La vecchiarda della cannucce
Un racconto di Aldo MarinelliMarcello cammina lentamente lungo la riva del Vipava; un piccolo sentiero, formato dal continuo passaggio dei pescatori, si snoda a fatica sotto gli alti alberi, quasi soffocato dal sottobosco che, in quel punto, è cresciuto particolarmente rigoglioso.
Procede piano, contrariamente al solito, non solo perché deve fare attenzione all’incolumità della preziosa canna in mezzo ad un groviglio di piante, ma anche perché quel tratto di fiume ospita delle trote che non concedono eccessive confidenze.
La riva, alta tre metri, rigurgita di ceppi protesi sull’acqua, a garanzia di subacquee caverne; la volta verde della macchia e degli alti alberi si spinge a ricoprire più di metà fiume.
Dalla parte opposta, invece, il Vipava è bordato solo da qualche cespuglio che affonda i rami in acqua, da radi alberi e da un piccolo gruppo di cannucce che fungono da congiunzione tra un arbusto e l’altro. In quel punto l’acqua è profonda, inaccessibile per la pesca ma, a monte ed a valle, in periodo di livelli medio-bassi, è possibile avvicinarsi a tiro della zona, sia pure con i flutti al limite dei waders.
Un’ottantina di metri a monte il fiume si restringe leggermente; ciò accelera la corrente, che ha così alzato l’alveo, permettendo di arrivare a pochi metri dalle prime cannucce.
Risalendo da valle non è difficile giungere a bersaglio grazie a un dorso di mulo che si è creato sul fondo e che, ovviamente, bisogna ben conoscere se non si vuole fare il bagno.
Il posto è magnifico, l’acqua liscia come l’olio, trote e temoli in quantità; quando viene il periodo della schiusa è tutto un susseguirsi di tonfi che paiono sassi buttati in acqua, tanto le bollate sono rumorose. Ma ora tutto è tranquillo; eppure, risalendo lungo la sponda e guardando il fiume, qualche avvisaglia di attività Marcello l’ha notata.
Si ferma e attraverso uno spiraglio della vegetazione osserva l’acqua sotto il margine della riva opposta: perfettamente piatta!
Ad un certo punto ha l’impressione di un movimento; non è sicuro, ma si mette a ispezionare con raddoppiata attenzione. Aspetta... Improvvisamente sembra che una goccia sia caduta in acqua proprio vicino alle cannucce, un metro a monte dell’ultimo cespuglio. Ne è convinto: la trota è lì sotto, è uscita dall’ombra delle fronde, suo naturale riparo, e si è portata a monte, pronta per la caccia lungo un’eccellente linea di scorrimento che le porta, dritto in bocca, quanto di meglio può donare il fiume.
In una posizione come quella la bollata aspirante, discreta e prudente sta ad indicare una cosa sola: una vecchia trota!
Il Nostro sente il cuore accelerare i battiti. Ecco l’occasione dell’incontro tanto desiderato; la "grossa" è fuori in caccia, ma non bisogna sbagliare, al più piccolo errore la trota capirebbe e tornerebbe immediatamente nel suo rifugio, sotto il cespuglio.
Ha già pensato all’imitazione da offrirle: poco prima ha scorto sull’erba e sui rami numerose Sialis o Alder, quei neurotteri scuri, molto simili ai tricotteri o friganee, le cui imitazioni vengono normalmente chiamate sedge.
Certamente molti insetti di quel tipo stanno cadendo in acqua e, se lui riuscisse a portarsi a tiro della trota senza insospettirla, è persuaso che, con un lancio preciso, fatto secondo le regole, il pesce attaccherebbe. Mentre riflette sul da farsi, il pesce bolla nuovamente.
Estrae dal giubbetto la scatola delle mosche e l’apre: le imitazioni sono distribuite con ordine, due o tre per scomparto. Sceglie una sedge marrone scuro con amo del 12, prodotto di un rinomato costruttore friulano; il corpo ha riflessi dorati, le hackles lucenti. Quel contrasto di colori metallici richiama immediatamente l’idea dell’insetto che farà scattare la molla dell'aggressività della trota.
Annoda l’esca sul finale del 20 perfettamente steso, la bagna nel silicone liquido, fatto in casa, e poi l'asciuga coscienziosamente. Adesso è pronto. Scende a valle un ventina di metri e s'immerge silenziosamente in acqua; rimane immobile fino a quando non vede ripetersi il lieve movimento della bollata. Poi comincia lentamente a risalire seguendo il "dorso di mulo"; ben presto ha l'acqua all'altezza dello stomaco, ma occorre avanzare ancora un paio di metri per eseguire un lancio preciso e senza errori. Accorcia al minimo le bretelle dei waders, in modo che siano molto alti, e cammina un altro po’; deve badare a non fare movimenti scomposti per non sentire il fresco dell'acqua entrare da sotto le ascelle. Si ferma e attende un'altra bollata… Eccola! La trota non si è accorta di niente. Questo è il momento! Occorrono concentrazione, decisione e precisione. Il cuore batte forte, mentre lui stende la coda fuori vista della trota; due falsi lanci, poi quello decisivo. La sedge scende in acqua ottanta centimetri a monte della bollata. Giace sull'acqua, la tensione aumenta. Bolla!
