BERNARDINO RAMAZZINI

4 Ottobre 1633 (Carpi, Ducato di Modena) – 5 Novembre 1714 (Padova, Repubblica di Venezia)

Bernardino Ramazzini è considerato il fondatore della moderna Medicina del Lavoro, nonché una delle figure più influenti sulla storia delle medicina. Il suo spirito, acuto e critico, lo spinse allo studio delle malattie occupazionali, pressoché dimenticate dopo l’epoca classica, fatta la dovuta e notevole eccezione del celebre Paracelso (Theophrastus Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim, 1493-1541). Non soltanto: egli, per primo, riconobbe la necessità di realizzare ambienti di lavoro “sicuri”, obiettivo che cercò di raggiungere sia proponendo i primi, rudimentali ancorché ingegnosi, dispositivi di protezione dei lavoratori.

Carpi: l’infanzia ed i primi studi.

Bernardino era figlio di Bartolomeo Ramazzini e Catarina (o Caterina) Federzoni, una coppia non particolarmente ricca ma comunque rispettata della piccola borghesia agricola modenese. Per quanto possiamo ricavare dall’albero genealogico della famiglia, il capostipite, Francesco Caracci alias Franchini si sarebbe insediato a Carpi alla fine del XVI secolo, durante il regno di Ercole I d’Este (1471-1505), probabilmente come ricompensa dei servigi prestati alla Casa d’Este durante od all’indomani della spedizione italiana di Carlo VIII di Francia. Il nome Ramazzini sarebbe quindi stato introdotto successivamente, da principio come soprannome, forse dallo stesso Caracci. A sostegno di una più tarda derivazione del nome di famiglia gioca anche la notevole incertezza inerente la sua corretta traslitterazione, ancora per i contemporanei del più celebre Bernardino: benché questi si firmasse quasi esclusivamente “Ramazzini”, tanto nel suo certificato di battesimo, quanto in quello dei fratelli (salvo Antonio), che nei più tardi documenti di Modena e Padova, sono attestate forme alternative quali “Ramacini” e “Ramaccini”. A titolo di curiosità, tuttora, nei Paesi di lingua slava è preferita la traslitterazione “Ramaccini” in luogo di quella classica.

La data esatta della nascita di Ramazzini è stata oggetto di numerose controversie, e solo recentemente la pubblicazione del certificato di nascita ha permesso di dissipare almeno una parte dei dubbi, fissandola al 4 ottobre 1633. Le date alternative (in particolare quella del 5 novembre) risentirebbero di un errore (non l’unico, del resto) compiuto dal nipote Bartolomeo, il primo storico dello zio.

L’esame degli atti battesimali ha anche consentito di scoprire le date di nascita dei fratelli: Maddalena (7 novembre 1632), Antonio (11 febbraio 1636), Anna (13 novembre 1638), Giulio (18 agosto 1640). A tale proposito, va detto che la figura delle due sorelle rimane particolarmente dubbia ed in un certo senso misteriosa. Bernardino, nelle sue lettere, ricordava soltanto una di esse, senza mai citarla per nome. Lo stesso albero genealogico della famiglia Ramazzini tramanda una certa Lucia, comunque “morta nubile”.

Il fratello più giovane, Giulio, visse nella campagna carpigiana. L’unico documento pervenutoci a suo riguardo è una lettera, inviata il 14 dicembre 1648 da San Marino di Carpi (Mo), inerente questioni agricole. L’albero genealogico dei Ramazzini risolve parte del mistero qualificandolo come religioso, ed attribuendogli la cura proprio di San Marino di Carpi.

L’altro fratello, Antonio, sposò Giulia Bruciati, dal quale ebbe il figlio Bartolomeo, di cui già si è detto. Dato che Bernardino non ebbe figli maschi che gli sopravvissero, è stata proprio la linea di Antonio a trasmettere il nome dei Ramazzini alle generazioni seguenti: a tale proposito, è piuttosto curioso che il più giovane dei Ramazzini abbia potuto attribuire il nome tipico dei primogeniti di famiglia (insieme a Bernardino), al proprio erede maschio, onore che sarebbe invece spettato al fratello maggiore – almeno secondo le usanze del tempo. Meno strano, tuttavia, se esaminiamo le date: Bartolomeo nacque nel 1666, ed all’epoca non soltanto Bernardino non aveva figli maschi (il secondogenito Marcantonio sarebbe nato solo l’anno seguente), ma risentiva ancora dei postumi della grave febbre malarica contratta nell’agro pontino, e non è da escludere che disperasse di avere una propria prole.

