Diario di Giulia - Parte seconda

Capitolo VI - Matrimonio, 175 d.C. - Seconda parte

Ci sposammo un mese dopo. Poiché eravamo entrambi adulti e senza famiglia, il nostro fu un matrimonio semplice. La cerimonia fu celebrata nell’appartamento di Mario Servilio, di fronte agli indispensabili testimoni ed ai suoi domestici. C’era Apollinario, naturalmente. La notizia l’aveva molto sorpreso.
- Non posso credere che tu lo stia facendo, Giulia! - disse. - Perché? Perché per l’Ade stai per sposarti con un uomo che nemmeno conosci? Non per il denaro, sono certo. Allora, perché? PERCHE’?

- Perché sono stanca, Apollinario. Perché all’improvviso ho scoperto che sono molto stanca e voglio sapere se posso appartenere a qualcosa…

- Ci dev’essere dell’altro, Giulia! Ci deve…

Si fermò nel mezzo della frase e mi guardò sconcertato, poi rattristandosi. Aveva capito. Capiva sempre tutto.

- E’ colpa mia, - sussurrò.

Andai da lui, cercai di prendergli il volto tra le mani. Egli mi evitò.
- Apollinario, no...

- E’ colpa mia, - sussurrò con voce strozzata. - Se avessi insistito affinché conoscessi più gente e socializzassi di più, invece di tenerti egoisticamente tutta per me, avresti trovato un uomo che ti avrebbe amata come meriti di essere amata…

- No! - Non volevo sentir parlare d’amore e d’essere amata. Non potevo. Non ora.

- Se fossi stato un vero uomo e non quello che sono…

- NO!

Gli afferrai le spalle e lo scossi forte.
- No! - ripetei. - Non è colpa tua se sono nata schiava e costretta a diventare una prostituta! Non è colpa tua se non puoi amarmi come un uomo ama una donna! Non è colpa tua se mi tormento e sono amara
e sempre lo sarò! Sono giunta ad accettarlo, Apollinario! Sono giunta ad accettare che nel profondo mi tormenterò sempre e sarò amara, sola e triste! Egli me l’ha dimostrato e sposarlo è il mio modo di venire a patti con questa cosa!

Apollinario chinò la testa finché la sua fronte toccò la mia. Rimanemmo così per un lungo istante.
- Avrò bisogno di te più che mai. Verrai ad Ostia e continuerai ad insegnarmi? - sussurrai. Egli fece un breve sorriso triste.

- Certo che verrò. Non ti perderò di vista, - disse. Fu il mio turno di sorridere. Poi, feci scivolare le mie braccia attorno al suo collo e gli seppellii il viso nella spalla. Le sue braccia mi cinsero la vita ed egli mi premette contro il suo corpo snello. Chiusi gli occhi e sospirai. Ogni giorno ed ogni notte dalla Moesia avevo desiderato le braccia forti e muscolose di Massimo. Avevo desiderato il suo abbraccio appassionato. Il calore e la forza del suo corpo simile a quello di un dio. Eppure, in quel momento, non volevo l’abbraccio di nessuno che non fosse quello amoroso ma senza passione di Apollinario.

 

Per la cerimonia di nozze mi vestii nel mio appartamento, la prima vera casa che avevo mai avuto e che presto mi sarei lasciata alle spalle. Nicia mi trovò un’accocciantrice e la donna spazzolò i miei capelli lunghi fino alla vita, poi li raccolse con arte, come si confaceva alla donna sposata che presto sarei divenuta. Elogiò la mia capigliatura e cercò di farmi chiacchierare, ma io risposi solo a monosillabi mentre il mio sguardo rimaneva fisso nello specchio lucido ed ella fu presta ridotta al silenzio. La donna voleva applicare del trucco al mio viso, ma io rifiutai. Nicia mi aiutò ad indossare la veste nuziale di seta gialla, le scarpe nuziali color zafferano e il completo di gioielli che Mario Servilio mi aveva mandato il giorno prima. Quando fui pronta, lei e la pettinatrice mi sistemarono sulla testa il velo da sposa di seta color zafferano.

Discesi le scale scortata dalla mia governante, che per l’occasione aveva indossato i suoi abiti migliori. Un servitore attendeva alla porta di Mario Servilio e la aprì per condurci all’interno. Una volta dentro, fui ricevuta da Atenodoro, marito di Nicia e attendente di Mario Servilio, che mi guidò nel giardino interno e annunciò con voce squillante:
- La sposa! La sposa!

