APRILE
Il 17 nasce Antonio Santoro, figlio di papà Vincenzo e mamma Raffaella Moccia. La coppia si è trasferita al Monte ormai da molti mesi, nell’edificio del vecchio bar. Auguroni, soprattutto per i notevoli disagi che la coppia deve affrontare per uscire con la macchina da sotto casa…Il passaggio è sempre ostruito da qualche altra auto…non facciamoci sempre riconoscere! Da venerdì 19 fino a Pasqua, si è tenuta a Torrita l’annuale mostra organizzata da Enzo Sodi, Presidente del Club “Torrita Ricordi”, assieme all’Amministrazione Comunale e alla Pro-loco di Torrita di Siena. Quest’anno il tema era legato alla marina, ed in particolare ai velieri in miniatura fatti a mano, in ricordo dello scomparso maresciallo dei carabinieri Marcello Casini … Cosa c’è di strano??? C’è che due dei venti galeoni sono di fabbricazione montanina! L’artista in questione è Lucio Lorenzini, il citto di Elia: i due suoi lavori riproducono la “Victory” e “la Sovrana dei Mari”, io che li ho visti (purtroppo a casa di Lucio!), posso garantirvi che sono veramente eccezionali e che ripagano in pieno i 4 anni di lavoro di Lucio. Una disgrazia ha colpito la comunità di Montefollonico: il giorno di Pasqua, in un tragico incidente stradale, ci hanno lasciati Alfiero Vestri e la mamma Bruna Caporali. Abitavano da anni a Pienza ma per molto tempo hanno abitato al Monte, nel condominio di via Elba, quello sotto casa mia. Bruna era la mamma e Alfiero il fratello di Graziella, moglie di Italo Capitoni. Non ci sono parole per confortare la famiglia e non ci resta che fare le condoglianze!

MAGGIO
Finalmente Laura Romani ha dato alla luce Marta. I medici avevano dato l’ultimatum per lunedì ma la natura ha voluto che nascesse mercoledì 14! Auguri anche al papà Antonio di Buono. Domenica 18 sono stati inaugurati i sentieri del Tondo. Lunedì 19 è iniziato il 3° Torneo di Calcetto di Montefollonico.

GIUGNO
Il 3 ci ha lasciato Dino Fabricotti, 80 anni. Un personaggio del paese e un tifoso incallito di calcio che ha seguito da sempre i “Fabricotti” e la Montanina. Le condoglianze più sincere alla famiglia e alla nipote Cristina, membro del Consiglio della Polisportiva. Venerdì 6 una troupe televisiva di Teletruria, che ha sede ad Arezzo, si è recata al Tondo “scortata” dal sindaco Paolo Pieranni e dai consiglieri della Polisportiva Leonardo Trombetti (io) e Raffaele Falconi, per realizzare un servizio sul Tondo ed i suoi sentieri. Dopo l’intervista a Paolo sull’acquisto del Parco da parte del Comune, la reporter ha dato ampio spazio a me e Raffele per raccontare della Polisportiva e degli interventi fatti al Tondo. Il filmato, con riprese anche del paese, è stato mandato in onda il 25. Sabato 7 si è chiuso l’anno scolastico anche se per le maestre dell’asilo le ferie arriveranno solo a fine mese. Non eccezionale quest’annata per gli scolari di Montefollonico: quasi un bocciato ogni tre promossi! Domenica 8 è iniziato anche il Torneo di calcetto femminile. Sempre domenica 8, al Tondo, si è svolta la consueta merenda dei “Cacciatori del Cinghiale”. Hanno onorato il loro feeling con la famiglia dei suini “divorando” tre porchettini con diverse centinaia di panini. Non abbiamo dati certi sulle presenze e sui litri di vino scolati, ma Alvaro Farnetani e Dante Meocci, capi storici del gruppo dei Cacciatori, sono rimasti molto soddisfatti. Domenica 15 e lunedì 16 c’è stato il Referendum abrogativo sull’articolo “18” e la servitù delle linee elettriche. Come tutti saprete non ha raggiunto il quorum del 50% più 1 dei votanti. Anche a Montefollonico l’affluenza è stata insufficente: su 592 votanti, sull’articolo “18” hanno votato 257 persone di cui 237 “SI”, 14 NO, 3 bianche e 3 nulle; sulla servitù 250 votanti di cui 211 “SI”, 27 “NO”, 11 bianche e 1 nulla. Domenica 22 è stata celebrata da Don Giovanni la Messa seguita dalla processione della fiorata: suggestiva come sempre. Nell’ultima settimana di giugno, una nuova coppia si è trasferita al Monte in via Fedro Bandini vicino a Veliero e Nerina: sono Daniele Fumi e Arianna Bambini; lui impiegato all’RDB, lei Poliziotta Municipale a Chianciano, entrambi nativi di Abbadia di Montepulciano…Benvenuti!

LUGLIO
Dall’inizio del mese, circa, la Fonte del Bighi ha smesso “di gocciolare” e si è svuotata. La stagione arida s’è fatta sentire anche nelle profonde falde del Monte. E’ stato necessario perfino innaffiare i cipressi del Tondo che hanno patito molto “l’asciuttore”. Domenica 6 a Sarteano si è tenuta una singolare manifestazione: 2° Raduno Auto Elaborate. I partecipanti, 50 da tutta la ragione e dal Lazio, esibivano le loro auto con modifiche più o meno originali e più o meno artigianali. In base ai voti della giuria, al terzo posto della categoria “Elegance” si è classificato il nostro compaesano Marco Guerri che con la sua Peugeot 106 Rallye, modificata con un assetto sportivo interamente realizzato da Marco e papà Lorenzo, ha ammaliato i giurati! Il 16 inaugurazione dell’ex “Buca di Babacco” ora rinata sotto il nome di “Osteria della Botte Piena…”. Le proprietarie, Sandra Migliorucci e Elena Mozzini di Abbadia di Montepulciano, dicono che il locale offrirà primi e stuzzichini tipici toscani, come la ribollita, le bruschette, ed il vino, anche sfuso…Auguri! Il 19 è terminata la raccolta di indumenti e oggetti vari organizzata da Don Giovanni in favore dei paesi Africani. Speriamo che la generosità dei Montanini sia stata enorme vista la povertà che ancora oggi affligge questo continente. Veramente lodevole l’iniziativa del Parroco…Speriamo che la prossima volta ci chieda una mano, saremo lieti di aiutarlo! Nella notte del 22 alcuni teppisti hanno recato alcuni danni alle strutture del campo sportivo. La Polisportiva, di conseguenza, ha deciso di chiudere il campo al fine di controllare chi ne usufruisce. Il 23 all’età di 45 anni ci ha lasciati tragicamente Marzia Meocci. Il 30 è iniziata la Festa de l’Unità. Serate danzanti, gastronomia e politica (lì che la possono fare!) allieteranno la vita paesana fino al 5 agosto.

Leonardo Trombetti

 

Il Parco del Tondo

Molti lettori avranno ormai già visitato il parco del Tondo e, altri, speriamo, lo visiteranno approfittando delle vacanze estive. Pensiamo che dopo aver apprezzato ciò che quest’area boschiva e panoramica offre oggi, qualcuno potrebbe essere anche interessato a sapere come è nata e si è sviluppata l’idea che ha stimolato e sostenuto la sua valorizzazione ambientale. L’idea è nata da una combinazione di circostanze favorevoli. Naturalmente la prima, quella fondamentale, è stata l’acquisto dell’area da parte del Comune. La seconda era l’esistenza dell’Associazione Polisportiva Montanina, attiva da anni nel settore sportivo e ricreativo. All’epoca dell’acquisto il Comune, che non era in grado di occuparsene direttamente, trovò conveniente affidare alla Montanina alcuni aspetti della manutenzione e conservazione: cura dei nuovi cipressi piantati per arricchire e abbellire l’area, controllo della recinzione a secco del Tondo, in parte ricostruita dopo il logorio dovuto agli anni e agli “appassionati” di vecchie pietre altrui, mantenimento della strada sterrata che dalla Fratta (un tempo vecchio podere) porta al Tondo. All’epoca di questo incarico “ecologico” la Montanina si sentiva però matura e disponibile anche per altre iniziative e attività sociali e culturali delle quali non si occupava nessuno. Prima fra tutte, per esperienza acquisita e propensione di alcuni dei soci più attivi, la realizzazione di un percorso che valorizzasse gli aspetti naturali e storici dell’ambiente in cui il Tondo è incastonato. Per la Montanina, ma anche per gli amministratori comunali, quella rotonda di lecci ormai antica e suggestiva non doveva essere soltanto meta di passeggiate fini a se stesse, magari neppure fatte a piedi ma, Dio ci liberi, su auto o motorini puzzolenti e fracassoni, ma un richiamo che portasse a una migliore conoscenza della natura e delle sue esigenze. L’idea apparve davvero realizzabile nella primavera del 2002, dopo il periodico taglio del bosco. Per trasportare la legna raccolta nella “Costa Urbenia” era stata tracciata una carrareccia dalla Fonte del Bighi alla “via dell’acqua”, il tracciato sotto il quale l’acqua del Vivo sale al deposito accanto al Tondo. Questo largo sentiero costituì un primo tratto dell’anello che oggi percorre il Parco collegando i luoghi più suggestivi e ricchi di significato: il prato avvallato dove era un “pelago”, il Chiavicone, la Fonte del Bighi, il Roccolo, il muro del vecchio convento di clausura. Il tracciato e la pulizia del sentiero e dei viottoli, come l’installazione dei cartelli e delle altre attrezzature, sono stati effettuati durante il tempo libero dai soci della Polisportiva più attivi e più … resistenti, con l’aiuto di qualche esterno volenteroso. E con la comprensione e la collaborazione di Masca Giani e Alvaro Noli, proprietari di una parte dell’area attraversata. Le informazioni sui luoghi attraversati o costeggiati dal percorso, sono state fornite dal naturalista Augusto de Bellis per la flora, da Guido Della Giovanpaola per il sistema idraulico collegato alla Fonte del Bighi e dall’insegnante Alma Terziani per quanto riguarda i ricordi e gli aneddoti tramandati dalla tradizione. Per sfruttare nel miglior modo il potenziale educativo e ricreativo del lavoro fatto – a favore di tutti e in particolar modo delle scuole – l’Associazione Polisportiva, oltre a un“multimediale”, ha realizzato un sito Internet (www.montefollonico.net) e un opuscolo che illustrano il Parco del Tondo.

Leonardo Trombetti

Rispettare l’ambiente: come e perché

“Rispettiamo l’ambiente”: un’esortazione che ci viene fatta sempre più spesso. Ma che vuol dire? Vuol dire non lasciare tracce del nostro passaggio, tracce che la natura non può cancellare, nei boschi, nei prati, nelle strade e nei sentieri che li attraversano, sulla spiaggia e tra gli scogli, nel greto e sulle sponde dei fiumi, dei laghi. In quei luoghi, fuori di casa nostra, che rendono gradevole a tutti una passeggiata, una merenda, un’incontro tra amici o innamorati. Non lasciamo tracce volontarie, gettando dove capita rifiuti e rottami, strappando i fiori a fasci, spezzando i tronchi e i rami più sottili, rompendo i cartelli che indicano i sentieri e illustrano le caratteristiche dell’ambiente. Non lasciamo tracce dovute all’incuria, alla pigrizia. Non abbandoniamo nell’ambiente - cioè nella casa comune - ciò che non vorremmo trovare, in camera nostra, nella nostra cucina, nel nostro salotto: niente barattoli vuoti, bottiglie e piatti di plastica, vetri rotti, sacchetti di rifiuti, fazzoletti di carta e cartacce di vario genere. Se non troviamo a portata di mano il cestino o il bidone per i rifiuti riportiamoci via i resti delle nostre merende e dei nostri “pranzi al sacco”. Non cerchiamo di nasconderli sotto un cespuglio. E magari portiamo via anche quelli abbandonati da altri. Pensiamo che nel luogo dove abbiamo abbandonato la nostra immondizia potrebbero andarci altri che hanno diritto a trovarlo pulito. Rispettare la natura, non sfregiarla con i rifiuti e i vandalismi, è sempre più importante. Perché siamo sempre di più, produciamo sempre più rifiuti, ci spostiamo in massa e possiamo causare sempre più danni. Se in futuro ci toccasse passeggiare, riposarci, correre, giocare, far merenda in un ambiente naturale divenuto sgradevole e malsano, sarà per colpa nostra. Pensiamo anche a questo mentre ci godiamo il parco del Tondo e i boschi circostanti.

Renzo Butazzi

 