Dopo questi cenni genealogici, passiamo a dare qualche notizia biografica su Bernardino Ramazzini. Prima di procedere, è comunque necessario ricordare che le notizie a nostra disposizione sono alquanto dubbie e frammentarie. Il primo biografo, Bartolomeo Ramazzini, suo contemporaneo, poteva accedere a documenti originali, fra i quali alcuni testi autografi del più celebre zio: questo, tuttavia, non gli evitò numerosi errori ed ancor più numerose imprecisioni, il che ci impone di vagliare con estrema cautela quanto non tramandatoci direttamente da Bernardino per tramite delle sue opere.

Com’era usanza del tempo, Ramazzini compì i primi studi nella città natale, presso i Gesuiti. Egli crebbe, quindi, nel tipico ambiente dell’Italia della Controriforma, ricevendo un’istruzione basata prevalentemente sulla lettura dei Classici Latini e Greci, sul Classicismo Italiano (con ciò si intenda prevalentemente l’imperante petrarchismo del tempo), su nozioni filosofiche per così dire ortodosse – ovvero prevalentemente Aristoteliche, proprio mentre Galileo, Hobbes in Inghilterra, Cartesio ed il platonismo francese iniziavano la lenta decomposizione della Cultura occidentale post­rinascimentale.

Cresciuto in un ambiente che mirava alla massima conformazione, Ramazzini conservò tuttavia acume e spirito critico (forse troppo, almeno per i contemporanei), tanto da criticare certi assunti della fisica aristotelica, pur senza rinnegarla completamente, e continuando a fare affidamento alle nozioni classiche della medicina ippocratica quando Ambroise Paré ne aveva già iniziato la profonda e radicale critica.

Parma: medico laureato

Ricevuti così i primi rudimenti, nel 1652, all’età di 19 anni, Ramazzini si trasferì a Parma, allora ducato retto dai Farnese, per iniziare gli studi universitari. La scelta del giovane Bernardino merita alcune note. L’istruzione universitaria modenese era, all’epoca, molto deficitaria, pressoché assente. Gli unici insegnamenti erano rimandati a liberi lettori, con una qualità complessiva davvero inadeguata. In effetti, questa situazione era frutto della decadenza della Casata d’Este, le cui glorie millenarie avevano ricevuto una brusca interruzione alla fine del XVI secolo quando, con l’interruzione della linea ereditaria diretta, gli antichi domini ferraresi erano andati perduti a vantaggio dello stato pontificio.

Ancora all’epoca di Ramazzini, era abitudine dei giovani modenesi compiere gli studi universitari a Ferrara, la cui accademia era sopravvissuta alla caduta dell’aquila bianca degli estensi. Ramazzini, invece, andò controcorrente, scegliendo l’Università di Parma, rinnovata nel 1599 dal duca Ranuccio Farnese, il cui erede (Ranuccio II) era all’epoca signore della città. Non si può escludere che ad influire sulla scelta fossero, oltre che ragioni economiche (ma è tutto da dimostrare che il soggiorno in Parma fosse meno gravoso che a Ferrara), il desiderio di essere maggiormente svincolato dall’autorità e dalla censura papale (come detto, Ferrara era parte dello stato pontificio).

Tornando a Bernardino, quanto accadde fra il 1652, anno del suo arrivo a Parma, ed il 21 febbraio 1659, data del suo diploma di laurea, è avvolto dal mistero. Secondo il nipote Bartolomeo, egli avrebbe compiuto tre anni di studi filosofici, il cui esame finale avrebbe brillantemente superato, al termine dei quali si sarebbe poi dedicato allo studio della medicina, “forsan et vincete genio”, ovverosia per una “spinta interiore”.

Nello stesso 1659, Ramazzini abbandonò definitivamente Parma per trasferirsi a Roma, dove continuò i suoi studi sotto la protezione di Antonio Maria (de’) Rossi (1588 – 1671), figlio di Gerolamo Rossi, Archiatra (ovvero, capo dei medici) di Papa Clemente VIII, a sua volta rinomato medico romano, e più volte citato da Ramazzini come “Maestro”.

