il Rimino, n. 79, anno IV,maggio 2002
a cura di Antonio Montanari Nozzoli


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  SOMMARIO DI QUESTO NUMERO
Il nostro doping quotidiano
Come rovinarsi la vita usando male la mente
 
Ettore Masina: Israele-stato colonialista e Israele-popolo dell'alleanza
   
Amina Lawal Kurami, contadina nigeriana, condannata a morte
 
Le chiese di Coriano, un libro di Casadei e Buda (12.5)
 
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Il nostro doping quotidiano
Come rovinarsi la vita usando male la mente

Nella camminata da vecchio che sono abituato a fare quasi ogni giorno, l'altra sera ho incontrato due signore straniere che passeggiavano parlando nella loro lingua, e spingendo altrettante carrozzine dove placidamente dormivano i loro neonati.

Ho pensato a quelle creature. Tra vent'anni, se non cambieranno patria, saranno i nuovi cittadini d'un Paese che sta discutendo da mattina a sera, talora con calma, altre volte con preoccupazione, in certe occasioni con onestà, spesso con perfidia e malafede, sul rapporto che si instaura in un territorio tra chi lo abita da un pezzo (soltanto personalmente, od anche per via di discendenza), e chi invece vi arriva all'improvviso, insalutato ospite.

E' ovvio che auguro a quelle creature di trovare un mondo migliore e meno ostile di quello che forse (e anche senza forse) hanno conosciuto i loro genitori. In un campo come quello dell'emigrazione agiscono fattori inconsci che forse si possono spiegare con certe ritualità le cui origini appartengono però non soltanto al genere umano: qualsiasi essere vivente, ovvero anche le bestie, sono abituate a segnare il loro territorio.

Pietro Corsi

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La Provincia che il duce non voleva
Lunga storia d'una giovane autonomia amministrativa

Visita di Mussolini a Rimini. Corteo delle autorità che sfilano, salita sul palco, discorso ufficiale. Ad un tratto, dalla folla entusiasta si alza una voce che proclama con la stessa grinta del Capo: «Vogliamo la provincia». Più che un desiderio, un ordine. Il duce, lo sguardo imperioso, forse nascondendo a malapena quel disgusto che nutriva naturalmente per la nostra città, è lapidario: «Sulla carta». Come dire, scordatevela. I saluti romani continuarono ad agitare la scena.
L'antico episodio (ripreso da memorie ascoltate in famiglia), mi ritorna in mente aprendo il volume edito dalla Provincia di Rimini, volume che ha lo stesso titolo dell'ente, ed in cui si illustrano i vari aspetti di una realtà che è storica, amministrativa, naturalistica e politica insieme. Il libro infatti si articola in una serie di saggi che esaminano questi singoli momenti i quali tutt'assieme costituiscono l'immagine riassuntiva di un lungo processo.

Antonio Montanari

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Tama 826. No Martini?

Luciano Canini mi ha scritto una lettera (vedi lo scorso Ponte), dai toni graziosamente apocalittici, sui quali non concordo. Non hanno ragione i reazionari dell'Ottocento i quali pensavano che la democrazia avrebbe «alla lunga» avvelenato morale e religione. Società liberale e democratica non sono la stessa cosa, e non abbiamo bisogno di un «onesto Bonaparte cattolico» (cosa del tutto improbabile se non impossibile, per un contrasto semplicemente logico fra gli aggettivi ed il sostantivo).

Abbiamo bisogno invece di tanti cardinali Martini che dicano, come lo scorso primo maggio ha fatto l'arcivescovo di Milano, che occorre «una partecipazione convinta e unitaria per i comuni obiettivi di giustizia ed equità». E che «non serve tanto lamentarsi ma serve unire insieme capacità e sensibilità e costruire, con le altre forze sociali e istituzionali, una realtà più umana».

