti monti e festanti educatissime caprette intente a fare ciao a cuegghiè.
E no, caro Vincenzo, qui non siamo nel fantastico mondo delle montagne svizzere, Beddrulampu. ccà, a ddru passi è.
Toc, toc,
U sapieva, i mali nutizzi arrivano subitu, i sbirri. Come glielo spiego adesso che di esclusivo uso personale si tratta? ccà r’assai stamu parrannu.
Cu è?
Zziu, zziu.
Ah! meno male, me zziu. Mio zio a quest’ora? E quattru ca matinata? E chi succiessi?  
Zziu, zziu.
Si, aspetta, sto aprendo, zio, chi hai primura?
Talè ch’è sapuritu, e tu chi sei piccolino? ( insomma, piccolino, a mia mi pari un saittuni)  e chi cci fai con la grattugia al seguito?
Il mio nome non ha importanza ma, giusto per soddisfare la sua curiosità, io sugnu Jachinu Alario,  il re ratto del circondario.
Amunì, un t’annacari, ma piuttosto, comu ti spieccia bussare a casa di dormienti a quest’ora del mattino ca rattaruola appriessu? che ci vuoi fare?
U riscuissu av’aviri u pieri, Signor........ signor?
Vicè, Vincenzo Spadafora, a seivvilla.
Il discorso parte da lontano, le stavo dicendo, avi ri quannu era picciriddru, succitieddru, sarebbe opportuno dire, che ho problemi di carie dentale.
Si, ma se è un odontotecnico che cerchi sbagliasti ri casa e putia.
In questo periodo ho problemi con i canini, un dolore che non le dico e così mi porto appresso l’arnese. Neanche i gattini, per legge di natura, mi danno pace, a proposito, ricinu ca c’è un gattaruni tuttu nivuru che si aggira nei dintorni e si pulizzia a quaissiasi, lei l’ha bistu?
Ci sono momenti nella mia giornata che vedo financo asini volare ma pantere no, non ne ho mai viste se non nei documentari animalistici.
Però anche lei, deve scusarmi, ma aprire la porta conciato così come mi si è presentato, con quella parte del corpo che non vede mai il sole scoperta. Non lo sa che a farlo vedere ai fuoddri per tutto l’anno cci pari fieddra i muluni?  Io sono abbastanza savio ma non le nascondo che la tentazione ri raricci un muzzicuni è forte.
Non facciamo scherzi, piuttosto non mi hai ancora detto il motivo della tua visita.
Vengo presto al dunque, ho male ai denti, come le dicevo, e dall’alto dei rapporti di buon vicinato che certamente ci legheranno da qui a venire, intendo stabilirmi in una qualche buca del terreno circostante, volevo chiederle se avesse un analgesico, una pinnula per il mal di denti, che so, una bustina.
No, sono costernato, di bustine quante ne vuoi ma di polverina bianca, “bicarbonato”, ma non credo possa fare al caso tuo, non in questa circostanza.
Pazienza, mi rivolgerò alla farmacia giù in città, arriverecci.
Statti bene, cerca un buon dentista, mi raccumannu.
U suicci a atta ( a piecura o lupu – ndr)

 

 

Ancestralita'

di Antonino Patti

 

