MATRIMONI:
Uno fuori provincia da
menzionare: è quello di Anita Fè che si è sposata il 18 dicembre 2001.
NATI:
Come preannunciato lo scorso
numero, Stefania Cutini martedì 18 dicembre 2001,
ha dato alla luce Alessandro, 2,940 Kg, per la gioia del fratellino Daniele e
papà…pardon “babbo” Franceso Martini.
E una bellissima notizia ci
è pervenuta qui in redazione: Erica Carloni, moglie di Roberto Capitoni, è in
attesa di un piccolo. Il periodo di nascita dovrebbe essere in Luglio…..auguri
!
E un nuovo montanino…anzi
montanina, è arrivata mercoledì 13 marzo: è Caterina la figlia di Maurizio
Meocci e Simonetta Conti; auguri!
MORTI:
Il 31 dicembre 2001 è venuta
a mancare la Signora Maria Franci vedova Raffaelli, residente a Montepulciano e
sorella di Don Guido, il Parroco di Montefollonico fino ai primi anni ’70.
Purtroppo anche
la nonna di Paolo e Alessandra Lucattini ci ha lasciati: Marina Ciolfi vedova
Della Giovanpaola se ne và all’età di 89 anni il 10 gennaio; negli ultimi anni
viveva a Milano con la figlia Adua e il genero Giordano.
Inizio d’anno
sfortunato per Montefollonico: dopo Lorena Noli, vedova Romani, di 95 anni, la
suocera di Adelina, mancata il 23 gennaio, ci abbandona anche la mamma di
Mario, Marina e Bonaria Facchielli: Ottorina Mazzetti vedova Facchielli di 84
anni. E’ accaduto il 2 febbraio.
L’elenco in
questo quadrimestre sembra non avere fine: l’8 febbraio è deceduta all’età di
91 anni anche Rita Cardelli vedova Neri, la mamma di Nerina; e se ne va anche
Maria Tiezzi vedova Della Giovampaola di 83 anni, la mamma del Dottor
Gianfranco…era il 14 febbraio.
NUOVE ATTIVITA’:
In ritardo, per svista di
redazione (‘un si possono sapè tutte!!). Ci riferiamo dell’avvicendamento delle
parrucchiere: Daniela di Abbadia di Montepulciano ha preso il posto di Patrizia
Valecchi. Quest’ultima è tornata con il marito ed il figlio a Santa Maria degli
Angeli suo paese natale, piccolo borgo vicino ad Assisi.
VECCHIE ATTIVITA’:
A fine marzo Athos Zurli ha
cessato l’attività del maglificio. La nascita di quest’ultimo fù intorno agli
anni’60, quando sua mamma, Angela Bianconi (ma per tutti Angiolina), con il
solo uso dei “ferri” iniziò l’avventura. Nei primi anni ’70 la produzione si
modernizza con l’acquisto di macchine per la rifinitura dei capi. L’arrivo
nella società di Athos è del 1981. Auguri a “Tosson” e tutte le ex dipendenti
per il futuro!
FESTE, EVENTI E INCONVENIENTI:
·
La cronaca è giusto che inizi con la fine! Dietro alla squisita battuta
ci stà il racconto delle feste di fine anno dei montanini. In paese la mitica
festa di Daniele Fè e Silvia Elmi, con “l’invecchiare” dei partecipanti, ha
perso un po’ di verve e quindi nessun “fatto” o “fattaccio” da ricordare…solo
che è stata piacevole ! I poderi delle campagne di Montefollonico sono stati
presi d’assalto dai “citti” e “cittini”: è il caso del Collino dove c’era
Andrea Cannas e altri 10 amici, delle Capanne dove era concentrata la maggior
parte dei ragazzi montanini e di Campoccoli dove s’erano concentrati la maggior
parte dei “CENTAURI A TRE ROTE” montanini…E’ ovvio che sto parlando di mio
cugino Fabio (Frunzino) Mangiavacchi e della sua “ghenga”! Molti montanini
hanno scelto il cenone tra le mura domestiche, ed altri nei ristoranti del
Monte ma in tanti si sono avventurati fuori provincia: Cristiano, Angelo,
Pietro, e tanti altri (erano in 25)
hanno passato la serata, e anche tanta mattina, all’Etoile a Perugia
dove, nonostante una cena non degna del posto (e della cifra pagata!), si sono
divertiti molto. Altri, tra cui io, Raffaele, Lucio, Alessio, Silvia, Cristina
e Sara sono andati a Bologna, a “zonzo” per le strade: un cena “caratteristicamente Romagnola”, al
ristorane “Il Partenone” ,che erano convinti servisse pietanze Campane, e
invece era GRECO, “e di che tinta!”. Ma il più esagerato è stato Davide Cutini,
alias Scisley, che era addirittura a Monelisio (Alessandria) in una cascina con
la fidanzata Francesca e altri amici liguri: “Era meglio se stavo al Monte”
…nelle sue parole la descrizione della serata. Per tutti quest’anno è valso il
buon senso e questi festeggiamenti non hanno implicato lavande gastriche o
passeggiate post-sbornia…almeno credo!
·
L’euro sbarca al Monte ed il nostro sportello Bancomat già il 1 gennaio
“sfornava” la nuova banconota che nei giorni seguenti ha creato un po’ di
disagi nei negozi e agli sportelli della Banca e della Posta. In quest’ultima
grande affollamento il 7 gennaio per uno sciopero dei dipendenti bancari e la
relativa chiusura della Banca del Monte.
·
Il 6 gennaio nella splendida cornice della chiesa di S. Leonardo si è
tenuto un concerto di musica sudamericana organizzato dal comune di Torrita di
Siena. Il gruppo Los Tangueros e il M° Francesco Manneschi si sono esibiti in
brani di musica argentina (Piazzolla) e brasiliana (Jobim, Barque, Gismonti)
riscuotendo il consenso del pubblico.
·
Il 9 gennaio Lucio Trombetti, mio fratello, completato il corso per
divenire Vigile del Fuoco, viene trasferito a Milano dove ora lavora e vive.
Auguri!
·
Sabato 26 gennaio, presso il Palazzo Pretorio, si è svolto un
seminario, organizzato dal Centro Culturale, con il tema: “Il ruolo della
prevenzione nelle malattie cardiovascolari”. Ad approfondire l’argomento il
Dott. Giappichini dell’Ospedale di Nottola.
·
Ondata d’influenza attanaglia il paese: lunedì 4 febbraio il Dottore
Adriano Massai aveva ben 27 visite a domicilio per constatare lo stato di
salute degli influenzati.
·
Seconda edizione del Torneo di Biliardo organizzato da Ivano Talli nei
locali del “Bar Lo Sport”. Per due settimane si sono scontrati i 40 partecipanti
tra sfide infuocate che hanno portato al Monte, tutte le sere, moltissimi
appassionati: l’unico disagio è stato lo scarso spazio per i giocatori di
“Briscola e tre setti”. Delusioni per i Montanini: personaggi titolati come “il
Magnifico” e altri sono usciti alle prime battute; l’ultimo a cadere è stato
Bruno Volpi che è stato sconfitto nella finale di girone. Unica consolazione è
venuta da Massimo Bianconi, di anagrafe Torritese ma di fatto Montanino, che ha
disputato la finale a tre con Marchi e Piroli ambedue di Sinalunga. Ad averla
vinta sugli altri due è stato Piroli, che dall’esperienza dei suoi
settant’anni, ha dettato legge sul panno verde. La “Ben finita”, la cena con
quasi tutti i partecipanti, si è svolta alla Pizzeria La Soggetta di Gracciano.
·
Sabato 23 marzo si è tenuta la cena dei giocatori e delle giocatrici
della Polisportiva Montanina presso il ristorante “13 gobbi”. Ottima la cena a
base di polenta, carne alla brace…e frittelle!
·
L’Amministrazione comunale ogni tanto dà un occhio anche al Monte, e
nel mese di febbraio ha arredato il Centro storico con deliziosi cestini per
l’immondizia in ferro, in sostituzione di quelli gialli e neri.
·
E sempre in tema, nel mese di marzo, nell’area del “Tondo”, il Comune e
la Polisportiva Montanina, dovrebbero arredare il parco, appunto, di tavoli e
cestini in legno per rendere più accogliente l’area. Nel progetto è compresa
anche la realizzazione di percorsi educativi e panoramici intorno al Tondo e
alla Fonte del Bighi. I tavoli verranno sistemati uno al Campo sportivo, uno
alla Fonte del Bighi e gli altri due al Tondo. I cestini, invece, saranno
sparsi in tutta l’area.
Leonardo Trombetti
dalla redazione...
Ci scusiamo con la famiglia Noci per aver citato un Suo congiunto nella rubrica
"L'immortale" del numero scorso, e precisiamo che non era certo nostra
intenzione
offendere, ma ricordare con simpatia le persone più caratteristiche del Monte.
Cosa che intendiamo proseguire.
I bambini piccoli sono
tanti, i genitori che lavorano anche e i nidi ufficiali non bastano - Ecco un’idea
per rimediare.Mi è stato chiesto per la precisione
di scrivere un articolo sul cinema. Ma è più forte di me, lo diceva anche la
Garrone, la mia maestra delle elementari (Santa donna pure lei!): "Sarebbe
anche intelligente, la bambina, tuttavia non si applica... o meglio non si applica
in quello in cui dovrebbe". Insomma io il cinema lo amo tanto ma adesso
vorrei parlarvi di cose più urgenti (quelle in cui mi starei applicando da qualche
tempo).
