Riministoria© Antonio Montanari

Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98)

di Antonio Montanari

[da "Studi Romagnoli" XLVIII (1997), Cesena 2000, pp. 549-585]

 

11. La "giubbilazione" da Pavia (ottobre 1797)

A giugno Bertòla ha ottenuto la somma di 164 lire dall’Amministrazione generale milanese, concessagli dopo aver ricevuto un suo "cenno di urgenza" [FPS, 60.374]. Il 14 settembre l’Università di Pavia ha riconosciuto anche a lui un acconto sui futuri stipendi, assicurando la riapertura dell’Ateneo "pel prossimo anno". Nella comunicazione leggiamo pure: è stato "stabilito che a’ Professori assenti non si proseguirà il salario". Bertòla deve scegliere: rinunziare alla Cattedra o "recarsi presto a Pavia". [FPS, 61.306] Rinunzia. Il 30 ottobre [FPS, 63.19] il ministro degli affari interni della Cisalpina gli comunica che il Direttorio ha soppresso la Cattedra di Storia Universale da lui "coperta con lode e con pubblico vantaggio", e gli ha accordato "la giubbilazione": "sarà eterna presso l’Università la memoria del vostro nome" (56).

Tra novembre e dicembre 1797 Bertòla acquista quattro piccoli fondi vicini al casino di San Lorenzo (57). Un prestito di duecento lire gli era stato accordato da Ambrogio Tealdi di Pavia il 26 maggio [FPS, 62.17] che vantava già un credito verso di lui. Bertòla aveva contratto altri debiti con Olivieri di Pavia: questi gli suggerì poi di "far un po’ di quaresima" anziché pregiudicarsi decoro e quiete. [FPS, 61.305-306]. A settembre Bertòla si era rivolto a Strocchi [FPS, 63.152]: "Non avrei proposto l’affare, se non avessi capitali, o fondi che sieno. Di questi potete assicurarvi facilmente. […] Voi mandatemi qualunque forma d’obbligo e lo sottoscriverò, e impegnerò, se volete, oltre al mio fondo notissimo a tutti anche la mia pensione di 200 scudi".

Strocchi gli aveva fatto balenare la proposta di una Cattedra liceale a Faenza. Bertòla gli aveva risposto il 19 agosto [FPS, 63.151]: "bisognerebbe pur sapere e alcun tempo dianzi l’apertura degli studj, che ragiono sarà a novembre, quale stipendio si voglia o possa fissare, su qual materia. A me parrebbe che sarebbero da unirsi in una la storia, l’etica, la geografia fisica; dove non si volesse una cattedra a parte di geografia fisica. Parlate di ciò a chi ha le mani in pasta, e rescrivete". Soltanto la vicinanza di Strocchi avrebbe consentito a Bertòla di allontanarsi dal proprio nido, come dimostra il passo di un’altra lettera allo stesso Strocchi del 4 novembre [FPS, 63.153], quando il poeta riminese non acconsente al "desiderio" di Mascheroni per un trasferimento a Bologna: "che volete che io faccia, là dove non ho un filo che mi unisca ad alcuno? ed io vivo dell’amicizia". Bertòla ricorda "la salute sempre mal concia", la sua poca disposizione a piegarsi "a incombenze fisse e metodiche", e soprattutto la necessità di avere una "nicchia" in cui vivere confortato dagli amici, con i quali imbandire le consuete "cenette" per le quali lui stesso, Strocchi e Michele Rosa "dimenticavan tosto Virgilio". "Io sono nel mio eremo: se la salute fosse buona, mi terrei più che un re", aveva scritto sempre a Strocchi il 28 luglio [FPS, 63.150]: più che una confessione, era l’espressione di un auspicio che rivelava i suoi veri sentimenti. Anche politici (58).

A fine novembre 1797 Luigi Oliva e Vincenzo Monti sono inviati come Commissari ai Dipartimenti romagnoli. Il 12 dicembre [FPS, 63.15] essi comunicano a Bertòla di aver invitato le Amministrazioni del Lamone e del Rubicone "a continuare la delegazione" allo stesso "per l’estensione di un foglio patriottico". Sempre il 12 dicembre [FPS, 61.16] Nicola Martinelli scrive a Bertòla "per la continuazione della gazetta. […] Continuerai dunque a percepire i tuoi emolumenti".

 

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NOTE

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12. L’ultimo viaggio a Milano (gennaio 1798)

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