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La pedagogia di Agostino




Agostino nacque a Tagaste, piccola città della provincia romana della Numidia, presso il confine orientale della moderna Algeria nel 354 d.C.
Il padre era un funzionario dell'amministrazione romana ed era di religione pagana, o forse, piuttosto irreligioso.
La madre era invece una fervente cristiana.
A circa dodici anni fu mandato a Mandaura a studiare grammatica e letteratura.
Si distinse e dunque a sedici anni potè recarsi a Cartagine per studiare retorica.
Completati gli studi cominciò ad insegnare, prima nella nativa Tagaste e poi a Cartagine.
Nel 383 d.C. lasciò l'Africa e si recò in Italia, stabilendosi a Roma.
Solo successivamente raggiunse Milano dove conobbe Sant'Ambrogio e ricevette una poderosa impressione dal pensiero e dagli insegnamenti di quest'uomo che era vescovo della città.
Tuttavia, come rivelò egli stesso nelle Confessioni, non aderì pienamente al Cristianesimo in modo immediato, ma attraversò una fase di ricerca filosofica accostandosi dapprima al Manicheismo, eppoi allo scetticismo.
Tuttavia solo nel "neoplatonismo" egli trovò finalmente una filosofia che gli permetteva di appagare l'intelletto, consapevole fino in fondo che la "fede" non è un sapere, ma solo un credere, cioè un fidarsi ciecamente di qualcuno, e che quindi esige una filosofia, o comunque l'acquisizione di una capcità di ragionare di essa, onde conseguire una vera maturità.
Perciò si possono fare, in merito, due affermazioni non contradditorie: in Agostino prevale un elemento di razionalità sia prima che dopo la piena conversione al cristianesimo.
Prima è la ragione stessa a consigliare la fede.
Dopo è ancora la ragione a non accontentarsi della fede e quindi a spingere ad una ricerca per la comprensione razionale di essa.
Possiamo dire che, finalmente egli comprese, che l'idea del Bene, propugnata da Platone come e unica imprescindibile conoscenza vera, in Agostino trova una realtà "incarnata" in Cristo.
Essere uniti a Cristo è, dunque, conoscere il Bene di cui parlava Platone, in termini di assoluta astrazione del contingente.
Questa è la concezione di base del Cristianesimo che si è venuta sviluppando nei secoli e secondo molti studiosi di filosofia e religioni, la religione cristiana, in quanto religione e non filosofia, non è altro che una volgarizzazione della stessa filosofia neoplatonica, la quale, rimanendo filosofia sarebbe stata incomprensibile ai più, mentre come "religione" era più facilmente comprensibile.
Approfondiremo questo aspetto nei files dedicati alla filosofia di Agostino.
Pienamente convertito solo a 34 anni, consacrato sacerdote nel 391, nel 395 fu eletto vescovo di Ipponia.
Morì nel 430, mentre i Vandali assediavano la città.
Fu scrittore prolifico e scrisse su numerosi argomenti. Gli scritti di pedagogia vera e propria sono tuttavia il De Doctrina Christiana, il De Musica, il De Magistro, De Cathechizandis Rudibus.


L'importanza del sapere dei "pagani" anche per un cristiano.
Agostino ha il merito di essere stato uno dei più significativi trasmettitori di cultura e pratiche educative, non solo romane, ma del mondo antico in generale, al mondo medioevale e moderno.
Fu innanzi tutto un abile e motivato maestro di grammatica e retorica nelle scuole imperiali e come molti intellettuali del suo tempo, anche quelli non cristiani, sostenne che nell'educazione le arti liberali, cioè grammatica, retorica e logica, e le quattro discipline matematiche, ovvero aritmetica, geometria, musica, astronomia, erano fondamentali.
Egli insistette molto, specie nelle Confessioni, sulla necessità dello studio in età infantile e sull'importanza delle lezioni di scrittura, lettura ed aritmetica.
Agostino insistette anche sul fatto che un "piacevole incoraggiamento allo studio ha più efficacia che una spaventosa costrizione".
Era anche dell'opinione che il beneficio proveniente dagli studi venisse dalle abitudini che sviluppavano più che dai precetti che contenevano.