Gli invitati radunati in giardino si voltarono e mi guardarono, e videro una donna alta e misteriosa che nessuno di loro aveva mai incontrato, nascosta dietro uno spesso velo color zafferano. Erano i conoscenti d’affari di Mario Servilio con le loro mogli. C’erano anche i servi, vestiti per l’occasione, e coronati con fragranti ghirlande di verbena. C’erano anche il sacerdote ed il suo assistente, e c’erano fiori intorno al collo del maialino che necessariamente doveva essere sacrificato agli dei. In piedi vicino al sacerdote c’era Mario Servilio, un’alta figura elegante che indossava una toga immacolata degna d’un console.

Gli ospiti mi guardarono in silenzio per un lungo momento. Poi, qualcuno cominciò a cantare l’antico inno nuziale: “Io, hymen, hymenaeus…

Apollinario si staccò dal gruppo e venne da me. Prese la mia mano nella sua e la strinse in modo rassicurante. Poi, agendo come padre della sposa, mi guidò verso Mario Servilio. Era una cosa piuttosto anomala, tuttavia non v’era nulla di regolare in un matrimonio di una sposa che era stata una prostituta e la cui dote era stata considerata inutile dal suo sposo.

Il sacerdote intonò le preghiere e accettò il coltello dal suo assistente. Era esperto e, misericordiosamente, il sacrificiò fu presto fatto. Egli affondò le mani nelle interiora fumanti del maialino e dichiarò che gli auspici erano favorevoli. Mario Servilio mi offrì un sopracciglio arcuato e un ironico sorriso obliquo. Poi egli si girò verso il sacerdote e recitò i suoi voti.
- Ubi tu Gaia, ego Gaius
[1]. Dove io sono signore, tu sarai signora… - disse con voce chiara e calma. Poi fu il mio turno e la mia voce fu egualmente chiara e calma.
- Ubi tu Gaius, ego Gaia
[2]. Dove tu sei signore, io sarò signora...

Finì presto. Mario Servilio estrasse gli anelli nuziali e ne fece scivolare uno nel dito medio della mia mano sinistra. Era un pesante anello d’oro profusamente cesellato. Io ne feci scivolare il compagno nel dito di lui magro e pallido. All’improvviso, vidi nella mia mente un’altra mano e un altro anello. Una grande mano forte, abbronzata e incallita dalla spada, adorna d’un semplice anello d’argento. Un anello che proclamava che il rude, affascinante generale romano dagli occhi azzurri che amavo era di un’altra donna…

Qualcuno mi sollevò il velo: Nicia, agendo come la madre che non avevo mai conosciuto e che avevo tanto desiderato. Un’altra singolarità in un matrimonio celebrato per ragioni importanti eccetto che quelle normali, previste usualmente. La foschia color zafferano che mi aveva circondata e celata fu sostituita dal sole luminoso degli inizi di primavera. Udii un mormorio collettivo quando gli ospiti videro finalmente il mio viso, il viso di una bella diciannovenne che non aveva avuto un’infanzia e aveva desiderato una bambola. Il viso di una prostituta solitaria e triste che si struggeva per la sua innocenza rubata. Il viso di una donna disperatamente innamorata che desiderava un uomo che l’aveva respinta. Il viso di una donna che aveva sposato un altro uomo per vendicarsi di tutte quelle cose.

Guardai gli ospiti ad uno ad uno e vidi nei loro volti quello che vedevo sempre nei volti della gente. Quello che sapevo avrei trovato. Aperta ammirazione e lussuria celata a malapena in quelli degli uomini. Perplessità e gelosia celata a malapena in quelli delle donne. Certe cose non cambiano mai. Nemmeno con il matrimonio.

Mario Servilio si chinò e mi baciò con formalità su entrambe le guance. Qualcuno cominciò di nuovo a cantare. “Io, hymen, hymenaeus…
Eravamo marito e moglie.

Dopo la cerimonia ci fu l’atteso banchetto. Fu formale e sottotono, non il turbolento evento in cui si trasformano le feste di nozze. C’era cibo eccellente, ed egualmente eccellente vino, servito da efficienti servi silenziosi, e musica discreta suonata da egualmente silenziosi e abili musici. Le chiacchiere erano prevalentemente di affari e politica e non c’erano gli usuali dispetti e rozzi scherzi. Io sedetti accanto a Mario Servilio e accettai gli auguri degli ospiti che vennero da me ad uno ad uno per fare conoscenza. Mangiai poco e bevvi meno mentre attentamente evitavo sia gli occhi scrutatori di Mario Servilio che quelli preoccupati di Apollinario.

I servitori accesero le lampade prima di distribuire i dolci, e poco dopo gli ospiti si alzarono e si prepararono ad andarsene. Poiché ci eravamo sposati a casa dello sposo, non ci sarebbe stata una processione della sposa, ma fummo inondati da chicchi di grano e uva passa per assicurare la benedizione degli dei e la fertilità della nostra unione. Accettai gli auguri e i saluti con volto imperscrutabile e silenziosamente baciai la guancia morbida di Apollinario con labbra fredde e insensibili. Nicia gentilmente mi toccò il braccio, poi mi guidò alla mia camera da letto.