Quanto ai giornalisti, Canini li considera degli anarchici pericolosi. Alcuni aneddoti. Mario Missiroli negli anni '50 diresse il Corrierone. A chi gli suggeriva di trattarvi argomenti spinosi, rispondeva sempre che, per farlo, sarebbe stato necessario avere a disposizione un giornale. In un suo recente (e postumo) libro-intervista, Indro Montanelli ricorda che Missiroli ad ogni crisi di governo «scriveva tre fondi, sempre gli stessi». Il primo era intitolato «Grave errore», perché ogni crisi turbava lo status quo. Dopo cinque o sei giorni, veniva il secondo, «Sulla buona strada». Infine, conclude Montanelli, giungeva il terzo, «La giusta soluzione». Nella rubrica «Iceberg» della Stampa (proprietà della Fiat), il 3 maggio si è letto che «la prova cruciale della vitalità di una democrazia è la vitalità dei suoi media».

Un ricordo di famiglia. Quando ci fu la tragedia del Vajont mio zio Guido Nozzoli scrisse per il Giorno degli articoli sulle responsabilità della società che gestiva la diga idroelettrica: fu denunciato e processato. A chiedere la sua assoluzione in sede dibattimentale, fu addirittura il Pubblico ministero. Dai cronisti ai politici: è uscito il diario postumo di Paolo Emilio Taviani. Forse nei prossimi giorni se ne discuterà. Scotteranno le sue rivelazioni sulle stragi, a partire da quella del 12 dicembre 1969, a piazza Fontana: egli tira in ballo «settori deviati dei servizi segreti». Chi ha la mia età, sa che non sono affermazioni originali. Allora non le scrissero gli ex ministri, ma certi giornalisti piantagrane. [826]

[a. m.]

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Sotto i campanili di Coriano
La storia delle chiese locali in un libro di Casadei e Buda

«Quanta storia potrebbero scrivere i nostri campanili e le nostre parrocchie!», osserva giustamente don Egidio Brigliadori, Vicario foraneo, nella prefazione al volume «Parrocchie e chiese nel Corianese», curato da Maurizio Casadei e da Alessandro Buda, ed edito dallo stesso Comune di Coriano.
Il sindaco di Coriano Ivonne Crescentini avverte subito l'importanza dell'opera, ricordando come l'attività pastorale di molti sacerdoti (da don Mondaini a don Foschi, da don Tamagnini a don Bertozzi), si sia «esercitata anche nella crescita di una coscienza democratica e civile del popolo corianese in un confronto duro con il fascismo, ma spesso anche con le forze di Sinistra».

Antonio Montanari

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Sigismondo, dica «33»
Le malattie dei Malatesti

Stefano De Carolis nell'Annuario 2001 dell'Ordine dei Medici (Bollettino n. 2, anno III) racconta «Le malattie dei Malatesti». Si comincia con Paolo e Francesca, i cognati di cui si sa soltanto (da Dante) che furono uccisi: «Ma i cadaveri dove sono finiti?» si chiede De Carolis citando un testo del 1581 che li vuole sepolti in sant'Agostino e ricoperti di abiti di seta (resistenti al trascorrere del tempo: una specie di spot pubblicitario adatto all'argomento del testo: «Il vermicello della seta» di Giovanni Andrea Corsucci di Sassocorvaro).

Segue il padre di Sigismondo, Pandolfo III, morto dopo aver sposato la terza moglie: malandato in salute un po' per il continuo uso delle armi e un po' per le cattive abitudini alimentari (carni rosse e formaggi).

Il beato Galeotto Roberto, figlio naturale di Pandolfo III, e fratello di Sigismondo, condusse una vita di penitenza, dopo essersi sposato controvoglia («pare») con Margherita d'Este. Sigismondo aveva una bella testa grande («capacità superiore alla media», naso aquilino e mento sporgente). Negli ultimi anni di sua vita soffrì di febbri malariche, contratte in guerra, e di una «disperata malinconia».