Ho una figlia di diciotto
mesi, bella e allegra, che si sveglia al mattino dicendo "Bimbi". Li
vuole incontrere, abbracciare, pacioccare come sa, magari spalmandogli un po'
di mela grattugiata delle sue sul musino... insomma sente il bisogno di fare
amicizia con altri tati (sinonimo spesso usato nei momenti di rabbia, quando la
mamma non sente la parola bimbi di cui sopra). Inutile dire che iscriverla al
nido non ha sortito attualmente risultati. A Torrita, dove vivo io da un mese e
mezzo, non c'è il nido, a Montefollonico nemmeno e si deve andare a Foiano dove
c'è, ma non c'è posto, per via che i bambini aumentano (ed era prevedibile,
tutti figli dei figli degli anni settanta... e siamo in tanti in Italia!). Ora
non vedo soluzioni alternative che quella di rimanere a casa da ogni possibile
mia occupazione per guardare la pupa affamata di bimbi… Intendiamoci bene fare
la mamma a tempo pieno è, per una mamma, la cosa più gratificante del mondo, ma
è anche un lusso che non tutte le famiglie si possono permettere. Un bambino,
si sa, ha sì bisogno di affetto ma anche di scarpe, pappe, pannolini,
giocattoli e varie altre amenità costose.
Allora mi sono detta: cosa
farebbero le mamme perfette dei film americani? Quelle che conciliano sempre
tutti i ruoli: la madre con la moglie con la donna in carriera; insomma una
maniera ci sarà. C'è. O meglio: è come il nido di Foiano: ci sarebbe ma...
Esistono i nidi familiari o
micronidi. Dico esistono perché in Italia ce ne sono alcuni. Cosa sono? Sono
gruppi di tre quattro famiglie aventi bambini di età pre-asilo, da zero a tre
anni per intenderci, che rimasti esclusi dal nido (che sì ci sarebbe ma non c'è
posto, o ci sarà perchè lo stanno costruendo ma forse quando avranno finito di
costruirlo i bambini faranno le elementari e magari le medie) decidono, perchè
non hanno altra scelta, di arrangiarsi. Mi spiego meglio: immaginiamoci (e noi
qua non si fa fatica ad immaginare) una famiglia che ha un figlio e entrambi i
genitori lavorano (non per via che sono stakanovisti ma per ragioni pratiche
quelle di prima: scarpine pannolini, etc. etc.), i nonni sono a mille e
quattrocento km da lì, la baby sitter costerebbe lo stipendio della mamma più
un po' di quello del babbo (ci sono baby sitter che chiedono un tanto all'ora e
vi assicuro che a fine giornata il tassametro segna cifre con vari zeri...
anche in euro). Magari c’è anche un affitto da pagare o un mutuo in corso.
Che fa questa famiglia? Ne
incontra un'altra e un'altra e si guardano e si dicono: facciamo così, uno si
occupa dei bambini gli altri, gli danno una cifra ragionevole in maniera che ne
ricavi uno stipendio per sè e finalmente vanno a lavorare in pace, sapendo che
il figlio è in mani sicure, con altri bimbi.
Se ne ricava che i bambini :
1) sono seguiti da una mamma
(che non è poco, e non me ne vogliano gli educatori professionisti ma sfido
qualunque educatore a dimostrarmi che sa fare il padre o la madre a 180 gradi
senza avere dei figli in casa giorno e notte);
2) alloggiano in una casa:
ambiente a loro più familiare di una scuola (perchè si tratterebbe di avere una
famiglia ospitante che riceve in casa propria i bimbi) e soprattutto potrebbero
esserci delle forme di elasticità maggiore circa gli orari, conformemente alle
esigenze delle singole famiglie;
e che i genitori:
1) spendono in media come
mandarli al nido o poco meno, ricevendo per i figli le stesse cure se non
migliori rispetto al nido (al massimo dovrebbero esserci quattro bambini per
ogni famiglia ospitante);
2) non devono portarli a km
di distanza (non si dimentichi l'età) con pioggia neve o vento alle 7,30 del
mattino, rischiando di fargli beccare una polmonite tutte le mattine
Insomma, in accordo con mio
marito avremmo deciso di voler fare da famiglia ospitante. Allora ho cercato
una cooperativa che già lavora nel settore infanzia che mi desse delle
informazioni, delle dritte su come fare. E sapete questi cosa dicono? Che stanno
facendo proprio dei progetti di questo tipo, che stanno "monitorando il
territorio" e che sanno bene che in queste zone mancano i servizi. Che non
esiste ancora una regolamentazione legale chiara sui micronidi, che a questa
carenza bisognerà venire incontro con studi e approfondimenti e che sono
"preoccupati" perchè non sanno se riusciranno a venirne a capo. Alla
fine del monitoraggio che si prevede, udite udite, nel 2004, sapranno dirmi
qualche cosa. Nel 2004 mia figlia avrà quattro anni e forse per allora le
difficoltà di gestione di un figlio avranno già convinto diverse famiglie a
rinunciare alla paternità e alla maternità; così, a monitoraggio terminato,
avranno un bel nido a Torrita e tanti bei micronidi in tutta la Valdichiana
vuoti.
Intanto mia figlia cresce e
chiede dei bimbi e io sto qua a cercare di capire come fare a lavorare e fare
la mamma. Quanti altri come noi pensano che sia un’urgenza quella di dare il
meglio ai nostri bambini? Avete mai visto un bambino avere pazienza quando
vuole una cosa? Piange e batte i piedi fino ad ottenerla. Anche in questo
dovremmo imparare da loro.
Lascio il mio recapito se
qualche famiglia vuole parlare con noi dell’argomento spero di incontrarvi
numerosi: Sonia Del Secco tel. 0577-685204 oppure 328.326.37.27
Prometto che il prossimo
articolo sarà sul cinema… se ancora lo vorrete…
Sonia Del Secco
FANTASCIENZA: LA MITOLOGIA
DEL TERZO MILLENNIO
1).Da Frankestein ai robot
Robot,
androidi, cloni, cyborg sono ormai insediati nell’immaginario collettivo della
nostra epoca prendendovi il posto magico che una volta era occupato dalle fate,
le principesse, i re i draghi e gli gnomi. La fantascienza è stata definita la
mitologia del terzo millennio, l’ultima Medusa, simbolo delle paure più remote
degli uomini. Ma come è riuscita questa narrativa dell’irrealtà a ricevere così
larghi consensi? mi chiedevo da assoluta profana. Com’è possibile che la gente
legga quelle storie così assurde o vada al cinema entusiasta a vedere quelle
“americanate surreali”? (Mi scusino Spielberg e i suoi fans)
La risposta ho scoperto essere racchiusa nella
possibilità che tali fantasticherie danno allo spettatore/lettore di evadere in
un mondo diverso, collocato in un futuro ragionevolmente possibile, costruito
attingendo dal serbatoio della scienza - biologia, genetica, tecnologia - e
giocando sul filo delle sue paure, ipotizzando sconvolgimenti inimmaginabili
delle sue sicurezze scientifiche.
La fantasia degli scrittori
di fantascienza scava direttamente nei meandri più oscuri della “società tecnologica
di massa”. Il risultato è un quadro altamente rappresentativo delle zone d’ombra,
delle paure e delle avversioni che pervadono le coscienze collettive e individuali.
Si potrebbe dire che la fantascienza è una mappa dell’inconscio in cui emergono
i simboli della psiche moderna, ed è questo rapporto tra inconscio e arte
(nel nostro caso letteraria e cinematografica) a legare psicoanalisi e fantascienza: dando un manto
di credibilità a ciò che è o potrebbe sembrare incredibile, entrambe trasformano
l’inverosimile in verosimile.
Tutto iniziò nel 1818 con la
pubblicazione di Frankenstein, il primo modello di romanzo fantascientifico che
demonizza le possibili conseguenze del progresso e della scienza (siamo in
piena rivoluzione industriale) con una ribellione del creato sul creatore. Nei
fatti, la Shelley anticipò il connubio tra fantasia e scienza, molto prima del
suo battesimo ufficiale nel 1911 quando Hugo Gernsback le conferì il nome di
science fiction. Mary Shelley, moglie del celebre poeta inglese Percy Bisshe
Shelley, appartiene alla corrente anti-illuminista che vede lievitare la
scienza nelle tenebre notturne, pericolosamente vicina al peccato e al crimine.
Ci voleva il clima positivista per ribaltare quell’immagine “nera” della
scienza ed è lontano dalle nebbie dell’ Inghilterra, sotto il cielo di Francia
e degli autori naturalisti che uscì il primo scrittore innamorato della
scienza, Jules Verne, il padre della fantatecnologia, che si fa cantore dei
lunauti nel suo più celebre romanzo: Dalla Terra alla Luna. Solo più tardi si
svilupperà con George H. Wells una coscienza critica: la scienza paladina non
solo del nuovo e del bello ma anche portatrice di guai e preoccupazioni per il
futuro. Wells è il primo a dipingere scenari futuribili di degenerazione
morale. Ma l’atto di nascita della fantascienza, come genere letterario
autonomo è segnato dall’avvento dei periodici classificati nella categoria dei
pulp magazines (1920 circa), con i quali inizia l’epoca della fantascienza a
grande diffusione, rivolta a un mercato di massa piuttosto che elitario.