Roma: prime esperienze come medico

A questo punto, le nostre informazioni su Bernardino Ramazzini diventano – se possibile, ancor più rare e frammentarie: da alcuni estratti della sua opera più famosa, De morbis artificum diatriba, è comunque probabile che il suo interesse per le problematiche occupazionali sia iniziato proprio in questo periodo, e così pure di quest’epoca sarebbe il suo metodo nel confrontarsi con le stesse. Scrivendo al Magliabechi, ricorderà che il “S.r. Dott. Antonio de’ Rossi” gli avesse insegnato come, per apprendere il reale stato dei pazienti, fosse necessario più ancora che opportuno “toccare il polso” dei pazienti, cosa che all’epoca era considerata poco meno che inutile, se non francamente dannosa.

In attesa che si rendesse disponibile un posto più prestigioso a Roma o nei suoi immediati dintorni, i buoni uffici del de’ Rossi garantirono a Ramazzini il ruolo di medico condotto nella città di Marta, nel ducato di Castro. La sua presa di servizio è stata fissata al 5 marzo 1660, come risulta dai registri cittadini.

Nonostante l’area destinatagli fosse tutt’altro che ospitale, e per di più tormentata dalla malaria, Ramazzini non si risparmiò nessuno strapazzo, dedicandosi con scienza e coscienza alla propria professione, tanto da essere ammirato e stimato dagli stessi abitanti di Marta.

Quale fosse il suo modo di porsi di fronte ai malati lo chiarisce in modo inequivocabile una sua frase, per altro data alle stampe alcuni decenni dopo, nel 1701: “felicius curari a medico popularem gentem quam nobiles et principes viros”, affermazione davvero controcorrente che corrobora le tesi secondo le quali il primo nucleo del futuro De morbis si sarebbe formato proprio durante questo periodo.

Nonostante il fisico robusto e resistente alla fatica, anche Ramazzini fu infine contagiato dalla malaria, che contrasse in forma tanto grave da imporgli l’allontanamento da Marta, dapprima in forma temporanea (dal 31 agosto 1662), quindi definitivamente (giugno 1663). A titolo di curiosità, aggiungiamo che l’operato di Ramazzini fu tanto apprezzato dai pazienti da pesare come una spada di Damocle sul suo successore, un certo Rubbini di Bolsena, i cui servigi furono infine accettati soltanto dopo un anno, e moltissime reticenze.

Tornando a Ramazzini, le sue condizioni si aggravarono inesorabilmente, complicandosi la malattia con un grave interessamento epatico, tanto da mettere a repentaglio la sua stessa vita: a partire dal 1663, Ramazzini abbandona definitivamente lo Stato della Chiesa, per ristabilirsi nella natia Carpi.

Di nuovo Carpi

Il ritorno a Carpi ebbe un effetto corroborante sulla sua salute tanto compromessa: a partire dal 1665 Ramazzini può essere considerato definitivamente ristabilito, tanto da convolare a nozze il 13 febbraio dello stesso anno con Francesca Guaitoli de’ Ricchi, appartenente ad un’antica e nobile famiglia carpigiana. Il matrimonio fu presto salutato dalla nascita di un figlio, Cecilia (30 ottobre 1665), cui seguirono Marcantonio (10 novembre 1667), Francesco Clemente (22 novembre 1669) e Sigismonda (21 luglio 1669). I due maschi non sopravvissero all’infanzia, cosa che non ci deve affatto stupire, data l’elevatissima mortalità infantile dell’epoca.

Frattanto, Ramazzini riprendeva la propria attività di medico, stavolta in qualità di libero professionista.

Modena

Morto Rossi nel 1671 e, quindi, completamente tramontata la possibilità di rientrare a Roma, Ramazzini decise di tentare la fortuna nella città di Modena. Secondo il nipote Bartolomeo, il trasferimento sarebbe seguito ad un esplicito invito di colleghi ed autorità cittadine. Che tale versione sia discutibile nei tempi e nei modi lo dimostra il fatto che, fino al 1676, egli fosse ancora impegnato come medico curante del principe Carlo Alessandro d’Este, domiciliato nei pressi di Carpi. Ad ulteriore riprova delle resistenze che dovette affrontare, egli ottenne soltanto due anni dopo, nel 1678, l’autorizzazione ad esercitare la professione medica all’interno della città.