Credeva inoltre che la migliore di tutte le discipline fosse la scienza morale in quanto procurava una vera conoscenza delle virtù e dei vizi.
Tuttavia l'utilità di questi studi non derivava da fini particolari, per appagare ad esempio il desiderio di conoscenza, ma per servire Dio.
Men che meno approvava lo studio finalizzato ad emergere in società, cioè un modello di tipo isocratico.
Anche con le suddette limitazioni, la prima della quale è francamente incomprensibile, agostino continuò ad essere un difensore delle arti liberali che erano state il fondamento di tutta la pedagogia romana ed imperiale.
Frequentemente citava i classici dimostrando che i cristiani potevano imparare molto da essi.
Nelle Confessioni, ricorda come la lettura dell'Hortensius di Cicerone lo abbia condotto allo studio della filosofia ed al primo passo verso quella ricerca della saggezza che lo avrebbe successivamente spinto allo studio delle sacre scritture, ovvero la parola di Dio.
Nel trattato De beata Vita affermò che "l'animo delle persone non scientificamente educate e prive di familiarità con le arti liberali è come se fosse famelico e bramoso".
Similmente nel De Ordine affermò che poichè "l'ordine è un sentiero che conduce a Dio", chi aspira alla verità trova illustrazioni ed evidenza di quest'ordine nelle branche del sapere che sono state chiamate liberali.
Nel trattato sulla Musica Agostino assegnò grande importanza all'aspetto razionale dell'arte.
Qui trattò principalmente di ritmo, metro, numero, movimento e tempo.
E dimostrò come la scoperta delle "leggi" o regole per la composizione e l'esecuzione conducessero gradualmente l'uomo di buona capacità naturale dalla considerazione per l'inferiore a quella per il superiore, cioè Dio, signore di tutte le cose, e quindi anche della musica.
L'uso delle arti come veicoli per la verità fu ulteriormente trattato nel De Magistro.
Qui egli si servì delle arti liberali come dei mezzi per accostarsi agli eterni e immutabili principi la cui causa ultima è la verità di Dio.
Il loro studio doveva essere condotto in modo che sollevasse la mente progressivamente dalla contemplazione della materia, basata sulla conoscenza sensibile, a quella dello spirito.
La mente sarebbe stata quindi guidata da una considerazione delle realtà materiali costantemente mutevoli ed inferiori, su fino alle realtà superiori, invisibili, immateriali ed immutabili.
Si tratta, come si vede, di una concezione platonica (oltre che propriamente neoplatonica) della realtà, strutturata per gradi ascendenti, dall'infimo e vile visibile all'invisibile mondo superiore.
Agostino stabilì anche nei suoi trattati alcuni precetti educativi in relaione al metodo dell'insengamento ed al "maestro" in particolare.
Trattò della figura dell'insegnante sia nel De Doctrina Christiana che nel Cathechizandibus Rudibus.
Poichè lo scopo dell'insegnamento è l'esporre ciò che è buono, quindi distogliere gli uomini dal male e condurli a Dio, il maestro cristiano deve cominciare con l'accattivarsi le simpatie di coloro ai quali si rivolge.
E deve anche mirare a generare in loro una lieta disposizione nei confronti della vita.
Dovrà evitare le eccessive sottigliezze e i dettagli inessenziali, sforzandosi di rimuovere i dubbi e di muovere l'interesse dell'ascoltatore.
Il buon maestro è colui che sceglie le parole non per la loro eleganza, ma perchè esse rivelano e rendono noto ciò che vuole esprimere.
Egli eviterà quindi ogni espressione che non sia istruttiva e terrà sempre in mente che il suo scopo è insegnare, piacere, persuadere.
Ovviamente Agostino aggiunse anche l'ammonimento seguente: colui che insegna deve vivere rettamente, vivere virtuosamente (De Doctrina Chr. 4, 10, 24).
Troviamo qualche ulteriore dettaglio pedagogico nella discussione sui convertiti in De Cathechizandibus Rudibus.
Qui insistette sul fatto che ciascun convertito fosse affrontato e considerato individualmente, in quanto nessuno aveva goduto di esperienze e preparazione culturale in misura uguale agli altri.
