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La pedagogia di Aristotele

la filosofia come premessa a tutte le scienze


In Aristotele comincia ben presto ad essere chiaro che solo lo specialista può andare fino in fondo il campo della propria disciplina, tuttavia dovrà poi accontentarsi di una conoscenza superficiale in ogni altro campo.
Al contrario la persona colta avrà capacità di giudizio e di orientamento in ogni campo, ma possiederà solo doti generiche.
Questa presa d'atto segnò il suo distacco dall'ideale platonico di una filosofia come scienza totalizzante senza tuttavia intaccare il valore stesso della riflessione filosofica.
Questa nuova concezione, prendendo atto dell'avvenuto sviluppo autonomo delle discipline, riconosceva, in fondo, che lo stesso studio della filosofia portava a crearne di nuove (come nel campo della scienza dell'anima, o psicologia).
Tale impostazione incise profondamente sul carattere della scuola fondata da Aristotele, il Liceo o Peripato.
In larga misura il liceo utilizzava per i vari corsi pensatori indipendenti, per così dire, da Aristotele e dalle sue concezioni.
Teofrasto e Dicearco erano infatti sudiosi non sempre in linea con la filosofia di Aristotele.
Erano però uniti dal comune proposito di mantenere un'unità di sapere e sembra non azzardato osservare che probabilmente il Liceo funzionava come una moderna equipe di studiosi, anche se il ruolo di leader svolto da Aristotele era ovviamente decisivo.
Già nel dialogo giovanile "Sulla filosofia", scritto in periodo accademico e ovviamente scomparso, Aristotele aveva probabilmente affrontato il problema del contenuto del sapere, cioè di quella conoscenza preesistente di cui si parla diffusamente qui in le basi della conoscenza.
In quel dialogo egli poneva come oggetto della filosofia la conoscenza dei principi e delle cause; a quell'impostazione giovanile si mantenne fedele anche in seguito, pur rimettendola continuamente in discussione e portando via via nuove precisazioni.
Nei primi due libri della Metafisica, A e a, al centro della trattazione c'è la tematizzazione della filosofia come particolare tipo di sapere (episteme); inoltre troviamo il seguente ragionamento: se la scienza costituisce il grado più alto del processo conoscitivo in quanto conoscenza della ragion d'essere delle cose che ne sono oggetto, la filosofia sarà il saper e più elevato e avrà per oggetto le cause prime e più universali, quelle da cui le altre dipendono.
La conoscenza di tali cause si presenta come massimamente esplicativa ed universale, non solo perchè i primi principi sono fondamento di tutta la realtà, ma perchè costituiscono, ontologicamente una realtà di grado superiore, possiedono un un grado più elevato di essere.
A differenza che Platone, tuttavia, questa filosofia prima non pretende di condizionare e giudicare tutti gli altri saperi, ma stabilisce con essi un rapporto di reciproco arricchimento.
Nel quarto libro della Metafisica appare la celbre definizione delle filosofia come episteme dell'ente in quanto ente, ovvero di ciò per cui l'ente è tale e non altro, o non esistente.
Questo a prescindere dai suoi attributi accidentali.
Il carattere "universale" della filosofia è così ribadito (e qui sembra che il discorso potrebbe essere stato indirizzato ad allievi ed insegnanti del Liceo dubbiosi).
Mentre le scienze particolari indagano le determinazioni di una qualche disciplina, la filosofia ha per oggetto l'essere in quanto essere, cioè la realtà delle cose (e non solo il verbo che copula cioè che unisce il soggetto al predicato) e ne indaga la ragion d'essere ed i principi, archài kài aitìai.
E' pur vero che si dice in molti sensi, tuttavia esiste una delle sue accezioni che è diversa, superiore e fondamentale: la nozione di essere come ousìa, essenza o sostanza.
Nel primo libro della Metafisica l'origine della filosofia è individuata nell'impulso naturale dell'uomo alla conoscenza, dimostrato dalla gioia che proviamo quando veniamo a sapere qualcosa del mondo anche se non è di nessuna utilità pratica immediata.
Questa curiosità, che non è riducibile ad una semplice curiosità da "comare" o da "compare" per la notizia o il pettegolezzo, che ha sempre come oggetto una stravaganza rispetto al senso comune, ma va immediatamente al perchè delle cose, alla ricerca di spiegazioni, è specifico dell'uomo, anche dell'uomo prefilosofico.
Si deve notare come nel procedere verso una definizione più soddisfacente della filosofia Aristotele riconosca come molto importante il contributo dell'opinione comune, cioè del sapere della "gente", della saggezza prefilosofica.