Bisognerà aspettare i tardi anni Trenta perché la fantascienza perda quell’aura
di spazio destinato a restare fantasioso e innocuo per diventare metafora di
paure collettive; è un classico ad esempio, il caso dell’attore e regista Orson
Welles che nel 1938 da una radio americana, trasmise la “cronaca”, estrapolata
e adattata da un romanzo di Wells, di un improvviso sbarco dei marziani sulla
terra. Il suo tono veristico gettò nel panico migliaia di cittadini, che
cercarono sicurezza e informazioni con
telefonate convulse alla radio e alla polizia, scesero terrorizzati per
le strade o si dettero alla fuga sulle
proprie automobili. La notizia trasmessa da Welles scatenò il panico perché
l’opinione pubblica, già allarmata dalla situazione politica internazionale,
ormai prossima alla seconda guerra mondiale, si attendeva qualcosa di clamoroso
e negativo, sulla base di paure più o meno consce.
Un tema che ha stimolato parecchio
in tempi recenti gli autori di fantascienza è quello dei robot esseri meccanici
più o meno “antropomorfi”, cioè in forma più o meno umana, capaci di fare
le stesse cose dell’uomo e molte altre ancora. I robot sviluppati e sfruttati
dalla fantascienza discendono dagli automi inventati molti secoli fa, in grado
di suonare strumenti, ballare, mimare lavoratori intenti alla loro attività
o battere le ore su qualche campanile. Isaac Asimov affrontò il tema su
piano fantasociologico Lo scrittore, provenendo da una cultura, quella
comunista in Russia, in cui l’utopia di una società senza classi era stata
rimpiazzata da una società composta di due classi - l’apparato e il resto
dei cittadini - è probabile che si fosse identificato con la classe dirigente,
relegando l’altra, quella degli operai-robot, al ruolo di fornitrice di forza-lavoro.
Tutto questo drammatizzato dal timore degli umani che i robot abbandonassero
fedeltà e rispetto e si ribellassero. Il termine “robot” viene dal dramma
R.U.R. Rossum Universal Robota, scritto nel 1921 dall’autore ceco Karel Capek.
E non per nulla in ceco robota discende da una radice che indica un lavoro
forzato.
Nel prossimo numero, se non mi avrete legato le mani
dietro la schiena, finirò di raccontarvi questa …breve storia della
fantascienza. Magari a qualcuno interessa!
Sofia Canapini
PERSONAGGI
I
più eruditi osserveranno che il titolo è scopiazzato da “I promessi sposi”, ma
va bene anche in questa occasione. La scorsa estate mi trovavo nella bottega di
Adelina e, in attesa del mio turno, salutavo questo e quello, tra cui Iris del
Riccioletti che mi fa: “Dimmi un po’, ma che combinate con quel giornalino,
eh?”
“Oddio – dissi tra me – di sicuro ho detto qualcosa
che non va”. Col pensiero rilessi gli ultimi articoli che avevo scritto per
capire se ero incorso in qualche maldicenza, in qualche offesa. “Perché, che
s’è combinato?” chiesi con un filino di voce. “Brutti sordoloni schifosi, come
mai non ci mettete mai niente del mi’ Riccio? Parlate sempre dei soliti e di
lui ve ne siete bell’e dimenticati”.
A questo dolce rimprovero mi si allargò il cuore e
ripresi il pigolo. Nella trentennale storia, sia pure a singhiozzo, di “Aria
del Monte”, ogni tanto pioveva qualche critica: e perché s’era scritto così, e
perché ci s’era messo cosà. Sono gli incerti del mestiere. D’altra parte
l’assegno che mensilmente l’Editore ci stacca è così elevato che qualche
rampogna si può tranquillamente sopportare: ieri come oggi Parigi val bene una
messa.
Il nostro obiettivo è stato sempre quello di far divertire
e mai di offendere, raccontando fatterelli e situazioni che rendono piacevole
la vita e simpatici i personaggi presi di mira. Veramente un rimprovero simile
c’era già stato, quando Gelardo s’era lamentato perché s’era scritto che beveva
un fiasco a pranzo e uno a cena.
“Ha fatto bene – disse subito qualcuno – o che si
vanno a raccontà certe cose!”. Più che giusto, solo che il nostro “Gela” si era
arrabbiato perché mancava il fiasco che beveva a colazione, più i diversi
“gotti” che tracannava al bar con gli amici.
A dire il vero qualcosa sul Riccio s’era scritto
quando, tanti anni fa, voleva cambiare religione. Ora ci riprovo, sperando che
Iris non se ne dolga.
Dunque, Riccioletti (per l’anagrafe Senesi Ilio)
sarà stato chiamato così perché aveva i capelli lisci come l’olio, appiccicati
alla testa dalla brillantina o per via di un ricciolo alla Macario che cadeva
sulla fronte. La sua nascita, avvenuta in quel di Livorno dove la sua mamma, la
sor’Emma, era emigrata da Petroio, è ancor più misteriosa di quella di Gesù.
Non si sa se è nato sotto un cavolo o se la sor’Emma lo ha avuto da ragazza o
da sposata, oppure da vedova o da accompagnata. Neppure Iris ne è a conoscenza.
Certamente il piccolo Riccio non era nato con le chiacchere. Poi è venuta la guerra,
sua mamma è arrivata al Monte da sfollata e dopo un po’ è sfollato anche il
figlio che era nella Milizia, un corpo che nel ‘43-44 non prometteva niente di
buono. Io comincio a conoscerlo nel dopoguerra alle partite di calcio, dove
giocava centro-mediano, con una fascia che impediva ai suoi capelli neri
corvini di venire in avanti e coprirgli la visuale. Gran giocoliere del
pallone, soprattutto di testa, una volta dalla sua metà campo, non sapendo a
chi passare la palla, tirò in porta e fece goal. Non bisogna però dimenticare
che prima di esibirsi nel campo parecchio irregolare del Monte, aveva giocato
nel Livorno. Questa sua abilità nel muoversi si vedeva anche nelle feste da
ballo, dove con le sue piroette dava aspettacolo. Se ci aggiungete che era un
bell’uomo, con una faccia quasi da attore e una voce baritonale, il tutto
incartato dalla divisa di poliziotto, capirete che non sarà stato difficile per
lui conquistare la primogenita di Spartaco che allora era giovane e bella.
Appena arrivato al Monte, per un po’ Riccio fece il
perdigiorno, poi entrò in miniera ma gli bastò meno di un anno per capire che
la miniera non faceva per lui e rifece il perdigiorno. Dopo qualche tempo
rieccotelo in divisa, quella grigia dello scerbotto: era entrato in polizia. Il
nostro Riccio è sempre stato un tipo stravagante. Quando tornava al Monte in
licenza, radunava cinque o sei ragazzi in piazza e li portava davanti alla
bottega di Babacco dove li faceva cantare, sull’aria del Carnevale di Venezia: “Il mio cappello ha tre punte, ha tre punte
il mio cappello e se non fosse a tre punte, non sarebbe il mio cappello”. La
bottega era dove ha il garage Cordevole, ma allora si scendeva qualche scalino.
Assomigliava proprio a una buca tutta nera, si vedevano tre punti luminosi: la
forgia e gli occhi di Babacco perennemente arrossati. Quando assottigliavano un
vomere o la lama di una coltrina, il suo aiutante Gè teneva tra le braccia una
mazza più grossa di lui e sollevandola appena dava dei colpettini mentre Baba
roteava un mazzuolo e faceva dei gran botti. Perfettamente sincronizzati; da
fuori si sentiva ta-pum, ta-pum. Quando sentiva la “chiuchiurlaia” il nostro
battimazza alzava un attimo lo sguardo e commentava: “Sé, riecco quel coglione
e tutti quelli strulli che gli danno retta”. La paga dei cantanti era una
manciata di caramelle o un gelato da Giulietta di Toselli.
Il luogo di lavoro di Riccio era la Questura di
Savona; dove il suo spiccato accento livornese si mescolò a quello savonese;
così il povero Ennio, sentendo il montanino della mamma e il savon-livornese
del babbo, poco mancò che parlasse in cinese.
E a Savona Riccio si portò dietro tutti i cognati
mentre al Monte rimase la Sor’Emma, di sicuro una santa donna ma un po’
tragica, come la Madonna dei sette dolori. Ogni tanto veniva a trovarla, ma
lei, per farlo venire più spesso, faceva mandare dei telegrammi: “Mamma
ammalata vieni a trovarla”. Riccio chiedeva un permesso di qualche giorno e
faceva un salto al Monte. La mamma aveva il mal di gola. Dopo qualche tempo: “Mamma
gravemente ammalata vieni subito”. Riccio accorreva di nuovo e alla Sor’Emma
faceva un po’ male una spalla. Dopo un po’: “Mamma sta molto male, accorri”. E
Riccio accorreva per constatare che la mamma aveva fatto indigestione. Quando
arrivò un quarto telegramma “Mamma gravissima”, Riccio, stufo di chiedere
permessi per la mamma moribonda, rispose con un altro telegramma “Vengo solo se
mamma morta”.
Poi la Sor’Emma morì per davvero ma Riccio di tanto
in tanto seguitò a venire e, siccome Iris e il Questore erano lontani, gli
piaceva divertirsi un po’ con gli amici, al bar del Parrini, giocando a carte o
a biliardo, raccontando le sue bravate da superpoliziotto (a sentir lui a
Savona non c’era più un delinquente nel raggio di 50 km.), e soprattutto svuotando
sestini, lui che in servizio beveva solo acqua. Quiando era un po’ brillo,
sfruttando le sue abilità di equilibrista, cominciava a lanciare quei poveri
bicchieri per aria – due, tre, qauttro per volta – come fanno i giocolieri e
non ne faceva cascare nessuno, mentre il Parrini piagnucolava e non osava
guardare.