RESTE e DINO: due amici che non ci sono più

La prima immagine che ho di Restino risale ai primi anni del dopo guerra, quando aveva cinque o sei anni; era davanti a casa sua, in cima ad un carro carico di bigonzi, seduto tra le casse di uva scelta, con un panierino colmo d’uva, un berretto con visiera calcato sul capo, calzettoni lunghi e scarponcini. “Aspetti sor padroncino che l’aito a scende” gli diceva premuroso Melo, il suo contadino dell’Acerone, che per salamelecchi e riverenze non era secondo a nessuno. “Te sei gentile, sei carino, ma il tuo podere non mi rende niente, sai perdio!” gli disse una volta il Cavalier Mucciarelli e nel 1937 vendette il podere alla famiglia Innocenti–Gonzi: terreni, case e bestiame, Melo compreso. Di quegli anni, cioè dell’infanzia di Reste, mi ricordo poco, forse perché i fratelli Innocenti non erano sempre per strada con i “ragazzacci”, ma soprattutto perché allora si era in tanti (a quei tempi al Monte, tra paese e campagna, ne nascevano venti-trenta all’anno) perciò si formavano tanti gruppetti di gioco che si disperdevano nelle varie zone del paese e bastava ci fosse un anno o due di differenza d’età per non incontrarsi abitualmente. Di sicuro avrà partecipato ai giochi in piazza: ringuattarello, saltapedine, a chiappassi, e poi a figurine, a palline, a noci…I suoi compagni di gioco e di scuola erano: Massimo di Bricche, Beppe del Cane, Pierpaolo del dottore, il citto di Stoppino (il futuro Nasello),Venanzio di Lumaca, Brunino di Toselli e Febino, ovviamente di Febo. In piazza c’era anche il bar dei ragazzi, ossia la gelateria di Giulietta e nei mesi estivi vi si radunava una bagana oggi impensabile. Altri luoghi di raccolta erano il Pianello, il Gioco del pallone, il Tondo quando c’era la colonia, e il Tondino, oltre alla Sede dell’Azione Cattolica poi diventata ACLI, mentre la prima fu spostata nella sacrestia, che ora si trova in Santa Caterina. Fu in quella stanzetta che Reste e la banda di balordi che ho rammentato prima presero il vizio del fumo, con l’aiuto dei pacchetti di sigarette estere che il dottor Mastroiacovo portava di contrabbando dalla Svizzera e fu in quel periodo che si affibbiarono i soprannomi presi dai libri di scuola; da allora Mario si chiamò Oreste, poi divenuto Reste. La sua gioventù non è stata ricca di episodi; giocava a pallone, frequentava le ACLI e poi il bar e nel periodo di carnevale accennava a qualche passo di danza, la sua specialità era lo Swing. Sempre negli anni giovanili non è stato facile per Reste essere il fratello di Vittorio che per le sue elevate capacità mentali, la grande cultura e la parlantina sciolta veniva chiamato l’Intelletto. Reste invece balbettava e nella scuola non ha sfondato, ma a poco a poco si è arricchito di una profonda cultura, di una vita interiore molto intensa fatta di letture, buona musica, incomprensibile per i seguaci di Mina e Celentano, e tanta meditazione nell’intimità della sua cameretta. Si diceva che volesse imitare il fratello, peccato che nessuno di noi ci abbia mai provato! Pur in un quadro di serietà e riservatezza, ogni tanto Reste si concedeva un piccolo sfizio: telefonava al posto pubblico dove Maria detta Steccolino diceva “Pronto qui Montefollonico” e si sentiva rispondere “Maria?” e giù una sonora pernacchia. Nonostante fosse un buon partito, Restino non ha mai voluto formarsi una famiglia, forse non si sentiva all’altezza (c’è qualcuno che crede di esserlo?) e per questo era di tutti noi. Ha attraversato la vita in punta di piedi, senza sgomitare, senza mai alzare la voce, senza passare mai davanti a nessuno, con un rispetto infinito verso gli altri.Tutte qualità che se le porti al mercato non le compra nessuno perché tradotte in soldoni non rendono niente, sono solo qualità morali che io e molti amici abbiamo imparato ad apprezzare sempre di più. Nelle discussioni interminabili Reste non ha mai voluto imporre a nessuno il suo punto di vista e questa poteva sembrare una debolezza, ma è altrettanto vero che nessuno è mai riuscito ad imporgli qualche idea che non fosse una sua personale convinzione. Quando il Riccioletti cercava di convincere qualcuno a diventare testimone di Geova, dopo aver sentito una volta la sua predica, tutti si giravano dall’altra parte; rimaneva ad ascoltarlo soltanto Restino che cercava di fare qualche obiezione. Riccio ha smesso quando ha capito che era più facile convincere un cane a mangiare un piatto d’insalata. Della testardaggine di Reste ne sanno qualcosa i vari Negus, Nasello, Massimo, Stefano, Fausto, Paolo, ecc, gente che timidamente, quasi con vergogna, osava manifestare a Reste le proprie opinioni perché le facesse sue. Lui rispondeva “No, grazie. Mi tengo le mie.” Politicamente nessuno ha mai capito cosa pensasse: nebbia fitta. Nanni ce l’aveva un bel partitino da fargli votare, ma lui cocciuto più di un mulo, preferiva saltare sempre sul carro di un perdente; quando La Malfa, quando Pannella o Di Pietro o qualche altro disperato della politica. Il vero dominio di Padron Reste era l’Acerone dove ha esercitato il mestiere di vignaiolo per oltre un trentennio e una sola volta ha lodato il frutto del suo lavoro, quando disse: “Ma che uvetta che ci abbiamo eh!” gridando così forte che da un metro di distanza non si sentiva più niente. Un pomeriggio di una vendemmia di tanti anni fa mi trovai a passare di lì con il mio cane a caccia di qualche grappolo d’uva e Reste era nei guai. In fondo alla vigna, in discesa, il cassone pieno d’uva si era inclinato, quasi sul punto di rovesciarsi. I suoi aiutanti Febo e il Fantacci con la loro potente muscolatura non erano certo in grado di raddrizzare la situazione. Per fortuna aveva un altro trattore; allora ricordandomi qualcosa sulle coppie di forze gli feci mettere in tensione un canapo a 90 gradi e saltando un po’ in un trattore e un po’ sull'altro il risultato fu che il cassone riprese la posizione normale. Non vi dico se e quanto Reste mi ringraziò; dopo cinque anni non aveva ancora finito. In un’altra occasione invece mi fece arrabbiare tanto da strozzarlo. Quando ero ancora come lui felicemente scapolo, si svolgeva un giro di cene fra una decina di coppie, alle quali noi due si veniva sempre invitati e che non rendevamo mai, dato il nostro stato civile. Allora alcune massaie, capeggiate da Piergiorgio, ci suggerirono di organizzare con il loro aiuto una cena nella grande cucina dell’Acerone. L’idea mi entusiasmò, ma convincere Reste fu un’impresa ardua, ai limiti dell’impossibile. E c’era l’erba nelle vigne, e c’era disordine intorno casa e fango nel piazzale, dato che quel maggio pioveva spesso. Tutte queste ubbie per gente come il Negus che non distingueva una vite da una vitalbia o come il dottore o Stefano o Ciccio che non vedevano più in là dei piatti dove mangiavano da quanto li facevano pieni! La data era stabilita, gli inviti, una quarantina, fatti, il menù pronto. Le mogli non ci s’avevano, ma le cuoche sì: Adelina della scuola di Donaciana, Maria Rosa di tradizione veneziana, Marcella e così via. Si sarebbe fatto un figurone: trippa con fagioli all’uccelletto, un teglione di pasta cotta al forno, un teglione di arrosto misto più qualche altra cosetta, il tutto servito nella cucina più grande e più bella della zona. Ma Giove Pluvio ci mise lo zampino; l’ennesimo acquazzone innaffiò ben bene L’Acerone e Padron Reste buttò all’aria la cena. IL timore di far infangare le scarpette e i vestiti più o meno demodé delle signore fu più forte della preoccupazione di far restare vuote le pance dei mariti. Un fine anno da Rosanna gli era toccato il posto vicino al caminetto, troppo vicino, siccome si era in tanti, ma Reste sopportò il calore senza un lamento. Fortuna che con Fernando Fé, l’altro che era vicino, ogni tanto si scambiavano di posto in modo che la cottura fosse uniforme, come quando si gira l’arrosto. Ci sarebbero tanti altri piccoli episodi della vita di Reste e tutti dimostrerebbero la stessa cosa: la sua gentilezza, l’altruismo, la tolleranza che aveva verso chiunque Poi è arrivato il brutto male, preceduto venti anni prima da una permanenza al Sanatorio di Siena di ben otto mesi. Anche nella fase finale della vita ha dimostrato grande dignità ed autocontrollo, sempre consapevole della sua condizione, assistito in modo esemplare dai famigliari e, perché no, anche dalle strutture pubbliche L’ultima immagine che ho di lui, tanto diversa dalla prima, risale alla fine dell’agosto scorso. Il progredire inesorabile del male l’aveva ormai costretto a letto,e a fargli visita ci trovai Luciana e Nasello che aveva avuto un incidente.Reste chiedeva notizie della sua salute,sembrava che il malato fosse Nasello. Poi non l’ho più visto, ma so che anche le visite degli amici si erano diradate, fin quasi a scomparire del tutto. Un malato terminale o cerca il conforto degli amici e dei parenti o si chiude in se stesso, in un atteggiamento di rifiuto, quasi di fastidio nei confronti di chi è ancora in salute.Reste invece era solo preoccupato che gli amici lo vedessero in quelle condizioni e soffrissero per causa sua. Diavolo di un Reste, grande Reste, ci ha dato una lezione di stile di vita fino all’ultimo e la campana che suonava per lui stavolta ha suonato forte anche per noi. Da circa centomila anni forse duecentomila l’uomo ha preso coscienza della morte ed ha cominciato a prefigurarsi un aldilà diverso a seconda dei tempi e delle civiltà ed a poco a poco si sono sviluppate le religioni che, disgraziatamente, a volte sono state e sono motivo di contrasti sanguinosi. Noi siamo un gruppo di amici laici, come lo era lui, poco o niente praticanti, poco o niente credenti, ma che, per dirla con Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani. E allora anche noi, a modo nostro ci figuriamo un aldilà fatto come il Monte, fuori del tempo e dello spazio, dove un giorno ci ritroveremo a vivere una vita immaginaria, fatta di infinite partite al bar, eterne discussioni, interminabili giri del Bighi, dove Restino seguiterà a far inguastire tutti quelli che non hanno capito che è un osso duro. Noi siamo ignoranti, non sappiamo che fine abbia fatto non diciamo il corpo che tutti sappiamo dov’è, ma la sua autocoscienza; però una cosa è certa: il nostro Reste, come tanti altri montanini, continua a vivere nei nostri pensieri e nei nostri ricordi. Nei mesi scorsi ci ha lasciato un altro personaggio caratteristico del Monte, amico di tutti per la funzione pubblica che ha svolto in cinquant’ anni di onorata carriera, intendo dire il dottore delle nostre macchine, lussuose o catorci che fossero, Dino Fabbricotti meglio noto come Lumachino. Quando ha iniziato la sua carriera, nei primi anni ‘50, più che una certezza il suo lavoro era una scommessa sul futuro. Al Monte c’ erano si e no dieci macchine e un discreto numero di vespe e lambrette quando i minierai divennero fornaciai per andare a Sinalunga. Le macchine ce l’avevano i proprietari terrieri, i noleggiatori, il dottore e il mugnaio che esercitava il mestiere di disoccupato oppure di nullafacente nei cantieri del piano Fanfani. Poi c’erano anche le “bricighette” come qualcuno le chiamava, anche se nei velocipedi l’esperto era Battaglio. Comunque poca roba, le rotture e quindi le accomodature erano rare, ma negli anni sessanta la motorizzazione ha fatto passi da gigante e sempre di più negli anni successivi. Dino si è specializzato in carrozzeria allargando la clientela anche ai paesi vicini. Oggi il lavoro del carrozziere si è modernizzato, si cambiano i pezzi danneggiati e le macchine ultra vecchie non capitano più, ma una volta doveva aggiustare anche quelle con le lamiere tarlate o i motori con gli ingranaggi logori e spanati. Eppure, con santa pazienza e con il valido aiuto dei figlioli che hanno appreso il mestiere alla perfezione, è sempre riuscito a rimetterle in strada. A volte capitava qualcuno che gli diceva “La mi’cinquecento mi va a tre cilindri.” Se il meccanico fosse stato Giulianino di Vera; gli avrebbe berciato “Zotico ignorante, accidenti a chi t’ha venduto la macchina, ‘un lo sai che ha due cilindri e basta!” Invece Dino sorridendo rispondeva “ Eh, allora ti va parecchio bene!” Grande appassionato di sport, era un po’ come Bartali: “Tutto sbagliato, tutto da rifare!” e non è detto che avesse proprio tutti i torti. Ora se n’è andato e noi tutti per questo mezzo secolo di assistenza ai nostri cari barrocci, gli diciamo di cuore: grazie, Dino!

Afredo Machetti

 

PAESE MIO CHE STAI SU UNA COLLINA

Montefollonico o lo odi o lo ami. C’è chi fa di tutto pur di ritornarci o restarci e chi non vede l’ora di andarsene. C’è chi non passa giorno senza “capitare” al bar (tanto qualcuno per fare quattro chiacchiere si trova sempre…) e chi, al “Pianello”, ci passa a malincuore sentendo il peso di dover dire anche solo un “ciao” se incontra una faccia nota. Come è possibile per un paesino così piccolo scatenare sensazioni così contrastanti, degne dei leader più carismatici e degli ideali più estremi? Spesso, ultimamente, mi sono posta questa domanda, riflettendo sulla vita che si conduce in questo paradiso naturalistico e parlando con la gente che al Monte ci abita, ci “esce” o ci viene periodicamente in vacanza. Chi nasce e cresce al Monte non può far a meno di portarselo dentro, il paese con tutti i suoi pregi e i sui difetti. Da bambina ho imparato che “essere del Monte” non significa solo abitarci: vuol dire “sentire” dentro un nonsocchè di diverso rispetto a coloro che in paese ci dormono e basta. E’ difficile spiegarlo, è quel nonsocchè che ci fa essere, dico io, un po’ “campanilisti” ribadendo i famosi motti: “pochi ma boni..”, “a Montefollonico c’è l’aria buona..altro che val di Chiana!”, etc.. Questi miti servono a mantenerci uniti, coesi, quasi come se dovessimo difenderci dall’esterno. A volte, paradossalmente, mi sono sentita anche io, che non abito proprio in paese, ma al “Botteghino”, un po’ esclusa; lo dico per far capire quanto sia forte la sensazione di “essere del Monte!”. Spesso la gente che arriva da altrove, soprattutto all’inizio, si sente poco accettata, e può reagire in vari modi. C’è una forma silente di conformismo a cui bisogna adeguarsi per stare bene qui, ma alcune persone non riescono ad appropriarsene né ad “integrarsi”e rimangono “fuori” ad osservare. Qualcuno si diverte a criticare con ironico distacco le abitudini quasi stereotipate dei montanini, qualcun altro, invece, ha trovato in quelle abitudini la sua dimensione e non potrebbe mai più abbandonarle. Alcuni si sentono a proprio agio in questo clima di sicurezza e riconoscimento, altri oppressi e in continuo fermento, sono spasmodicamente alla ricerca di lidi più movimentati e caotici. Nei paesi piccoli la gente mormora... spettegola, ma infondo è come far parte di una grande famiglia! Limite o garanzia? Cosa significa, per me e per tutti coloro che ci vivono, questo paese? Forse vi siete già posti la domanda, o forse non avete avuto bisogno di porvela, perché siete tra quelli che automaticamente si sono riconosciuti e collocati nella categoria degli “abitudinari abitanti” o dei “fuggitivi critici”. Sfortunatamente o fortunatamente (dipende dai punti di vista…) io sono tra gli indecisi, e penso che come me, molti lo siano, indecisi di fronte alla possibilità di scegliere se andarsene o restare. O forse sarebbe meglio parlare, non tanto di scelte, quanto di progetti, di aspettative… Sognare un futuro tra le braccia rassicuranti del paesello oppure tuffarsi nell’ ignoto mare di un “che sarà?” come diceva quella canzone dei “Ricchi e poveri” che spesso mi torna in mente. Lo so che non c’è bisogno di scegliere “a tavolino” il proprio avvenire, ma penso sia impossibile evitare di immaginare il proprio futuro, soprattutto in una fase d’instabilità come quella che vivo io adesso, sballottata tra la città caotica in cui studio e il paese silenzioso in cui torno qualche fine settimana e durante le vacanze estive. A volte penso di potermi collocare tra gli “abitudinari abitanti”, altre volte vorrei scappare da una monotonia che sembra non appartenermi…E’ proprio strano starsene, come dice anche Guccini “sospesi tra voglia alternata di andare e restare.”.

Sofia Canapini

 

I ricordi di Klaus

Klaus Wagenbach è un editore di Berlino piuttosto importante. Nel corso degli anni ha pubblicato anche molti autori italiani, tanto da meritarsi un’onoreficenza del presidente della Repubblica per quanto ha fatto in favore della nostra letteratura contemporanea. A Montefollonico – dove lo conoscono quasi tutti - ha molti amici e da oltre vent’anni ha anche una casa nella quale viene periodicamente, insieme alla moglie Susanna, a Lena, la figlia più piccola, e con altri membri della sua famiglia. Gli abbiamo chiesto di scrivere qualcosa sul nostro paese e su come mai decise di comperarci una casa e ci ha mandato il testo che pubblichiamo di seguito. Lo ha scritto in italiano, un italiano un po’… stravagante che, proprio per questo, testimonia della sua buona volontà e dello sforzo fatto. Poteva scrivercelo in tedesco: per lui sarebbe stato più facile ma a noi sarebbe toccato tradurlo. Mi è venuto in mente di ricopiarlo senza “correggerlo” perché mi sembra più spontaneo e divertente. Gli avevo chiesto il permesso di fare così, ma non ha risposto: penso che sia un silenzio-assenso. Spero di non sbagliarmi, anche perché lo conosco per uomo di spirito.

