Riministoria© Antonio Montanari

Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98)

di Antonio Montanari

[da "Studi Romagnoli" XLVIII (1997), Cesena 2000, pp. 549-585]

 

4. La malattia a Bologna (novembre 1796)

Il periodo trascorso da Bertòla a Bologna è dominato da un’inquietudine fatta di incertezze sul presente e di paure per il domani. Le relative pagine del Diario ci restituiscono, nell’apparente, contraddittoria successione di notizie, il variare degli stati d’animo del poeta: ne presentiamo una scelta delle più importanti, riducendo al minimo ogni artifizio narrativo.

Alla Sacrati il 2 novembre scrive: "che mi procuri il sussidio; e torno al nido [San Lorenzo]; ma nell’incertezza m’espongo alla mendicità". A Nicola Martinelli (il 5): "che il mio più o meno restar qui [a Bologna], dipende dalle lettere di Lombardia; che in ogni modo non ci rivedremo durante il verno" a Rimini. Ad altro corrispondente (dal nome illeggibile) lo stesso giorno precisa: "le lettere di Milano mi obbligano a partire subito", verso Pavia. Sotto la triplice data del 6, 7 ed 8 novembre conferma: "Sono avvisato che per aver la pensione bisogna che io vada" (a Fortunata Sulgher); "parto per Pavia" (ai veneziani Zacco e Storti); ed al fido Baldinotti: "parto fra 3 o 4 dì: le sue ragioni soprattutto mi fan coraggio di andare; per lui se non è certo d’esser tranquillo non vada". Il 9 a diversi corrispondenti garantisce di partire per Pavia sabato 12. Però non si muove, come scrive a Martinelli, "per saper de’ mercanti di Livorno". Con il milanese Ridolfi invece dice di stare ad aspettare le trecento lire di arretrati richieste al medico Dell’U, "Rappresentante presso l’Amministrazione generale della Lombardia", e necessarie per "pagar la locanda e fare viaggio".

Il testo della lettera al dottor Dell’U reca: "Io sono qui ormai da tre settimane malato, poi convalescente in una locanda, senza conoscenze, non che senza amici. La somma destinata a fare il viaggio mal basta alle enormi spese qui occorsemi. Scrissi a Milano e a Pavia perché mi fosse prontamente procurato qui il sussidio di sole 300 lire degli arretrati, né veggo questo sussidio; né so da qual parte volgermi. […] La mia situazione è la più disgraziata che dar si possa. Beneficate l’uomo, se l’uomo di lettere non vi par degno in questo caso" (21).

Nel Diario sotto il 15 novembre troviamo: (a Baldinotti), "che sono ancor qui per ragioni che dirò poi; […] che all’Amministrazione generale [della Lombardia] ho chiesto 300 lire pel viaggio": nessuno finora ha risposto "fuor che Ridolfi" ; per il 16 (a Nicola Martinelli): "non posso tornare alla residenza [Pavia]: dirò poi le ragioni: […] o tornare a casa, o a Venezia". Ad altra persona, lo stesso 16, specifica che non si è mosso "per tosse e per aspettar denaro", ed il 19: "che non vo più in Lombardia". Il 22 a Baldinotti: "se ricevo sabato i denari ch’è segno di accettazione, parto, se no domenica a Rimini. Mando intanto attestati de’ medici di dover durante il verno trovarmi in clima dolce […]: ajuti avuti qui da due amici" (22). Il 23 novembre scrive a Nicola Martinelli: "che farò qualche modificazione a ciò che consiglia, a vista delle mie circostanze […]. Ritenga le mie lettere fino a mio avviso, che intanto mi si procuri l’ingresso in Venezia: ch’è difficilissimo: strade malsicure tra Rovigo e Padova. Ma io non posso affrettare di alcuna cosa; ed ho tempo di aspettare la buona occasione". Lo stesso giorno ad altra persona (23): "che le mie circostanze mi richiamano a Rimini, ove forse passerò il verno".

Il 25 novembre il dottor Dell’U, in maniera ufficiale, informa Bertòla che l’Amministrazione generale della Lombardia ha decretato in suo favore il pagamento, da parte della Cassa di pubblica Istruzione, delle cifra richiesta di trecento lire. [FPS, 63.1] I soldi non arrivano a Bertòla prima della sua partenza da Bologna: in calce alle pagine di novembre del Diario, troviamo infatti annotato un debito con il locandiere Babbi di 60 scudi e 40 bajocchi (24). Il 26 novembre Bertòla chiede all’Ateneo pavese un congedo di tre mesi: "se il mio non soddisfare durante un tal tempo ai doveri della mia cattedra non mi può far degno di percepire emolumento alcuno, io sarò contento della mia povertà, sol che mi sia conservato l’onore di appartenere a una Università così illustre, di cui sono membro da tredici anni" (25). Lo stesso giorno Bertòla spedisce all’Amministrazione generale della Lombardia il "certificato di Martinelli", che ipotizziamo essere una raccomandazione a garanzia di fedeltà agli ideali rivoluzionari.

Il congedo richiesto viene subito concesso a Bertòla che il 29 novembre comunica a Zacco [Diario]: "proroga di tre mesi da Pavia". L’Università di Pavia ha riaperto i suoi battenti da poco: "Si è detto che dovesse subire delle Riforme, e correzioni sia nel metodo e qualità degli studi, come di alcuni Professori, ma finora non è a mia notizia che siasi innovato nulla, né che sia stato escluso veruno", ha scritto a Bertòla da Milano il 15 novembre Angelo De Vecchi, riferendo semplici "dicerie", ed accennando ad ipotesi di epurazione tra i docenti compromessi con il passato governo. [FPS, 62.218] Bertòla gli ha risposto il 22, chiedendo i suoi buoni "uffizj" per la pratica della pensione.

Sempre nel Diario del 22 novembre è elencata una lettera a Zacco. Bertòla deve riscuotere a Venezia un credito di trecento fiorini: "ho incaricato diversi: si minaccia lite: senza la mia presenza non li posso avere. Mio bisogno dei medesimi. Da Rimini, dove i medici voglion ch’io passi il verno, meglio di qui andrò a Venezia: mi procuri la licenza per pochi dì: sia egli mallevadore". Zacco [FPS, 62.260] si adopera invano per fargli ottenere la "desiderata permissione", cioè un passaporto come "commerziante".

 

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5. Ritorno a San Lorenzo (3 dicembre 1796)

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