Fu in una di queste scappate al Monte che un
pomeriggio capitò al bar di Piergiorgio, dove c’era Toselli in qualità di
barman e qualcuno di noi ragazzi. “Dèh, sor Toselli, vorrei qualcosa da bere che
non fosse vino, siccome l’ho bevuto anche troppo” “Un succo di frutta” rispose
Tosi. Riccio cominciò a sorseggiare facendo strane boccacce “Dèh, questo succo
‘un sa di niente, o che m’ha dato sor Toselli!” “Andiamo andiamo – risposte
Tosi – ‘un lo dica neanche per scherzo, cheddé, è Lombardi, il nome glielo
dice”. Riccio finì il bicchiere, poi volle vedere il barattolo. Sembrava eguale ai succhi Lombardi però c’era
una scritta diversa, non si capiva bene perché era un po’ scolorita. Poi a poco
a poco si capì: conteneva quel liquido che una volta congelato serve a
mantenere fresca la roba (oggi si trova nelle pastiglie di plastica che
mettiamo nella borsa-frigo).
Mentre Ricci diceva “Oddio, ora che mi succede?” e
Lorena disperata voleva che qualcuno lo portasse al pronto soccorso, capitò
Pierpaolo Mastroiacovo che allora non era il cattedratico del policlinico
Gemelli, ma uno studentello che in
estate girellava qua e là per l’Europa, tra Porta Portese a Roma e Portobello
“Roadde” a Londra
“Gnente de grave – sentenziò il futuro luminare – al
massimo je farà un po’ de ggelo a lo stomaco” “E che devo fa’?” chiese Riccio.
“Beve un tè caldo”
A Riccio questa terapia gli sembrò da coglioni.
Allontanarsi dal vino una volta, passi, ma due volte era davvero troppo”. “Ma
perché l’alcole non fa caldo?” chiese di nuovo. “Si, si “, rispose Pierpaolo.
“Allora ci bevo qualche bicchiere di vino, di quelli
da bibite, per essere sicuro dell’effetto”
“Riccio, ma non avevi detto che ce n’avevi già
parecchio in corpo?”
“Déh, lo mando a fa’ compagnia a quell’altro!”
In estate queste cose non succedevano: veniva con la
famiglia e allora si limitava al gioco. In una delle interminabili partire a
Scala Quaranta, quando basta che entri una carta perché qualche diecimila (oggi
salite a una cinquantina di Euri) passi da una tasca all’altra, entra nel bar
il figlio Ennio allora adolescente, e chiede “Papà, hai vantaggio?”
Tutti zitti, assorti nel gioco. Ennio va a fare una
giratina chiedendo a tutti: “Hai visto Morrenno?” Non era il Moreno tuttofare
che oggi tutti cercano disperatamente e che allora era “stughiente” di
ragioneria, sezione staccata della Tazza d’Oro e bar dei dintorni, ma Moreno
Caroti. Non avendolo trovato, tornava al bar e faceva la stessa domanda.
Silenzio assoluto. Altra giratina e altra richiesta a papà. Mosso a compassione
finalmente gli rispose Francescone, con il garbo e la gentilezza di cui era
capace quando era incazzato perché perdeva. “Si, caro, papà sta vincendo, corri
a dirlo alla mamma, vai!”
Una di quelle estati arrivò in ferie un Riccioletti
trasformato. Niente sestino, niente sigaretta, via il vizio del gioco: era
candidato Testimone di Geova, pronto al sacrificio e al martirio. Aveva
imparato a mente una specie di predica che ripeteva a tutti come un disco,
sempre uguale. Quando Riccio cominciava la solfa tutti se la svignavano e Reste
rimaneva l’unico ascoltatore. Ma poi, come sappiamo, Riccioletti venne salvato
da quell’insano proposito dal Diavolo, che in quell’occasione vestiva i panni
del Sergente, con la complicità di una damigiana di vino.
Infine arrivò l’età della pensione e Riccio, che non
aveva mai guidato una macchina, di motorinizzò e cominciò ad andare su e giuù
per la via delle rapine (già via della Madonnina) da casa sua al Monte almeno
cento volte al giorno.
Un giorno sento suonare il campanello alle sei del
mattino. “’Un sarà mica la polizia”, dico tra me. Ed era davvero la polizia, ma
per fortuna in pensione. M’affaccio alla finestra: era Riccio. “T’ho portato
l’ova”, mi fa. “Riccio, ma ti venisse sonno, a quest’ora vieni!” “Così so’ più
fresche, dèh!”
Era l’affitto del pollaio, un lussuoso bilocale,
circondato da un parco straboccante di bottiglie, barattoli, canteri, secchi
sfondati, plastiche policrome e scarti degli orti. Ora parte di quella preziosa
mercanzia va a finire nei cassoni della “monnezza”, come dicono quelli che sono
stati a Roma qualche tempo. Iris vi aveva fatto una specie di zoo, con polli,
conigli, nane mute, piccioni, oci e faraone.
Riccioletti è morto a settant’anni, ma non è mai
invecchiato. Aveva conservato lo stesso spirito e quasi il fisico degli anni
giovanili. Peccato che il lavoro lo abbia tenuto lontano dal Monte per tanto
tempo: avremmo avuto un personaggio caratteristico di prim’ordine, di una
specie oggi, purtroppo, in via di estinzione.
Alfredo Machetti
Il saluto del Colombini (tra un bicchiere di vino e l'altro):
- Ciò! Baby, ciò! Mammuasel de Parì! Nel trugiolé messié!-
FAMIGLIE
NOBILI A MONTEFOLLONICO
“Passarono alla Nobiltà di
Siena da questa Terra i Landucci, i Ballati, i Venturini, e altre, e
presentemente in questa Corte non solo esse vi possiedono, ma i Cinughi, i
Moreschini, i Grossi, i Piccolomini, e della Ciaja, e i vecchi del luogo
asseriscono, che dentro la Terra vi erano le Famiglie Milandroni, Baj, Misoni
(?), Fantozzi, Mazzoni, Barbieri, Foresi, e Palusi, ma presentemente i soli
Barbieri si mantengono. “
Così si trova scritto nelle “Memorie
storiche, politiche, civili e naturali delle Terre e Castella che sono e sono
state suddite della Città di Siena, raccolta dal Cav. Giovanni Antonio Pecci
patrizio senese” risalenti al 1750 circa.
Come si può vedere quindi le famiglie
nobili originarie di Montefollonico non erano molte, mentre in maggior numero
erano i nobili, in gran parte senesi, che possedevano terre e case nel
territorio del Monte.
In questa occasione accennerò ad alcune
notizie su una di queste, e cioè sulla famiglia Moreschini, la quale ha dato il
nome alla Torre di Porta a Follonica, e nella quale aveva stabilito la sua
dimora, come si legge nelle stesse memorie. “…Porta a Follonica, fabbricata
tutta di pietre concie con grossissime muraglie. Ha questa dirimpetto
l’Antemurale, ma mezzo diroccato, con due baluardi lateralmente collocati, di
forma rotonda, che uno di questi è demolito, e l’altro serve per abitazione
particolare della Famiglia Moreschini.”
I Moreschini erano una famiglia
importante della nobiltà senese, che a Montefollonico possedeva due poderi
oltre, probabilmente, altri pezzi di terra; dall’”Estimo del Contado” del 1726
si può vedere nel volume 165 a pagina 242, che i poderi di Campoccoli e di
Felline appartenevano in quella data a Clearco Moreschini, dottore e medico di
chiara fama il quale trattò, fra l’altro, sull’acqua della sorgente di Trafonti
(vedi articolo sulle sorgenti). Si può ipotizzare che acquistassero la Torre ed
anche la Porta di Follonica, dato che su questa vi era il loro stemma, in
seguito alla caduta della Repubblica di Siena (1555-1559) e quindi
all’annessione di quel territorio al Granducato di Toscana sotto Cosimo I de’
Medici.
Essendo questo edificio non più utile dal
punto di vista militare ed avendo probabilmente subìto danni nel periodo della
guerra di Siena, vennero intrapresi dei lavori di restauro e di modifica di
destinazione, da fortilizio ad abitazione “particolare”, intendendo con
particolare una seconda casa o casa di campagna. Poiché durante gli ultimi
restauri sono stati ritrovati sul tetto della Torre dei coppi datati 1580, si
potrebbero far risalire a quella data tali lavori e quindi il possesso di tale
edificio alla famiglia in questione.
Nella relazione della visita di
Bartolomeo Gherardini, illustrissimo auditore di Cosimo III de’ Medici, fatta
nel 1676 a Montefollonico, si parla di un dottor Girolamo Moreschini il quale
tiene conto dell’Oratorio della Madonna a Follonica ovvero di S.Elisabetta
posto subito fuori della Porta di Follonica, e cioè l’attuale Scannatoio
vecchio. Sempre nella stessa relazione, un certo dottor Francesco Moreschini
possedeva un podere nel feudo di Montefollonico.