R.B.

Montefollonico, com’era e com’è

Per la prima volta sono venuto nella zona negli anni’50, con il bicicletto (dalla Germania) come studente di storia dell’arte italiana. In quegli anni la regione era molto più popolata di oggi, forse non in cifre ma sicuramente nella visibilità. Era piena di gente lavorando e di animali: bue, galline, maiali (cinta senese!) e soprattutto asini. Andando a dormire nel fieno si sentiva sempre il loro Hiahiahiahiha. Anche la terra era coltivata molto diverso, i campi erano più piccoli e non solo vigneti e prati, ma oliveti, grano, campi con alberi di mele e susine, e tanti giardini intorno ai poderi. La gente era amabile, curiosa e ospitale; in una parola: cattolico-comunista. Io - venendo da una famiglia cattolica e non nazista – trovò questa mistura perfetta e mi giurai: quando sei vecchio ti compero una casa qui. Così, perché la vecchiaia viene ad ognuno automaticamente, la data per me venne nel 1981, quando mio padre morì e mi lasciava una piccola eredità. Io dissi alla mia amica Barbara: andiamo nel senese per comperare una casa. Lei rideva perché l’eredità era veramente piccola, ma siamo andati subito. In un autunno piovoso entrammo finalmente nel bar di Gigi, domandando (dopo due o tre grappe) se ci sarà una casa vuota. Erano presenti tre ciceroni: Cordevole, Lismo e “Cementite” (babbo di Beppe Barbini), che mi hanno fatto vedere la casa di maestro Spadi. Vuota da qualche anno ma quasi non toccata dalla modernità (nel costume di cemento e terrazzo). Così subito dopo l’acquisto cominciò la battaglia terracotta contro cemento. Venendo ogni mattina dall’indimenticabile (!) pensione “Iris”, nella casa era già dentro il babbo di Beppe e gridava: “per il soffitto – nero naturalmente dal fumo – ci vuole cementite!”. Così lui sarà soprannominato Cementite. La battaglia l’hanno vinta naturalmente le tegole. Anche lo stemma del maestro abbiamo lasciato in onore di Mario Spadi. E dopo qualche anno, Barbara ed io abbiamo sposato in comune. Il primo matrimonio di stranieri per il nostro Oscar Baccheschi – non dimenticando che Oscar era un sindaco di giù, invece adesso abbiamo, in persona di Paolo, finalmente, anche un sindaco di sù. Poi abbiamo celebrato in teatro dove era presente tutto il paese, come pochi anni dopo alla sepoltura di Barbara al cimitero… In questi anni, diciamo negli anni ’80, era il paese molto diverso dagli anni ’50 (poca gente nei campi, tanti poderi deserti, tanti prati per le pecore), ma anche un po’ diverso dai tempi di ora: esistevano ancora tre negozi (il consorzio agrario con magazzino) un forno e un altro bar, quello di Piergiorgio, e, naturalmente, il negozio di Graziana. Esistevano anche un paio di bovi in paese, il carosello fatto a mano per i bambini nei giardini, feste dell’Unità con una libreria (!) e il famoso “music-box”, che metteva Gigi ogni estate fuori dal bar; così il visitatore del paese era subito informato dello “hit” dell’anno. E da non dimenticare i gruppi di pensionati, giranti nelle vicinanze dopo aver fatto la rassegna dei lavori nuovi nel paese: alla cava, al Tondo, al cimitero o prendendo la più bella stradetta per il Botteghino, il “asinaccio”! Per sostenere questo costume ho messo la panca fuori della porta del Triano, sperando che una volta sarà ricostruito quel bellissimo viottolo intorno al paese sotto le mura – una speranza vana fino ad oggi... Invece hanno preso possesso della panca le coppie amorose, peccato senza risultati (vedendo che la nostra scuola ha dovuto chiudere a causa di mancanza di bambini…). Io, per la mia parte, ho, con l’aiuto forte della mia amabile Susanna, ho provato di navigare nel controcorrente, con la nostra bambina Lena, ma… Così, pochi anni fa mettevo altre due panche, sperando nella gioventù. E di fatto ho impressione che il nostro paese (in contrario di altri paesi nella zona) si ripopola…

Klaus Wagenbach

 

I FOSSILI DI MONTEFOLLONICO

La maggior parte di noi sa che in alcune zone nei dintorni di Montefollonico, durante i lavori nei campi,si rinvengono in frammenti oppure anche intere le “nicchie” che altro non sono che i testimoni fossili del mare pliocenico che un tempo circondava il colle di Montefollonico. Insieme a questi organismi, rappresentativi di un mare aperto ma non molto profondo, vi sono, in determinate località prossime al paese, i resti di quella che un tempo era una scogliera marina ricca di vita: molluschi tipici di questo ambiente hanno formato con i loro gusci rocce che in certi casi sono state utilizzate per la costruzione degli edifici locali. Tali resti fossili si possono ritrovare comunemente intorno al Tondo e in una piccola zona nei pressi del podere Felline. Ad un’attenta osservazione queste rocce, però, in alcuni fortunati casi, possono rivelare anche le tracce di altri esseri viventi che popolavano sia il mare che le scogliere qui esistenti circa 8-10 milioni di anni fa. Frammenti di corallo fossile di notevoli dimensioni sono stati ritrovati nei pressi del podere Renellino, mentre presso Felline io stesso ho trovato un dente di uno squalo di piccole dimensioni. Molto frequenti sono invece i casi in cui si rinvengono i modelli interni di cavità lasciate dalle parti molli che si decompongono rapidamente, oppure le tracce delle piste lasciate dai vermi marini durante la loro attività, anche queste sempre nei dintorni di Felline. Quando il mare cominciò a ritirarsi, si cominciarono a formare dei bacini chiusi in quelle zone dove erano presenti delle depressioni tettoniche. Vicino a Montefollonico si venne a formare il lago della Val di Chiana, un bacino piuttosto allungato le cui linee di riva non sono molto ben individuabili. Le sue dimensioni possono però essere stimate in oltre 50 km di lunghezza e 15 di larghezza, con una profondità massima intorno ai 100 metri. Nel Pleistocene (periodo in cui si formò quel lago che risale a circa 2 milioni di anni fa) avevano preso campo i mammiferi già da diversi milioni di anni, e di tali animali sono stati ritrovati importanti resti lungo i bordi del lago della Val di Chiana, principalmente nei pressi dell’Abbazia di Farneta (Foiano della Chiana); tali resti sonno conservati sia negli ambienti attigui all’Abbazia che a Firenze, al museo di Geologia e Paleontologia dei vertebrati. Si tratta di scheletri, e parti di essi, appartenenti a razze di elefanti attualmente estinti, cervidi, canidi, felini (linci), orsi, cinghiali. Alle falde del Monte in, prossimità del podere Pian d’Olmo, il Pecci ci fa sapere che nel 1700 “In altro Podere del Medesimo Sig.re Fedro Bandini nominato Pian d’Olmo furono scavati due pezzi di Ganascia, con tutti i denti molari, quali, uniti assieme, formano la circonferenza di due braccia e mezzo in circa dalla ganascia inferiore, e per essere impietriti furono di peso, uno libbre 84., e l’altro 76. Fù giudicato potessero esser Mascelle d’Elefante, o di Rinoceronte, e ambedue pigliati dal Sig.re Dott. Giuseppe Baldassarri li ritiene presso di se, assieme con una vertebra della schiena della grandezza, e altezza d’uno staio di ferro”. E’ evidente quindi che qualche diramazione di questo lago si avvicinava abbastanza a Montefollonico, tanto che questi animali si spostavano fino a qui, in cerca di cibo o di rifugio. Un altro frammento di osso di un piccolo elefante, presumibilmente una tibia, è stato ritrovato da me vicino al podere Scocchia, testimonianza anche questa della diffusione estesa di una fauna tipica di un clima sostanzialmente diverso da quello attuale. Il sottosuolo nei pressi di Montefollonico probabilmente ci nasconde altre e chissà quali sorprese di questo genere che attendono di essere scoperte - e speriamo anche valorizzate - da persone sinceramente appassionate a questi argomenti..

Andrea Tonini

 

LO SCANNATOIO: UN MODESTO EDIFICIO DA SALVARE

Davanti alla Porta di Follonica, sulla destra arrivando, c’è una piccola costruzione in pietra e mattoni di fattura piuttosto antica - il cosiddetto “scannatoio” - dove venivano macellate le bestie prima che fosse costruito il moderno salumificio del Franchetti. Un tempo davanti a questo edificio, come si può vedere dalle mappe del Catasto leopoldino del 1826, passava la strada del Bighi che più tardi fu deviata per comodità. A giudicare da antichi documenti probabilmente questo piccolo edificio era sorto con funzioni meno profane, anche se poi aveva cambiato “destinazione d’uso” come è accaduto a varie chiesette e cappelline usate in seguito come magazzini e rifugi per le pecore. In un documento conservato all’Archivio di Stato di Siena dal titolo “Visita fatta nell’anno 1676 alle Città Terre, Castella, Comuni e Comunelli dello Stato della città di Siena dall’Ill. Sig.re Bartolomeo Gherardini auditore generale in Siena per l’A.S. di Cosimo III de’ Medici Granduca VI di Toscana, mediante la qual visita fu fatta relazione del sito del materiale, del formale, dello spirituale, del politico, del militare, del civile e dell’economico e d’ogni altra qualunque cosa specifica e d’importanza di ciascun luogo del territorio di Siena.” si trova scritto testualmente: “Chiesa della Madonna a’ Follonica Chiesa detta della Madonna a’ Follonica, o’ vero di S.Elisabetta, della Comunità del luogo senza alcuna entrata fuori che lire 5.6.8. pagateli dalla Comunità per la Festa della Visitazione, nel resto si sostiene con limosine, e ne tien conto il D.r Girolamo Moreschini, e di fresco vi hanno eretto una Congregazione di trenta Fratelli.” Circa un secolo dopo, intorno al 1760, il Pecci scrive nelle sue “Memorie storiche, politiche, civili e naturali delle Terre e Castella che sono e sono state suddite della Città di Siena, raccolta dal Cav. Giovanni Antonio Pecci patrizio senese”: “Avanti la Porta di Follonica vi è un piccolo Oratorio dedicato alla Visitazione di Maria, in cui, ogn’anno, la Comunità solennizza la Festa della Visitazione il dì 2 di luglio, e ogni primo Lunedì di ciascun mese l’Offizio pé morti, con questue.” Si può quindi ipotizzare, con possibilità di errore quasi nulla, che l’edificio di cui si parla in questi due documenti sia lo Scannatoio; le modifiche apportate alla costruzione in epoche recenti, tipo gli stipiti della porta di ingresso eseguiti con mattoni fatti a macchina e non a mano, come sono quelli ancora presenti nel resto della struttura, oppure quella orribile e sfasciata tettoia in lamiera che si trova sopra l’ingresso, non hanno cancellato i suoi caratteri originari. Notevoli sono le pietre d’angolo o “cantonate” tutte squadrate ed eseguite con la pietra locale (calcare quella grigia e arenaria quella ocra-marrone) realizzate, probabilmente, proprio per la costruzione dell’edificio. Non sono state utilizzate le solite pietre del Conventaccio dato che la lavorazione di queste è molto più accurata, il tipo litologico è diverso e il fatto che ancora nel 1600 l’Abbazia fosse ancora attiva impediva l’asportazione di materiale da costruzione, cosa che si è verificata dopo la sua chiusura avvenuta nel 1727. Lo stato di abbandono del vecchio Scannatoio non è dei più tristi, anche perché gli attuali proprietari lo utilizzano come magazzino: sono evidenti la mancanza di alcune tegole nello spigolo del lato verso la strada e la sfessurazione della muratura fino ad una certa altezza causata dalla reazione chimica dell’umidità combinata con il sale lì immagazzinato. Certo, non è un edificio importante come altri in paese, ma è sempre un piccolo pezzo di storia locale che dovrebbe essere mantenuto isolato e in buone condizioni, in modo che le sue strutture restino vive e leggibili. Purtroppo l’area nella quale la Chiesa di S.Elisabetta si è venuta a trovare non è stata risparmiata dagli inconvenienti dello “sviluppo” e dai danni degli interessi particolari. Da una parte lo “Scannatoio” nuovo, che piano piano si è ingrandito come la casina delle fate, utilizzando anche le leggi dello stato, dall’altra il recinto del gas, opera questa “sicuramente” provvisoria, affiancato da un minigruppo di stanzini in muratura nati parecchi anni fa quasi “spontaneamente” (?), ma non per questo meno brutti e abusivi; poco più sotto le fosse settiche di una parte del paese che segnalano spesso la loro presenza con i miasmi che esalano. Tutti elementi che non contribuiscono a rendere la zona tra le più accoglienti di Montefollonico e che, per di più, non si trovano lontano dal paese ma proprio a uno dei suoi ingressi. Speriamo che le “esigenze” dello sviluppo e gli interessi particolari non prevalgano anche sull’umile esistenza dello Scannatoio, che forse varrebbe la pena di restaurare e salvare anche se la chiesa di S. Elisabetta non c’entrasse per niente. Non dovrebbe neppure costare moltissimo.

Andrea Tonini

 

INAUGURAZIONE DEI SENTIERI DEL TONDO

Domenica 18 maggio sono stati inaugurati i sentieri del Tondo. La manifestazione ha avuto come ospiti il Sindaco Paolo Pieranni e l’Assessore Moreno Meucci, mentre tutte le altre autorità invitate non si sono viste…neanche la Guardia Forestale. Comunque la cerimonia è andata benissimo ed i presenti erano oltre le aspettative; dopo il discorso di presentazione del progetto letto da Raffele Falconi, è intervenuto il Sindaco, che ha raccontato la storia del Tondo (ne parliamo ampiamente in altre pagine del giornalino), ha illustrato gl’interventi dell’Amministrazione comunale su quest’area e ha elogiato l’operato della Polisportiva. Finiti i discorsi tutti i presenti si sono abbuffati al banchetto che i consiglieri della Polisportiva avevano offerto e preparato con le proprie mani. Durante tutto il pomeriggio un proiettore ha mostrato il cd-rom che abbiamo creato per le scuole affinché il Parco venga conosciuto nell’area più ampia possibile e, al tempo stesso, vengano ricordati i principi fondamentali di rispetto dell’ambiente. Era attivo anche uno “stand” per raccogliere nuovi tesserati. Quando le scorte di cibo stavano per esaurirsi, si è deciso all’unanimità di partire per i viottoli: quasi 100 persone, giovani, bambini, anziani, tutti alla “scoperta” di questi nuovi sentieri. Sono piaciuti, la gente si è divertita, abbiamo fatto trenta nuove tessere raggiungendo il traguardo storico di 151 iscritti, sono state raccolte offerte generosissime e abbiamo venduto 7 cd-rom….. GRAZIE DI CUORE A TUTTI !!!!!!!!!!!!!!!!! E un ringraziamento particolare a Vittorio Innocenti, Athos Duchini e Giuliana Garosi per la collaborazione.