Era una stanza grande, aperta sul giardino interno, arredata con costosi pezzi di mobilio e tappeti orientali e profusamente adorna di fiori. Legna fragrante bruciava nel braciere, tenendo a bada il freddo notturno. Una leggerissima camicia da notte ed una vestaglia di seta erano pronte sul divano, e petali di rosa erano stati cosparsi sulle coperte rivoltate del letto. La serratura d’acciaio promessa era al suo posto.

Nicia mi aiutò a togliere gli ornamenti nuziali ed i gioielli, poi mi vestì per la notte. Con mani abili, mi sciolse i capelli e li spazzolò, mi strofinò un po’ del mio profumo preferito… mirra… sul collo e le braccia, poi prese forcine e pettini, il mio abito ed il velo e augurandomi la buona notte lasciò la stanza.

A poco a poco il grande appartamento cadde nel silenzio. Le torce nel cortile finirono di bruciare. Io rimasi seduta nella sedia dove Nicia mi aveva lasciata, con le mani ordinatamente ripiegate in grembo, lo stesso contegno con cui ero rimasta seduta nella tenda di Cassio quando Massimo mi ci aveva lasciata con tre uomini morti, quello che ormai sembrava una vita fa. A quel tempo, avevo guardato a lungo, molto a lungo, il viso del mio padrone e tormentatore morto. Adesso, i miei occhi erano fissi sulla serratura d’acciaio, tuttavia io non mi alzai a chiudere la porta. Non ve n’era bisogno. Sapevo che Mario Servilio avrebbe onorato la sua promessa. E sapevo anche che se mi avesse voluta, in tutto l’impero non ci sarebbe stata una serratura abbastanza forte da tenerlo lontano.

Avevo sposato un uomo che non mi amava né mi desiderava. Ero stata il giocattolo di molti uomini che mi concupiscevano, mi usavano e mi gettavano via senza pensarci due volte. Mi ero innamorata di un uomo a cui piacevo, che mi aveva desiderata, che avrebbe persino potuto amarmi… tuttavia mi aveva respinta. Avevo sposato Mario Servilio per vendicarmi di tutti loro. Un cerchio perfetto. D’acciaio. Un cerchio che all’improvviso sembrava freddo e vuoto come la mia notte di nozze.

Rabbrividendo, chiusi gli occhi mentre mi abbracciavo strettamente. Con una facilità nata da lunga pratica, lasciai sprofondare la mia mente sempre più dentro di me. Quando ero una bambina che cresceva nella villa di Cassio e la solitudine diventava insopportabile, chiudevo gli occhi, mi abbracciavo forte e lasciavo che la mia mente si immergesse nel mio intimo. Andavo in un luogo dove non ero sola. Dove non ero triste o impaurita. Dove avevo una madre sorridente ed affettuosa che si preoccupava di me, giocava con me, mi confortava, mi stringeva al suo petto profumato. In quel luogo io non ero una schiava, ma una bambina curata teneramente, viziata, amata.

Quando crebbi e la bruttura della prostituzione diventava insopportabile, chiudevo gli occhi, mi abbracciavo e scendevo ancora più in profondità nell’intimità della mia mente. Andavo in un luogo dove gli uomini non potevano palpeggiarmi e usarmi e respingermi. Un luogo dove ero libera. Dove ero rispettata. Dove ero orgogliosa, potente, inaccessibile. Un luogo dove ero la donna che ero divenuta nel momento in cui avevo sposato Mario Servilio.

Quella notte andai ancora più in profondità. Andai in un luogo dove non ero sola e non avevo freddo. A poco a poco, l’oscurità fu sostituita dalla luce, così come il freddo fu sostituito dal calore. Ero in una camera da letto. Non lussuosa come quella che mi era stata assegnata, ma intima, rurale, vivace. La mobilia era confortevole, solida e semplice, il genere usato nelle ville di campagna e nelle ricche fattorie. I muri di pietra erano imbiancati a calce invece che essere coperti da elaborati murali. Il pavimento era di legno incerato, coperto di tappeti intrecciati per avere calore invece che lusso. Le lampade inondavano la camera d’una tenue luce dorata. Non c’erano bracieri ardenti perché la notte primaverile ispanica era dolce, e invece dei petali di rosa c’erano quelli di gelsomino sulle coperte dell’enorme letto matrimoniale.
Udii un debole scatto quando la porta si aprì alle mie spalle. Lentamente mi voltai per guardare in viso l’uomo che avevo sposato appena poche ore prima. L’uomo che amavo come si ama soltanto una volta. L’uomo che ero ansiosa di udire rivendicarmi come sua moglie.