Come tutte le famiglie nobili che si
rispettano anche i Moreschini avevano uno stemma, la cui descrizione
approssimativa si legge nelle memorie: “Sopra questa Porta si scorge uno stemma
gentilizio, che consiste a destra in un Albero, e a sinistra in un leone
rampante.”
In seguito a ricerche più approfondite ho
trovato sia il disegno che la descrizione esatta di detto stemma: “d’oro al
leone rampante di rosso addossato da un albero sradicato di verde, col capo
d’azzurro caricato di tre gigli d’oro separati da quattro pendenti di un
lambello di rosso.”
In araldica ogni simbolo ha un suo esatto
significato e il loro insieme designa una sola famiglia: tutto ciò perché il
compito dell’araldo, appunto, era quello di riconoscere le armi dei cavalieri
alle barriere dei tornei e quindi di gridarne l’origine.
L’oro è il metallo più nobile del blasone ed
indica la forza, la fede, la ricchezza ed il comando; il leone è, anche lui, il
più nobile animale del blasone e si rappresenta con la bocca aperta, la lingua
sventolante, la coda ripiegata verso la schiena, e la testa di profilo e
simboleggia la forza, la grandezza, il comando, il coraggio e la magnanimità.
L’albero dello stemma può essere paragonato
ad un pino, visto come è stato rappresentato; anch’esso è uno degli alberi più
prestigiosi in un blasone, perché indica antica e generosa nobiltà, benignità e
cordialità. Colui che se ne fregia è un grande signore che non disdegna né
allontana i più umili che gli vivono intorno.
L’ultima parte della descrizione dello stemma
va sotto il nome di Capo d’Angiò ed è una insegna (pezza) onorevole di primo
ordine data da Carlo d’Angiò per concessione alla parte guelfa in seguito alla
vittoria su Manfredi a Benevento (1266).
Questo stemma lo si può anche osservare
nella chiesa del Convento di S.Sigismondo, in uno degli altari di destra per
chi entra dalla porta principale: è evidente quindi che i Moreschini avevano
scelto questa come chiesa di famiglia ed avendo un certo prestigio, si erano
potuti costruire anche l’altare personale probabilmente agli inizi del 1700,
come se ne deduce dalle cronache del convento (vedi articolo precedente sul
convento di S.Sigismondo).
Gli archivi per ora consultati non ci dicono
quando questa famiglia abbia venduto le sue proprietà di Montefollonico, ma si
può presumere che ciò sia avvenuto intorno alla fine del 1700-inizio 1800,
poiché le cronache di quei tempi non ci trasmettono più notizie relative alla
presenza montanina dei Moreschini.
Andrea Tonini
Mi scuso per qualsiasi “errore storico” (se mai ce
ne sia uno più grosso della guerra stessa) che possiate riscontrare tra le
righe. Quanto racconto non è tratto da un libro di storia ma dai ricordi, più o
meno esatti, di chi questa tragedia l’ha vissuta davvero !
Leonardo Trombetti
I° Episodio: Trombetti Mario per tutti Bruno
Negli anni ’30 vivevo con
tutta la mia famiglia al Palazzo Malacia, mezzadro della Signorina Marselli.
Come per tutti i giovani anche a me arrivò la chiamata alle armi e così nel
maggio del ’38 fui mandato a Firenze arruolato in Artiglieria. Per mia
sfortuna, e non solo mia, l’Italia entrò in guerra nel ’40 ed il mio reggimento
fu mandato al fronte, me compreso. Ci trasferimmo da Firenze a Bari in treno
per poi imbarcarci per l’Albania che era sotto il controllo italiano. Sbarcammo
a Durazzo e da lì ci spostammo a cavallo (i nostri cannoni erano trainati da
cavalli, appunto) verso la prima linea: il nostro compito era invadere la
Grecia! Passando per Elbasan, ci accampammo vicino a Coriza, ultima città
albanese prima del confine con la Grecia. A me tutto sommato non andava male,
ero in magazzino con l’incarico di custodire le selle per i cavalli.
Il nostro campo era situato,
tatticamente, sotto una montagna e da lì con i nostri potenti obici da 117mm
bombardavamo il nemico. Frequentemente gli aerei greci sorvolavano quell’area
per individuarci ma ringraziando il cielo non ci trovarono mai e anzi un giorno i nostri apparecchi ne
colpirono uno e lo fecero precipitare.
Capitavano spesso scaramucce
con l’esercito greco ma non erano mai attacchi eroici e definitivi: gli ordini
erano di invadere ma la convinzione era scarsa. La svolta ci fu con l’arrivo
dei tedeschi: Dio mi fulmini se ero d’accordo con i loro modi e metodi, ma come
combattenti erano eccezionali coraggiosi e intrepidi. Avevano bisogno di un
passaggio per i Balcani e ‘un sentirono storie: invasero la Jugoslavia e la
Macedonia. I greci erano in trappola con noi a Nord, i tedeschi a Est e il mare tutt’intorno: non poterono far altro che arrendersi. Grazie
alla resa fu liberato un intero reggimento di alpini, miei compagni, che
qualche mese prima erano caduti in un imboscata dell’esercito greco. Già in
questa fase della guerra i tedeschi attuavano la loro “pulizia” ed al loro
passaggio in Macedonia catturarono, dopo un attento rastrellamento, sessanta
macedoni di origine ebrea. Più tardi, per televisione, ho saputo che solo uno
di loro era sopravvissuto ai campi di concentramento.
Nel ’41 fummo mandati al
confine slavo, a Scutari per la precisione, a stanare i partigiani del generale
Tito: chiaramente non se ne vide nemmeno l’ombra!
Tutto questo durò fino al
’42 quando fui rimandato a Firenze: il nostro esercito era ormai allo sbando!
Qui, a Careggi, mi si presentò la scelta di restare nell’esercito o lavorare
per “la Patria”…non era difficile ! Tornai nello stesso anno al Monte per
lavorare nelle miniere di lignite del Sig. Vitolo: non che fosse meno pericoloso
della guerra, ma almeno sarei morto in Italia, a casa ! Comunque mi ci scappò
anche di sposarmi nel ’43 con Maria Botarelli, che ancora sopporto, e che si
trasferì da Lucignano.
La guerra, però, non era
finita e dopo la nostra resa la Germania occupò l’Italia. Proprio a Palazzo
Malacia si era insediato un reparto di artiglieria tedesco, mentre al Monte
c’era la fanteria con molti “sbandati” italiani. I comandanti tedeschi ci
trattarono bene, anche perché gli si dava da mangiare e da bere e non gli procuravamo
guai. Questi non mancarono lì vicino: alcuni partigiani spararono a due soldati
tedeschi senza riuscire ad ucciderli; i comandanti si recarono a Torrita per
indagare e da una soffiata venne fori il nome del Podere Grilloni che subito
vene incendiato…erano permalosini! Il fatto più brutto per la mia famiglia
accadde nel ’44, quando un proiettile di una cannone della contraerea tedesca,
che era situato a Sinalunga, cadde in casa sfondando il tetto e fermandosi
nell’armadio: fumo, polvere e tanta paura soprattutto per Marcella, mia figlia,
che aveva appena un anno e dormiva nella culla in quella camera. Io ero nei
campi ma per fortuna in casa c’era mio fratello Ilio che la prese e la portò
fuori…la mi’ moglie era scappata dalla fifa!
La guerra finì nel ’45 ed io
tornai a fare il contadino a Palazzo Malacia.
IN OGNI NUMERO VORREMMO PUBBLICARE QUALCOSA PER DIVERTIRE I
CITTI. SE QUALCHE NONNA, MAMMA, SORELLA GRANDE
(O NONNO, MAMMO, SORELLO) AVESSE DA MANDARCI QUALCHE NOVELLA MAGARI AMBIENTATA NEI NOSTRI LUOGHI - MA NON E'
INDISPENSABILE - CE LA INVII O LA RACCONTI A QUALCUNO DI NOI E LA PUBBLICHEREMO
VOLENTIERI.
Son’Elisabetta, la
cicaletta.
Canto di qui, canto di là
col trallallera e col
trallallà.
come soprano e come
contralto
sul ramo più alto, su quello più basso,
più sento caldo più me la
spasso.
Canto in francese, in
milanese,
in turco, cinese e
giapponese.
Canto perfino in chianino.
Canto soltanto e non lavoro
mai,
canto e dimentico i guai.
Canto più forte del grillo.
Mastico gomma e bevo vino,
porto le scarpe col tacco a
spillo
e me ne frego del
formichino!
Sono l’Enrica, brava
formica.
Lavoro sempre, senza riposo.
Quel che guadagno metto da
parte
per il corredo quando mi
sposo.
Non gioco a carte
non so ballare, non vado al
mare.
non rido mai, neppure canto.
Più m’affatico, più son
contenta.
Unico lusso far la polenta
e massaggiarmi i piedi la
sera.
Son diligente, saggia,
severa.
Un desiderio? Uno soltanto:
che la cicala, quella
sfacciata
venga scacciata.
Renzo Butazzi
Sapete perché i Gatti non sopportano i Topi e li cacciano
continuamente? Sapete perché i Gatti non se la intendono con i Cani e si
azzuffano sempre.? Se non lo sapete leggete questa vecchia favola trentina.
Tanti, tanti anni fa, quando per mangiare l’uomo
doveva lavorare faticosamente la terra, nella buona e nella cattiva stagione,
dall’alba al tramonto, senza riposarsi mai, Gesù si commosse e chiese al Padreterno se poteva fare un grande miracolo.
