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Kant filosofo della scienza: antiatomista, perchè antidogmatico
di Renzo Grassano

Contrariamente a molti studiosi propensi a rivalutare il pensiero fisico di Democrito come antidogmatico rispetto a quello dogmatico di Aristotele (ed anche di Platone), Daniele Lo Giudice ha preferito configurare l'atomismo come una derivazione dell'eleatismo e quindi come una prosecuzione di quel dogmatismo con altri mezzi. Condivido la scelta, anche se con qualche riserva, ma in questa sede mi preme soprattutto evidenziare come Daniele sia corroborato da buona compagnia. Anche Kant fu molto critico nei confronti dell'atomismo, tacciandolo di dogmatismo metafisico. Non già per opporgli la fisica dialettica d'Aristotele, ma a tutto vantaggio di quella moderna, avviata da Galileo e sistemata da Newton.

Nell'opera I primi principi (fondamenti) della scienza della natura (traduzione italiana di Luigi Galvani, Cappelli, Bologna 1959) Kant tratteggiò col solito rigore il delicatissmo tema del rapporto tra scienza e metafisica.
Con tutto il rispetto dovuto a Kant, non possiamo non notare che anch'egli rimase sostanzialmente fedele alla fisica settecentesca e di essa riprodusse un analogo dogmatismo. Ma a questo circolo vizioso di dogmatismo che sorge per contrastare un vecchio dogmatismo forse non c'è rimedio possibile, visto che all'inizio di ogni ragionamento v'è sempre qualche postulato indimostrabile rispetto al quale o c'è evidenza dei sensi, o c'è fede.
Lo scetticismo, ad esempio, nel tentativo estremo di negare la possibilità di ogni conoscenza, finisce con l'essere persino più dogmatico (e contradditorio) delle dottrine fideistiche che vorrebbe combattere. Mi fosse possibile intervistare Sesto Empirico, per esempio, mi piacerebbe chiedergli come si fa ad un tempo essere medici e scettici, quindi del tutto privi di una scienza sillogistica della salute e della malattia!
Ma, ritornando a Kant, eccoci subito al centro della questione.
Era fermamente convinto che la meccanica razionale fosse il fondamento di tutta la fisica.
Oggi, non c'è scienziato che condivida questa opinione, ma allora questo tipo di pensiero era davvero all'avanguardia.
Fiducioso, come del resto lo sono io e lo è Daniele Lo Giudice, nei poteri infallibili del calcolo e della matematica, egli affermò che non c'è conoscenza determinata di fatti ed eventi particolari che non «conterrà tanta scienza propriamente detta quanta è la matematica che in essa può venire applicata.» (1)
Però, avanza una riserva. La matematica è la garanzia della scienza, ma non arriva a chiarire il fondamento stesso delle scienze. A tale fine la metafisica è indispensabile. Solo la metafisica, infatti, è in grado di spiegare in quale modo proceda la costruzione dei concetti e di portare così in luce come la matematica stessa sia applicabile alla natura. In altre parole: occorrono pensieri extramatematici ed extra disciplinari per giustificare e fondare la disciplina stessa.
Però, accadde un fatto singolare e spesso reiterato: « Tutti filosofi della natura che vogliono procedere matematicamente nelle loro ricerche, si sono perciò sempre serviti (benchè inconsciamente) di principi metafisici, e dovevano servirsene, anche se protestavano solennemente contro ogni pretesa della metafisica sulla loro scienza.» (1)

A tale rifiuto presiede una concezione erronea, ben descritta con queste parole: «illusione di potersi immaginare a piacere tutte le possibilità e di giocare con concetti che non si lasciano nemmeno rappresentare nell'intuizione.» (1)
In sostanza, Kant ammette che solo la metafisica può dare alla matematica i suoi concetti fondamentali, che è come ammettere che fu solo la metafisica a fornire la geometria di concetti quali quelli di punto, linea, retta, curva, angolo, perimetro o superficie, circonferenza o diametro