3° TORNEO DI CALCETTO

Dal 19 maggio al 20 giugno presso il campo polivalente di Montefollonico, 16 squadre maschili si sono affrontate per aggiudicarsi il trofeo del 3° TORNEO DI CALCETTO DI MONTEFOLLLONICO. Le squadre iscritte provenivano da Torrita, Sinalunga, Montepulciano, Rigomagno, Acquaviva, perfino da Ponte d’Arbia; ad esse vanno aggiunte le quattro montanine: la “Ristorante 13 Gobbi” capitanata da Cudenno, alias Daniele Fè, l’”Autotrasporti Biagi Franco” capitanata da Francesco Ricciarelli, l’”Edile Belli” capitanata da Giacomo Martorelli ed infine l’”Arte Toscana” capitanata da Luca Rubegni. Questi sono stati gli ultimi a cadere piegandosi in semifinale, ma solo dopo i calci di rigore, alla Pubblica Assistenza di Torrita, squadra che aveva vinto, tra l’altro, la passata edizione. I primi a “cadere”, invece, sono stati Marco Fabricotti e Leonardo Trombetti della “Ristorante 13 Gobbi”: il primo nella partita di preparazione al Torneo si è rotto un piede, il secondo, al debutto, è uscito per infortunio dopo soli trenta secondi…A tenere alto il livello atletico della squadra ha dovuto pensarci capitan Cudenno che, prima di un partita, negli spogliatoi, guardandosi di profilo allo specchio senza maglietta e tenendo il fiato fino al soffocamento mi chiedeva: <..si vedono l’addominali!?>. La finale è stata tra “torritesi”, dove il Bar Nazionale di Torrita ha sconfitto la Pubblica Assistenza, solo però dopo i rigori, visto che il risultato alla fine del tempo regolamentare era di 3-3. Una partita avvincente che ha visto i vincitori rimontare tre gol di svantaggio veramente in “zona Cesarini”. I torritesi capitanati da Nico Giani si portano nel “Comune” il trofeo offerto dal Bar Lo Sport di Ivano Talli e Luca Frangiosa e 350,00€ in buoni acquisto (il trofeo per i secondi classificati è stato offerto dall’Impresa Edile Giuseppe Barbini). Il risultato del torneo è stato eccezionale anche grazie al tempo veramente estivo e alle numerosissime persone che hanno assistito agli incontri. L’otto giugno è iniziato anche il torneo di calcetto femminile che contava 4 squadre: l’Autotrasporti F.lli Mencatelli di Gracciano, l’Edil Pellegrini di Torrita, l’Assotartufi di San Giovanni d’Asso e l’Autofficina F.lli Fabricotti di Montefollonico. Le ragazze del Monte, tutte del Monte, hanno vinto il Torneo imponendosi sull’Assotartufi dopo i rigori: bella partita anche questa che ha visto le nostre ragazze andare in vantaggio con Cristina ma poi essere raggiunte e superate. Il pareggio, sempre di Cristina, è arrivato solo pochi istanti prima del fischio finale: al dischetto, fredde e impassibili, hanno piegato le sangiovannesi. Terze le ragazze di l’Autotrasporti F.lli Mencatelli e quarte l’Edil Pellegrini. In questo Torneo abbiamo osservato numerose giocatrici che il prossimo anno potrebbero vestire i colori sociali della Montanina.

BAR DELLA FESTA DE L’UNITA’

La Polisportiva anche per quest’anno gestirà il bar nel periodo della Festa dell’ Unità. Molti in questo vedono una scelta politica….Il fatto è che per noi tutto fa “brodo” per racimolare il denaro destinato all’attività calcistica e non solo. Per esempio, per iscrivere la squadra di calcio maschile e quella di calcetto femminile ai rispettivi tornei, nel 2002/2003 la Polisportiva ha speso 1.900 € e per i medicinali per gli atleti infortunati 250 €; per il giornalino sono stati spesi 300 € tra carta, inchiostro e manutenzione della fotocopiatrice; per il Tondo sono stati spesi 2.600 €; per gli auguri natalizi 250 €. Spero che capiate perché cerchiamo di organizzare molte iniziative a pagamento compresa, appunto, la gestione del bar alla Festa de l’Unità. Per noi questa è semplicemente una possibilità in più che ci viene data e non tanto una scelta di schieramento politico, che ci crediate o no!

CENA AL CAMPO

Sabato 19 luglio si è svolta al Campo sportivo la seconda “Cena al Campo”. Novantasei persone hanno onorato la cucina delle mamme dei consiglieri della Polisportiva (mi riferisco a quelle di Cristina, Raffaele, Cristiano e Leonardo) e dell’unica consigliera che si è armata di mestolo e forchetta (Silvia con la pannacotta). Grossa la soddisfazione dell’Associazione: un ringraziamento a tutti i partecipanti, che con questa manifestazione di solidarietà ci danno una nuova spinta per andare avanti, e a coloro che, nonostante non facciano parte dell’Associazione, ci hanno dato una mano ad organizzare la serata: Tommaso, Lucio, Pruzzo, Flavio e Monia. SCAPOLI-AMMOGLIATI Per Ferragosto la Polisportiva ha intenzione di ri-organizzare la mitica partita SCAPOLI-AMMOGLIATI. La particolarità è che le squadre saranno miste: uomini e donne….per le docce, però, la divisione sarà rigorosa! Dopo la partita, che si dovrebbe disputare nel tardo pomeriggio, verrà offerta a tutti i presenti una cena “d’asciutto”! Le partenze di molti paesani in questo periodo potrebbero tuttavia farci annullare questo avvenimento!

PRE-CAMPIONATO

Dopo lunghe trattative l’A.C.F. Bergamo, squadra di calcio femminile che milita in serie A, ha disdetto l’opzione per Montefollonico come luogo per il suo ritiro pre-campionato: il motivo è la non idoneità del fondo nel campo sportivo. Il rammarico della nostra Associazione per un avvenimento di questa portata, si unisce a quello della locanda “La Costa” che si è vista cancellare una prenotazione per 30 persone. Il campo sportivo di Montefollonico non era mai stato visto in questa prospettiva e da ora i consiglieri stanno vagliando soluzioni per rendere l’impianto idoneo a questo tipo di avvenimenti. Fortunatamente il campo verrà ugualmente utilizzato da una squadra giovanile lombarda che ha scelto Montefollonico come luogo di ritiro pre-campionato dal 23 al 30 agosto.

Leonardo Trombetti

 

Notizie dalla Scuola dell’infanzia

Le feste Oh! Finalmente le vacanze, non ne potevamo proprio più! Dopo tutto quello che abbiamo fatto siamo proprio stanchi…… ma anche soddisfatti. Quest’anno le maestre ne hanno inventate delle belle; pensate che hanno organizzato insieme alla professoressa Angela Fè e ai genitori la prima edizione dei giochi di Mago Burletto. Il 30 Maggio alle ore 17 ci siamo recati al campo sportivo, abbiamo indossato maglietta e cappellino ed abbiamo cominciato a giocare. Il primo gioco si chiamava “il percorso attraverso il deserto indiano”. Ci siamo divisi in due squadre: quella degli indiani e quella dei cowboys ed abbiamo fatto un percorso che prevedeva salti, capriole, rotolamenti, ecc. Il secondo era il gioco della “staffetta porta messaggi”: dovevamo essere veloci, fare un altro tipo di percorso con un cappello in mano da portare ad un nostro compagno di squadra. Il terzo gioco si chiamava “gli indiani senza tenda”. Ci sedevamo tutti in cerchio con le gambe incrociate e cantavamo canzoni dei pellirosse muovendoci dietro la musica. Chi ha vinto non ha importanza, perché la cosa più bella è che ci siamo divertiti ed abbiamo fatto divertire genitori ed amici venuti a vederci. Alla fine Angela, Gabriella, Letizia e Sabrina ci hanno premiato con una bellissima medaglia…E poi tutti a mangiare. Ah! Dimenticavamo, anche i babbi non sono stati da meno e, tutti in pantaloncini e maglietta, hanno cominciato a giocare a calcetto. Purtroppo, dopo una caduta ed una papera del portiere, la partita è stata sospesa a causa di un forte acquazzone. Noi, a questo punto, pensavamo che le maestre fossero soddisfatte di tutte le feste fatte quest’anno, e invece no: per il 26 di giugno ne avevano organizzata un’altra a conclusione dell’anno scolastico, con canti sull’amicizia e la solidarietà. Beh! Ma questa è stata un’occasione importante perché abbiamo ricevuto i diplomi per poter andare alla Scuola Elementare e per essere considerati i più grandi nella Scuola dell’Infanzia. Nella confusione, tra chi faceva una ripresa e chi una fotografia, qualcuno ha chiesto di ripetere la consegna dei diplomi perché aveva dimenticato di mettere la pellicola!!! Le uscite Nel mese di giugno noi bambini della scuola dell’infanzia abbiamo effettuato una gita ed un’uscita didattica. Il 2 giugno, insieme ai genitori e alle insegnanti, ci siamo recati presso il parco dei divertimenti “Il cavallino matto” di Donoratico (LI). E’ stata una giornata molto bella trascorsa all’insegna dell’amicizia, dell’allegria e del divertimento. Insieme agli adulti abbiamo provato il brivido delle montagne russe e degli altri giochi. Inutile dire che le più spericolate ed entusiaste sono state proprio le insegnanti che hanno sperimentato la maggior parte delle attrazioni convincendo anche i genitori più titubanti a salire sui giochi. Il 20 giugno ci siamo recati presso i vigili del fuoco di Montepulciano. Non era la prima volta che visitavamo la caserma, ma quest’anno è stato proprio speciale e i vigili si sono davvero superati. Dopo averci spiegato tutto ciò che c’è dentro ad un’autopompa, ci hanno fatto salire sul mezzo e ci hanno portato a fare un giro a sirene spiegate. Ma la cosa più divertente è stata salire insieme ad un vigile sopra un cestello appeso all’autoscala ed essere sollevati fino al tetto della caserma. Sicuramente è stato più divertente che andare sulle giostre! Dopo averci offerto una bella colazione i vigili hanno simulato un incendio ed un intervento di spegnimento. Andrea e i suoi colleghi hanno dimostrato di non essere esperti nell’accendere il fuoco, ma bravissimi a spegnerlo! Prima di andare via li abbiamo ringraziati regalando loro un bel cartellone. Mentre stavamo andando via, Pippi, per salutarci, ha spruzzato addosso allo scuolabus un gran getto d’acqua, con grande soddisfazione nostra, ma soprattutto di Fernando!! I bambini della Scuola dell’infanzia. Sabrina e Gabriella ringraziano la redazione di “Aria del Monte 2000”, l’associazione polisportiva “Montanina”, i genitori e gli operatori scolastici, per la disponibilità e la collaborazione e salutano i bambini Camilla, Carlotta, Lorenzo, Laura, Ginevra, Elena, Mariasole, Giada, Valerio, Riccardo, Roberto, Owain, che andranno alla Scuola Elementare e Bilel, Tommaso, Daniele, Flavio, Emily, che ritroveranno a settembre. Ciao a tutti e buone vacanze!

Le Maestre Sabrina e Antonella

 

“ L’ASILO E’ FINITO”

Questo e’ stato l’ultimo anno di “asilo” per molti bambini di Montefollonico che si apprestano ad entrare alla Scuola Elementare. Sono stati tre anni intensi,ricchi di scoperte,di esperienze, di “tragedie” e di crescita. Alcuni bambini si sono ambientati bene sin dall’inizio, non hanno avuto traumi per l’inserimento. Si sono subito adattati alla scuola,quanto li ho invidiati…! Mio figlio Valerio ha pianto “solo” per i primi 45 giorni: era un pianto costante, perenne, dalle 9,30 alle 12,30. Telefonavo per sapere cosa faceva con la speranza di sentirmi dire che era sereno e tranquillo ma sentivo il suo “raglio” nel sottofondo e ,senza dire niente, riattaccavo. Mi appostavo davanti alla ex casa di Giovanni Fe’ per spiare cosa faceva e vedevo che, piangendo,si rivolgeva a tutti quelli che passavano davanti ai giardini della scuola supplicandoli di portarlo via . Me lo ricordava spesso anche il povero Dino Fabricotti che esitava a passare lì davanti perchè non sapeva resistere alle suppliche di mio figlio. Poi finalmente ha smesso ed ha capito ,bonta’ sua, che quel luogo non era poi così male, ha partecipato a tutte le attivita’ si e’ inserito così bene che a giugno ha pianto perche’ non ci poteva andare piu’ (!). Mi accorgo che il “cuore di mamma” mi porta a parlare solo di mio figlio e non della Scuola dell’Infanzia nella totalità (come era nel mio intento). In questi tre anni abbiamo visto i bambini crescere, migliorare, confrontarsi e scontrarsi,sbagliare e correggersi aiutati sempre dalle insegnanti che si sono via via avvicendate. La Scuola e’ stata sempre pronta ad accogliere proposte, critiche, suggerimenti ed aiuti dando lezioni di vita a tutti: bambini ed adulti. Soprattutto per questo ringrazio le insegnanti, in particolare la maestra Sabrina che con la sua presenza fattiva e costante ha aiutato i nostri bambini indirizzandoli verso la strada della vita. N.B. Mi scuso se ho fatto discorsi sconclusionati,ma quando siamo emotivamente coinvolti spesso le idee si accavallano e perdono di chiarezza.