Il Padreterno gli dette il permesso e Gesù decise di far crescere il grano
tutto l’anno, senza che nessuno avesse bisogno di coltivarlo e con spighe
grandissime che avevano un milione di chicchi ciascuna. Più volte l'anno i
chicchi cadevano da sé e c’era solo da raccoglierli. Il grano
c'era sempre in grande quantità e per tutti, uomini e animali. Con il
grano si facevano il pane, i dolci, la grappa, la frittata e la polenta, il
pastone per i conigli e i grissini per le mucche che ne erano molto ghiotte. Il
grano non finiva mai; era sempre così tanto che i sacchi si accumulavano anche
per le strade, marcivano sotto l’acqua o li vuotavano uccelli e leprotti, ma
soprattutto i topi, senza che nessuno ci
facesse caso. E nessuno, naturalmente, aveva più voglia di lavorare perché
mangiava lo stesso. Finché un giorno il Padreterno, di fronte a questo spreco,
perse la pazienza e disse, parlando da solo come spesso fanno gli anziani:
"Non posso più vedere lo spreco di tutta questa abbondanza lasciata a
marcire sotto la pioggia o sotto la neve … Dal prossimo raccolto in poi il
grano dovrà crescere senza spighe e
senza un solo chicco maturo!".
Il figlio Gesù lo sentì e siccome era molto buono,
gli disse: “Padre, tu hai ragione. Gli uomini della terra hanno perduto la
misura delle cose e la gioia del lavoro. Ma non è neppure giusto che
d'improvviso si tolga loro tutto il grano. Ascolta la mia proposta: In futuro,
in cima ad ogni pianta di grano crescerà una sola spiga, con pochi chicchi che
dovranno essere raccolti e puliti una volta all’anno. E qualche anno, magari,
il raccolto andrà a male.. La pena mi sembra già dura abbastanza, ma, almeno,
nessuno morirà di fame!"
Il Padreterno non ebbe cuore di contraddirlo, anche
perché al Figlio era molto attaccato. Scosse sorridendo la testa ed accettò la
proposta. Da quel momento in poi, ogni piantina di grano avrebbe avuto solo una
spiga piccola piccola.Potete immaginarvi lo stupore e la rabbia degli uomini quando
se ne accorsero! Tutti furono costretti ad accontentarsi del magro raccolto e a
non sprecare neppure un chicco di grano, che quasi mai era sufficiente per
nutrire gli uomini e gli animali. Così
un grande saggio inventò i "buoni-pasto" (una specie di bigliettino
che serviva per procurarsi una razione di cibo, come mille e mille anni dopo
risuccederà in tempo di guerra).Uno di questi fu dato anche ad un Cane e ad un
Gatto: un solo buono per entrambi, perché le bestie a quell’epoca venivano
trattate da e non da cristiani.
"Tienilo tu!" disse il Gatto al suo amico
Cane, "Tu vivi in una casa. Io al contrario sto sulla strada e non saprei
dove conservarlo!”
Così il cane prese il "buono pasto" e lo
nascose nella sua cuccia di legno. Se il Gatto aveva fame doveva solo chiamare
il Cane. Insieme si recavano alla piazza del mercato e là dopo aver mostrato il
buono, prendevano la loro razione di cibo. Un giorno il Cane correndo a casa
troppo velocemente, inciampò sull'erba e lasciò cadere il "buono pasto"
in una pozzanghera.
"Sta' attento testa dura", gridò il Gatto
al Cane. "Ora si sarà strappato! Afferralo con i denti e non lo lasciare
più cadere!”
Il
Cane, vergognandosi come un cane, riprese il buono dalla pozzanghera e se lo
portò nella cuccia, pensando che se ci dormiva sopra tutta la notte si sarebbe asciugato. La mattina dopo,
però, si accorse che il buono si era asciugato, sì, ma ormai era così rovinato
che quasi non si leggeva.
Dalla rabbia il Gatto uscì quasi di melone ed anche
il responsabile della distribuzione del cibo si arrabbiò molto.
"Guardate come avete conciato il vostro
buono-pasto", gridò. "Credete forse che ci divertiamo ad accettare
qualsiasi pezzettaccio di carta? Questa volta lascio correre, ma se in futuro
non sarete più ordinati e attenti…."
Quest'avvertimento spaventò il Gatto a tal punto che
strappò dai denti del Cane il mitico bigliettino.
"Da ora in avanti lo tengo io! Non avrò una
casa, ma sono sicuramente più ordinato di te!" miagolò ferocemente.. Leccò
il buono fino a quando non fu completamente pulito, senza più neppure una
macchiolina, lisciò tutte le pieghe e le pieghette con la lingua e lo nascose
sotto una trave del fienile.
Ora era il Cane che doveva andare continuamente dal
Gatto quando il suo stomaco brontolava
per la fame. Con un salto solo il Gatto arrivava alla trave, prendeva il
buono tra i denti ed accompagnava l'amico in piazza, per procurarsi da
mangiare.
Un giorno, però, accadde qualcosa di terribile, che
i due amici non si aspettavano proprio!!
"Caro Gatto, fai svelto! Andiamo alla piazza,
ho una fame da lupi!", aveva chiesto il Cane.
"A chi lo dici!", aveva risposto il Gatto.
"Figurati, da ieri non tocco un morso di pane, e se penso al formaggio mi
sento svenire dalla fame!".
" Bene, allora spicciati. Salta sulla trave e
prendi il buono!".
Il
Gatto ubbidì, saltò sulla trave del fienile, dove…
"Ma
qui…, qui non c'è più nessun buono-pasto!, gridò disperato.
"Cosa
significa che non c'è più il nostro buono? E dove dovrebbe essere?".
"È
sparito! Santo cielo! Là c'è un topo che scappa con un coriandolo di carta
sotto i baffi! Di sicuro i topacci ce lo hanno mangiato!”.
Purtroppo, quando aveva nascosto il prezioso tagliando nel fienile, non si era accorto che lo stavano guardando una famiglia di toponi, topi e topini, affamatissimi perché non trovavano più neppure un chicco di grano per la strada. Da quel giorno cominciò l'incessante caccia dei Gatti ai Topi, giorno e notte senza sosta. E cominciò anche l’inimicizia tra i Cani e i Gatti, uno dei quali era stato così sciocco da lasciare il buono incustodito nel regno dei topi.
Favola trovata da
Elena Trombetti
La squadra
femminile chiede aiuto ai lettori…..
Da qualche tempo la MONTANINA è affetta dalla
sindrome “Dottor JEKYLL e Mister HYDE “, vista l’alternanza di ottime partite a
prestazioni indecorose.
Per farvi capire meglio vi racconteremo come sono
andate le cose, dopodichè lanceremo il sondaggio. Circa un mese fa la formazione nero-celeste (noi!!)
si apprestava ad affrontare il temutissimo OTISMODA TERONTOLA, campione
indiscusso di ben tre campionati su tre. Speranze di vittoria nulle, “’un ci
s’avrebbe scommesso manco un euro “ e invece, con grande sorpresa di tutti, la
compagine dei mister FE’-FALCONI fornisce la migliore prestazione di sempre,
pareggiando quattro a quattro e se si fosse vinto “’un si sarebbe rubato niente
“!!!!! Questo è il dottor JEKYLL, ora vediamo mister HYDE…..
Domenica 17 Febbraio la MONTANINA incontra la rivale
storica, il S.ALBINO, partita considerata da sempre un derby. La nostra squadra
affronta il match abbastanza spavalda, in quanto negli ultimi due anni era
uscita sempre vittoriosa….LA PEGGIORE PARTITA MAI DISPUTATA, sette a uno per
loro e “c’hanno voluto bene“!!!
PAGELLE:
PORTIERE: 4, IL RAGIONIER FILINI A CONFRONTO
ERA UN’AQUILA.
RAFFAELLA:4, ANCORA LA CERCANO A “CHI L’HA
VISTO“.
SILVIA:4, HA LITIGATO CON IL PALLONE E ANCORA HANNO DA FA’ PACE.
SARA: 4, NON HA MAI BALLATO TANTO COSI’
NEMMENO ALLA VISPA.
ROSANNA: 4, C’ERA?!?????
CRISTINA: 4, TROPPO IMPEGNATA CON OCCHIALI E
FASCIATURE PER SEGUIRE LA PARTITA.
ALE e CATERINA: 4,SONO SICURE DI ESSERE
ENTRATE. MAH! … CONVINTE LORO….
E’ questa doppia personalità il grosso assillo della
squadra, com’è possibile che le stesse persone abbiano degli alti e bassi così
evidenti?!?
Chiediamo aiuto a voi!!! ECCO IL SONDAGGIO:
DI CHI E’ LA COLPA?
1. DEGLI ALLENATORI…se allenano
come giocano si sta freschi!
2. DELLA SQUADRA…quando la
partita si fa sentire il “il cacaccio “ è il primo a salire!
3. GLI INFORTUNI... SAMUELA
(PUMA) è ferma da un mese, SARA ne esce ora, CRISTINA è più di là che di qua!
MANDATECI
UNA E-MAIL AL SITO WWW.UNSIPASSA.IT.
La Montanina si apprestava ad affrontare la partita
più importante della stagione; il recupero di campionato contro la capolista
Rigomagno, avanti di tre lunghezze. La nostra formazione, allenata da Mister
Bazzotti, aveva l'occasione di portarsi ad un punto dalla vetta.