Ciò distingue nettamente Aristotele da tutti i filosofi precedenti, Socrate compreso, in quanto per essi la filosofia era una sorta di proprietà riservata agli iniziati; dalla gente comune non potevano venire grandi contributi.
Ovviamente su questo punto le ragioni sono equamente distribuite, in un certo senso, perchè se è vero che la filosofia, nel suo insieme è molto lontana dal senso comune, è anche vero che il senso comune produce naturalmente filosofia nel linguaggio che è proprio del senso comune.
Un colloquio tra compari e comari su "come vanno le cose", fatto di sospiri, lamenti, esclamazioni, rimproveri, battutacce, espressioni gergali e dialettali non tratta cose differenti: tratta gli stessi argomenti con un linguaggio differente, in modo più rustico e primitivo.
Per di più esso "giudica" secondo criteri di congruenza rispetto a ciò che è corrente e "normale", mentre la filosofia dovrebbe cogliere anche la necessità di deviazioni dalla norma.
Quando Aristotele scrive "tutti gli uomini concorrono alla verità" evidentemente non pensa solo ai filosofi, ma anche agli artigani, alle comari, al suo barbiere, allo schiavo, alla donna delle pulizie, al primo bidello del Liceo.
Ognuno di essi ha visto od esperito qualcosa di particolare e di unico.
Dunque è più che "normale" in un senso, ma profondamente "anormale" in un altro.
Chi è saggio lo sa e lo apprezza.
Per Aristotele inoltre la filosofia è sempre stupore, sorpresa e dunque provoca ricerca per avere un quadro più aggiornato delle ragioni per le quali è così o è andata così.
Ecco perchè, infine, tutti concorriamo alla verità, per esempio in un dibattito politico.
E questo anche se alcuni non riportano esperienze veritiere.
Anche chi mente, o chi finge, contribuisce alla verità in quanto rende evidente che ci sono uomini che, o mentono perchè spinti da impulsi malevoli, oppure perchè il loro ruolo, la loro funzione, la loro adesione ad un ideale politico li costringe a mentire.
Nei primi due libri di Fisica Aristotele indica rispettivamente nelle archài e nelle aitìai, cioè le cause, gli oggetti della specifica ricerca di competenza del filosofo, il quale appunto deve avere un abito mentale differente, più profondo, in grado di arrivare al fondo delle cose.
Da questi passi emerge anche il modo nel quale i principi devono essere cercati, tendeno cioè ad individuare i principi in quanto tali e non in quanto pricnipi di esistenti particolari.
Questa impostazione evidenzia ancora di più la priorità necessaria della filosofia rispetto alle scienze particolari, ma occorre prestare attenzione al fatto che Aristotele intendeva la Fisica come studio della natura e quindi come un oggetto della filosofia, uno strumento del filosofare e non come tutt'altra disciplina.
In sostanza il vero problema, per noi, è intendere che Aristotele includeva nella filosofia anche lo studio della natura e che spesso equivochiamo se intendiamo per fisica aristotelica il campo ristretto degli oggetti di cui si occupa la fisica moderna.
Il procedere scientifico-filosofico va per Aristotele da ciò che è primo e più evidente per noi, ad esempio le sensazioni, o le opinioni più accreditate su un certo argomento (endoxa) per arrivare ai principi.
In questo è il metodo "epagogico" (intraducibile semplicisticamente con "induttivo2) che si fonda cioè sull'epagoghè, che non è solo induzione, ma un misto di induzione, intuizione, entimemi e sillogismi (vedi la dimostrazione in Aristotele)opportunamente applicato a ogni ricerca in modo conforme all'oggetto della stessa, cioè con l'intento di "inquadrarla".
Per concludere è evidente che una filosofia che produca questo abito mentale è propedeutica ad ogni tipo di ricerca e di insegnamento e finisce col presentarsi come premessa necessaria ad ogni scienza particolare.
L'opinione di chi scrive è che l'insieme della filosofia può anche non interessare determinati indirizzi di studio, ma che tuttavia tutti gli studenti delle scuole superiori abbiano diritto, quantomeno, di conoscere la filosofia greca ed in particolare il pensiero di Platone e di Aristotele, come emblematici di un atteggiamento verso il mondo, la cultura, la scienza.
La filosofia di Aristotele si occupa non solo di "idee" ed immutabili, ma anche di fenomeni "fisici" ed eventi umani che fanno e costituiscono la realtà.
Ed in questo occuparsi della realtà in mutamento, che tuttavia conserva una sua intrinseca e profonda intelligibilità, che la filosofia giustifica la sua esistenza, ancor oggi.
Posto che vi siano filosofi attenti a questi mutamenti e non solo ai loro pensieri.