L’ansia accumulata nei preparativi si scarica improvvisa, il polso risponde repentinamente e con forza spropositata all'attacco della trota. Sul posto della bollata, prudente e discreta, si alza uno spruzzo di un metro provocato dalla capriola del pesce. La canna resta dritta e senza alcuna flessione; il Nostro è freddo, pallido, svuotato, resta in piedi perché i waders lo sostengono. La trota, ritornata rapidamente nella sua tana, sta sputando avanti ed indietro voluminose masse d'acqua nel tentativo di staccare dalle labbra una bella sedge marrone scuro, opera esimia del celebre costruttore friulano.
Improvvisamente un cupo lamento, accompagnato da uno sfacciato sciacquio, segna la ritirata del Nostro che, ovviamente, sta già maturando oscuri progetti di rivincita esclamando: "L’ho detto che il 20 è troppo sottile, almeno il 25 ci vuole, macché 25, il 26 e super!"
Otto giorni dopo, Marcello è ancora lì. Questa volta è meticolosamente preparato: tutto è previsto, il finale porta un 26 super. Il risultato non può mancare; quella "diabolica" vecchiarda può considerarsi già guadinata e riposta nel cestino.
Con questi proposti l’amico occhieggia tra le fronde, e finalmente appare il sospirato segno di attività dell’antagonista.
Si ripetono tutti i preliminari, culminanti nella silenziosa immersione e nel prudentissimo avvicinamento. Il momento solenne si avvicina, le raccomandazioni che il Nostro fa a sé medesimo non si contano più: "Stai attento, rilassati, ferra piano, etc., etc."
Però, quando la trota attacca la mosca… Pah! Una stangata ed il finale del 26 super se ne va miseramente "a ramengo". Il pesce ripete la capriola e se ne torna rapidamente sotto le frasche a fare esercizi di aspirazione per cercare di staccare l'amo che ha in bocca. Sotto le verdi volte del Vipava cominciano a rotolare altisonanti imprecazioni, che si ripercuotono lungamente non più soffocate nemmeno da un elementare e residuo senso di autocontrollo. E la storia ricomincia! La scena si ripete quattro o cinque volte; ormai la trota sotto il cespuglio è come la réclame della Presbitero con attorno alla bocca, al posto delle volgarissime matite, una rosa delle più celebri imitazioni di mosche. Quando si arriva sul posto, è come assistere ad un rito. L'espressione di Marcello, tutto preso dall'imminente incontro, è da vedere. Il luogo è riservato; ormai la sfida, arrivata ai ferri corti, è diventata un fatto estremamente personale fra i due.
Non so come la trota consideri l'incontro, ma, se sapesse quanta rabbia e quale determinazione animano il Nostro, innesterebbe la "quarta" e lascerebbe, con assoluta urgenza e pochi rimpianti, il fido cespuglio.
Un bel mattino ci rechiamo al consueto appuntamento per l’ennesima rivincita. Nella piana precedente avvistiamo due o tre promettenti bollate, giusto sotto riva. Marcello punta la prima: la trota risponde immediatamente e ingoia l'imitazione magistralmente portale. E' un bell’esemplare sui quaranta centimetri che si difende bene e scorrazza da tutte le parti. Ad un tratto si sente uno schiocco secco: la canna! La bella, superba Phantom di otto piedi, orgoglio e vanto dei famosissimi costruttori inglesi, sottoposta ad una curvatura eccessiva (per qualsiasi modello), ha ceduto: dieci centimetri di punta del cimino scivolano, lungo il nylon, fino al fiume.
Pur con la morte nel cuore, il mio compagno abilmente conduce la trota al guadino e la ripone nel cestino.
Tornato a riva, con il coltello taglia il mozzicone restante di refendù all'altezza dell'ultimo anello e prova a lanciare. La canna è diventata molto rigida, ma si riesce ancora in qualche modo a maneggiare. Purtroppo la contesa con la vecchiarda è gravemente compromessa. Un senso di sfiducia e d'inferiorità si fa lentamente strada nel suo animo.
Arriviamo sul posto. La vecchiarda è fuori, eccola là in azione, ma appare sempre più imprendibile. Eppure bisogna provare, anche l'occasione più remota non va trascurata.
Marcello compie gli abituali preparativi, entra in acqua ed inizia l'avvicinamento.
Oggi manca la solita tensione, la sfiducia ha completato la sua opera. Io mi calo nel Vipava una cinquantina di metri a monte della trota, per non disturbarla e nel contempo partecipare all'avvenimento.
Sto tranquillamente lanciando allorché risuona un urlo. Questa volta è un grido di gioia, di soddisfazione. Mi volto e vedo il Nostro intento a trattenere la trota che tira da tutte le parti; la canna è piegata, la lenza, tesa, si sposta vibrando nell'acqua. C'è sempre un po’ d'incertezza in questi attimi; la paura è che la preda si sganci, e si rimane a sentire se la trazione è continua o se si avvertono i temuti colpi di testa del pesce che cerca di staccare la mosca sui sassi del fondo. Ma la distanza si accorcia, il guadino viene messo in acqua e finalmente la vecchiarda termina la sua gloriosa carriera. Andiamo a riva. La trota è un ibrido di fario e marmorata, dalla testa molto sviluppata e dal corpo piuttosto corto. La sorpresa viene al momento della pulitura; nello stomaco capace appare una massa rosea: una trota di ventidue centimetri con la pelle ormai consumata dai succhi gastrici. Nonostante avesse nello stomaco una trota di ventidue centimetri, la vecchiarda aveva abbocato una bella e affascinante March Brown del 12.
Aldo Marinelli