La
partitissima si svolgeva al Monte e per l'occasione era presente la terna
arbitrale e la televisione locale "Tele idea". Fischio d'inizio alle
ore 21 davanti a spalti gremiti.
La squadra ospite, guidata dall'ex Bianconi, passa
in vantaggio con un discusso calcio di rigore sul finire del primo tempo. Ad
inizio ripresa la Montanina pareggia sempre su rigore con capitan Sabatini
(Giona), poi, complice anche l'espulsione di Facchielli, il Rigomagno trovava
il secondo goal e vinceva la partita.
Vediamo ora la pagella della Montanina fatta da un
autorevole giornalista sportivo locale: Nicola Fè (Pipola).
Dominici - 6: sufficenza strappata a forza di
urli.
Rubegni - 7: uno dei migliori, ma corresse di
più e parlasse di meno….
Facchielli - 6.5: piccino ma 'gnorante.
Fè Gianni - 6.5: vecchio ma incisivo e
incredibilmente neanche ammonito.
Martini - 7: bravo, nonostante la buzzetta e
due figlioli.
Burroni - 6: appena sufficiente, pensasse
meno a...
Fè Stefano - 4: telefonate a "Chi l'ha
Visto".
Trombetti - 6: ci mangiasse di più il pane
avrebbe meno crampi.
Falconi - 3: particolarmente in forma, una
delle sue migliori partite.
Sabatini - 5:come quello che tosava i maiali:
“berci tanti ma lana poca”.
Faleri - 5: come direbbe il Negus, se stava a
casa...
Meocci - 5: poteva anche sta’ al lavoro.
Grossi - 4: se cava i denti come gioca si stà
freschi.
Bazzotti (all.) - 4: se spenge il fuoco come
accende la squadra...
La settimana dopo, la squadra di Via del Pianello,
affrontava le Montallese, formazione che ricordava la storica partita che consacrò
Sergio Martorelli il "Gatto delle Montallese", quindici anni or sono.
Sconfitta anche questa volta: 4 a 1 per loro. E' successo quello che Pippi
chiama “crisi da rilassamento”. Attualmente la Montanina si trova al secondo
posto appaiata con il Petroio. Il Rigomagno comanda la classifica con sette
punti di vantaggio. Coraggio e avanti e Forza Monte!
Raffaele Falconi
di
J.L. Borges
Jorge Luis Borges nacque a Buenos Aires nel 1899 da una famiglia colta e benestante. Dal 1914 al 1921 visse in Europa principalmente in Spagna e in Svizzera) entrando in contatto con l'avanguardia letteraria. Rientrato in Argentina aderì al movimento degli "ultraisti" sviluppatosi dai temi dell'espessionismo tedesco e del surrealismo, ma in seguito se ne staccò isolandosi e maturando tematiche e stile personali. La prima attività letteraria di Borges fu in versi: "Fervore di Buenos Aires" (1923), e in seguito alternò sempre la poesia con la saggistica e la narrativa breve "fantastica", della quale diverrà un maestro indiscusso. Da ricordare le raccolte di poesie "Luna di fronte" (1925), "L'artefice" (1960), "Elogio dell'ombra" (1965); i racconti di "Storia universale dell'infamia" (1933), "Finzioni" (1944), "L'aleph" (1949); i saggi di "Storia dell'eternità" (1935), "Altre inquisizioni" (1960). Fu appunto con i racconti che Borges acquistò una fama sempre più grande fino ad essere considerato il massimo scrittore argentino ed uno dei più grandi in assoluto del '900. La sua singolarissima arte consiste nell'inventare una trama su complessi riferimenti eruditi, secondo una mitologia letteraria dove primeggiano i simboli del labirinto, degli scacchi, degli specchi, e un senso imprecisato del tempo e dello spazio. Il suo ingegno acuto e paradossale è rivolto a temi universali come la morte, la pazzia, la personalità e il suo sdoppiamento, il tempo, il destino, con un linguaggio tutto particolar fatto di parole e segni convenzionali, di simboli, di metafore e anche solo di immagini o aggettivi (come vertiginoso) prediletti e ricorrenti. Di "Finzioni", una raccolta di racconti che sono stati definiti anche "fantastico-metafisici", vanno segnalati almeno i due più famosi: "La biblioteca di Babele" (una biblioteca infinita, metafora di un universo imperscrutabile) e "Funes, o della memoria", dove un ragazzo in seguito ad un incidente acquista una memoria prodigiosa, quasi soprannaturale, e muore giovanissimo schiacciato dal peso insostenibile di quella stessa memoria infinita in cui ogni istante vissuto si proietta in migliaia di ricordi. Un libro singolare, dunque, come del resto tutta l'opera di Borges; un libro dove per mezzo di allegorie strane e memorabili, di citazioni vertiginose e di ipotesi affascinanti si tenta di scalfire l'indecifrabile del destino umano e di aprire spiragli sulla notte universale.
Gianfranco Rossi
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Facciamoci un po’ d'erba! (A
cura di Elena Trombetti)
Ogni giorno
sempre più stressati, depressi, insoddisfatti e delusi? Voglia di evadere?
Voglia di rilassarsi? Ecco che arriva in vostro soccorso un po’
"d'erba" a buon prezzo. Tranquillizzatevi,
non c'è niente di scandaloso nel bere una buona tisana rilassante e magari
anche stimolante, realizzata con delle innocue piantine. Qui sotto vi
presento tre proposte facilmente attuabili. Premetto, che
le informazioni date non sono tutta farina del mio sacco; mi sono solo
occupata di reperire il materiale e impostarlo in modo che risultasse
facilmente comprensibile. Concludo,
assicurandovi i benefici effetti delle mie proposte. |
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Malva |
Melissa |
Rosmarino |
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é Calma, tranquillizza, ti aiuta a fare "pipì", sfiamma le irritazioni della cute e delle mucose. Come ci riesce? Con un bell'infuso o decotto! INFUSO: ( per uso interno ) 3 g in 100 ml di acqua. Una tazza, a piccoli sorsi, 2-3 volte al giorno. Ä L'infuso libera i bronchi dal catarro, calma la tosse, attenua le infiammazioni intestinali regolando l'intestino. come lassativo INFUSO: ( per uso esterno ) 5 g in 100 ml di acqua. DECOTTO: 1
litro di acqua bollente e 150 g di estratto di malva. Da 1 a 3 tazze al
giorno. ÄSi
usa il decotto per bagni rinfrescanti, idratanti, decongestionanti ed
emollienti. Dove la trovi? Se non vuoi perder tempo vai in erboristeria. Il fai-da-te, in questo caso, risulta lungo e talvolta i risultati non sono quelli sperati. Per i curiosi! · I discepoli di Pitagora la consideravano una pianta simbolica e sacra perché avevano notato che i fiori si orientavano sempre in direzione del sole. · Carlo Magno la faceva piantare nei suoi possedimenti per averne a disposizione in abbondanza per le sue proprietà emollienti · Dai Greci era tenuta in grande considerazione come pianta mellifera. Infatti, ogni alveare aveva vicino un cespuglio di malva perché questa erba attira le api. · I Romani invece ne facevano uso come medicinale, ritenendola un rimedio per tutte le forme di infiammazione e di irritazione, soprattutto della pelle. Per le casalinghe: Zuppa di malva e carciofi Ingredienti: - 300 g di malva - 4 carciofi - 400 g di piselli - 1 cipollina - prezzemolo tritato - semolino di grano - olio e sale Cuocere le verdure in acqua bollente e salata, tagliare i carciofi a quarti. Quando le verdure sono cotte, passarle nel passaverdura e metterci dei cucchiaini di semolino. Rifinire il tutto con prezzemolo e olio. Zuppa delicata di malva dei prati : Ingredienti: - 500 g di foglie tenere di malva - verdure miste per brodo vegetale - 2 carote - 1 cipolla - 2 zucchine - 2 patate Mettere per alcuni secondi la malva in acqua bollente non salata, scolarla e rimetterla a bagno in acqua salata con le altre verdure. Passare il tutto nel frullatore finchè non diventa una salsa. Servirla calda, con cubetti di pane in mezzo. Insalata di erbe fresche o MISTICANZA Sia le foglie che i fiori entrano nelle insalate crude miste con altre erbe spontanee raccolte nei campi ancora naturali. |
é Ti aiuta a riposare e a digerire. Tonifica e rinvigorisce l'intero organismo.