Le sue posizioni anti-dogmatiche e, in un certo qual modo, progressiste gli procurarono la dura opposizione del complesso accademico, con il quale dovette confrontarsi in più di un’occasione, solitamente a mezzo stampa (usanza tipica dell’epoca) con toni vieppiù accesi finché, dopo 4 anni di durissime lotte, riuscì ad entrare nelle grazie del duca Francesco II d’Este, impegnato in quegli anni alla ricostituzione dell’Università di Modena. Quali fossero i rapporti fra duca e Ramazzini ci sono nuovamente sconosciuti: l’unica cosa certa è che, quando, nel 1682, venne tenuto il discorso inaugurale della facoltà, l’Oratio Instaurationis, Bernardino Ramazzini venne nominato primo docente di “medicina teorica” (in pratica, di patologia generale) della rinata Accademia Medica San Carlo, già operativa in realtà da tre anni in via ufficiosa. Quasi contemporaneamente, veniva inaugurato il circolo culturale dei Dissonanti, dei quali lo stesso Ramazzini fu uno dei soci fondatori. Parlando di Bernardino Ramazzini, infatti, non dobbiamo mai dimenticare che egli, per quanto originale sotto molti punti di vista, fu comunque un uomo del seicento, di penna prolifica e varia, come dimostrano i sonetti, i racconti, i romanzi, i trattati filosofici non medici, di cui fu autore e di cui non è rimasta traccia alcuna, fuorché il ricordo.

Tornando all’attività accademica di Ramazzini, va aggiunto che egli non fu semplicemente il primo docente per importanza e per nomina, ma fu a lungo anche l’unico. Soltanto nel 1686 venne aggiunta una seconda cattedra, quella di Medicina Pratica (ovverosia, l’odierna Clinica Medica), assegnata al più giovane Francesco Torti (1658 – 1741). I due inaugurarono il proprio rapporto all’insegna della più profonda collaborazione e stima reciproca, tanto che non ci è realmente possibile sapere quali lezioni fossero effettivamente tenute da Torti e quali da Ramazzini.

L’idillio fra Torti e Ramazzini non durò realmente molto a lungo, sebbene la tempistica non ci sia nota. La “pietra dello scandalo” fu il progressivo allontanamento di Ramazzini dalla medicina ippocratica ed aristotelica. Benché la sua prima opera di un certo rilievo (De constitutione anni MDCXC) fornisca una visione ippocratica delle malattie e della loro cura, lo stesso Ramazzini ripudiava nello stesso periodo l’interpretazione “classica” della malaria come uno “squilibrio” fra gli elementi corporei, da trattare quindi con farmaci purganti. Ramazzini, che fu sempre molto attento e costruttivo nei confronti dei rimedi erbari e naturali, sposò invece l’opportunità di trattare la malaria con l’estratto della cincona, la “china chinae”, dalla quale si sarebbe poi derivato l’alcaloide del chinino. Tra l’altro, egli fu, se non il primo, quantomeno uno dei primi medici occidentali a proporre tale farmaco come rimedio della malaria. Come al solito, tuttavia, egli affrontava il problema con spirito critico e, mentre l’Occidente ricorreva al chinino come rimedio per ogni malattia, egli ne denunciava gli abusi. Torti, “partigiano” del chinino, alla cui esaltazione aveva dedicato più di un trattato, interpretò la posizione dell’ormai ex-amico come una vera e propria dichiarazione di guerra, scatenando una diatriba medico-letteraria durata decenni, e risoltasi solo con la morte dei due protagonisti.

Tornando al fatidico 1690, in quello stesso anno Ramazzini abbandonava completamente i classici argomenti dello studio universitario della medicina (per fare qualche esempio, sempre da Ramazzini: “gli aforismi di Ippocrate”, “contro gli aforismi di Ippocrate”, e così via) per inaugurare la fase delle proprie ricerche destinata a dargli fama secolare: le lezioni del 1690 erano infatti completamente dedicate alle malattie professionali (“de morbis artificum”), titolazione che già anticipa il capolavoro del medico modenese.