Eva Andreucci

 

DA MONTEFOLLONICO ALLE SCUOLE MATERNE DI REGGIO EMILIA: UN’ESPERIENZA DIRETTA

"A Reggio Emilia ci sono le scuole per l'infanzia migliori del mondo" Così scriveva una decina d'anni fa una nota rivista americana. Da allora a Reggio Emilia arrivano delegazioni da ogni parte del mondo (composte a volte da centinaia di persone) che chiedono di visitare le scuole comunali per l'infanzia. Chiedono di vedere come sono vissuti gli spazi, di parlare con gli insegnanti, i pedagogisti, di conoscere il loro metodo d'insegnamento. Posso dire per esperienza diretta che le scuole comunali per l’infanzia, dove le mie bambine – Mariasole di 6 anni e Emily di quattro – hanno passato tre mesi, sono di qualità estremamente elevata, probabilmente unica, sia sotto l’aspetto professionale, sia sotto quello umano. Credo che parlarne un poco possa servire a capire perché ne dò questo giudizio, e magari ad aiutare, con un esempio così avanzato, coloro che intendono realizzare anche a Montefollonico una Scuola per l’infanzia sempre migliore. La fondazione e la crescita di queste scuole è una storia di donne che nel dopoguerra vendono un carro armato per costruire la prima scuola per i propri bambini. L'anima sarà Loris Malaguzzi, allora giornalista ed insegnante che, inizialmente incuriosito dall'evento, sposerà la causa e dedicherà la vita alla scuola, gettando le basi di un metodo d'insegnamento rivoluzionario. Nelle scuole per l’infanzia di Reggio Emilia l'insegnante è per il bambino, un compagno di strada che articola gli scambi, alimenta i semi che nascono dal dialogo, incoraggia, sostiene. Ho visto insegnanti che sapevano gestire stupendamente l'istinto naturale dell'adulto a proporsi come guida, suggeritore di eventi, stimolatore di situazioni. Con questa impostazione la capacità di ascoltare i bambini, l'attenzione rivolta ad essi aprono porte inattese, nuove anche per gli adulti, che a questo punto devono trovare lo spazio intellettuale per poter aprire all'inatteso, per essere pronti a cavalcare quel cavallo in corsa che per loro è il concetto d'insegnamento e che, secondo me, è la metafora di ogni esperienza vitale. Gli insegnanti di Reggio, assistiti da un pedagogista sono motivati, entusiasti, colti. Nelle aule si trovano libri importanti di poesia e di letteratura per ragazzi, libri di fotografia, con immagini che hanno la capacità di incantare o incuriosire perchè eccezionali. Un giorno di scuola I primi bambini che giungono a scuola possono ballare con le musiche piu' in voga del momento nell'attesa che siano arrivati tutti gli altri compagni. Alle nove due “ambasciatori” (due bambini nominati di volta in volta) vanno in cucina a prendere la frutta con la quale si calmeranno lo stomaco a metà mattinata. Inizia l'assemblea: i bambini si raccolgono in cerchio, si fa l'appello, si ricordano i progetti iniziati, si parla di quello che è successo nel mondo nel frattempo, si commentano le ricorrenze se ce ne sono. Si sta attenti a cio' che nasce, se nasce, dalla conversazione. Si registra tutto, velocemente, e il risultato sarà esposto nella bacheca in modo che i genitori, quando verranno a prendere il loro bambino, sapranno come è stata impostata la giornata. Si decide poi, insieme, come dividersi in piccoli gruppi di 3 o 4 bambini per proseguire i progetti iniziati o per iniziarli di nuovi. Lo spazio della sezione è suddiviso in aree dal significato diverso. L'angolo del mercato dove troneggia una grande bilancia in alluminio. Negli scaffali prodotti di ogni genere con i prezzi. Un pallottoliere e soldi fotocopiati. I prodotti cambiano. Si prosegue con l'angolo scentifico dove tra vari oggetti naturali (conchiglie, coleotteri, farfalle, libri aperti su immagini bellissime, fotografie a raggi x) si raccolgono oggetti da analizzare, da confrontare con un metodo particolare. Poi c’è l'angolo del computer dove i bambini sono invitati a condividere il tempo del gioco con gli altri lasciandogli spazio. Un grande orologio e un cartellone aiutano i bambini a sapere qual'è il loro turno per giocare al computer. L'angolo dei messaggi. Ciascuno ha la sua “tasca” dove imbucare messaggi pensati per gli amici, per i parenti o per amici immaginari. Cartoncini di ogni formato, acetati, trasferibili, ritagli da riviste, sono a disposizione dei bambini. Ci si scambiano pensieri, sentimenti, in forma di disegno o di piccole frasi. Accanto una lavagna luminosa raccoglie oggetti trasparenti coloratissimi con i quali s'inventano paesaggi, situazioni, percorsi, ai quali si dà poi un nome. Ciascuno ha un cassetto dove riporre un oggetto portato da casa. Di solito è un giocattolo che durante la giornata si può ritrovare e condividere con gli altri. In una stanza attigua c'è il mini “atelier”, dove si dipinge con i cavalletti. In un altro spazio ancora, una pedana di circa due metri quadrati circondata da scaffali pieni di ogni sorta di oggetti colorati di legno, parti di macchine, fili elettrici, cartoni, plastica. Tutti oggetti recuperati dagli scarti delle industrie della città. Frammenti di oggetti nuovi ma sottratti alla loro funzione perchè i bambini ne possano fare stazioni spaziali, città fantastiche popolate da animali, automobili, costruzioni lego. Vista da fuori appare come una grande scultura che ogni giorno si modifica attraverso l'intervento dei bambini. Al piano di sopra c'è l'atelier vero e proprio dove “l'atelierista”, un'insegnante diplomato in arte si occupa in particolare del laboratorio di ceramica, della realizzazione di piccoli progetti al computer, di oggetti tridimensionali, come rappresentazione parallela del lavoro svolto attraverso la parola o il disegno. Qui si organizza a livello grafico il materiale prodotto dai bambini, si registrano gli eventi quotidiani con cinepresa, macchina fotografica,computer televione,schermi di proiezione. Accanto all'atelier lo spazio della musica e grandi macchine del vento e dell'acqua fatte dai bambini. I genitori sono molto presenti. Ho assistito a riunioni durate fino a notte fonda con tanto di rinfresco preparato dal cuoco della scuola. Il sostegno finanziario del comune a ciascuna delle sue scuole per l’infanzia è circa mille euro all'anno. Non molto ma c'è un entusiasmo, una ricchezza di motivazioni che le rendono officine di creatività, di energia. Esiste un'organizzazione"REMIDA" che raccoglie tutto il materiale riciclabile delle fabbriche. Le scuole ne attingono a piene mani e anche i privati, con uno speciale abbonamento, possono avere questo materiale di scarto ma nuovo. Utilizzando questa “materia prima” i bambini ogni anno partecipano ad un mercato in piazza dove si vendono gli oggetti costruiti da loro. Gli acquarelli diventano copertine di album, agende, quaderni. Si raccolgono così altri fondi. Perché ho chiamato questa esperienza un’esperienza d’amore Ho visto persone accalorarsi nel parlare di queste scuole, ho visto luccicare i loro occhi. Gente che parlava entusiasta, col cuore, con l'energia che solo l'amore ti regala. Ho notato una precisa attenzione ai tempi degli scambi, delle relazioni. Un rispetto spoglio di orpelli, una tendenza a costruire rapporti diretti ma aperti alle provocazioni esterne. La predisposizione a costruire ogni volta piccole narrazioni piuttosto che situazioni frammentarie. Mettere in connessione gli eventi, articolarli, trovare ad ogni cosa un senso e un significato. Niente cadeva ma tutto veniva accolto nella rete della comunicazione, senza creare fratture ma un caldo senso di continuità. Una continuità affettuosa che le mie bambine ed io abbiamo sperimentato fin dal primo giorno. Gli insegnanti e il personale della scuola, consapevoli del rischio che Mariasole ed Emily, a causa del cambiamento, potessero trovare difficile inserirsi, le hanno accolte con estrema naturalezza, abbracciandole nella calda maglia della comunicazione e dei sorrisi. Questo hanno scritto Stefania e Simona, due dei tre insegnanti, a conclusione di un lavoro dei bambini: "La nostra vita è un arazzo, tessuto su un telaio incantato. Ogni spoletta ha un suo significato, ogni filo la sua importanza." Ho sentito scaldarmi il cuore.

Mariella Spinelli

 

A SCUOLA CON LE IMMAGINI

Quest’anno mi sono dovuta impegnare nella scuola elementare di Guazzino e Bettolle in un lavoro inaspettato:assistente alla comunicazione (titolo che, per la verità.. non sapevo neanche di avere..). Sono stata la seconda insegnante di sostegno di due bambini nati sordi: Antonio di 8 anni e Marta di 11. I due bambini avevano riacquistato buona parte dell’udito nei primissimi anni di vita grazie ad un apparecchiatura acustica in due componenti: uno applicato sotto la cute, l’altro applicato esternamente e rimuovibile. All’età di quattro anni hanno imparato a leggere e a scrivere grazie all’aiuto della logopedista e al forte sostegno della mamma, che stimola costantemente i figli ad esercitarsi per rendere ancor più efficace il lavoro della specialista.. Nonostante tutto, per comprendere meglio, Antonio e Marta hanno bisogno che l’interlocutore, chiunque sia, parli lentamente, scandendo le parole in modo che possano leggere i movimenti delle labbra e, soprattutto a scuola, di un supporto basato sulle immagini. Ho scritto che sono stata la “seconda” insegnante di sostegno perché in realtà, già ne avevano una, ma soltanto per 12 ore ciascuno. Poiché avevano bisogno di un’aiuto anche nelle ore rimaste scoperte, dopo aver parlato con la mamma di Marta e Antonio, alla quale ero stata presentata da una conoscente comune, sono entrata a lavorare nella scuola per aiutarli nelle ore in cui mancava la prima insegnante di sostegno. Il mio compito era trasformare in immagine tutto ciò che nella lezione veniva comunicato agli altri sottoforma di suono. Mi spiego meglio: i bambini sordi hanno molte difficoltà nella comprensione delle parole scritte perchè non riescono a collegarle automaticamente all'immagine mentale che devono richiamare; quindi, per aiutarli a capire il senso di un racconto dovevo mostrare loro delle immagini fotografiche, oggetti reali o scene mimate dall'intera classe. L’ausilio delle immagini non veniva usato spesso durante le lezioni di Antonio perché il programma seguito dalle insegnanti era già stato anticipato al bambino dalla logopedista. Con Marta, invece, le immagini venivano utilizzate con maggiore regolarità, soprattutto in materie come storia, geografia e scienze. Antonio faceva spesso il furbo: ogni volta che gli domandavo se aveva capito, lui rispondeva di sì, ma poi, se lo mettevo alla prova chiedendogli di rispiegarmi ciò che aveva appena detto la maestra, lui mi guardava invariabilmente con l'aria imbarazzata e rispondeva: “Non ho capito niente”. A volte, per evitare rimproveri e ulteriori spiegazioni, fingeva fortissimi dolori alla pancia o alla testa; oppure dichiarava di non poter seguire perchè disturbato dalla troppa confusione dei compagni. Antonio è un bambino che per il momento, a quanto pare, non ha grandissima voglia di studiare, ma in matematica è un piccolo genio: basta pensare che è stato l'unico della sua classe , prima elementare, a capire al volo, dopo una sola spiegazione, il procedimento per fare le divisioni. Mi sono spesso meravigliata del suo incredibile intuito! Marta, invece, studia molto, in classe è sempre attenta e vuole essere una delle più brave, questo forse perché non accetta il fatto di doversi sentire inferiore ai propri compagni e vuole dimostrare che è capace quanto tutti loro. Ho ventuno anni e questa era la mia prima esperienza lavorativa in quel campo. Inizialmente non sapevo cosa fare ma grazie all’aiuto delle maestre, soprattutto a quello di Simonetta Del Ciondolo – che oggi insegna italiano, ma che era stata insegnante di sostegno di Antonio alla scuola materna - ho avuto suggerimenti fondamentali! Nei nove mesi durante i quali ho aiutato Marta e Antonio mi sono resa conto di quanto sia bello lavorare con i bambini, che riescono a darti soddisfazioni e felicità che nessun altro lavoro può darti. Non immaginavo che mi sarei affezionata a Marta e Antonio a tal punto....; adesso mi risulta addirittura difficile esprimere ciò che ho provato. Vedere l’impegno, i miglioramenti, la forza di volontà, ma soprattutto il bene che ti offrono e che non puoi non ricambiare, mi ha riempito il cuore di emozione. Marta e Antonio resteranno sempre dentro di me, e nonostante la scuola sia finita vado spesso a trovarli per passare un po’ di tempo con loro, li porto a prendere il gelato, a fare passeggiate o semplicemente rimaniamo in casa a parlare.

Monia Toniazzi

 

MANIFESTAZIONI CULTURALI

Per una buona accoglienza di pubblico le manifestazioni culturali vanno organizzate alla perfezione: la cultura è faticosa e molesta, piace a pochi e ci sono distrazioni plurime che inducono a rivolgersi altrove. Eppure, a ben guardare, in tutti i paesi più o meno piccoli della val di Chiana e della Val d’Orcia si ha la pretesa di proporre cartelloni estivi di iniziative talvolta niente male in quanto a spessore culturale. Anche Montefollonico timidamente ci prova: per esempio, con il cineforum quest’anno ha nuovamente rischiato e, dobbiamo ammettere con rammarico, “perso” la sfida… Pochissime le adesioni e tra le distrazioni, oltre al Grande Fratello, anche gli impegni concomitanti della Mamma Chiesa, che, si sa, ha sempre la precedenza. Mi riferisco alla sera della proiezione di Taxi Driver (spettatori quattro) che, del tutto involontariamente, venne a coincidere con la cerimonia della lavanda dei piedi, appunto, in Chiesa. Ma forse è anche colpa degli ipotetici colti che si atteggiano o, come si dice, “se la tirano” troppo, snobbando un po’ le tradizionali feste e le più popolari manifestazioni mangerecce, invece fittissime e ben riuscite del circondario. Questi cinefili, letterati, dottorini da quattro soldi, insomma, stanno un po’ sull’anima per la loro spocchioseria; sarebbe ora che imparassero a stare con la gente senza troppo prendere le distanze… e magari farla finita di proporre e proporre. Ma cosa proponi, vuoi acculturarti ulteriormente? (perché è tipico di quelli così, non ne hanno mai abbastanza) leggiti in pace un libro sotto il tuo pero e falla finita! Meglio una bella magnata di pici all’aglione, salutare e per nulla impegnativa… che una volta finito di mangiare ti senti satollo e hai voglia di dormire… Eppure, nonostante tutto, dove ti giri e dove vedi programmi di teatro, cantieri d’arte contemporanea, mostre itineranti d’acquarelli o di fotografia, concerti e addirittura opere. Opere, sì: Traviata, Carmen, robe come Tosca… di cui l’anno scorso ne mettevano in scena ben tre nella stessa settimana: a Chianciano, a San Quirico e non ricordo dove altro ancora. E poi concerti, balletti, improbabili ricostruzioni storiche in costume e giullari, cose che richiedono tempo e fatica nel prepararle, soldi da investire, mezzi organizzativi che spesso non ci si potrebbe permettere se non grazie alla buona voglia di qualche fannullone di quelli là (i colti di prima), che si sa, non fa un c… dalla mattina alla sera e per questo è colto, lui; trovalo tu il tempo di star dietro a menate come l’arte e la letteratura, o sei ricco o sei fannullone perché di arte non si vive e di cultura neanche… Ma niente questi non demordono: Tosca Tosca Tosca… E poi succede talvolta che le cose gli vadano anche bene: poverini… loro se vedono gente sono contenti, manco chiedono niente. Vivono di niente: i soldi per esempio? Macché, abituati come sono a sentirsi dire no, pur di veder portato avanti un loro progetto sarebbero capaci di fare tutto quanto gratis, toh, per la gloria… che gente strana!!! Eppure la cultura è intesa così, non ci sono mai i fondi, non si investe un tubo di niente perché non produce, non se ne ricava in moneta, e quello che non è moneta, si sa, non è niente. Ma che soddisfazione dà, diciamocelo, vedersi un bel film e uscire fuori un po’ sognanti, per un attimo pensarsi eroe, dimenticando tutto quanto il resto: il mutuo da pagare e la bambina che ha la varicella e le tasse e il collega di lavoro puzzolente che impartisce ordini a raffica?… Quanto fa crescere ballare al ritmo di una bella musica invadente e africana fino a farti dimenticare che sei tu nel continente civilizzato?… Il Festival del Torrita Blues di quest’anno per esempio: io l’ho visto un po’, era bello, era diverso da come me lo aspettavo ma era bello da dentro e da fuori. Era pieno di gente, di giovani, finalmente, quelli che alle feste dell’Unità mangiano e scappano: lì ci sono stati fino alla fine e sembravano divertirsi. Giovani che non sembravano nemmeno più quelli, visti alla luce colorata nella notte, e meno giovani dondolanti anche loro per via del ritmo che ti trascina. E sul palco donnone nere con le labbra carnose e giovani cow-girls con il basso e il cappellone, che facevano pensare a guardarle a orizzonti lontani, d’oltre oceano… visti forse solo in televisione. Ecco, gli orizzonti: quello è l’elemento comune a tutti questi eventi così diversi. Mi spiego: quello che accomuna gli aspetti molteplici delle culture è la possibilità che esse danno a ciascuno di noi, compresso nel proprio corpo, più o meno bello più o meno giovane, di uscirne per un po’, di andare oltre, una specie di effetto collaterale, una droga benevola che se la provi non puoi più farne a meno… (e così si spiegherebbe l’ostinazione, il non averne mai abbastanza). Perché dopotutto siamo esseri imperfetti nella pelle che ci contiene, abbiamo menti pensanti e richiesta di stimoli emotivi. Queste cose, che ci facevo caso mentre facevo la doccia, non stanno tra le pieghe della ciccia, ci distinguono dagli altri animali. Noi sappiamo diversamente dalle scimmie scrivere delle frasi, pensare concetti astratti come non so la libertà… ridere. Ci pensate? Ridere: è una roba strana e spaventosa ma noi siamo in grado di costruire nella nostra mente situazioni ilari, ipotesi, che se si avverassero sarebbero buffe e ne ridiamo. Insomma noi tutti, colti e meno colti, della droga di cui parlavo, la cultura, abbiamo bisogno per stare meglio, per sentirci meno effimeri, per vincere la vecchiaia, perché si è vecchi quando non si ha più nulla da imparare. E allora proviamo a sensibilizzare i potenti affinché diano spazio agli stimoli culturali, con tutto quello che questo comporta, senza improvvisarci, ma seriamente. Alleniamo la gente a non considerare i colti come gente che snobba e critica e basta. Impariamo tutti quanti a pretendere che venga dato il valore che si merita a questa cultura, perché anche se è difficile insegnarlo e impararlo, anche se il rischio di insuccesso rimane, è chiaro che se tra i pici all’aglione e il chianti si vedono, comunque e inesorabilmente, tentativi a volte goffi a volte disorganizzati di metter su eventi culturali, qualche cosa vorrà dire… O no? In concreto: rifacciamo un cineforum a Montefollonico, anzi di più, organizziamo un festival del cinema per quei ragazzi che il 27 e 28 di giugno al Torrita Blues hanno ballato fino a tardi, bevuto birra e creduto, per poco, di essere un po’ neri anche loro…