Ci si è mai chiesti perché nel comune parlare palermitano, spesso, viene usata l’espressione cuinnutu e sbirru per indicare qualcuno non proprio degno di lusinghieri appellativi? Quasi mai i due aggettivi vengono pronunciati singolarmente, l’uno segue l’altro in modo del tutto naturale e nell’ordine suesposto. Molti palermitani non conoscono la storia di Matteo Lo Vecchio al quale una delle amministrazioni comunali, non so in quale periodo, pensò bene di dedicare una via, un vicolo in effetti, ancora presente nella toponomastica cittadina. Una cosa è certa, sembra proprio che  il protagonista non ne fosse meritorio, tant’è, lo sanno pure i nutrichi, i lattanti, di cose a dir poco strane tante ne sono successe e continuano a succedere a Palermo. La storia che vado a raccontare, liberamente tratta (ed un pò rivista) da una delle mie tante escursioni sul web, può forse svelare l’arcano mistero e spiegare l’atavica motivazione dell’epiteto di coppia.
Santa Ninfa e Sant’Oliva, spogliate ormai da quasi un centennio del patronato della città, causa il rinvenimento delle ossa della Santuzza voluto a furor di popolo (stesso popolo che fortemente spinse a che tutti i dubbi sull’autenticità delle stesse venissero fugati) nulla poterono ad evitare che una sera di prima estate dell’anno del Signore 1719, addì 21 giugno, lo scomunicato che cadde pesantemente ai piedi delle relative statue, sulle balate del Cassaro, giusto a cento metri dall’orologio della Cattedrale, venisse fatto oggetto di “particolari” attenzioni. Forse anche perché lo sventurato, al quale due schioppettate avevano squarciato il petto, era Matteo Lo Vecchio, il più infame dei birri (con la “s” iniziale) che da anni aveva servito, da sporco doppiogiochista, tutti i padroni della città e dell’isola e che, al servizio del santo Padre, aveva consegnato in non proprio caritatevoli mani i religiosi che, per antico e regale privilegio (vedasi legatia apostolica “concessa” da Urbano II a Ruggero D’Altavilla re normanno), in Sicilia si consideravano sottratti alla giurisdizione del vicario di Cristo. Fu pertanto scontato che il relativo funerale del giorno dopo sarebbe finito a frisca (fischi) e….. con la manifestazione di quelle due poco nobili sonorità, anch’esse di coppia, la seconda delle quali tantissimo tempo dopo ripresa da un notissimo autore del teatro italiano, napoletano, per l’esattezza,  e che deve far pensare alla schifezza, r’a schifezza, r’a schifezza, r’a schifezza e ll’uommini.  La stessa sera dell’omicidio, il cadavere, che rimase con gli occhi spalancati perchè nessuno volle chiuderglieli, e con in volto la smorfia spaventosa dell’ultimo spasimo, venne adagiato su una delle più economiche portantine e condotto nel misero locale dove lo sbirro aveva casa, in un vicolo dell’Albergheria. Successe così che rivestito dell’alta uniforme, per disposizione del suo ultimo protettore, certo Antonio Nigrì, secondo il Villabianca, il feretro scoperto col cadavere dall’orrido ghigno e che aveva tra le mani un crocefisso malgrado la scomunica, cominciò a procedere con seria difficoltà per la via dell’Albergheria. Da qui sarebbe giunto prima in Via Maqueda, passando davanti la chiesa dell’Assunta, per essere infine tumulato nel camposanto dei monaci di Sant’Antonino. Ciò perché questi ultimi, avendo avuto dal Nigrì l’equivalente di circa cinquemila euri di oggi, avevano chiamato la congrega della Sciabica che aveva messo a disposizione gli otto “trasportatori” incaricati a che il suo ultimo viaggio fosse compiuto. Questi presero cassa e cadavere sulle spalle malgrado appunto il tumultuare di una gran folla le cui tutt’altro che buone maniere non promettevano niente di buono e si incamminarono. Fu così che all’altezza dell’Assunta gli incaricati del mesto trasloco fecero il primo tentativo di scaricare il feretro e di scappar via. Cosa che non riuscì per il drastico intervento dei membri della Sciabica. Per cui, circondati dal popolo ormai incacchiato di brutto per quelle inopportune esequie a Lo Vecchio, finì che tra pugni, spintoni, male parole, cavuci e muzzicuna o, come suolesi dire, calci e morsi, i becchini riuscirono a depositare il cadavere davanti a Sant’Antonino. Ma la sorpresa dei pochissimi presenti, rimasti amici di Lo Vecchio, fu grande quando i monaci, malgrado la lauta ricompensa intascata, uscirono dal convento e con le tonache rimboccate e grossi marruggi, rustici randelli di quel tempo,  in mano si avviarono verso i becchini ingiungendo loro di portare quel coso infame a Sant’Antuninieddru (pronuncia cacuminale) u Siccu che era il cimitero dei poveri, recintato di canne, all’incirca dove oggi si alza l’ultimo ponte ferroviario sopra l’Oreto, prima della Stazione Centrale. Ma le cose si misero anche peggio pure là perché u rumitu, che era anche il custode delle spoglie dei palermitani ultimi della terra, si presentò addirittura armato di una specie di “trombone”, di quelli che si caricavano a mitraglia fatta di chiodi e pezzi di ferro, e chiarì definitivamente le idee agli otto improvvisati becchini che dopo essersi guardati negli occhi attraverso i buchi dei cappucci, senza alcuna parola profferire, manco la palermitana classica “menza”,  se la diedero a gambe lasciando il cadavere all’ingresso del cimitero. I palermitanisti d’oggi raccontano che mani anonime, forse non del tutto pietose, scaraventarono in fondo al primo pozzo secco che trovarono il cadavere ormai nudo e perciò ancora più orribile di Matteo Lo Vecchio spogliato perfino della nuova uniforme da sbirro. In appresso, solo Leonardo Sciascia, nel 1969, sicuramente sconcertato da questa storia propose il dono di una rosa anche per Matteo Lo Vecchio, lo scomunicato cane che non conobbe padrone, come alla sua epoca in molti lo definirono.
Non è dato sapere se il Lo Vecchio avesse una fidanzata, compagna, moglie,  ne, tanto meno, quanto questa gli fosse fedele ma di una cosa posso essere certo, già allora gli abitanti, miei concittadini, di quella conca che fu d’oro non gli risparmiavano il cuinnutu e sbirru giunto sino ai giorni nostri.