Evidenziò anche che l'istruttore deve sempre avere uno scopo limitato per ciascuna lezione, in modo che poche cose essenziali vengano insegnate chiaramente e molte accennate di passaggio.
In più Agostino dimostrò la specifica funzione di ciascuna arte che un insegnante cristiano deve avere per un intendimento delle Scritture.
Inoltre deve saper leggere in latino ed in greco, anche l'ebraico, per poter comprendere i termini usati.
Deve conoscere la "natura": animali, piante, minerali e ogni altra cosa nominata nelle Scritture per analogia.
Dice, ad esempio, che se non si conosce la natura del serpente, non si può comprendere il significato della parola di Dio quando ammonisce ad "essere prudenti come serpi" (Mt,10,16).
In pratica, ricorda Agostino, non c'è una sola branca del sapere che non sia utile per comprendere la parola di Dio.
Dall'orizzonte è esclusa la sola astrologia in quanto, soprattutto nelle Confessioni, egli condannò la perniciosa arte della divinazione e della "profezia" ad personam.
In particolare egli sottolineò l'importanza della retorica e della retta argomentazione, evidenziando come un cristiano possa trarre profitto dalla lettura dei filosofi e dei rettori, accogliendo quegli insegnamenti utilizzabili al servizio della verità e della morale.
Tuttavia ribadì che un cristiano deve essere convinto che ogni conoscenza ricavata dalla Scrittura è superiore a qualsiasi testo filosofico pagano.

Il De Magistro, il significato dei segni e l'importanza dell'osservazione diretta.
Nel De Magistro affrontò la questione di come sia possibile insegnare e se un uomo possa trasmettere idee a un altro.
Poichè l'esame di questo problema costituisce il maggior contributo di Agostino al pensiero pedagogico, conviene trattare il tema con una certa ampiezza.
L'opera fu scritta in forma di dialogo tra il padre, Agostino ed il figlio Adeodato.
In primo luogo si muove dalla considerazione che c'è insegnamento quando c'è discorso, ossia quando il maestro trasmetta all'allievo significati attraverso parole.
Agostino comincia tornando a Platone, ovvero chiedendosi se il discorso serva ad insegnare o a richiamare alla memoria.
Nel corso di quest'approccio egli conduce in via sperimentale che l'insegnare e l'imparare hanno luogo quando si usano parole per porre questioni, e che ci sono due ragioni per parlare: insegnare e ricordare ad altri o a se stessi.
Agostino dimostra che quest'ultima situazione si verifica anche quando si canta o si prega.
Inoltre, anche se non emettiamo suoni, possiamo pronunciare le parole mentalmente.
Per questo sia le parole dette, o cantate, sia quelle tenute a mente, hanno comunque la funzione di significare realtà indicate dalla parola stessa.
Le parole sono dunque "segni" o, come si dice ora, significanti.
Già nel Doctrina Christiana aveva definito il segno come qualcosa che, oltre ad imprimere la sua propria forma nei sensi, conduce a pensare a qualcos'altro.
Per esempio, quando si scorge un'orma, non si pensa solo all'orma ma anche all'animale che l'ha lasciata; o quando si vede del fumo, non si pensa solo al fumo ma anche al fuoco che ne è origine.
Nel De Magistro Agostino si servì di un esercizio di grammatica, la spiegazione parola per parola di un verso di Virgilio per dimostrare che per illustrare il significato di una parola, bisogna usare altre parole o segni.
Per cui "se" significa, secondo la spiegazione, dubbio, e "nulla" significa ciò che non esiste, ma esiste la parola che lo definisce, ed è appunto il termine "nulla".
Agostino dimostrò inoltre che segni diversi dalla parola potevano essere usati per comunicare o definire.
Si può richiamare l'attenzione su un muro semplicemente indicandolo e senza pronunciare la parola "muro".
Similmente si può far altrettanto in altri campi.
Ciò è dimostrato da come i sordi comunchino con i gesti, come gli attori in pantomina.
Quindi, conclude Agostino, le parole non sono i soli segni usati per comunicare.
Questo condusse Agostino ad esaminare se ci sia qualcosa che possa essere mostrato senza l'uso di un segno.