A commento di ciò, in uno scritto di magistrale pregnanza, scrisse Ludovico Geymonat: «Non è questa la sede per discutere se la situazione denunciata da Kant si sia o no protratta (sia pure in termini alquanto diversi) fino a tempi molto recenti; certo è che essa costituì effettivamente - per lo meno nel secolo XVIII - un impedimento assai notevole al libero sviluppo della ricerca scientifica, e che giustificatissima fu quindi la decisione del Nostro di combatterla con energia. Se oggi non possiamo più seguirlo nel modo di condurre questa battaglia, ciò non significa tuttavia che che non ne approviamo lo spirito animatore. Un punto soprattutto ci persuade: l'energica affermazione kantiana che non basta "protestare" contro la metafisica pe riuscire in realtà a non farla; questo può anzi essere, in taluni casi, il più comodo artificio per contrabbandare (agli altri e, peggio ancora, a se stessi) una cattiva metafisica. » (2)

Resta che, secondo Kant, i fisici matematici non possano fare a meno del concetto metafisico di materia, insieme a quello di spazio e di vuoto.
Notevole, in questo quadro, che Kant ammetta che solo la materia e lo spazio relativo possano essere oggetto di esperienza, mentre il concetto di spazio assoluto non lo è.
Esso "non può essere oggetto d'esperienza". "Lo spazio assoluto non è dunque niente in sè e non è affatto un oggetto."
Se parliamo di spazio assoluto è solo perchè, uno volta ammesso e riconosciuto uno spazio relativo, potremo sempre pensarne uno più grande che lo includa, od uno più piccolo che lo escluda. Forse potremmo compiere lo stesso ragionamento sul tempo assoluto e quello relativo. Con ciò siamo comunque al cuore del rapporto tra la relatività galileana ed i concetti assoluti di Newton.
Illuminante in tal senso sono le nozioni di movimento assoluto e relativo, ovvero reale. Da qui venne la distinzione tra composizione dei movimenti e composizione delle forze, tra suddivisione dello spazio e suddivisione della materia.

«Ma il punto più originale di tutta l'opera in esame - scrive Geymonat - è costituito dalla critica alla nozione di atomo e, di conseguenza alla concezione meccanicistico-atomistica della natura. Anche se la concezione "dinamista" contrappostale da Kant è ben lungi dall'accontentarsi ( e del resto non riuscì a persuadere neanche i contemporanei del Nostro), questa debolezza della pars construens non toglie nulla al valore della pars destruens. E' un valore che dipende sia dalle osservazioni particolari, sia più ancora dal deciso atteggiamento metodologico che essa rivela: l'atomismo costituisce - per Kant - il frutto più manifesto del dogmatismo metafisico inconsapevolmente accolto dai fisici matematici (sotto il manto delle loro clamorose proteste antimetafisiche) e quindi la battaglia contro di esso assume il significato di battaglia generale contro tutti gli equivoci della cattiva metafisica.» (2)

Perchè Kant vide nell'atomismo una cattiva metafisica?
La risposta è nelle sue stesse parole: l'atomismo «consiste essenzialmente nell'ammettere un'assoluta impenetrabilità della materia primitiva, un'assoluta omogeneità di questa sostanza in cui non sussistono che le sole differenze di figura, e una indistruttibilità della coesione della materia in questi corpuscoli fondamentali.» (1)
Kant si dimostrò disposto ad accettare o quantomeno a discutere l'esistenza del vuoto assoluto, "dato che esso è necessariamente posto prima di ogni materiale", ma respinse recisamente il dogma dell'impenetrabilità e della indistruttibilità della materia atomica. Asserì,che si trattava di affermazioni prive di qualsiasi possibilità di verifica, "tutte cose che nessun esperimento può né determinare né rivelare". E le battezzò spregiativamente come qualità occulte.
Come conseguenza nefasta dell'atomismo, inoltre, Kant vide acutamente che da esso derivava una spiegazione altrettanto dogmatica per spiegare la differente densità dei diversi materiali. Tutto si spiegava con la diversa composizione di vuoto e di pieno di ogni corpo, come a dire che l'essere è composto di essere e non-essere.

All'atomismo dogmatico Kant contrappose la sua visione "dinamista" e poi la teoria dell'etere sottilissima in cui la forza repulsiva sarebbe infinitamente superiore a quella attrattiva. Certo, dogmatismo metafisico anche questo, niente più che una conseguenza d'Empedocle anzichè di Parmenide.
Per questo il dubbio rimane: si può davvero sfuggire alla morsa metafisica quando si pigia sull'accelleratore di una nuova teoria fisica?


note:
1) Immanuel Kant - I primi fondamenti della scienza della natura - Cappelli, Bologna 1959
2) Ludovico Geymonat - La ragione - Edizioni PIEMME, Casale Monferrato, 1994


RG - 2 gennaio 2004