Comunicazione Allenatore Atleta-Montali
L'Aproccio Psicologico Alla Gara
Il processo di apprendimento negli allenatori
La leadership
Sin da quando siamo nati abbiamo sperimentato il potere, soggiacendo dapprima completamente ai nostri genitori. Poi, a poco a poco, abbiamo avuto qualche possibilità di trasgressione e, quindi, abbiamo esercitato il potere sugli altri bambini e qualche volta abbiamo litigato per questo. Progressivamente il rapporto di potere, coi nostri famigliari in particolare, e variato e si è evoluto; così come quello coi nostri amici di gioco, coi nostri compagni di scuola e coi nostri colleghi di lavoro o nei rapporti con gli sconosciuti. Evidentemente la storia di ogni individuo nei confronti del potere ha contribuito a formarlo e a plasmarne la personalità. Da questo punto di vista la tendenza alla leadership o ad assumere il ruolo di gregario, trova seguito a come si è risolto il fisiologico conflitto coi genitori, con gli amici di gioco, coi compagni di scuola ecc... Questi rapporti hanno sempre contenuto (per motivi educativi o per motivi di semplice sopraffazione infantile e giovanile) il conflitto tra chi vuole imporre l'indipendenza e chi non la vuole accettare o chi a sua volta vorrebbe anch' egli imporla.
Oltre a questo, il rapporto di dipendenza o di comando è strettamente connaturato alla preistoria e alla storia dell'uomo (alla filo genesi). Per sopravvivere l'uomo ha ben presto iniziato a vivere in associazioni e quindi ha dovuto accettare la dipendenza o, per contro, ha dovuto imporre la sua azione di comando sugli altri. E' il vivere sociale che ha imposto questa regola dipendente a sua volta dalla legge della sopravvivenza. Di conseguenza, e nell'evoluzione dell'uomo che si sono sedimentati e selezionati secondo la legge Darwiniana questi atteggiamenti di dipendenza odi comando, inserendosi anche nei nostri geni. Ed è per questo che il nostro comportamento in riferimento alla dipendenza o all'uso del potere non è del tutto spiegabile razionalmente e nemmeno attraverso la storia che parte dalla nascita di ognuno. L'esercizio del potere è molto, molto più vecchio; fondamentalmente è preistorico.
In riferimento al contesto degli sporti di squadra, la leadership definisce la tipologia della gestione del gruppo.
Leadership è un gergo anglosassone che deriva da
to lead = guidare, che è normalmente preferito alle definizioni di capo o comandante, le quali esprimono una direzione più specificamente di tipo militaresco.
Distinguiamo una leadership come funzione e una leadership come relazione. Mentre la leadership come funzione è circoscritta all'ambito allenatore-squadra, l'altra (leadership come relazione) è estensibile a tutta la società calcistica.
Nei giochi corali la figura di leader come funzione è interpretata dall'allenatore, il quale, per tradizione, s'impone anche come leader delle relazioni. Questa tendenza, a volte, si scontra con la realtà in cui l'autentica leadership della relazione (ricordiamo che questa è una scelta fatta inconsciamente dal gruppo) non corrisponde all'allenatore.
Il leader delle relazioni può essere facilmente un giocatore o più raramente un dirigente. Nel caso in cui l'allenatore non veda e non riconosca il leader delle relazioni, possono facilmente verificarsi motivi di disarmonia nella squadra. E comunque abbastanza frequente che nell'allenatore si riassumano entrambe le leadership ed è certamente la situazione più conveniente. Ciò, tuttavia, non toglie che la leadership della funzione possa convenientemente essere nella figura dell'allenatore e la leadership della relazione sia rappresentata, invece, da un giocatore di grande personalità e, nonostante tale dicotomia, la squadra possa godere di notevole armonia, poiché allenatore e leader, anziché scontrarsi per ogni minimo motivo, cercano di capirsi e rispettarsi per operare insieme.
Come la leadership può affrontare le opposizioni? Essenzialmente attraverso: conflitto, consenso o mediazione diplomatica, ovvero la riproposizione del problema o, degenerando il concetto, la mistificazione dello stesso.
Tipi di leadership di relazione
Tutti gli sport collettivi (calcio, rugby, pallacanestro, pallanuoto, pallamano, pallavolo ecc.) hanno in comune la presenza di leader che, dati i loro tratti ricorrenti, è possibile classificare.