Nella risposta evidenziò che il significato di alcune parole, come "camminare", possa esser spiegato senza l'ausilio di un segno, solo camminando, cioè facendo quel tipo di azione.
Altrettanto si può fare per azioni tipo mangiare, bere, sedere ed innumerevoli altre.
L'azione, in altre aprole, non è un segno, ma propriamente un esempio pratico.
Tuttavia, quando parliamo, esprimiamo parole come segni, cioè significhiamo.
Agostino torna quindi alla considerazione dei segni e sottolinea che esistono sia segni che si rifersicono ad altri segni, sia segni che non sono di per sè segni.
Se si dice "gesto" o "lettera" si formulano in sostanza "segni" di "segni"; ma se si dice "pietra" la parola è un segno, ma il designato non lo è, a meno che non si tratti di pietra miliare, pietra "angolare" o così via.
In merito si potrebbe anche obbiettare che una pietra è molto spesso "segno" di habitat, segno di una determinata struttura geologica, ma sarebbe assurdo far colpa ad Agostino di questa mancata considerazione.
Vi sono poi segni che si riferiscono l'uno all'altro, come "nome" e "parola".
Vi sono segni come le parole che riguardano il senso dell'udito, segni come gesti che interessano la vista, e segni come "la parola scritta" che è da intendersi più come segno di parola che come parola poichè la parola è in realtà ciò che è e messo come suono.
Dopo un ulteriore esame di ciò che può essere insegnato senza segni, verbali o di altra specie, Agostino presentò un ipotetico caso di istruzione in un'arte (tecnica) dalla diretta osservazione della sua pratica, senza uso di segni.
E raccontò il caso di un tizio, ignaro di caccia, che incontrò un cacciatore equipaggiato per l'attività di prendere in trappola gli uccelli, ma non intento a cacciare in quel momento.
Tuttavia, vedendosi osservato, il cacciatore diede prova della propria abilità tendendo le sue reti e catturando un uccello.
Avvenne dunque che il cacciatore divenne insegnante e lo spettatore allievo, senza bisogno di discorsi e di ricorso a segni significanti.
In base a ciò Agostino asserì che se l'osservatore di qualsiasi attività è intelligente a sufficienza, egli può impadronirsi della tecnica semplicemente osservando.
Si potrebbe quindi concludere che si può insegnare anche senza segni, solo con l'esempio pratico.
In proposito cita numerosi esempi.
Sembra una sciocchezza, ma qui siamo ad una svolta pedagogica di portata immensa, perchè finalmente un educatore si accorge che la pratica vale qualcosa, anzi, può valere persino più della teoria.

E, guarda, guarda, un certo scetticismo torna a farsi vivo...
Il valore delle parole non sta secondo Agostino nel loro potere di indicarci la realtà perchè noi possiamo conoscerla: sta piuttosto nel loro potere di ricordarci realtà che già conosciamo.
Sicchè quando si parla con qualcuno, per quanto si possa credere di scambiare con esso delle idee, si sta in realtà solo scambiando delle parole.
Le parole che si ricevono non portano le idee di chi parla; esse rivelano quelle di chi ascolta, che riceve solo ciò che già possiede, cioè un'idea del significato della parola che può essere del tutto diversa da quella dell'altro.
Quest'esempio non è di Agostino, ma mio. Se un uomo colto dice "uomo", lo dice in un certo senso.
Se un uomo rozzo dice "uomo", lo dice in un altro senso.
E se lo dice una donna con una certa esperienza del mondo, lo dirà in un altro senso ancora, mentre se lo dice una ragazzina inesperta esso significa in fondo qualcosa di magico, misterioso e spaventoso tutto insieme.
E questo vale anche per chi riceve la parola come segno.
Figurarci se cominciamo a parlar di Dio che può accadere!
Di più, quando un uomo che desidera insegnar qualcosa - riprende Agostino - di presente agli occhi, egli non conta solo sulle parole, anzi le usa solo come supporto.
In pratica la cognizione diretta della realtà, per Agostino, è superiore a quella mediata dalle parole.
Anzi, ribadisce, che noi non impariamo nulla per mezzo delle parole.