Sua moglie Polissena Sforza morì durante una pestilenza. Vuole la leggenda che sia stato lo stesso Sigismondo ad ucciderla o a farla eliminare (De Carolis racconta anche le relative polemiche relative al fatto, che proseguono tuttora).

Di Isotta sono sappiamo praticamente nulla: il mistero dell'Amore prende il sopravvento sulle indagini scientifiche, una volta tanto. Nel 1756 il suo corpo apparve privo di vesti, durante la prima delle quattro ricognizioni effettuate nelle tombe malatestiane (chissà perché, poi, non si lasciano in pace i morti: che cosa cambi, nel mondo, non sappiamo, con tutti questi esami su poveri resti, che tali restano anche se di persone illustri).

Ultimo compare Roberto, figlio di Sigismondo e di Vannetta de' Toschi, ucciso da una febbre terzana doppia (con fortissima diarrea), contratta mentre combatteva in una zona paludosa laziale.

Lena Vanzi

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Romagna religiosa, tradizioni popolari.
Un numero monografico
di Romagna arte e storia

L'ultimo numero della rivista «Romagna arte e storia» (63/settembre dicembre 2001) diretta da Pier Giorgio Pasini, è monografico e riguarda la «religiosità popolare». I contributi sono stati curati da Oreste Delucca, Gian Ludovico Masetti Zannini, Giovanni Montanari, Claudio Riva, Marino Mengozzi, Cristoforo Buscarini, Andrea Casadio e Giancarlo Cerasoli.
Delucca indaga sui «Barabba» riminesi fra Quattro e Cinquecento: si tratta di provvedimenti di liberazione di prigionieri, che si richiamano ad un'antica consuetudine dei canonici riminesi, di cui peraltro, osserva l'autore, non è nota l'origine. Il nome usato da Delucca per indicare questi prigionieri liberati, è preso dalla notizia evangelica che racconta la domanda di Pilato che delegò al popolo la scelta fra Barabba e Gesù, in occasione della festa di Pasqua per la quale il Governatore era solito prendere questo provvedimento. Questo scritto di Delucca riveste grande importanza storica e documentaria, affrontando un tema del tutto inedito.

Anche Masetti Zannini affronta un argomento riminese, legato ai riti ed alle usanze funebri del Cinquecento nel nostro territorio. Anzitutto le leggi locali vietavano gli eccessi che, per addobbi, cere e abiti usati nel periodo di lutto, provocavano spese eccessive, a tutto danno delle elemosine per i poveri. Nel 1596 il Consiglio riminese dice chiaramente che molti privati cittadini si rovinavano con le spese per le candele. Una curiosità: le famiglie del defunto offrivano al clero dopo le esequie un pranzo che, come le elemosine, era riservato soltanto ai chierici officianti.

Nel 1577 si regolò il suono delle campane, da eseguire appena appresa la notizia di un decesso e durante il trasporto (da effettuarsi tra la levata e il tramonto del sole, anche se non mancavano casi di funerali in orario notturno). Durante le esequie venne proibita la recita dell'elogio del defunto, a meno che la lode scritta non fosse stata preventivamente approvata dal vescovo.

Buscarini tratta del Santo di San Marino «fra ceti egemoni e classi subalterne». E' un ampio ed originale saggio in cui si contrappone lo sfarzo di certe manifestazioni (nel 1743 ad un monsignore venuto in missione si regalano una vitella e 24 fiaschi di «scelti vini»), alle condizioni misere in cui il popolo minuto viveva afflitto da sottoalimentazione e malattie.

Per venire all'oggi, Buscarini osserva il definitivo tramonto di forme di religiosità spontanea, sacrificate a quelle di culto prestabilite ed uniformi, con le «pompe ridondanti» delle festività ufficiali in cui (in mezzo agli spari di cannone) «sacro e profano si confondono incautamente».

