Riministoria© Antonio Montanari

Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98)

di Antonio Montanari

[da "Studi Romagnoli" XLVIII (1997), Cesena 2000, pp. 549-585]

 

5. Ritorno a San Lorenzo (3 dicembre 1796)

Il 17 dicembre il tipografo e libraio veneziano Giacomo Storti [FPS, 62.164], rimprovererà Bertòla ormai ritornato a Rimini: "Ella non ha accettato il suggerimento del Zacco che era ottimissimo cioè allora quando si trovava a Bologna di passar a Padova, egli veniva allora a prenderla, ed in compagnia sua ella passava come veneziano" (26). A Padova, ha scritto Zacco a Bertòla il 3 dicembre [FPS, 62.261], c’era l’armata austriaca. Il debito da riscuotere (da tale signor Waxentropp), sarebbe stato per Bertòla un comodo alibi con cui presentarsi agli amici della Repubblica di Venezia (ancora neutrale), senza rivelare le vere intenzioni della sua trasferta, cioè prendere contatto con Vienna. Bertòla aveva deciso diversamente: la ricordata parte del Diario del 22 novembre dedicata a Zacco, termina con queste parole: "mi scriva a Rimini". Qui Bertòla fa ritorno la sera del 3 dicembre ("Legno fino a Rimini in tutto 60 [scudi]"), recandosi "in villa" nella "solitudine consueta" di San Lorenzo dopo un "tristo viaggio" (27).

Nel Diario appare quasi subito (8 dicembre) il nome di Roma, come meta di un viaggio imminente. Ed il 9, a proposito di Zacco, riaffiora il progetto veneziano: "che spero ancora nel permesso". Il 28 dicembre a Baldinotti: "Forse a Roma donde mi si fa sperar soccorso". Gli unici viaggi che adesso Bertòla può compiere, sono quelli da San Lorenzo a Rimini: scende in città mercoledì 21 in portantina, e vi torna "di pié fermo" due giorni dopo. Tra 24 e 26 dicembre il Diario consta soltanto di note di spese: un frontino dal parrucchiere, mancia allo stesso, soldi alle donne di casa Maria e Marianna, e trenta scudi alla famiglia Martinelli.

L’ultimo giorno dell’anno, Bertòla lo dedica alla stesura di una lettera al Cardinal Legato, che ci è giunta integralmente nella minuta [FGM]. È il ringraziamento ad "un così umano e caldo protettore delle lettere e di chi le coltiva", per la benignità accordatagli e concretatasi in prove definite generose. Ricordando poi di aver scritto della grandezza del Legato al conte Nicola Martinelli, Bertòla pare accennare discretamente all’amico riminese come ad un intermediario adopratosi in suo favore.

Mentre formula questa lettera così ossequiosa, Bertòla ha presenti le obiezioni di Orintia Sacrati circa il suo allontanamento da Rimini, così come non può dimenticare i suggerimenti ricevuti dall’amica cesenate per le scelte future. Di tutto ciò abbiamo abbondante materiale nel Diario. Il 13 novembre si legge: "Su le ragioni del mio partire: nessuno può accusarmi d’aver mancato né qual cattolico né qual suddito. Dunque son tranquillo. Non so quel che farò. Se può mi giovi; resterò qui [a Bologna] ancora; dica e mediterò". Ed il 16: "Se vuole, tornerò nel Ritiro; mi ajuti".

Infine il 28 c’è un lungo passo che inizia con il riassunto di una lettera della stessa Sacrati, "che contiene: "Di tornare al casino; che bisogna dar prova di sentimenti, né basta averli: che pigli i cento scudi e di ricorrere a Vienna per mezzo di M[onsigno]r Albani, cui scriverà essa"". Bertòla riporta di seguito la risposta alla Sacrati: a Pavia, su trentadue docenti, ne sono tornati venti, anche lui dovrebbe presentarsi; "per Vienna è vano; avendo io tentato: fino alla pace non si vuol dar nulla agli impiegati: ma e della pensione a cui ho diritto ora ancor più di prima? Per pietà me la ottenga. Sono senza un soldo. […] Quella piccola pensione mi basterà fino a miglior sorte".

Il rientro di Bertòla nel nido di San Lorenzo è avvenuto per le premure della contessina cesenate che seguiva il poeta con una pietà filiale, succeduta all’invaghimento tipico in tutte le donne che lo hanno avvicinato (28). Orintia gli ha suggerito di spiegare che il motivo della "gita" a Bologna, era stato per "consultar Martinelli". Bertòla accetta il consiglio come se fosse un ordine, e lo stesso 28 novembre conferma alla Sacrati: "Intanto dica essa e dirò io che venni qua [a Bologna] per consultar Martinelli".

Del "politico, mondano" Nicola Martinelli, "generalmente malveduto" e "prototipo del Partito Rivoluzionario" riminese, Zanotti dice anche che era "abilissimo e di fina politica". Martinelli in effetti si rivela un sottile mediatore: contemporaneamente riesce a trovare ascolto presso il Cardinal Legato, a mantenere contatti con i francesi a Milano (vedi il "certificato" per Bertòla), ed a viaggiare in tranquillità fra la Romagna papalina e la Cispadana. Durante la caccia ai giacobini è rimasto a Rimini, con il merito d’esser andato da Augerau a dichiarare che i suoi concittadini "amavano di continuare a vivere sotto il governo" romano. Rispettato dai reazionari pontifici, riesce ad avere rapporti con i nemici ufficiali, quei francesi con i quali successivamente collaborerà, ricevendone in cambio alta stima. È un diplomatico segreto, più gradito che tollerato, attraverso il quale gli amministratori di Rimini riescono ad avere notizie di prima mano, preziose in vista di cambiamenti che si preannunciavano traumatici: si temeva l’arrivo delle truppe napoleoniche non meno della condotta del governo pontificio.

Bertòla, illudendosi che la caccia ai giacobini fosse terminata, è ritornato nello Stato della Chiesa con la fiducia di trovarsi in un ambiente politicamente sereno. Ha preferito seguire i pareri di un’aristocratica legata al potere temporale, piuttosto che avventurarsi nei territori sottoposti al dominio napoleonico. Anziché la calma di cui abbisognava la sua salute, a Rimini trova invece altri guai.

 

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