A partire dal 1691, al ruolo accademico, Ramazzini affiancò quello istituzionale diventando, insieme a Torti ed al medico Antonio Abbati, medico di corte del Duca d’Este. Anzi, per l’esattezza, Protomedico (ovverosia: primo medico di corte, forma mutuata dal titolo tardo imperiale di “protospatario”, primo scudiero dell’Imperatore) – va comunque detto, come ribadito dallo stesso Ramazzini, che i tre erano formalmente sullo stesso livello benché, a conti fatti, tanto Ramazzini quanto l’amico/nemico Torti svolgessero il proprio ruolo senza ricevere alcun compenso, a contrario di Antonio Abbati, che risultava regolarmente “a bolletta” presso l’Amministrazione Ducale. D’altra parte, come scriveva lo stesso Ramazzini in uno dei suoi (rari) scritti in italiano, egli e Torti avevano il solo impegno di andare “a vicenda (cioè, a turno) la sera, un horetta a discorrere, e conversare, con letture virtuose, ragionamenti di cose letterarie, dopo sentito il polso, portandosi poi in tavola alle quattro hore, un’hora dopo partito il Medico”, ovvero il citato Abbati, al quale era pressoché integralmente rinviata l’effettiva gestione della salute del principe.

A ben vedere, tale ruolo (ribadiamo, del tutto onorifico) dipendeva più delle note ed apprezzate doti letterarie piuttosto che da quelle di medico. Salvo, laddove si rendessero necessarie competenze superiori a quelle di Abbati, intervenire in sua vece, come riconosciuto da una bolla di pagamento ducale del 1694. In quello stesso anno, la strana convivenza professionale venne dissolta prima dalla morte di Abbati, comunque sostituito da un certo Montaguti, e quindi da quella dello stesso Duca Francesco II (6 settembre).

Frattanto, insieme ad opere che qui citiamo solo di sfuggita – ma che meriterebbero più ampia trattazione, quantomeno per l’indiscutibile valore di testimonianza storica (ovvero: le Constitutiones dedicate al quinquennio 1690-1695, le Ephemerides barometricae del 1695, vari commenti ed edizioni critiche di opere scientifiche di secoli precedenti), vedeva la luce il capolavoro di Ramazzini, il De Morbis Artificum Diatriba (1700). Le “Constitutiones”, uno dei primi trattati di epidemiologia scritti con occhio critico e moderno, attirarono l’attenzione di tutta l’Europa, in particolare della germanica Academia Naturae Curiosorum, che si fece carico della ripubblicazione e della diffusione europea del testo. Forte della fama così ottenuta, Leibniz, che già aveva conosciuto Ramazzini nel 1689 durante un viaggio in Italia, avanzò la proposta di ammettere il medico modenese nei ranghi dell’Accademia stessa, cosa che puntualmente avvenne nel 1693.

Dopo questi successi, notevoli ancorché tardi (non dimentichiamo che Ramazzini ormai aveva raggiunto la sessantina), Ramazzini riprese a cullare i sogni di riconoscimenti accademici in una sede più prestigiosa della natia Modena. Volendo conservare quanto più possibile la propria indipendenza di ricercatore, tali aspirazioni avevano un traguardo obbligato: Padova, la sede universitaria fondata dalla Repubblica di Venezia per svincolarsi da qualsiasi controllo, imperiale o papale, e che proprio in quegli anni aveva raggiunto l’apice della propria fama internazionale. Lo stesso Ramazzini non faceva segreto di questo sogno: “ho nodrito”, scriveva nel luglio 1695 all’amico Magliabechi, “un tempo un simil pensiero, l’ho più che mai, ma riflettendo poi alle mie debolezze, e alla mancanza de mezzi più opportuni per conseguir tal posto, procuro di cacciar da me una tal tentazione o presunzione senza fondamento di merito”.