Sonia del Secco

 

Racconti di Edgard Allan Poe

Edgard Allan Poe nacque a Boston nel 1809 da due attori girovaghi, Elisabeth Arnold e David Poe. Nel 1811 morì la madre ed Edgard, abbandonato dal padre, venne allevato nella casa di un ricco mercante di Richmond, John Allan, che però non lo adottò mai legalmente. Nel 1815 gli Allan si trasferirono in Inghilterra dove Poe compì i primi studi, continuati poi al ritorno in America nel 1820 prima a Richmond, poi all'Università della Virginia (da dove sarà espulso per debiti di gioco alla fine del 1826). Entrò allora in violento contrasto con il patrigno e, nel 1827, diciottenne, si spostò a Boston, dove pubblicò a proprie spese la prima raccolta di poesie "Tamerlano ed altre poesie" che cadde nell'indifferenza generale. Inseguendo di se stesso un'immagine romantica Poe si arruolò nell'esercito e nel 1830 fu ammesso all'Accademia militare di West Point dalla quale fu espulso l'anno successivo per infrazioni disciplinari. Si stabilì poi a Baltimora presso una zia paterna e cominciò a pubblicare i primi racconti su "The Courier" e nel 1835 entrò nella redazione del "Southern Literary Messanger". L'anno successivo sposò la cugina quattordicenne Virginia Clemm e continuò a lavorare come giornalista e critico letterario. Nel 1840 uscirono a Filadelfia i primi racconti col titolo di "Racconti del grottesco e dell'arabesco" e nel 1845 la pubblicazione della poesia " Il Corvo" gli diede una certa notorietà. La morte della giovane moglie avvenuta nel 1847 aggravò la sua inquietudine esistenziale e accentuò la sua tendenza all'alcolismo e all' oppiomania. Nell'ottobre del 1849 Poe fu trovato privo di sensi nella locanda di Baltimora e, trasportato in ospedale, morì dopo qualche giorno di delirium tremens a soli quarant' anni. La fortuna letteraria di Poe fu quindi essenzialmente postuma e dovuta all'inizio a Baudelaire (che lo tradusse e lo fece conoscere per primo in Europa) e poi a tutti i poeti simbolisti in generale che riconobbero in lui un geniale precursore delle loro tematiche per la potenza suggestiva dei suoi versi e insieme per la ricerca di una esatta architettura verbale. Il grande successo di pubblico di Poe, è dovuto tuttavia ai suoi racconti. Nel tempo si è consolidata la sua fama di maestro del terrore ("Il crollo della casa Usher", "Il gatto nero", "Ligeia", "Il cuore rivelatore") e di inventore di generi letterari nuovi come il "poliziesco" ("Gli omicidi della Rue Morgue", "La lettera rubata"). Se i moduli narrativi usati da Poe derivano in parte dalla tradizione gotica inglese, in parte dai racconti fantastici di E.T.A. Hoffmann, i temi riccorrenti nutriti di ossessioni personali sono trascritti in figure, situazioni o simboli di un nuovo linguaggio dell'incubo. Un incubo che pur esteriorizzandosi e assumendo forme palesi e riconoscibili, rimane perennemente confinato in una zona d'ombra fra realtà e illusione per cui il lettore non sa mai quanta parte delle visioni spaventose dei personaggi di Poe sia reale e quanto sia frutto di una sensibilità alterata dall'angoscia. Nel "Crollo della casa Usher", Roderick U., il protagonista abita in un' antica dimora circondata da una atmosfera di sinistro decadimento e vive in uno stato di perenne tensione nervosa che rasenta la follia a causa di un misterioso male che affligge sua sorella Lady Madeline. Dopo qualche tempo ella muore e viene sepolta provvisoriamente in una nicchia nelle mura del maniero. Qualche giorno dopo durante un furioso temporale irrompe nella stanza Lady Madeline insanguinata e folle: era stata sepolta viva. Fratello e sorella muoiono di terrore mentre la casa crolla e sprofonda in uno stagno circostante. Questo famoso tema della sepolta viva si ritroverà in altri racconti come "Berenice" e "Il caso Valdemar". Nei racconti cosiddetti polizieschi prevalgono invece la razionalità e la lucidità dell'intelletto che tramite la logica e le sue rigorose deduzioni riescono a rischiarare le tenebre dell'insolubile. Scrittore dall'invenzione potente, creatore o anticipatore di generi letterari, apparentemente sradicato dalla società americana del suo tempo, in realtà interprete lucidissimo dei suoi incubi negati o rimossi, Poe è stato ammesso con il ritardo di quasi un secolo nel numero dei grandi della letteratura del suo paese. Mentre in Europa nasceva, sulla scia degli entusiasmi francesi, il mito di Poe come poeta maledetto dai lineamenti tipicamente romantici o come simbolista ante litteram o come teorico dell'arte per l'arte, in America soltanto con gli studi di T.S. Eliot la sua opera è stata ricollocata al centro della tradizione americana e si è riconosciuta la grandezza e l'unicità della sua affascinante indagine nel mondo del mistero.

Gianfranco Rossi

 

L’11 settembre cileno e il suo cinema

Tra pochi mesi sarà di nuovo l'11 settembre, una data che porta con sé ricordi sinistri, non solo dal 2001, ma almeno dal 1973: fu quello l’anno in cui avvenne il sanguinoso colpo di stato cileno, un tragico esempio di come gli Stati Uniti siano abituati a esportare democrazia. Nel cinema, forse la citazione più conosciuta di questo episodio si ha proprio in un film statunitense, Missing, del 1982: in esso, assistiamo alla febbrile ricerca di un figlio "desaparecido" da parte di un padre americano e conservatore (Jack Lemmon) che si scontra con la scarsa collaborazione della diplomazia del suo paese. Va notato come il paese in questione non venga mai nominato nel film, anche se i riferimenti al Cile sono evidenti (la città si chiama Santiago e si accenna allo stadio nazionale trasformato in campo di prigionia). In realtà, il cinema di finzione non ha toccato spesso la tragedia cilena, e a questo proposito va considerato che la dittatura di Pinochet si è trascinata per alcuni decenni, "disincentivando" la produzione di un cinema di opposizione; evidentemente, anche Hollywood non ha molto interesse a rivangare affari spinosi (anche se, ogni tanto, come vedremo, arrivano film sorprendenti). In Italia, abbiamo un ottimo regista italo-argentino, Marco Bechis, che ha raccontato più volte (Garage Olimpo e Hijos - Figli sono due dei film più recenti e più applauditi, anche all'estero) l'esperienza simile del regime argentino. La violenza del regime cileno ha invece costretto moltissimi all'esilio, anche loro - come Neruda o come la nipote di Salvador Allende, la nota scrittrice Isabel - obbligati a lavorare all'estero, come il regista Raúl Ruiz, diventato apolide, un po' per forza e un po' per scelta. Esiliati sono però riusciti a fare del proprio essere, costantemente "fuori luogo", una caratteristica positiva e si sono espressi principalmente in un cinema surreale che mostra realtà da sogno o da incubo e personaggi con l'io a pezzi. Il contributo documentario e militante di maggior spessore, da parte di un regista cileno, è stato dato da Patricio Guzmán, che ha filmato moltissimo materiale prima e dopo il colpo di stato, raccogliendolo poi in un'opera in più parti che si chiama La batalla de Chile - La battaglia del Cile. Questo film costituisce un importante documento storico ed è stato anche riutilizzato da Guzmán come pretesto per un altro film documentario, da lui realizzato 25 anni dopo il golpe per sollecitare la memoria dei suoi connazionali (Chile, recuerdo obstinado - Cile, memoria ostinata). Vale la pena ricordare brevemente l'avventura della sua produzione. Iniziata durante la presidenza di Allende come un esperimento di "cinema-verità", essa si è scontrata con i tragici eventi di settembre, proseguendo poi, per vie clandestine, in esilio, dopo aver fatto trafugare la pellicola con il girato attraverso un passaggio dall'ambasciata di Svezia, fino al montaggio avvenuto a Cuba. Fortunatamente, dunque, esistono documenti delle giornate terribili del golpe di Pinochet, ma esistono anche coraggiose indagini realizzate negli Stati Uniti, come quella fatta da Eugene Jarecki, sulla base di un libro di Christopher Hitchins: The Trials of Henry Kissinger - I processi di Henry Kissinger. Il film racconta i retroscena di molti eventi sanguinosi che hanno visto dietro le quinte l'ex segretario di stato americano, compreso il colpo di stato cileno. A New York hanno fatto la fila per vederlo; qui è passato per pochi giorni al Festival dei Popoli di Firenze... speriamo in un'illuminazione della distribuzione italiana!

Marcello Testi

 

TORRITA BLUES: intervista a Luca Romani

Luca Romani, presidente dell’Associazione Culturale Amici del Blues di Torrita di Siena, si è prestato ad un’intervista sul festival Torrita Blues, la cui quindicesima edizione ha avuto luogo a Torrita il 27 e 28 giugno scorso. La sua disponibilità è in parte anche dettata dalla sua origine montanina e dall’affetto con cui guarda al periodico Aria del Monte di cui è stato collaboratore in passato. Gli abbiamo chiesto: - Come e quando è nata l’idea di progettare un festival di musica blues in Val di Chiana? - La passione per la musica c’è da sempre e l’interesse per la musica blues che – ci tiene a ricordarlo - è all’origine della musica contemporanea in generale, si è andata sviluppando molto presto. Tuttavia, l’episodio che ha davvero inciso nell’idea di organizzare un festival del blues a Torrita risale al 1988, quando nel corso di Pistoia Blues ho avuto modo di conoscere Fabio Treves, un artista italianissimo, all’epoca consigliere comunale di Democrazia Proletaria a Milano, che con il suo gruppo (Treves Blues Band) partecipava appunto al Pistoia Blues. Con Treves è nata dapprincipio l’idea di un concerto a Torrita, concerto che avrebbe dovuto essere ospitato all’interno di una festa, precisamente la Festa dell’Amicizia, e così facemmo. Il povero Fabio Treves fu poi accusato dai suoi di tradimento per essersi prestato, lui di Democrazia Proletaria, a suonare per la DC. Ma la musica non ha limiti politici, io ritengo che vada oltre… e così… - E così nasce l’idea del festival. - Sì. Il concerto era riuscito bene e con Treves si disse di provare a cercare dei finanziamenti per organizzare qualcosa di più. Certo per ottenere dei finanziamenti non si poteva pensare di chiederli nominalmente, occorreva costituirsi in associazione e presentare un progetto. E allora nel 1989, insieme ad altri appassionati della musica blues, abbiamo fondato l’Associazione Culturale Amici del Blues. L’Associazione è nata senza fini di lucro e ancora oggi tutti gli utili si rinvestono. All’inizio eravamo in quattordici, poi con il tempo ci sono state delle rinunce, delle scissioni… Oggi siamo rimasti in sette ma molto affiatati: Carlo Bazzoni, Alfredo Capitani, Roberto Davitti, Alessandro Giannini, Riccardo Roghi, Federico Romani e Luca Romani. - Chi ha finanziato l’iniziativa? - Abbiamo chiesto al Monte dei Paschi. Il progetto era interessante e in Val di Chiana non c’erano molte altre iniziative in corso o in programma che chiedevano fondi. Così ottenemmo dieci milioni per partire. Lo dissi a Treves, lui replicò che non era molto, ma ci provammo lo stesso. - Come andò la prima volta? - Andò benone: c’era molta gente, di più delle aspettative. Quella sera si esibirono: la Treves Blues Band, i Big Fat Mama, Guido Toffoletti e Stefano Zaber, altro gruppo italiano. Trovammo le sedie in affitto da una contrada a Siena, il “service” arrivava da Bologna. Il Comune di Torrita non ci credeva ancora un granché, erano prudenti. - Oggi è diverso: partecipano anche la Provincia e la Regione, abbiamo gli sponsor e il Comune contribuisce offrendo le attrezzature: per esempio ha comprato il palco. Dopotutto, a parte Siena Jazz, la provincia non dispone di manifestazioni simili e la nostra è stata riconosciuta come un’iniziativa interessante su cui investire. - Come selezionate i gruppi e chi si occupa della direzione artistica? - Mah… All’inizio facevo io la parte della direzione artistica, poi, chiaramente, da solo non è facile e si collabora in questo senso tra noi. Per migliorare la rete di contatti con gli artisti abbiamo collaborato con il Festival di Rovigo e quello di Bellinzona: dividiamo le spese in tre e si propone agli artisti un cartellone che li vede protagonisti, appunto, di tutte e tre le manifestazioni. Oggi i contatti sono più semplici, in Italia ci conoscono (i festival italiani di blues sono dieci in tutto) e grazie al nostro collaboratore Alessandro Giannini abbiamo un sito Internet aggiornatissimo che ci ha lanciati a livello mondiale. Così sono gli artisti a cercare noi. - Addirittura le proposte sono così tante che ci tocca di dire di no spesso, specie ai gruppi italiani, che sono tanti. Pensavo, per favorire gli artisti italiani appunto, di creare prossimamente una nuova formula gratuita, magari il giovedì sera… Adesso vedremo… - Che rapporti avete con Arezzo Wave? - Beh, “Arezzo Wave” è un business, loro hanno giri di soldi più grandi, ci snobbano… Noi siamo senza scopo di lucro non gli interessiamo troppo. Poi fanno cartelloni diversi perché è facile confondere Blues e Jazz: sono due cose diverse. Il Blues non è mai diventato business. Nasceva come musica rurale dei neri d’America, nei testi c’è la loro condizione… parlano d’amore di lavoro. I bianchi proibivano ai gruppi neri di riunirsi a cantare perché temevano che questi momenti di riunione avessero connotazioni politiche, bisognava impedirne la costituzione. Così il Blues è diventato “la musica del diavolo”, secondo la tradizione. I coloni proibivano infatti il canto dicendo ai lavoranti neri che cantare li avrebbe portati all’inferno. Il demoniaco è un aspetto che compare spesso vicino al Blues: tanto che si dice anche che Robert Johnson avrebbe venduto l’anima al diavolo per riuscire a suonare così magistralmente la chitarra. Poi, da musica rurale, il Blues divenne urbana, si trasferì dalle piantagioni di cotone nelle grandi città e allora si dovette usare lo strumento elettrico per farsi sentire. Quando i Doors e i Rolling Stones, ma anche i Beatles, si mostrarono estimatori di questo genere, molti componenti del blues si trasferirono a Londra chiamati dai direttori e dagli organizzatori . - Rispetto alle esigenze musicali dei più giovani, come vi comportate? - Nella prima serata quest’anno abbiamo ospitato un gruppo italiano: Morbus Band, che accompagnava la Louisiana Mojo Queen, la cantante nera di Chicago. Ecco, quello era un blues funkeggiante, moderno. Poi doveva venire Clarence Spady, che si ispira come genere a James Brown, ma all’ultimo momento è stato bloccato in Usa perché, non avendo pagato le tasse, le autorità gli hanno tolto il permesso di lasciare il suo paese; così lo ha sostituito l’inglese Eddie Marti, accompagnato da due componenti texani ….. C’erano anche i Nine Below Zero che sono invece una band cult, con sonorità più moderne più vicine alla musica di oggi, certo meno blues in senso lato. I Nine Below Zero li abbiamo voluti inserire perché piacciono ai giovanissimi, sono più vicini come sonorità alla musica contemporanea. La seconda serata era certamente più soul. - Per il prossimo anno avete già un’idea sui gruppi che ospiterete? - Forse Betty Lavette, Sam McLain, Johnny Winter, Johnny Lang… Sono alcuni dei nomi che avrei in mente; poi vedremo di verificare il discorso del giovedì gratuito per gli italiani. Sai, tanti vogliono essere in cartellone perché fa curriculum. Quest’anno in U.S.A. è l’anno del blues, si darà impulso alla musica del genere, tanto che sono in produzione 7 film sull’argomento: per citare dei nomi vi sono impegnati registi e attori come Scorsese, Eastwood etc. Per esempio ci sarebbe anche piaciuto inserire in qualche modo all’interno del festival “L’Anima dell’uomo” di Wim Wenders ma era appena uscito e la pellicola costa ancora troppo… Magari prossimamente. - Come avvicinare i giovani locali al Blues? - Guarda, al festival c’è sempre tanta tantissima gente, ma il 90% sono di fuori Torrita, spesso stranieri in vacanza… Abbiamo anche organizzato lo scorso anno nelle terze medie di Torrita delle lezioni sul Blues, complice il docente di educazione musicale; abbiamo prodotto per loro una videocassetta con gli artisti più significativi del blues per avvicinarli all’argomento, incuriosirli un po’… Forse a quell’età però è ancora un po’ presto. - Per saperne di più? - C’è il nostro http://www.torritablues.it Forse, in effetti, pensando alle lezioni alle medie, è un’età in cui la musica ancora interessa poco… Bombardati da “Chiuaua” – penso io – giorno e notte perfino in spiaggia… Cosa vuoi che si interessino dei neri d’America e della schiavitù… Eppure, a una sessione di “Torrita Blues” la mia bambina (tre anni a metà luglio) ha ballato tutta la sera e come certe pile che non si scaricano mai, è stata in piedi fin verso l’una. Allora è vero: i Nine Below Zero piacciono ai più giovani…