Il leader carismatico. Questo tipo di "abito comportamentale" è frequentemente assunto dagli allenatori. Il leader carismatico si può facilmente identificare poiché è perennemente avvolto da un'aria di mistero, che si dà per rimanere distaccato dagli altri. Egli non si "scopre" mai e, a qualunque domanda gli venga posta, risponde in maniera elusiva, poiché vuole fare ritenere che egli sapeva sin dall'inizio e in ogni momento come le cose sarebbero andate a finire.
Il leader carismatico ha costantemente un atteggiamento intermedio tra quello del filosofo e del santone e l'aria mistica che egli vuole assumere è in realtà il risultato di povertà di idee.
Il leader autoritario è quello che da un momento all'altro si può presentare all'allenamento con un robusto manganello, che non esiterebbe ad adoperare sulle teste e sulle schiene (mai sui piedi se si tratta di calciatori, poiché teme di rovinargli il tocco) dei riottosi.
Scherzi a parte, è quello che utilizza sanzioni e punizioni senza alcun rispetto della personalità degli altri.
Il leader paternalista. Questo individuo ha un rapporto di amore-odio verso i giocatori. Non ammetterà mai di essersi sbagliato e non apprenderà mai qualcosa dai suoi giocatori. Egli crede che l'apprendimento dipenda esclusivamente da lui, ragione per cui egli progredirà al passo di una lumaca pigra nell'aggiornare i suoi concetti: tecnicamente sarà sempre in ritardo coi tempi.
Il leader "lasciar fare". Questo è l'ultimo in ordine storico di apparizione. Il tipo "lasciar fare", come è facilmente intuibile, non influenza il gruppo, il quale, non avendo punti di riferimento, assume facilmente atteggiamenti di estrema libertà. È però interessante notare che, in tali gruppi confusionari e sregolati, le personalità di spicco hanno più possibilità di emergere che non nelle leadership precedenti, in cui tutti i componenti tendono a livellarsi. In tali contesti a conduzione "lasciar fare" regna il disordine e, anche se può sembrare un contro senso, la ricerca di ordine e di organizzazione diviene una forte esigenza; motivo per cui esse vengono ricercate inconsciamente. In questi ambienti caotici si verifica che, seppur raramente, per taluni individui le libere spontaneità e fantasia si collegano al senso situazionale, per dare origine ad una creatività che, seppur bizzarra ed originale, è di grande valore.
È per questo motivo che spesso i giocatori formidabili non si sono formati nelle super organizzate società di vertice. Essi sono più frequentemente cresciuti e divenuti dei talenti in ambienti ritenuti non congeniali o "per le strade".
Il tipo di leader che noi vi proponiamo è il Leader "catalizzatore". Egli si differenzia dai precedenti perché trae la propria autorità dalla naturale accettazione del gruppo, che lo riconosce come necessario per le sue funzioni. La leadership in questo caso non sarà statica ed accentratrice, bensì sarà un sistema di conduzione dinamico e adattivo in grado di favorire la velocità di reazione delle potenzialità dei singoli inseriti nel gruppo. Tale leadership si connette direttamente all'autentico significato di educazione intesa come attivazione creativa delle attitudini personali. Secondo tali principi, si stabiliranno le "leggi", le regole ed i compiti di ciascuno, si determineranno gli scopi e si risolveranno le discrepanze In questo modo favoriremo il costituirsi di un ambiente in cui il senso dell'ordine, dell'organizzazione e dell'interpretazione dei ruoli cresceranno insieme allo spirito creativo.
I campioni
Dal punto di vista della personalità i campioni possono essere suddivisi in due categorie. I campioni egoisti e i campioni che amano il virtuosismo in sé. Il primo prototipo di grande campione dei giochi sportivi spesso deriva da situazioni ambientali e famigliari di sofferenza, di sacrifici. Con tutta probabilità, la vita giovanile di questi campioni è stata caratterizzata da sofferenze ambientali ed emozionali. Si pensi ad esempio alla povertà che ha caratterizzato la vita di qualche personaggio sportivo a noi noto, sacrificio e sofferenza sono rimasti incisi profondamente nella personalità dell'individuo e sono i veri responsabili della determinazione, della combattività e della grande astuzia del giocatore che si esprime in campo. Quindi non è per pura casualità che questi campioni si rivelano essere nel gioco ostinatamente rivolti verso se stessi.