Come ci riesce? Con un bell'infuso e/o decotto e tintura! INFUSO:
(tisana): 1-2 g. in 100 ml. di acqua. Una tazza dopo i pasti. ÄCome digestivo e sedativo. DECOTTO: 6 g. in 100 ml. di acqua. Ä Per dolori gastrointestinali e nelle sindromi premestruali/ mestruali. Come sedativo e tranquillante nelle insonnie, le cefalee e le tachicardie. TINTURA: in erboristeria. Fare frizioni sulle parti interessate. ÄNell'herpes sinplex come preventivo o risolutivo. Ä Sciolta nel latte, risulta stimolante e tonificante per la pelle. Dove la trovi? Vedi Malva. Per i curiosi! · Nel Rinascimento compare come ingrediente fondamentale nelle ricette con carne di selvaggina. · Coloro che non vogliono far disperdere il loro allevamento di api, devono strofinare i propri alveari con fiori di Melissa, in quanto è un potente richiamo per questi insetti. ·
ACQUA DEI CARMELITANI MDa impiegare contro il mal di stomaco e l'insonnia: prendere una manciata di foglie semiessiccate di melissa, la scorza grattugiata di un limone, grammi 5 di noce moscata, grammi 5 di coriandolo semi, grammi 5 di cannella, il tutto va messo in mezzo litro di acquavite o mezzo litro di alcool a 90°, e lasciato a macero in un luogo caldo per circa un mese. Filtrato, è pronto per l'uso. · Nella profumeria viene usata per l'acqua di colonia; nella distilleria per la preparazione di liquori come il Chartrese, un liquore francese, e l'assenzio. Per le casalinghe: La melissa puo' essere messa insieme ad altre foglie nell' insalata e conferisce un gusto un po' amaro. Immergendo nel tè freddo da bere alcuni rami di melissa, e sorseggiando, il calore della bocca libera gli aromi. Insalata di funghi: Ingredienti 100g. di funghi tagliati a fettine 1 cespo di lattuga 4 gambi di sedano finementi tritati 2 cucchiai di foglie fresche di melissa, tritate 50g. di parmigiano grattugiato 2 mele tagliate a pezzetti un po' di cipolla tagliata fine sale, a piacere 1 peperoncino rosso dolce, a pezzetti Mescolare i funghi, le mele, il sedano e la cipolla e aggiungere il sale. Rivestire un piatto di portata con le foglie di lattuga e versare l'insieme precedentemente ottenuto; cospargere di parmigiano e guarnire con il peperoncino e le foglie di melissa. |
é Combatte lo sviluppo dei batteri, dà energia, anti infiammatorio; stimolante digestivo e regolatore della flora batterica. Come ci riesce? Vedi Melissa. INFUSO:
1g in 100 ml di acqua. Ä Si usa l'infuso per purificare la pelle, per alleviare le contusioni, per sciacqui e gargarismi. DECOTTO:5 g in 100 ml di acqua. Si possono fare lavaggi, sciacqui, impacchi e bagni parziali sulle parti interessate. Ä Per dolori muscolari, contusioni e reumatismi sono indicati impacchi con foglie fresche. TINTURA: in erboristeria. ÄRivitalizzante per il cuoio capelluto, nei dentifrici e nei colluttori per rinforzare le gengive. Nel bagno per purificare la pelle, TINTURA vinosa: 2 g in 100 ml di vino ( a macerare per 5 giorni ) bere un bicchierino dopo i pasti. Dove lo trovi? Vedi Malva. Per i curiosi! · Il rosmarino era uno dei 4 ingredienti dell'aceto "dei quattro ladri" inventato nel 1630 perchè si credeva che corpargendosene, ci si salvasse dal contagio della peste. · Il rosmarino una volta veniva usato anche per scaramanzia: si pensava che servisse per ripararsi dalle forze maligne e contro le malattie; infatti vennero fatti molti utensili con il legno di rosmarino.
Per le casalinghe: É presente in tutti gli arrosti anche se per il suo sapore forte in certi casi bisognerebbe sostituirlo con piante più delicate. Ottimo nelle patate al forno con uno spruzzo di aceto all'ultimo momento; nello zuppa di ceci, nella minestra di fagioli e nella pizza. Ricette Insolite : Spaghetti al rosmarino: aggiungere foglioline tritatissime e tenerissime a 100g di burro, sale, pepe e condire 400g di spaghetti. Dalla Provence, L'aceto balsamico: Per fare l'aceto aromatico bisognerebbe avere dell'aceto di vino bianco o aceto di sidro; e due cucchiai di fiori di rosmarino non ancora aperti definitivamente. Mischiare i fiori del rosmarino con l'aceto e tenerli in infusione per due settimane. |
Stiamo
arrivando, è una bella mattina
Abbiamo
appena superato la Paolina
Lo
ripeto è un bel mattino
Passa
Orietta con Marino
A
dritto la strada è dei colonnini lunghi
Sopra
e sotto il bosco ci crescono anche i funghi
Se
giri a sinistra su pel Bighi, fai parecchio prima
E
ci viene anche la rima.
Che
tu prenda una strada o l’altra, l’arrivo è sempre quello
La
porta del Pianello.
Ora
arriva il peggio
La
ricerca di un parcheggio
Dalla
carrozzeria Fabricotti al Teatro
Ogni
posto è riservato
Allora
vai avanti piano piano
E
parcheggi giù al Triano.
La
macchina è a posto bene o male
Ora
colazione al bar poi il giornale
“Buongiorno,
veniamo da lontano”
“Piacere
io sono Talli Ivano”
“Sono
un medico e lavoro alla neuro”
“Tra
un po’ mi doveva cura’ anche a me con quest’euro”
“Arriverderci
e ci vediamo dopo
proseguiamo
il nostro scopo”.
Adesso
entriamo in paese
Per
fare alcune spese
Varcando
la porta, sembra tutto molto bello
Subito
a destra c’è il macello
Ma
se la cosa non ti sfizia
A
sinistra c’è Patrizia.
Un
po’ più avanti, c’è gente che schiamazza
Siamo
nel bel mezzo della piazza
Se
ti giri verso il tacco
C’è
la Buca di Babacco
Verso
destra c’è Lucia
Sua
è la Farmacia
Un
po’ più in la, se vuoi far sosta
La
locanda è La Costa.
Ma
noi andiamo a sinistra girando l’anca
Subito
accanto c’è la banca
Un
po’ più avanti metri venti
La
cantina è Innocenti
Dalla
parte opposta vedo un rasoio
Il
barbiere è di Petroio.
A
questo punto non è più mattina
Si
fa merenda da Adelina
Oppure
se non sei troppo stanco
Dieci
metri e c’è anche Franco;
quant’è
bello ‘sto gattino
è
davanti al Circolino
‘sta
salita è proprio tosta
sulla
destra c’è la posta
se
senti un po’ dolore
in
quella porta c’è il dottore
Si
c’è l’ambulatorio
Questo
è il Palazzo Pretorio
Quanta
gente, sembra la fiera
Li
ci sta la parrucchiera.
Arriviamo
in cima senza resa
Quant’è
bella questa chiesa;
Si
fa il giro e di nuovo al bar si sbuca
Non
c’è più Ivano, ora c’è Luca
Un
caffè per non dormire
Che
bisogna ripartire
Il
saluto è malinconico
È
proprio bello Montefollonico
Vi
saluto con la mano… ciao dal conte d’Orbigliano!
Rap-faele
Falconi
In questo numero del giornalino ci proviamo noi a farvi venire il languorino. Infatti ci siamo procurate pentole e mestolino per cercare di cucinare qualche buon piattino. “ A ‘sto giro “ cuoche ci siamo improvvisate e le ricette che vi presentiamo sono di quelle patentate quindi fidatevi e andate a cucinare che le nostre bontà sono tutte da gustare.
MINESTRONE DI BIETOLE E CECI
300 g. di ceci;
Far ammorbidire in un tegame la cipolla affettata sottilmente e lo spicchio d’aglio schiacciato con un po’ d’olio.Versare nel tegame i ceci lessati e ben scolati, uniteci la bietola tagliata a pezzi e il pomodoro, fate insaporire qualche minuto. Aggiungere un po’ d’acqua e aggiustare di sale, far cuocere una mezz’ora e servire ben caldo su fette di pane tostato, accompagnato con pecorino.
CONIGLIO ALL’ETRUSCA
SCHIACCIATA ALLA FIORENTINA
L’ANGOLO DI DANIELE. . . . . . . . O QUASI
Non
tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più, sarei più stolto di
quello che sono stato, in verità prenderei poche cose sul serio.
Correrei
più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne, contemplerei più tramonti
e attraverserei più fiumi, andrei in posti dove mai sono stato, avrei più
problemi reali e meno problemi immaginari.
Io sono
stato una di quelle persone che vivono sensatamente, producendo ogni minuto
della vita.
E’
chiaro che ho avuto momenti di allegria.
Ma se
potessi tornare a vivere, cercherei di avere solamente dei momenti buoni.
Perché
di questo è fatta la vita, solo di momenti da non perdere.
Io ero
una di quelle persone che mai andava da qualche parte senza un termometro, una
borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute: Se tornassi a vivere
viaggerei più leggero.
Se io
potessi tornare a vivere, comincerei ad andare scalzo all’inizio della
primavera e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Girerei
più volte nella mia strada, contemplerei più aurore e giocherei di più con i
bambini.
Se
avessi un’altra volta la vita davanti………ma, vedete, ho ottantacinque anni e non
ho un’altra possibilità.
(Jorge Luis Borges)
UNA
DOMANDA . . . . . UNA RISPOSTA (Chieste da voi).
Marco Fè – Perché il sole prossimo all’orizzonte (e
così la luna), appare più grande di quando è alto nel cielo? Per
strano che possa apparire, si tratta soltanto di una nostra impressione
soggettiva. Il disco solare e quello lunare ci appaiono più piccoli in mezzo al
cielo, semplicemente perché lo scenario manca di riferimenti. L’orizzonte, una
silhouette di alberi, caseggiati, un profilo di colline, sono sufficienti a dar
maggior risalto alle loro dimensioni. La prova di ciò? Basterà fotografare la
luna nelle due posizioni e sovrapporre il negativo.
LA
BARZELLETTA DEL GIORNO
Una anziana signora dice al marito: “Sai caro ti
devo confessare una cosa, ogni volta che abbiamo fatto all’amore ho pensato a
Cary Grant”. E lui: “Confessione per confessione?………Anch’io.