Sonia del Secco

 

LA PROMESSA

La mia passione per il calcio, da quello di serie ‘’A’’ a quello di serie ’’Z’’ (amatori), il rispetto e la volontà di essere ancora utile a un’associazione di cui ho fatto parte attiva per tanti anni, mi hanno fatto promettere, alla fine del giugno 2002, di fare l’allenatore della squadra di calcio maschile di Montefollonico,se non veniva trovato nessun altro candidato. Ai primi di settembre, dopo lunghe ed estenuanti trattative estive con personaggi locali e forestieri da parte della dirigenza della Montanina (ma ci saranno stati questi contatti ? penso proprio di no !!!), ecco che quei dirigenti mi vengono a dire: “noi ci abbiamo provato…. ma non troviamo nessuno… lo sai come succede… sei la persona che anche i giocatori ci hanno consigliato…”, ecc. ecc. Così, mantenendo fede alla promessa, dopo due settimane di preparazione atletica, e altre due di rifinitura con le prime amichevoli, il primo sabato di ottobre iniziavo il campionato che è terminato il 17 maggio. La Montanina è arrivata quarta (su quindici squadre), nel campionato 2002/2003 di Promozione con un distacco di quattro punti dalla prima: alla fine del girone di andata, però, si trovava in zona retrocessione (Uisp-Valdichiana prevede due promozioni in Eccellenza e tre retrocessioni in Prima categoria). Per avere idee più chiare, nel corso della stagione mi sono fatto una piccola agenda in cui ho riportato dei dati raccolti sui giocatori che mi sono stati messi a disposizione dalla Montanina; ne pubblico una sintesi con un breve commento. Yari Balio (da Torrita): Attaccante - presenze 11 - minuti giocati 465 - reti 1 - allenamenti 29% Forse sarebbe stata la nostra migliore punta, visto il rendimento delle altre, se non fosse che vari fattori negativi (come il lavoro e l’ambientazione) gli hanno impedito di esprimere il suo potenziale. Flavio Burroni (da Torrita): Centrocampista - presenze 22 - minuti giocati 1695 - ammonizioni 3 - espulsioni 2 - reti 1 - allenamenti 78%. Giocatore dal rendimento costante, a volte ha ricoperto anche ruoli difensivi, suo malgrado. Unico neo: eccede nel tenere la palla! Massimiliano Burroni (da Torrita): Libero - presenze 5 - minuti giocati 275 - espulsioni 1 - allenamenti 40%. Dopo anni di inattività si è di nuovo cimentato in un campo di calcio.Nei primi tre mesi ha smaltito la ruggine accumulata, poi quando cominciava a “prendere le misure del campo” è dovuto rientrare in Sardegna per motivi di lavoro. Luca Canapini (da Torrita): Stopper - presenze 25 - minuti giocati 1625 - ammonizioni 3 - reti 2 - allenamenti 78%. Ha avuto fasi alterne, legate alla forma fisica: all'inizio ha accusato maggiori difficoltà, poi, grazie alla buona preparazione, nel periodo invernale è esploso per poi ricadere di nuovo in crisi all'approssimarsi della primavera. Alfredo Capitani (da Torrita): Jolly - presenze 21 - minuti giocati 1200 - ammonizioni 6 - reti 4 - allenamenti 36%. E stato una lieta sorpresa in quanto non avendo un piede vellutato, è riuscito a fare dei gol importanti. Con l'esperienza di anni di categoria è stato valido in quasi tutti i ruoli di centrocampo e difesa. Andrea Ciuti: Attaccante - presenze 21 - minuti giocati 870 - ammonizioni 1 - reti 1 allenamenti 10%. Il ruolo alla " Altafini" ingegnato per lui non lo ha svolto nel modo più proficuo. Ha sofferto la panchina con grande professionalità. Paolo Cresti (da Sinalunga): Ala - presenze 1 - minuti giocati 20 - allenamenti 56%. Nonostante che il sabato, per impegni di lavoro, non potesse rispondere ad eventuali convocazioni per la partita è stato uno dei più assidui agli allenamenti. Mauro Dominici: Portiere - presenze 1 - minuti giocati 80 - allenamenti 42%. Sfortunatamente per lui (e per noi) quando ha giocato si è scatenato un temporale che ha reso il pallone peggio di una saponetta. Dopo, sbagliando, ha creduto di non avere più spazio ed ha allentato il suo impegno. Isacco Duchini: Difensore - presenze 12 - minuti giocati 860 - ammonizioni 3 - allenamenti 30%. A causa del servizio militare è stato presente a periodi alterni, ma ha sempre svolto al meglio i compiti affidatigli. Alessandro Facchielli: Difensore - presenze 20 - minuti giocati 1344 - ammonizioni 3 - espulsioni 1 - allenamenti 44%. Atleta dotato di una grande abnegazione nel controllo dell’uomo da marcare. La sua generosità gli farebbe preferire il ruolo di terzino fluidificante, ma con il pallone tra i piedi spesso ci litiga. Ai primi accenni di freddo, è stato un componente della banda “unmallenotantogiocolostesso”. Raffaele Falconi: Attaccante – presenze 23 – minuti giocati 1345 – espulsioni 1 – reti 8 – allenamenti 56%. Se avesse giocato come nelle ultime partite (6 gol in 5 incontri), forse ora staremo ancora smaltendo la sbronza dovuta ai festeggiamenti per la vittoria del campionato, ma per il resto della stagione non ha mai offerto un rendimento consono al suo standard. Gianni Fè: Libero - presenze 25 - minuti giocati 1910 - ammonizioni 4 - reti 1 - allenamenti 36%. Bel campionato, con prestazioni costanti ha sempre guidato con maestria la difesa. Da notare la mancanza della voce espulsioni, anche se qualche eccesso di nervosismo non è mancato. Per il resto vedi l'ultimo commento del Facchielli. Stefano Fè: Ala - presenze 22 - minuti giocati 925 - ammonizioni 2 - espulsioni 1 - reti 3 - allenamenti 29%. Gli acciacchi costanti gli hanno impedito di esprimersi con continuità. Non ha demeritato quando è stato impegnato; da dimenticare il gesto di stizza contro il Sarteano (espulso dopo cinque minuti) che ha bloccato, forse, dopo sei vittorie consecutive, la rincorsa alla vetta del campionato. Pure lui è un affiliato alla banda “unmallenotantogiocolostesso”…poco! Pietro Grossi: Attaccante - presenze 23 - minuti giocati 926 - espulsioni 1 - reti 4 - allenamenti 86%. Per la volontà e l’impegno avrebbe dovuto giocare titolare, ma le risorse tecniche e caratteriali non sono sufficienti a far si che ciò avvenga sempre; credo, che in futuro, in presenza di una rosa ampia come quest'anno debba ridimensionare un po’ le pretese. Carlo Mangiavacchi: Portiere - presenze 26 - minuti giocati 2080 - ammonizioni 2 - reti 4 - allenamenti 72% Non c'è nessun errore di stampa, è stato capace di due imprese: la prima segnare su un rinvio e l'altra quando nell'ultima partita, schierato attaccante nei venti minuti finali ha fatto una tripletta. Un campionato con poche sbavature e grandi motivazioni. Francesco Martini: Difensore - presenze 12 - minuti giocati 560 - ammonizioni 1 - allenamenti 66%. Quando è stato chiamato ha fatto la sua parte con molta sostanza e un'eccessiva irruenza, causando qualche rigore di troppo. Marco Mazzi (da Montepulciano): Centrocampista - presenze 14 - minuti giocati 1040 - ammonizioni 1 - reti 1 - allenamenti 36%. Ad ogni partita ha sempre dato tutto quello aveva, ma anche lui per motivi professionali non è stato presente con continuità. Maurizio Meocci: Centrocampista - presenze 26 - minuti giocata 1535 - ammonizioni 1 - allenamenti 62%. Prezioso lavoratore di centrocampo ha giocato con lodevole continuità, tamponando ogni buco che si creava in mezzo al campo. Fabrizio Monaci (dalle Palazzeta): Ala - presenze 1 - minuti giocati 10 - allenamenti 50% Difficilmente verrà ricordato per le sue gesta calcistiche, ma sicuramente per quelle di “sbandieratore”. Ad Abbadia di Montepulciano gli stanno facendo dei ponti d'oro. Angelo Neri: Ala - presenze 27 - minuti giocati 1370 - ammonizioni 2 - allenamenti 78% Si è impegnato costantemente. L’inesperienza nel saper gestire le sue risorse atletiche ha fatto si che poche volte abbia giocato per 80 minuti consecutivi. Da ricordare una sua presenza in porta con un rigore parato. Luca Rubegni: Mediano, stopper - presenze 18 - minuti giocati 1255 - ammonizioni 5 - allenamenti 32%. Ha giocato un girone di ritorno a grandi livelli e le sue assenze sono pesate. Nel girone di andata non ha avuto un rendimento costante….sarà stato il fuso orario brasiliano!? Purtroppo i mercoledì, giorno degli allenamenti, aveva altri impegni, giustificati dal fatto che stiamo parlando del campione Regionale di salsa cubana (quattordicesimo a quelli nazionali)! Roberto Sabatini: Attaccante - presenze 22 - minuti giocati 1495 - ammonizioni 4 - espulsioni 1 - reti 6 - allenamenti 64%. Campionato al di sotto delle sue possibilità: infatti se non ricordo male è il primo anno che segna meno di dieci reti. Che sia a causa degli “ANTA”? Tutto sommato quando non c'era si sentiva( ci credo, con quanto chiacchera quando 'un ce la fa più). Al prossimo anno l’ardua sentenza. Ineccepibile nel ruolo di vice-allenatore. Leonardo Trombetti: Ala - presenze 25 - minuti giocati 1865 - ammonizioni 5 - reti 11- allenamenti 76% Ha tirato la carretta per tutto il campionato sia come dirigente, che in campo. Nonostante i gol in doppia cifra, quelli sbagliati clamorosamente, sono altrettanti! Un grazie per la collaborazione. Pierpaolo Fè: Allenatore - presenze 6 - minuti giocati 45 - ammonizioni 2. In verità al momento di accettare l'incarico, vista la rosa (numerosa e di qualità) messa a disposizione, pensavo di non fallire l'obiettivo promozione, ma non sono riuscito a coniugare due fattori: 1°) fare risultato 2°) cercare di far giocare tutti. Infatti privilegiando il secondo sono andato a discapito del primo. Infine mi permetto di dare un consiglio al direttore del giornalino e ai suoi collaboratori: a volte è meglio non scrivere niente, che due righe tanto per scrivere qualcosa e rispettare con i fatti ciò che si dice con le parole. Mi riferisco, in particolare all’articolo di Raffaele Falconi nel n.8 di Aria del Monte 2000. A proposito come è andato il sondaggio proposto in quell’articolo?

Pierpaolo Fè

 

RIGORI SI, RIGORI NO…..