Fondamentalmente questo genere di campione è un grande egoista, che inserito nella squadra, si trova a dover convivere col paradosso di avere il fortissimo impulso di raggiungere i propri fini di gloria mettendo in ombra gli altri, ma al contempo deve servirsi degli altri. Non c'è quindi da meravigliarsi se di frequente i grandi campioni sono poi delle personalità ambigue, che dimostrano di infrangere i principi morali legati alla leale convivenza pur di raggiungere i propri fini. Di conseguenza l'allenatore e coloro che gestiscono la squadra spesso si trovano nella necessità, riconosciamo cinica, o di riuscire a fare coincidere i fini del campione "egoistello" con i fini di gioco della squadra o di allontanare il campione stesso. Ciò è inevitabile poiché lo spirito di competitività necessaria per potere emergere negli sport di squadra spesso si scontra con la collaborazione necessaria al gioco.
Per questo motivo possiamo constatare che gli allenatori tecnicamente evoluti spesso hanno difficoltà quando si trovano alla conduzione di squadre piene di talenti: le aspettative tecniche del gioco collettivo si scontrano con le individualità di alcuni campioni che non accettano di dividere il proprio successo con i compagni e quindi di mettersi al servizio della squadra. Tecnici di questo genere, evidentemente, colgono più facilmente successi con squadre senza campioni, in quanto i giocatori sono più disponibili ad assoggettarsi ad un gioco di squadra. Le delusioni intervengono, per l'appunto come abbiamo appena spiegato, in squadre con campioni e quindi con individui che trovano la loro forza nella propria indipendenza e che quindi non accettano nessun compromesso che possa togliere loro competitività, anche a danno della squadra. "O la squadra è con loro", o questi campioni assumono atteggiamenti (spesso ipocriti) anche contro la propria squadra.
Ragione per cui i tecnici quasi sempre si trovano col problema di fare suonare i solisti nella coralità dei lavoro di orchestra. Questa è una questione di fondo, spinosa, che investe emozionalità, senso sociale di squadra e tecnica; inoltre non può mai essere completamente risolta a priori dato che ogni situazione richiede soluzioni "ad hoc".Inoltre, per lo stesso motivo, i "campioni in erba" hanno difficoltà a maturare e a divenire dei giocatori tatticamente flessibili; anzi, di frequente succede proprio l'opposto: una volta raggiunto un certo livello non migliorano più. Il loro rendimento è stagnante e, una volta che viene a meno la freschezza fisica e tecnica, è destinato a precipitare inesorabilmente. Inoltre, anche tra gli atleti adulti,
"quanti giocatori da campioni sono crollati senza gradualità, divenendo nel giro di qualche stagione dei brocchi" e, per contro, "quanti giocatori mediocri, onesti lavoratori, non hanno mai brillato sui parquet o sui campi di gioco, e poi si dimostrano atleti longevi, dato che manifestano una adattabilità tattica che consente loro di evolversi e di invecchiare alla stessa stregua di un buon vino clic migliora ne/tempo!"
Provate a pensare agli episodi della vostra esperienza personale di allenatore in cui avete messo in discussione un campione del genere capriccioso e ditemi se non avete incontrato una "gatta da pelare" che di certo non immaginavate. Oppure, provate a valutare tutte le vicende del vostro sport a livello professionistico in cui un tecnico ha messo in panchina (o in un ruolo non gradito, o posto in ombra in altri modi), un campione di questo genere e ditemi se le contrapposizioni o le liti che ne sono seguite non sono state distruttive. Spesso uno dei due ci ha rimesso il posto in squadra (come tecnico o come giocatore). Con questo genere di campioni, gli allenatori con poche idee e che non si vogliono aggiornare tecnicamente sono senz'altro più adatti, dal momento che per meriti personali non riuscirebbero a creare un gioco ben preciso per la squadra e. quindi, si limitano a lasciare fare ai campioni quello che pare loro. traendone così. indirettamente, prestigio personale.
Di natura completamente diversa sono i campioni motivati dal virtuosismo. Essi sono solitamente poco condizionati dalle vicende socio-emotive della squadra e della società di appartenenza. La molla affettiva che li spinge a giocare è fondamentalmente l'amore per la palla: è una continua sfida a se stessi di riuscire a far fare alla palla quello che la propria ambizione in termini di tecnica e tattica brama. In questo sta l'interpretazione della loro psicologia di giocatori. La chiave sportiva per stimolarli, quindi, va perseguita attraverso l'obiettivo di dare loro delle soddisfazioni di gioco. Questi sono i fuoriclasse outsider i quali, dato che non sono mossi dal desiderio preminente della gloria, dei guadagni e dell'ambizione delle alte categorie, di frequente non raggiungono i massimi livelli del professionismo, dal momento che spesso occorrerebbe assoggettarsi a compromessi e a sacrifici che non sono per loro così fondamentali nella scala dei propri valori. Essi fondamentalmente hanno una idea fissa: "domare" la palla.