Lena Vanzi

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Non basta la parola
L'extra non serve

Alberto Arbasino ha l'abitudine di scrivere quasi quotidianamente una lettera ai principali giornali, trattando del più o del meno, talora del nulla (e sono le cose migliori, perché il nulla intellettualmente è la parte più consistente della nostra società: pensate a quanti milioni di telespettatori raccolga il nulla televisivo di Cucuzza e dei suoi catodici fratelli/sorelle di latte).

Orbene, commentando un articolo del prof. Giovanni Sartori che invitava a considerare non pericolosa la xenofobia perché non è odio verso lo straniero, ma soltanto paura, Arbasino ha tirato uno di quei colpi di fioretto da vero Maestro, con una battuta fulminante. Oggi si usa parlare di «extra»(comunitari), scrive Arbasino sul Corsera (17 maggio): ci dimentichiamo che «extra» era una volta garanzia di alta qualità, mentre per noi è soltanto una connotazione negativa; e che «extra»(comunitari) lo sono anche americani, giapponesi e svizzeri.

Forse abbiamo bisogno di parole nuove per esprimere vecchi concetti. E' successo, a proposito di donne «extra»(comunitarie), come le badanti. Termine che non è risultato gradito troppo (aggiungerei non tanto per chi bada quanto per chi è badato in quanto malandato: certe finezze sfuggono al nostro degrado mentale). L'on. Bossi non parla di colf, ma di serve (che non servono a casa sua, perché ha molti figli che aiutano la moglie).

Più sfumato come al solito l'on. Pierferdinando Casini: la sua è una «tata di fiducia». Come si addice al presidente della Camera. La «tata di sfiducia» l'hanno quelli dell'opposizione.

[Pietro Corsi]

Indice di Non basta la parola
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La luna di Sanchini
nel pozzo di Cerreto

Ritorna un piccolo classico del folklore romagnolo e della poesia dialettale. E' stato ristampato il libro di Vincenzo Sanchini «La pulenta t'è pèz», presentato domenica 19 maggio a Saludecio. Come recita il sottotitolo, si tratta di tradizioni di Cerreto, e delle loro legami con Saludecio, Mondaino, Montefiore e Morciano.
Anche questa edizione reca l'introduzione di un noto studioso come il prof. Amedeo Montemaggi il quale nelle dieci righe dell'introduzione scrive che Sanchini «si riallaccia al grande e inesausto filone della eterna satira paesana, morale e didascalica».

Rispetto alla prima edizione, il volume ha una nuova e più lunga prefazione, a cura di Gabriele Bianchini che così conclude la sua paginetta: «Oggi è un tempo in cui le parole delle culture contadine, marinare e borghigiane tendono a scomparire ad opera di una globalizzazione che tutto travolge».
Nei profili degli autori e collaboratori, andava forse detto che il bravo Sanchini non ha più 35 anni, come appare scritto, cioè l'età del suo debutto con queste poesie dialettali che lo hanno reso famoso nelle vallate e sul mare (dove vive, accampato nelle ore libere sul porto canale).

Questa nuova edizione è stata permessa dalla Provincia di Rimini, precisamente dall'Assessorato all'Agricoltura, il cui titolare Massimo Foschi ha scritto un'altra pagina introduttiva, partendo proprio dal titolo: «C'è chi nel pozzo, cerca la luna. I cerretani cercano la polenta simbolo di povertà ma anche di concretezza e semplicità, atavico alimento del lungo inverno, una forma assicurativa contro la fame».

Sono sempre interessanti ed utili queste iniziative editoriali, ma non sappiamo perché si debbano caricare di tanti interventi in cui alla fine all'autore resta lo spazio minore (Sacchini non scrive troppo, mira all'essenziale, o è felicemente pigro?).