E qui forse esagera, contraddicendosi in parte, perchè egli scrisse molto, sapendo, in fondo che combinando diversamente le parole, così come le idee alle quali si riferiscono, abbiamo davanti significati diversi, cioè scenari diversi comunque intellegibili.
Non credo si scriva sapendo in anticipo di rimanere incompresi.
Comunque si confida sul fatto che qualcuno comprenderà.
Tuttavia è anche vero quel che dice, ad esempio, in questo caso: non posso parlare della Luna a chi non l'ha mai vista.
Dicendo "luna" io non gli dico "Luna", ma nomino un oggetto misterioso.
Applicando questi concetti all'atto di imparare, Agostino concluse che non si può insegnare ad un altro un'idea senza far si che egli la veda o la scopra da sè stesso o in se stesso.
Siamo di nuovo a Platone, ma su basi un pò diverse, perchè mentre Platone attribuisce un'importanza solo all'esperienza delle vite precedenti (Teoria un pò astrusa), Agostino attribuisce importanza all'esperienza attuale, alla visione diretta delle cose.
E' in base a queste considerazioni, in parte scettiche ed in parte empiriche, che Agostino, a buon motivo può considerarsi come un grande innovatore in campo pedagogico ed è assolutamente straordinario che questo tipo di pensatore venga dalle file cristiane militanti, cioè da quello che in genere viene considerato come un movimento fideistico chiuso e sordo ad ogni innovazione.
Comunque sono queste le ragioni, infine, per le quali Agostino dice che il vero maestro è un maestro interiore all'uomo stesso, la sua coscienza, in alcuni casi la vera e propria voce di Dio, la quale ci consente di capire cosa dicono gli altri, maestri compresi, quando ci parlano.
L'importanza del "maestro interiore" non è importante solo a fini pedagogici, ma anche filosofici e religiosi, perchè rivaluta ogni singolo uomo rendendogli una dignità che proprio la religione in generale, sia prima che dopo Agostino, ha teso e tende a mettere in discussione.
Uno dei motivi fondamentali della polemica antireligiosa, da sempre, è che ammettendo l'esistenza di Dio, si svaluta la dignità dell'uomo.
Così in Feuerbach, ad esempio, così, per certi aspetti, anche in Nietzsche.
Si tratta in genere di sciocchezze colossali.
Ma giustificate dall'atteggiamento idiota di molti esponenti della Chiesa.
Un'altra motivazione consiste nell'incoerenza dei religiosi e se guardiamo alla storia della Chiesa, questa è l'unica valida ragione per criticare "chi predica bene e razzola male".
In fondo non c'è un vero altro motivo.
Comunque sia: è chiaro che se si accetta l'impostazione di Agostino, per la quale è vano parlare a chi non vede e non tocca con mano (che è poi un insegnamento evangelico e profetico), è altresì evidente che il soggetto dell'educazione è l'allievo stesso, o meglio, il maestro interiore (che Agostino identifica con Dio, il nous di Anassagora, Aristotele, Alessandro di Afrodisia) mentre l'educatore, cioè il maestro esteriore, l'insegnante vero e proprio, è solo un'opportunità ed uno stimolo, un aiuto e una guida che ci conduce a vedere ciò che non abbiamo mai visto.
Diminuendo l'importanza del maestro terreno e concreto, Agostino aumenta sia l'uomo, sia il fanciullo, sia Dio e tutto in un sol colpo!
Si tratta, in definitiva, di una posizione pedagogica di grandissima portata.
Ovviamente ignorata largamente, anche dalla Chiesa e dalla pedagogia cristiana.
In conclusione dunque una lezione di grandissima attualità.
Agostino sostenne in pratica la necessità di mandare i cristiani nelle scuole pagane onde evitare l'imbarbarimento e combattere l'ignoranza.
Tutti i cristiani erano dunque ampiamente giustificati se mandavano i loro figli a scuola da grammatici e retori stoici o scettici, o epicurei.
Come posizione vecchia di oltre 1600 anni, di uno considerato dalla Chiesa stessa come uno dei padri della Chiesa, non è male, no?

gm - agosto 2000