Stava là in piedi, con una veste di fine lana color vino, guardandomi silenziosamente senza profferir parola, io slacciai la mia vestaglia e la lasciai cadere. La bianca seta frusciò e sensualmente mi accarezzò il corpo nudo scivolando a terra. Lo udii trattenere il respiro alla vista del mio corpo nudo ed egli rispecchiò il mio movimento, slacciando la sua veste e lasciandola cadere… Era il mio turno di trattenere il respiro alla vista gloriosa della sua bellezza virile. I miei occhi divorarono le sue larghe spalle forti, la bronzea distesa del suo petto poderoso cosparso di peluria di una tonalità più chiara di quella della sua barba. Gioii alla vista delle sue gambe e braccia dai muscoli robusti e rabbrividii per l’anticipazione alla vista della sua orgogliosa virilità eretta.
Muovendoci all’unisono, ci venimmo incontro l’un l’altra. Muovendoci all’unisono, cademmo uno nelle braccia dell’altra. All’unisono trattenemmo il respiro quando i nostri corpi nudi si toccarono per la prima volta. Non ci fu esitazione, solo fame e bisogno. Le nostre bocche s’incontrarono mentre ci premevamo e arcuavamo uno contro l’altra finché ogni cavità ed ogni curva si adattò perfettamente contro quella dell’altro e fummo vicini quanto lo possono essere un uomo e una donna senza congiungersi. Gemevamo l’uno nella bocca dell’altra, le nostre lingue s’intrecciavano in una calda danza sensuale. Fremevamo. Bruciavamo. Presto toccarsi e accarezzarsi non fu abbastanza. Cademmo sul letto, schiacciando i petali di gelsomino, intensificando con il calore dei nostri corpi il loro dolce, sensuale profumo. La barba di Massimo solleticò la mia pelle ardente e sensibile come in preda alla febbre,
mentre egli usava le labbra e la lingua su di me e io gemetti in modo incontrollabile. E quando usò le dita per capire se ero pronta, sapevo che ero intatta. Pura. Una vergine. Non una schiava. Non una prostituta, la mia verginità intatta e pronta per essere donata a mio marito. Una donna degna di essere sua moglie. Una donna che gli avrebbe dato figli e figlie per perpetuare il suo nome orgoglioso. Una donna che non aveva conosciuto altro uomo all’infuori di lui. Univira[3], come deve essere una rispettabile donna romana.
Egli stava palpitando contro il mio ventre, il respiro ansimante, il suo bisogno rabbioso quanto il mio, tuttavia esitava, riluttante a soggiogarmi per saziare la sua fame. I suoi occhi verdazzurri bruciavano di passione e bisogno, la sua bella bocca dolce e sensuale era indurita per lo sforzo di controllare il suo corpo.
- Giulia… - disse e la sua voce profonda, roca e vibrante, accarezzandomi le orecchie, mi fece venire la pelle d’oca in tutto il corpo. Toccai il suo bel viso ruvido, abbronzato e barbuto. Feci scivolare
le mani tra i suoi corti capelli scuri.
- Sì, marito! - alitai arcuandomi contro di lui. - Oh, sì…

Marito...

Mi fece sua.
Gridai al breve, pungente dolore ed egli divorò il mio grido come un uomo affamato divora il vitto, mentre il suo corpo impostava il ritmo virile ed il mio istintivamente si arcuava per aiutarlo ad andare più in profondità. Per accoglierlo più in profondità. Per far sì che diventassimo un solo essere…

 

I miei occhi si spalancarono. I suoni provenienti dalla mia bocca non erano i gemiti felici e convulsi della donna sotto il corpo di Massimo, ma i secchi, angosciati singhiozzi della donna sola che in realtà ero. Non venivano soffocati dalla sua calda bocca esigente, ma dalle mani fredde e umide che premevo contro la mia. Il mio respiro irregolare non era la conseguenza del febbrile congiungimento con l’unico uomo che avessi mai amato, ma del mio sforzo disperato di riprendere il controllo.

Alla fine ci riuscii. E quando accadde, seppellii il volto nelle mani come avevo fatto quando Massimo mi aveva lasciata sola nell’alcova dopo avermi mostrato che cos’è la passione, la vera passione. Ma a differenza di quella notte in Moesia, questa volta non piansi. Semplicemente rimasi lì. Immobile. Fredda. Vuota. Sola.

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[1] Quando e dove tu sei Gaia, allora io sono Gaio (N.d.A).

[2] Quando e dove tu sei Gaio, allora io sono Gaia (N.d.A).

[3] In latino, "Una donna che conosce intimamente soltanto un uomo in tutta la vita.” Ciò che si supponeva fosse una rispettabile matrona romana (N.d.A).