Nonostante tutti i tentavi e gli sforzi, l’occasione di raggiungere l’agognata Padova si compì solo nel 1699 quando, vacante una cattedra di Medicina, l’Accademia iniziò a raccogliere informazioni sui papabili sostituti, uno dei quali era proprio lo stesso Ramazzini. L’anno seguente, il Senato Veneto ratificava l’invito a Ramazzini di raggiungere Padova in qualità di Lettore presso lo Studio di Padova nella Cattedra di Pratica Ordinaria di Medicina in secondo luogo. Ignorava così l’antico motto di Cesare “meglio primo in un villaggio che secondo a Roma”, Ramazzini accettava un ruolo formalmente inferiore a quello tenuto a Modena (dove era primario): i fatti gli daranno ragione.

Professore a Padova

Ramazzini si trasferì a Padova nel novembre 1700, per tenere il proprio discorso inaugurale solo un mese dopo (il 12 dicembre 1700), sinceratosi – parole sue – di non essere inadeguato rispetto all’altissimo standard qualitativo dell’università.

A tale proposito, gli insegnamenti di Ramazzini vennero in più occasioni giudicati in termini molto favorevoli da parte dell’apparato rettorale dell’Università che, nel 1707, oltre a rinnovare l’incarico per un altro triennio, proponeva un sostanzioso incremento del compenso annuale, che passava da 500 a 750 fiorini all’anno. Con lo stesso atto ufficiale, veniva ammesso nel Collegio dei Filosofi e dei medici. Riconoscimenti, questi, nei quali Ramazzini stesso non credeva più di poter sperare, in ragione dell’età ormai avanzata (74 anni). Pochi mesi dopo, già membro della Pontificia Accademia degli Arcadi (1706), veniva ammesso nella Societas Regia Scientificarum di Berlino (Regno di Prussia) su suggerimento dell’amico Leibniz: fu il primo (e per molto tempo, anche l’unico) italiano a ricevere un simile onore. A riprova della stima incondizionata di cui godeva, l’anno seguente – resosi vacante il posto di primariato, egli venne proposto come sostituto dell’uscente Francesco Spoleti. Ciò che puntualmente avvenne. Si trattò dell’apice della sua carriera universitaria, accompagnata dalla contestuale pubblicazione di alcune fra le sue opere più celebri, fra le quali una nuova e definitiva versione della De Morbis Artificum (Padova, 1713). Come in precedenza, ci limitiamo alla loro citazione: l’Oratio saecularis, discorso d’insediamento in Padova (1700), il de Principum Valetudine Tuenda (1710), la versione definitiva del De abusu chinae chinae (1714).

Ramazzini, salvato dalla malaria da una costituzione particolarmente robusta, pagò nella tarda età il conto con la propria salute: la sua vecchiaia fu, infatti, tormentata da malattie sempre più gravi e debilitanti, tanto a carico del cuore (fibrillazione atriale?) che degli occhi (glaucoma? cataratta?). Infine, fu colpito da ripetuti episodi trombo-embolici che, dapprima, lo privarono definitivamente dell’uso della vista, quindi ne limitarono la mobilità. Le condizioni fisiche ormai irrimediabilmente compromesse gli resero pressoché impossibile proseguire l’attività clinica, tanto che lo stesso Ramazzini era ormai pronto ad abbandonare l’insegnamento quando il Senato Veneto, con un’apposita delibera, lo autorizzò a proseguire la propria attività accademica esclusivamente nel ruolo di insegnante ex cathedra. Nello stesso periodo, prese l’abitudine di dettare i propri scritti, dapprima ad un servo e quindi, morto quest’ultimo, ai due nipoti. La malattia, comunque, continuava a consumarlo, lentamente ed inesorabilmente, fino ad ucciderlo con un ultimo episodio tromboembolico a carico dei vasi cerebrali, come confermato dal referto autoptico redatto da Morgagni. Era il 5 novembre 1714, e Ramazzini si stava recando nelle aule universitarie per tenere la propria abituale lezione ex cathedra.

Bibliografia selezionata dell’Autore

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In solemni Mutinensis academiae insturatione Oratio, etc. Modena, Eredi Cassiani,  1683

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De Principum valetudine tuenda Commentatio. Padova, GB Conzatti  1710

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De morbis artificum diatriba. Padova, GB Conzatti  1713

Opera Omnia, Medica et Physiologica. Ginevra, Cramer e Perachon,  1716

 

Parma, il 5 ottobre 2005

 

Dr.  Matteo Riccò
Medico in Formazione specialistica in Medicina del Lavoro
Università degli Studi di Parma