Lena Vanzi

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Amina Lawal Kurami, 35 anni, contadina nigeriana condannata a morte per lapidazione

Amina Lawal Kurami, 35 anni, contadina nigeriana, il 22 marzo scorso è stata condannata a morte per lapidazione dalla corte islamica di Bakori, nello stato nigeriano di Katsina, uno dei dodici che hanno reintrodotto nel 2000 la sharia, la legge islamica. L'esecuzione della condanna è stato rinviato di otto mesi per consentire l'allattamento della figlia nata dal rapporto extra matrimoniale, causa del processo e della condanna.

Il sito di Amnesty International ( www.web.amnesty.org ) segnala vari casi di condanne secondo questa legge: non solo la condanna alla lapidazione per donne che abbiano avuto rapporti sessuali senza essere sposate o adultere, ma anche amputazioni, perfino a ragazzini di 15 anni.

La campagna internazionale che ha salvato il 25 marzo scorso Safiya Hussaini si è rimessa in moto per Amina. La donna, la più giovane di 13 figli, sposata due volte, la prima a 14 anni, ha tre figli. L'ultimo, una bambina, l'ha avuto da un uomo che le aveva promesso di sposarla, ma che, al processo, instaurato per l'evidenza del rapporto extra matrimoniale rappresentata dalla nascita della bambina, ha negato di essere stato lui ad aver rapporti con Amina, che non ha potuto avere la testimonianza favorevole di almeno quattro persone, come vuole la legge. Amina non ha avuto avvocati nel primo processo. Qualcosa ora sta cambiando. Il 5 aprile ha presentato appello, che sarà discusso il 15 maggio prossimo.

Occorre quindi un'azione urgentissima. La Nigeria non è un paese in cui un certo tipo di legislazione è visto con indifferenza. Anche al più alto livello, anche nel mondo osservante mussulmano, è stato espresso il più netto dissenso.

Potete seguire le indicazioni contenute nel sito di Amnesty :
inviare al presidente e al ministro della giustizia nigeriani un appello alla soppressione della pena di morte e di punizioni crudeli, inumane e degradanti ad ogni livello ai seguenti indirizzi
His Excellency Olusegun Obasanjo
President of the Republic
The Presidency
Federal Secretariat
Phase II, Shehu Shagari Way,
Abuja
Federal Capital Territory
Nigeria
Fax: 00 234 9 523 21 36 (press office)
Email: president.obasanjo@nigeriagov.org

His Exellency Kanu Godwin Agabi
Minister of Justice, Ministry of Justice
New Fedeeral Secretariat complex Shehu Shagari Way,
AbujaFederal Capital Territory
Nigeria
Fax: 00 234 9 523 52 08

Naturalmente si può esprimere anche presso l'ambasciata in Italia della Nigeria la propria richiesta:
Ambasciata della Repubblica di Nigeria presso lo stato italiano
Via Orazio, 18 ­ 00193 ROMA
Tel: 06 6896243
06 68301663
Fax 06 6832528
Attenzione ! la Email: embassy@nigerian.it non è più attiva
Ora è: nigerian.rome@iol.it

Ma anche:
Rappresentanza diplomatica della Nigeria presso l'Unione Europea
NIGERIA ( République fédérale du Nigéria)
Chancellerie diplomatique
Av. De Tervuren 288
B-1150 Bruxelles
Tel: 00 32 2 762 52 00 ­ 762 9847
Fax: 00 32 2 762 37 63

E alcuni giornali nigeriani:
The Comet ­ Email: mail@cometnews.com.ng
This Day ­ Email: thisday@nova.net.ng

Il testo, il più breve e rispettoso possibile, potrebbe essere:
Signor Ambasciatore,
chiedo, per il Suo tramite, che il Presidente della Repubblica della Nigeria voglia concedere la grazia a Amina Lawal.

Mr. Ambassador, I ask you to plead with the President of Nigerian Republic, for the life of Amina Lawal Kurami.

Monsieur l'Ambassadeur,
je vous prie de demander au Président de la République du Nigeria, de sauver la vie de Amina Lawal Kurami.

Grazie! Thanks! Merci!

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