“ Chi sbaglia i rigori va a fa’ la doccia”, ci dicono i mister durante gli allenamenti e inutile aggiungere che dopo trenta secondi siamo tutte negli spogliatoi…..eh si, i rigori non sono proprio il nostro forte ( e non solo quelli…ma sorvoliamo!). A detta degli esperti la tecnica giusta per batterli è tirare forte, rasoterra e angolato, ma noi dopo cinque anni ancora non s’è capito: forte si tira e magari anche rasoterra, però ci fa difetto l’angolazione…bisognerebbe spostare il portiere al calcio d’angolo!! Sono stati proprio i rigori a decidere le sorti del Campionato appena concluso: dopo essere riuscite a conquistare la serata finale ci siamo giocate il terzo posto contro il CORTONA. La partita era terminata due a due, si va ai calci di rigore….disperazione, panico, malesseri vari e tutte facciamo le indifferenti quando i mister domandano chi se la sente di tirare. Il risultato a dir poco penoso è stato di tre errori su quattro tiri; quarto posto e “a casa“!! Stessa sorte e stesso “cacaccio“ per il Torneo al MONTE, anche questo terminato con i tiri dal dischetto, a ‘sto giro a sbagliare di più è stata la squadra avversaria e così abbiamo conquistato il primo posto per la terza volta consecutiva (alla faccia di chi ci vole male…). E’ evidente che i rigori sono proprio il nostro “ tallone di Achille “, ma come canta DE GREGORI “….non è da questi particolari che si giudica un giocatore…”. Non contente, ai limiti della nausea, abbiamo deciso di fare anche il Torneo a TORRITA, dove in preda all’orgoglio, in semifinale, ci siamo vendicate del CORTONA battendolo per due a uno; purtroppo però in finale, dopo una combattutissima partita, la squadra del POZZUOLO ha avuto la meglio su di noi, che ci siamo dovute accontentare del secondo posto. Arrivate a questo punto abbiamo deciso che fino ad ottobre di calcetto non ne vogliamo più sentir parlare e quindi anche la MONTANINA FEMMINILE va in ferie….. Auguriamo a tutti una splendida Estate!!!!!

Sara Natalini e Cristina Fabricotti

 

CRISTINA, LA “FRECCIA” DEL SIENA-NORD

Sei tutta intera? Che ti hanno fatto oggi? Questa è la prima domanda che le fa la mamma quando Cristina rientra da qualche partita. E Cristina Fabricotti, “punta” nella squadra di calcio femminile Siena-Nord, soprannominata “Freccia” dalle compagne e autrice di 37 goal nell’ultimo campionato, di solito torna intera ma quasi sempre un po’ “sgusciata” e contusa. Quest’anno il Siena-Nord è passato dalla serie D alla C grazie, sicuramente, ai gol segnati da Cristina. Le avversarie hanno imparato che quando “Freccia” ha il pallone a portata di piede lo manda in porta e fanno di tutto per fermarla prima che spari. Tant’è vero che la “cannoniera” (sarebbe meglio dire la “cannonierina” perché è piuttosto piccola) di rado porta la sottana perché le gambe raccontano una buona parte delle botte prese. E’ una questione di estetica e Cristina ci tiene. Infatti è decisamente carina e preferisce lasciarle immaginare (le gambe) che mostrarle sciupacchiate da lividi e abrasioni. Cristina – al Monte lo sanno tutti ma i nostri lettori a New York o Bombay potrebbero ignorarlo – è la figlia di Bianca e Renzo “Lumaca”, e dunque nipote di Marco Fabricotti, giocatore arrabbiato, che deve avere avuto una certa responsabilità nella passione di Cristina per il pallone. Pare che la nipote abbia cominciato a prendere a pedate una palla quando era molto piccola, con l’incoraggiamento e la collaborazione dello zio. Quando Marco non era disponibile, Cristina faceva rimbalzare la palla contro il primo muro a portata di piede. Ancora piccola, ha cominciato a seguire le squadre femminili di calcio a cinque che si formavano in estate nella zona, soprattutto tra ragazze di qualche paese e le “forestiere” che venivano in vacanza. Tra un palleggio e l’altro Cristina faceva la “mascotte”, cioè la cittina carina e con l’aria sportiva che “ingentiliva” la squadra quando entrava in campo e nelle fotografie apparendo insieme alle giocatrici con il pallone sottobraccio. Poi ha cominciato a giocare anche lei nei tornei più o meno improvvisati di calcetto femminile, finché, visto il successo di questo sport tra il pubblico e le ragazze che volevano giocare, cinque anni fa venne deciso di fare un campionato annuale di zona e fu creata la Montanina femminile, prima sponsorizzata dal ristorante il Botteghino e ora dalla FZ, una società fiorentina di rappresentanze elettriche. In cinque anni la Montanina femminile ha avuto quattro allenatori - Andrea e Luca Rubegni, Raffaele Falconi e Stefano Fè conosciuto come Pepo – ma sempre la medesima “fantasista”: Cristina che, a quanto pare, ha imparato bene quello che ognuno dei quattro “Mister” aveva da insegnare. La sua fama di goleadora non è ancora tale da oltrepassare il Po o il Tevere ma l’Arbia sì. Quando l’allenatore del Siena-Nord, Walter Parrini, ne sentì parlare pensò che era una buona occasione per rinfrescare un po’ la squadra e dopo averla incontrata una sola volta insieme al presidente e al direttore tecnico la ingaggiò come “punta” per il campionato 2001-2002. Un po’ per scherzo e un po’ sul serio, “Freccia” dispone anche di un “procuratore”: Raffaele Falconi che la presentò a Parrini. In realtà Raffaele, noto montanino masticatore di calcio e viceallenatore del Siena-Nord, è soprattutto un amico, che però dovrebbe trovarle gli ingaggi e consigliarla per il meglio se qualche “visionatore” la scopre e le propone il passaggio in un’altra società. “Freccia”, insomma, ha tutte le carte in regola per giocare ancora per parecchi anni, tanto da farla sperare di passare in qualche squadra di serie superiore. E.cita l’esempio di Angela Fè, anche lei montanina, che ha giocato in B per parecchio oltre i trent’anni ed ha dovuto chiudere perché si era fatta male. La soddisfazione che le dà il calcio non è paragonabile a quella del calcetto, che per Cristina è piuttosto un “ruzzino”, di fronte al fratello maggiore. In una partita a undici trova lo spazio per costruire o concludere un’azione, mentre nel calcetto parecchie volte “ci si ammucchia sulla palla”; inoltre, “siccome sono veloce”, aggiunge la goleadora di Montefollonico, “mi finisce subito il campo”. Comunque, per non perdersi neppure le briciole, “Freccia”, che mangia pane e pallone, seguita regolarmente anche con il calcetto. Il che vuol dire partite a cinque e a undici, preparazione atletica più intensa prima che cominci il campionato di calcio e allenamenti regolari durante. Una buona parte della sua attività sportiva si svolge a Siena, quasi sempre, almeno per gli allenamenti, dopo cena. E siccome Cristina ha anche un lavoro (alla Bottega Verde di Palazzo Massaini) vien fatto di chiedersi come faccia a non andare in tilt. La risposta è semplice. Giocare al calcio - per lei – è, prima di tutto, un grandissimo divertimento. Ma non solo. Il calcio le dà emozioni e soddisfazioni appaganti, le consente di affermarsi individualmente e, al tempo stesso di sentirsi confortata e rassicurata dalla solidarietà delle compagne, dall’affetto e dalla “complicità” che si genera tra i membri di una squadra, impegnati così spesso in uno sforzo comune. Portandola a Siena il calcio le ha consentito di farsi altre amiche ed altri amici con esperienze e personalità diverse, provenienti da luoghi diversi. Nella squadra, ma penso che ci sia lo stesso personaggio un po’ in tutte le squadre, c’è quella che Cristina chiama il suo Guru: Laura che gioca come “libero” e non è giovanissima. Forse per questo riesce a consigliare, mediare, attenuare i conflitti e le gelosie che nascono in squadra e si manifestano negli spogliatoi. In una squadra senese, dove molte giocatrici hanno da “attriccarsi” anche per il Palio, un personaggio come Laura deve avere un valore inestimabile! “Levatemi il calcio e mi togliete tutto”, dice Cristina. Le auguro di esagerare un poco. E’ troppo giovane e carina per farsi derubare di tutto magari da un menisco o da una caviglia balordi.

Renzo Butazzi

Sapori di una volta

QUESTA VOLTA LE RICETTE DA FARCI PUBBLICARE SIAMO ANDATE A CERCARLE OLTREMARE NON SONO D’UNA SICILIANA, NE’ D’UN’AMERICANA, MA D’UNA SARDA, TRAPIANTATA IN TOSCANA. SONO SAPORI DI UNA TERRA ARIDA E SASSOSA PREPARATI DA GENTE CON L’ANIMA GENEROSA LA NOSTRA CUOCA E’ DI FONNI, MA ADESSO NON ABITA LONTANO….. SI CHIAMA GIUSEPPINA E STA AD ORBIGLIANO. SE DI CHI STIAMO PARLANDO ANCORA NON AVETE CAPITO AGGIUNGIAMO CHE GIOVANNI FALCONI E’ SUO MARITO. VI PROPONIAMO PORCEDDU, SEADAS E PANE FRATTAU, IL TUTTO ACCOMPAGNATO DA UN BUON VINO CANNONAU. CON QUESTE RICETTE PREPARERETE UNA CENA DEGNA E SE NON MANCASSE IL MARE SARESTE PROPRIO IN SARDEGNA!!!!! PANE FRATTAU 3 ETTI DI PANE CARASAU; SUGO DI POMODORO COME PER LA PASTA; PECORINO GRATTUGIATO; 4 UOVA. PREPARAZIONE: Far bollire dell’acqua salata in una pentola bassa e dopo aver tagliato a pezzi il pane immergetecelo per pochi secondi, scolatelo e stendete su un piatto fondo, coprite con il sugo e formaggio e di nuovo con il pane, creando degli strati. Rompete l’uovo nella stessa acqua sempre a bollore, fate cuocere bene l’albume mentre il tuorlo deve rimanere morbido, dopodichè stendetelo sul pane. PORCEDDU INGREDIENTI PER 10 PERSONE. 1 MAIALINO DI CIRCA 7/8 Kg; AGLIO; SALE, PEPE E OLIO. PREPARAZIONE: Mettere il maialetto in uno spiedo o su una teglia, salarlo, peparlo e strofinarlo con l’aglio, aggiungere un po’ d’olio e infornare a 200°C, cuocere per tre ore. SEADAS INGREDIENTI: 1 kg DI FORMAGGIO FRESCO SENZA SALE; 2 CUCCHIAI DI FARINA 00; 1 LIMONE GRATTUGIATO; 1 PIZZICO DI SALE. PER IL RIVESTIMENTO: ½ Kg DI FARINA; 50 g DI ZUCCHERO VANIGLIATO; 1 UOVO INTERO. PREPARAZIONE: Tenere il formaggio coperto con uno strofinaccio per un giorno, lavarlo e tagliarlo a pezzettini, metterlo in un tegame , aggiungerci un pizzico di sale e mezzo bicchiere d’acqua. A fuoco basso farlo sciogliere pian piano girandolo sempre con un cucchiaio di legno. Con le mani bagnate formate delle schiacciatine e fatele raffreddare appoggiate su una spianatoia. Impastate ½ Kg di farina con acqua e l’uovo, formate una sfoglia e adagiateci sopra ciascuna schiacciatina, cospargete con il limone grattugiato, lo zucchero vanigliato e coprite con un’altra sfoglia, poi tagliate intorno a ciascuna schiacciatina. Friggete in olio caldo e poi cospargete con zucchero o miele.

Sara Natalini e Cristina Fabricotti

RIFLESSIONI SULLA GUERRA (una lettera di Mario Papini)

"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo...". In questi pochi versi di un nostro celebre poeta contemporaneo, cari ragazzi della redazione di “Aria del Monte 2000”, è contenuta tutta la verità sull'indole dell'umanità, anche in tempi moderni. Il recente episodio di guerra ne rappresenta una ulteriore conferma; l'uomo potente continua a sublimare nell'esercizio della guerra lo scettro del suo potere. Con questa semplice considerazione la mia e-mail di riscontro al vostro sensibile invito ai lettori del precedente numero di questo periodico, sarebbe interamente satura, ma sicuramente non esauriente su un argomento di così profonda drammaticità. Mi prendo pertanto un altro pò di spazio delle vostre pagine. Si è detto che i paesi potenti trovano sempre un motivo nuovo per intraprendere azioni di guerra e forniscono poi al mondo contraddittorie ed artificiose giustificazioni che dividono le opinioni ed il pensiero della gente. L'ultima fornita è stata quella di portare democrazia: quindi la distruzione per riportare ordine e la morte per ridare vita ad un popolo. L'uomo sta portando avanti ancora questa grave contraddizione. E' stato così anche nel recente passato, ai tempi delle due superpotenze. Se ho buona memoria nel 1951 ci fu la Corea del Nord, nel 1956 l'Ungheria, nel 1962 il Vietnam e nel 1967 la guerra, sempre attiva israelo-palestinese ed ancora nel 1969 la soffocata Primavera di Praga e poi l'Afghanistan, colpo di coda insieme alla Cecenia della "madre U.R.S.S.". La mia generazione ventenne faceva le ore piccole al Pianello a discutere dove poteva essere la chiave del vero, contraddetta sempre poi, nelle sue speranze, ora dai carri armati schierati sulle piazze dei paesi "Satelliti" di oltre cortina ed ora dalle bombe al napalm sganciate contro le popolazioni del Vietnam del Nord. I nostri " favolosi" anni '60 con i loro miti a cui noi ci attaccavamo (J.F. Kennedy, Giovanni XXIII e M.L. King) sono rimasti una speranza vana come le parole ed i versi di quella produzione musicale Pop o Country che tanto ci facevano sognare. Allora cari giovani che con tanto impegno animate le pagine di questo storico periodico e la vita del Monte nei tempi che corrono, dov’era e dov’è la verità? "Io mi tengo i nostri difetti", mi diceva un amico al ritorno da un viaggio nei paesi dell'Est, "se quella che abbiamo visto e vissuto è l'alternativa" "E io sono contro i capitalisti americani!", rispondeva l'altro caro amico che insieme a noi componeva il gruppo di avanscoperta del mondo oltre Cortina, all'indomani dell'apertura delle frontiere tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni settanta. La verità è solo una: superate le ideologie, ricondotto il pensiero politico alla moderazione che società più evolute, in termini consumistici, hanno raggiunto, ancora il più forte vuole dominare facendo della guerra il viatico per affermare le proprie idee, ma più di queste la propria egemonia economica. I sottomessi ed i vinti però utilizzeranno ogni mezzo per reagire ed in modo sempre più disastroso. Il popolo del pensiero, post torri gemelle,"agli americani gli sta bene" (espressione disgustosa nella sua essenza), troverà sicuramente altri nefandi episodi, purtroppo, per tornare a ribadire quel ritornello. La democrazia esportata con le bombe non può essere che foriera di continue azioni delittuose. Cari ragazzi, il mondo esterno non vi può aiutare a comprendere la verità vera; e nemmeno vi possono essere di aiuto i mass media. Il mondo della comunicazione si è sempre schierato; nè si vergogna di usare immagini di distruzione e morte per fare spettacolo. Le varie emittenti televisive mondiali, nell'episodio ultimo, hanno avuto tanto materiale a buon mercato, presentato da novelle inviate, dal look sempre impeccabile, che hanno raccontato tante cose ma non vi hanno mai detto che chi porta avanti la guerra ha sempre torto.

Mario Papini (Nasello).